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quaderni di linguaggi in movimento fondati nel 1998 da Giorgio Moio

Direttore: Giorgio Moio

Redattori: Carlo Bugli, Pasquale Della Ragione

Editore: Edizioni Riccardi

Indirizzo: casella postale 32 - 80010 Quarto (NA) / e-mail: edizioniriccardi@virgilio.it

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale ai sensoi ella legge n, 62 del 7.3.2001


Risvolti - Discussione

Ugo Piscopo

1) Cerchiamo di definire subito lo spazio semantico di “attualità”. Non si tratta, infatti, di un lemma metastorico e metafisico che viaggia immutato e chiuso nello stesso stemma di significati all’interno del nostro universo mentale.

All’origine, nel pensiero greco, su suggestioni pitagoriche e della scuola eleatica, si vennero definendo delle coppie di concetti, che andavano verso una dialettica relazionalità, come materia e forma da una parte e potenza e atto dall’altra. Ma questa relazionalità rimase come avvolta in una vaporosità fantasmatica. A dare fondamenti rigorosi alla loro identificazione e al loro funzionamento nell’ambito della logica fu Platone (Timeo), che assunse “materia” e “forma” a cifre costitutive dell’universo. Ma su questa coppia e sull’altra molto vicina, di “potenza” e “atto”, perfezionò l’inquisizione teorica Aristotele, che interrogò la realtà nelle sue complesse e dinamiche interrelazioni (Fisica e Metafisica) e si affissò sui “sinoli”, quei nodi o unità in cui ogni coppia rinvia a ciascun termine come a una polarità decisiva di evento e di esistenza.

Da allora queste coppie di termini sono entrate come parole-chiave nel vocabolario della filosofia, delle scienze naturali e più tardi della teologia. E da allora, anche, l’“attuale”   e l’“attualità” hanno acquistato significati forti in rapporto ad “atto”. In Dante, ad esempio, la parola “attualità” acquista valore di “virtù attiva”, come in questo passaggio: «Dico ancora che quanto il cielo è più presso al cerchio equatore, tanto è più nobile per comparazione alli suoi poli, perocché ha più movimento e più attualitade e più vita e più forma» (Convivio).

Nell’Ottocento, su implicazioni romantiche e idealistiche prima e positivistiche poi, l’attualità fu prospettata come scenario per rese di conto delle contraddizioni del passato e come laboratorio di profili del futuro. In Marx, ad esempio, questo tema è cruciale nella formazione della coscienza politica sul terreno della prassi.

Col Novecento, si abbattono tutte le dighe delle distinzioni e si elegge l’attualità a protagonista incontrastata della realtà contemporanea. Essa è mandata in scena a dare scappellotti e calcioni alla tradizione, al museo, all’accademia, al passato e dal copione le viene affidata la parte di agirsi e farsi guardare frontalmente, mentre è compresa dal pensiero dominante dell’avvenire prossimo e remoto. È questa l’iconografia consegnataci dal futurismo e da tanti altri movimenti dell’avanguardia storica.

Nell’ambito del pensiero, intuizionismo, pragmatismo, neoidealismo accelerano i processi di riconoscimento delle vaste latitudini del regno dell’attualità. Bergson insegna che «il nostro spirito ha, per ufficio principale [...] di rappresentarsi negli stati e nelle cose» e avverte che «non esistono cose fatte ma soltanto cose che si fanno» e che gli stati consistono non nella stasi, ma esclusivamente nel movimento e nel cambiamento. Per James il “vero” si certifica unicamente nelle conseguenze pratiche del reale, in accoglienza e interpretazione degli slanci e delle attese vitali degli individui. Per Croce la «storia [è] sempre riferita  al bisogno e alla situazione presente». Gentile fa dell’attualità e dell’attuale gli assi centrali di un sistema filosofico, che viene battezzato e riconosciuto come attualismo, costituito sulle equazioni assolute tra vita e azione, tra realtà e attualità, tra spirito e atto puro.

Oggi, l’attualità trionfa in tutto, è tutto: in politica, in economia, nelle scienze, nell’arte, nel pensiero, dove niente si pone in essere, se non nel suo nome e sotto sua autorizzazione. Una disciplina, per accreditarsi, deve giustificare le sue ragioni dinanzi al tribunale dell’attualità. Così, ad esempio, Giuliana Calcani, nella sua proposta ai lettori di riappropriazione e di ripensamento dell’archeologia, intitola il suo libro Storia dell’archeologia. Il passato come ricerca di attualità (Roma, Libreria dello Stato, 2008). E, sempre ad esempio, Umberto Eco termina la sua Storia della Bellezza (Milano, Bompiani, 2004) con una presa d’atto dell’orgia totale, nel segno del sincretismo e del politeismo, della Bellezza nel mondo contemporaneo, che è bellezza di consumo imposta e manipolata dall’industrialismo e dai mezzi di comunicazione di massa. I quali certamente attingono suggestioni dall’ambito artistico, ma intanto operano da persuasori occulti delle idee e delle immagini estetologiche dominanti nell’uomo del nostro tempo. Così, Marylin Monroe, Rita Hayworth, Anita Ekberg, Naomi Campbell, che fanno da icone con cui si chiude il libro, funzionano simultaneamente nel nostro immaginario come feticci e come matrici eidetiche.

Di fronte a questo stato delle cose, io poeta, un po’ frastornato da quella che è detta “la società dello spettacolo” e dalle discussioni su di essa, facilmente mi chiederei: ma allora chi sono? sono proprio io stesso o un prodotto di questo tempo costituito su serialità iconologiche, su programmi informatici, su sofisticazioni del moderno artifizio? Faccio parte anch’io, senza volerlo e saperlo, del mondo dei robot? Mi conforta, però, l’appercezione di essere fatto ancora arcaicamente di corpo, di calda (anche se misteriosa) materialità, e non apro così le porte a terrori e ad esperienze alienanti di fuga alla maniera della bontempelliana Minnie “la candida”, sebbene sia avvertito (sempre bontempellianamente) da segnali di essere portatore di ingenuità come quelle di Eva futura che resta volentieri incantata delle marionette.

E in questi intrattenimenti e riconoscimenti carnali di esistenza a sé, concordante tuttavia con tutte le altre aseità esistenziali, mi affaccio al contesto e all’orizzonte dell’alterità, intrigandomene con varia gradazione. In un primo tempo, da giovane, costruendo progetti ideali e percorsi applicativi di coerenza etica e intellettuale. In un secondo tempo, da adulto, tentando allacciamenti di dialogo e di collaborazione con i popoli in via di sviluppo, fino a conoscere il carcere a Tripoli (Libia). In una nuova stagione, da maturo, lavorando intensamente nella scuola, nei giornali, nelle organizzazioni sindacali, nelle sezioni del partito comunista, nell’editoria, a favore della definizione di un nuovo orizzonte di attesa e per un innalzamento dei livelli di acculturazione dei giovani e degli adulti. Infine, nella seconda maturità, dando contributi soprattutto letterari alla diffusione di una cultura critica e liberale, utile all’individuazione e all’utilizzo di strumenti di riflessione contro le seduzioni della massificazione e i fondamentalismi ideologici.

Da poeta, comunque, sempre, da giovane fino ad oggi, in costanza di impegno civile, ho lavorato ad allacciamenti e a contattazioni fra le inquietudini e gli stati nascenti della contemporaneità da una parte e il linguaggio di tutti, cioè con il possente personaggio anonimo che ci manipola, ci sollecita, ci detta spunti per una creatività sostenibile e legittimabile nelle attese generali, – che non significa delle maggioranze – o in subordinazione di modularità affermate, che contesto in premessa.

Per quanto attiene la politicità o l’idea politica, oggi sono come un credente senza chiese di appartenenza. Sempre in ascolto delle contraddizioni del mondo, ho tuttavia forti diffidenze nei confronti di prospettive e progetti fondati sul costruttivismo e sull’unidirezionalismo. Consapevole della complessità delle questioni, non sono però per un pragmatismo senza spina dorsale, perché postulo il rispetto fondamentale dei principi irrinunciabili, come quelli della libertà, della giustizia e della democrazia. E dell’eticità, ma in senso spinoziano e kantiano.

2) La mia condizione di poeta non è “su”, né “contro”, né “in nome di”   la società odierna. È semplicemente “nella” società: vivo, infatti, con gli altri e fra gli altri come un altro. Senza investiture, senza missioni, senza privilegi. Con gratitudine genuina nei confronti del contesto, che mi lascia perdere nei miei giochi linguistici e fantastici, - per me purtroppo terribilmente seri. E che, per mia fortuna, non mi ha scambiato, come sarebbe successo in altre epoche,  né per stregone da processare e mandare al rogo, né per matto, da legare e marginalizzare. Per parte mia, invece, per mia dannazione e contraddizione, non la lascio perdere questa “società odierna”: i suoi problemi me li metabolizzo e vivo come miei, più miei che se fossero originariamente tali. Sussulto e trepido di fronte ai rischi a cui essa è esposta, un po’ dalla condizione umana, un po’ per sua dissennata scelta. Prendo ad assalirla savonarolianamente in frontali dialoghi quotidiani, che non affido alla parola orale o scritta. Nelle mie silenti prediche, la chiamo frequentemente “sventurata”, alla maniera come annota Manzoni a proposito della giovane Monaca di Monza, che a un certo punto “rispose” allo spregiudicato corteggiatore. Il più del tempo, però, la guardo e l’accetto hegelianamente rassegnato alla comicità e alla farsa dei tempi moderni, cioè alla perdita (fatale? provvidenziale?) dell’eroicità e della tragicità. Intanto, assegno alla mia parola il compito di “andare leggera e piana” agli altri e farsi sentire, portare il mio invito vivo a scoprire e ad abitare un amore condiviso, una terra comune rappresentata da un linguaggio ritrovato, a dismettere le coazioni delle sequenze commerciali da manuale di massa. 

3) Ho dedicato lunghe e appassionate vigilie allo studio e all’analisi della modernità e dei movimenti di avanguardia. E ho anche scritto tanto su tale materia. Do, quindi, alla domanda una risposta sintetica e veloce.  Dico che i rapporti fra la poesia e più complessivamente le arti da una parte e i nuovi media dall’altra (tv, radio, fotografia, cinema, web) sono stati e sono intrigantemente interattivi. Ma nel discorso concernente tale intrinsichezza, purtroppo, sì è anche messa troppa carne a cuocere. Soprattutto da parte di quelli che hanno preteso di fare da mosche cocchiere, di esercitare la funzione di strateghi dei nuovi comportamenti estetologici e linguistici. Hanno anche sbagliato, secondo me, tanti artisti e poeti, quando hanno voluto esaltare nei propri interventi gli incontri simultanei energizzanti ed esplosivi (o implosivi) delle sinergie dei vari linguaggi, per reazioni a catena, una specie di viaggio drogato nel non ancora detto o addirittura nell’indicibile fuori di questi incontri-bomba.

Sono pienamente persuaso della fondatezza del postulato di McLuhan, l’autore di Understanding Media, che dette impulso negli anni sessanta e settanta del secolo scorso anche in Italia a prospettive di rinnovamenti dei linguaggi, dell’assoluta necessità di incontrarsi e confrontarsi con le nuove tecnologie, con i loro prodotti e di aggiornare i rapporti col nuovo mondo massmediologico. Ma questo vuol dire ricercare, avere consapevolezza delle nuove risorse e sapersene servire, senza doversi accampare in piazza grande come orde che hanno conquistato la città nemica e devono celebrare l’orgia della vittoria. L’artista e il poeta possono anche rispettivamente rappresentare la vittoria e scrivere epinici, ma non possono trovarsi fuori dell’infelicità della storia, pena il tradimento della propria funzione. Perché essi sono i testimoni e gli interpreti per eccellenza del disagio, delle aporie, della sofferenza del non identico tutto ancora da disoccultare, che intanto è costretto nella realtà ad allinearsi all’identico, per dirla con Adorno.

L’artista e il poeta non sono, pertanto, non possono che funzionare se non come macchine di antitesi ai processi di coattività, di ripetitività, di conformismo della società contemporanea, ed elaborare pronostici, ipotesi, tentativi di fuoriuscita da queste situazioni dove prevalgono la menzogna e la mistificazione. Ma devono avere anche chiara consapevolezza che gli strumenti che essi maneggiano non sono né il machete, né altra simile arma primordiale. Essi, invece, sono chiamati a operare in laboratori altamente sofisticati e a servirsi di simboli, di allegorie, di figure, attraverso i quali il contingente, l’aneddotico, il cronachistico sono fatti balzare in reti di liofilizzazione e di astrazione e formano infine solo lo spunto di una vicenda in ultimo contemplata attraverso la lente dell’Erlebnis estetico.


Piscopo è presente nei seguenti numeri di «Risvolti»: n. 11, gennaio 2004 (Marina di Camerota; L'Italia crociata; ilì - lilià; Una madre poeta sbocciata ai Piloni (I, II); Campanella a Piazza Carità; les bin; Boomerang di gabbiani; Il trillo del telefono; Passi a porte chiuse; Sotto la luna - interventi creativi); n. 13, aprile 2005 (fiore di aconito, da U. Piscopo, Haiku del logio e d'altra selvatica verzura - intervento creativo); 14, novembre 2005 (Discussione attorno ad alcuni quesiti di letteratura - intervento critico); n. 16, ottobre 2007 (Mario Lunetta o la mappazione della poesia - intervento critico; Un poema drammatico di Malinconico - intervento critico); n. 17, novembre 2008 (Cerchiamo subito di definire... - intervento critico).

Biografia di Piscopo

Copertina.JPG (177328 byte)

n. 17, anno X

novembre 2008

pp. 48 

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