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quaderni di linguaggi in movimento fondati nel 1998 da Giorgio Moio

Direttore: Giorgio Moio

Redattori: Carlo Bugli, Pasquale Della Ragione

Editore: Edizioni Riccardi

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Risvolti - Discussione

Mario Fresa

1) Il discorso poetico tende, spesso, a imbrigliare nelle spire di una cattiva retorica la necessità di un’interrogazione politica del mondo. Esso risulta, in molti casi, un artificio impaludato, privo di autenticità e di verità.

L’abituale approccio di un poeta che voglia tentare un’analisi politica s’indirizza, non di rado, verso una prospettiva lagnosa o ipocritamente recriminatoria, nonché sempre, in fondo, di natura  “letteraria” o dal carattere fintamente  “umanistico”.

Ciò è il trionfo dell’auto-inganno e dell’illusione: un poeta che condanna l’orrore di una guerra dalla sua comoda poltrona è un falsificatore, un generale dell’esercito dei luoghi comuni.

Quella che solitamente si chiama “poesia civile” è, in fin dei conti, il “coscienzioso” espediente di un poeta che cerca di ammantare di vaga utilità il proprio vanitoso desiderio di esporsi o di mostrare e diffondere le proprie idee, riducendo il complesso rapporto fra la Parola e la Storia in una inutile impostura, in una costruita finzione letteraria.

Rifuggendo dal pericolo dell’ingabbiamento retorico, sempre presente – anche sotterraneamente – nella cosiddetta poesia civile, mi sono esorcisticamente rivolto – quando ho cercato di chiarire la mia visione politica del mondo – a un uso non “narrativo” (cioè non letterario) della prosa, seguendo la strada del paradosso, del graffio, del cinismo anti-consolatorio e privo di illusioni utopistiche (una coraggiosa rivista, «L’area di Broca», ha ospitato alcuni miei interventi - racconti informali, sperimentali, lontani dal concetto di “opera letteraria” -  dedicati alla triste situazione politica ed etica che vive oggi l’Italia: vi compaiono politici arrivisti, dediti agli interessi personali e non a quelli del Paese che dovrebbero amministrare e guidare; giornalisti furbi, interessati solo all’immagine, al pettegolezzo di quartiere, alla scorza degli eventi; asineschi estremisti di scuola padano-nazistoide; camorristi sgrammaticati, collusi con sindaci e magistrati corrotti; e molti altri campioni dell’attuale disastro morale del nostro Paese).

L’unica strada, dunque, per esprimere un’autentica scrittura civile, è – secondo chi scrive – quella del disinganno feroce, dell’ironia rielaboratrice e distruttrice dei canoni e dell’epistéme, tesa a una finale, disincantata constatazione degli eventi (una constatazione non rassegnata o passiva, nondimeno, ma intesa, necessariamente, come prossima al balzo di una trasformazione, di un salvifico rovesciamento degli esiti).

2) Un autentico poeta deve sapere assumere su di sé le contraddizioni dell’esistenza: quei pochi che sono folgorati da questo assunto, cioè dalla necessaria accettazione di un’identificazione della poesia con la vita, hanno agito di conseguenza, annullandosi coraggiosamente in un’esistenza trasversale ed estrema, oltre i limiti della norma, dei sistemi costituiti dalla società (sono molti gli esempi possibili: da Campana a Saba, da Penna alla Rosselli, da Giuseppe Piccoli a Lorenzo Calogero).

Il poeta ha ora, forse, perduto la condizione di isolamento, di feroce e irrisolta “estraneità” al mondo. Oggi, egli ha sempre qualcosa di impiegatizio, di grigio, di “normale”. La società odierna lo ha tutto inglobato nell’ingranaggio della logica capitalistica, ovvero nella direzione meschina dell’avere, del produrre e dell’accumulare (la stessa editoria, nel campo della poesia, è ormai diventata un sistema affatto privo di valori, impostato com’è su di una visione di carattere affaristico e commerciale).

L’autore di questo intervento, invitato a rispondere in merito alla “propria condizione di poeta”, non avverte, in verità, il peso o la reale entità di una tale condizione, poiché non ritiene di definirsi “poeta”(non desiderando imprigionare le ricerche che ha compiuto nell’àmbito del genere “letterario” ma in quello, più ampio e forse più necessario, del Pensiero assoluto).

3) Il mondo telematico è, credo, assai utile per un preciso aspetto: esso assicura una diffusione amplissima dei testi, permettendo anche una comunicazione diretta tra gli autori e i lettori. Naturalmente, non si può sempre rendere così asettico e meccanico (diremmo “disumanizzato”) il dialogo sulla poesia: esso andrebbe sempre accompagnato da un rapporto di amicizia e di cooperazione, il cui difficile fine deve tendere alla comune volontà di indirizzare lo sguardo di ciascuno verso una necessaria e continua riflessione intorno alle questioni cruciali dell’esistenza (di questo si parla, infatti, quando noi discutiamo di poesia); ciò, sicuramente, non è permesso in modo completo o autentico dalle ghiacciate distanze prodotte dalla “differita” comunicazione telematica.


Fresa è presente nei seguenti numeri di «Risvolti»: n. 17, novembre 2008 (Il discorso poetico tende... - intervento critico).

Biografia di Fresa

Copertina.JPG (177328 byte)

n. 17, anno X

novembre 2008

pp. 48 

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