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n.
10
Translation
Importante:
i testi che seguono possono essere tutti riprodotti citandone la fonte e
comunicando alla redazione eventuali inserimenti in pubblicazioni di vario genere.
Profilaria
(Profili dei più
importanti poeti di ricerca del nostro tempo, attraverso i loro testi creativi.)
GIORGIO MOIO
Editoriale
Ed eccoci ancora una volta a riproporre un editoriale. Più che un
editoriale, è uno scritto per un tragico evento. Mai avremmo voluto, però, ricorrervi
(tra laltro, ricorso assai raro e per eventi eccezionali nella sia pur non lunga
vita della rivista) per commemorare la dolorosa scomparsa di Luciano Caruso, sia pure in modo sobrio e senza clamori, comera nel suo stile. Non
una celebrazione in pompa magna, col pennacchio o frasi fatte, ma un ricordo
dellamico e assiduo collaboratore sin dal primo numero di "Risvolti",
nonché punto di riferimento, con pochi altri, del percorso letterario finora portato
avanti, basato su proposte di linguaggi alternativi alluso comune e tradizionale e
rivisitazione di quellarea avanguardistica (non solo napoletana) targata anni
60-70, di cui Caruso è da annoverare, senza rischiare di essere smentiti, tra
gli animatori più importanti.
Ormai appartengono alla storia le sue dure ed
intelligenti prese di posizione contro certi atteggiamenti stagnanti di un modo di fare
allinterno dei paradigmi discorsivi dellestablishment culturale e politico
approssimativo e superficiale. Sin dalle prime prove artistiche (1964), appena ventenne e
poi come promotore del gruppo "Continuum" che propugnava un cambiamento
radicale e una sprovincializzazione della cultura mai realizzati, essendo troppo avanti
coi tempi, si schiera, col suo carattere tosto e battagliero, contro lesistente di
una città come Napoli, votata ad una disoccupazione mentale da quellonda lunga di
neorealismo folcloristico che lo costringe, nel 1976, nauseato e deluso dai meccanismi
cinici e faccendieri in cui è immersa la città, ad abbandonarla, suo malgrado. Continua,
però, ad amarla in segreto e a coltivare rapporti epistolari con gli amici (coi pochi
amici rimastigli tali) e con quellarea innovatrice che con apparente indifferenza
resiste agli eventi sfavorevoli, denunciando lo stato comatoso e vacuo appena si presenta
loccasione. A partire dai giochi di potere del sistema universitario, rifiutando con
molto coraggio e controcorrente, dopo sette anni come assistente alla cattedra di
Filosofia, una promettente carriera universitaria. Preferisce respirare unarea meno
"soffocante e inquinata", quella di Firenze, rinunciando definitivamente alla
carriera universitaria, "ripiegando" sullinsegnamento in vari licei.
Non le mandava certo a dire Luciano,
quando si trattava di difendere la propria posizione, che era la posizione di una
letteratura decisamente off, con lotte serrate e argomentazioni martellanti e
demolitrici. Per tutta la vita ha tenuto fede al suo personaggio dissacrante e ad una
scelta di vita, allinsegna di una poesia fallimentare ma in tutta coscienza, come
daltronde è ed è stata lavanguardia di questi anni, la scrittura alternativa
allesistente, appunto, in questepoca di industrializzazione del pensiero, dove
"la faccenda spesso è patetica amava dire ma qui si rasenta la
fogna mentale", postulando ogni sua realizzazione immediata ad un tempo ancora da
venire. Daltronde ogni artista innovatore ha ben presente questo concetto:
nonostante tutto prosegue nel suo intento, persegue il suo sogno, con lauspicio che
un giorno la società possa accoglierlo.
Luciano se ne è andato, dopo una breve ma fulminante malattia che non gli
ha lasciato scampo, facendo appena in tempo a spedirci, nellestate scorsa, il
poemetto Periplo, da noi pubblicato, qualche settimana prima che morisse, nel n. 9,
poemetto che ci confidò attraverso una delle nostre ultime telefonate era
nato di getto proprio a seguito della sua malattia. Se ne è andato una settimana prima di
Natale, a 58 anni, ancora nel pieno della sua maturità di uomo e di artista, vissuti
interamente per una scrittura trasgressiva, del dissenso estetico e poietico, come
continuo rifiuto dellesistente. Una scrittura anarchica, alchemica, fonte di vita,
di quella vita che gli ha dato anche diverse soddisfazioni, dispiegata lontana dalle mode,
dove convivono tendenze più disparate della "società dello spettacolo" votata
ad un generico postmodernismo. "E questo dice nellarticolo Alcuni
appunti sulla consistenza dellessere, ultimo scritto critico che ci ha spedito
per il "Foglio di Risvolti" n. 5 che avrà per titolo Berlusconi, un
presidente poeta, nel mentre va affermando che lopposizione si debba
materializzare indagando il "presente" tanto più
"importa", quanto più il luogo del rifiuto è scomodo ed impone di continuare a
ribadire la propria presenza, come quella di protagonisti di una opposizione, dagli esiti
imprevedibili ma capaci nello stesso tempo di rimettersi in discussione". Ed è
fuori discussione che Caruso, al quale non sarebbe
piaciuta nemmeno lidea di "storicizzarlo" un giorno, contrario
comera alle rivisitazioni, pur comprendendone il senso, sia stato un notevole poeta
della cultura di ricerca degli ultimi trenta-quarantanni: ci fa piacere sottolineare
qui che anche la sua Napoli amata e odiata, dove tanti sono i suoi estimatori, quasi
quanto i detrattori, ha sempre ben accolto la sua scrittura dissacrante, nonostante la
certificazione e il predominio di una cultura ufficiale defatigante e opportunistica, in
fondo non lo ha mai dimenticato. Si ricordi la mostra antologica Alchimia della
scrittura (1963-1995), al Museo Pignatelli, nel 1995, con testi di M. Bandini, A.
Tecce, E.
Villa, G. Zanchetti. E come non menzionare quella
organizzata, sia pur rientrando nei crismi di una santificazione da vivo (meglio tardi che
mai), qualche settimana prima che morisse, dove eravamo presenti anche noi,
dallassociazione "LAraba Felice", presieduta da A. Santoro, nella
prestigiosa sede dellIstituto per gli Studi Filosofici, presentandosi già coi segni
della malattia, tranquillizzando qualche nostra preoccupazione, che ha permesso a chi
scrive, dopo anni di intensa corrispondenza e amicizia epistolare, di conoscerlo in carne
ed ossa? Troppo tardi.
Prima di ricordarlo unicamente attraverso i
testi che seguiranno senza un ordine cronologico (gran parte di essi sono testi originali
e da noi già pubblicati in vari contesti, che in questi ultimi anni ci ha gentilmente
donato), ci piace ricordarlo anche con questa poesia lineare (Visitazione),
: elegia esterrefatta della
misura irrelata
e lo striscio : e il
pullulio dellombra
: la costernazione anche
: di luci di canopei lividi
in pomeriggi di temporali -
: materie in disuso :
frammenti
: detriti di una
stupefazione definitoria
: oltre lincombenza
del ritmo
o : lirrompere del
mito -
e profili e risoluzioni del
nulla :
: voce : eco : risonanza
: scarna : naturale :
violetta
: parabola del disfacimento
o della parvenza di
unilluminazione segreta
: modello infecondo
: commiato immaginario
: crisi indifferente delle
segnalazioni
e del compianto
lultima che ha
scritto, come riporta la lettera speditaci il 29.5.2002 che laccompagna.
Concludiamo annotando, ma con meno dolore, in quanto già da un decennio
era praticamente come morto, che allinizio di questanno se ne è andato pure Emilio Villa, un altro poeta a noi caro, col quale abbiamo iniziato
questavventura di "Risvolti" (si ricordi il primo numero allinsegna
del verbo villiano, ispiratore anche di quelle massime che hanno campeggiato in copertina
durante tutti i 6 numeri del primo ciclo), una presenza costante durante questi anni di
rilettura di quellarea avanguardistica che deve tutto proprio allindiscussa
grandezza e agli insegnamenti di Villa, alla cui fonte ha attinto anche Caruso (molti sono stati i lavori che recano la firma di entrambi). È triste
ricominciare sapendo che due personaggi, cui dobbiamo riconoscenza, legati non
superficialmente alla rivista, non ci sono più, lasciandoci a distanza di un mese
luno dallaltro.

LUCIANO CARUSO
(antologia
minima)
In
attesa


Spazio


La
materia della scrittura


Senza
titolo


Senza
titolo


Senza
titolo


Detto
di contro

Distanze

Un
vibrato continuo


CARLO BUGLI
per luciano caruso: «tutte le
cose pensate»


PASQUALE DELLA RAGIONE
: ho visto il castello di re federico e
grotte e chiese bizantine

GIORGIO MOIO
Calligrammi
per Luciano

MARISA
PAPA RUGGIERO
Omaggio a Luciano Caruso

Argomenti
(Argomenti e indagini di
eventi recenti ed attuali del panorama culturale internazionale, a cominciare da quello
napoletano, centro di cultura d'avanguardia tra i più importanti degli ultimi anni in
Italia ancora poco nota ai più.)
GIORGIO MOIO
Da
«Documento-Sud» a «Oltranza».
Tendenze
di di alcune riviste a Napoli
-
1958-1995 -
9. «Es.»
e la riscoperta del futurismo
Il qualunquismo e i primi sentori di un
postmoderno caotico mietono le prime vittime nella Napoli delle riviste letterarie:
«ES.», una delle riviste più importanti del suo periodo, fondata nel 1974 da Sergio
Lambiase e da Gian Battista Nazzaro, ma praticamente diretta da Glauco Viazzi, la mente
pensante della rivista, allinizio degli anni 80 è costretta a cessare le
pubblicazioni, anche se, come vedremo, altre saranno le concause di tale decisione. In
realtà è un periodo, quello dellinizio anni 80 in cui altre riviste nascono
e muoiono nel giro di pochi anni. I tempi che dovrebbero accoglierle sono strani e
caotici: abbiamo già accennato in precedenza a «Continuazione A-Z», «Silences
Wake», «Dettagli», un solo numero per entrambe, sia pure negli anni 70, alle
quali occorre aggiungere almeno «E/mana/azione», uscita dal 1976 al 1981 (la più
longeva coi suoi 25 numeri), «Per esempio» (due numeri nel 1983), «Brilliancity».
Anche «ES.» 1 prende le distanze
da una disoccupazione mentale (di cui già ci siamo occupati) che spinge la
clandestinità e la fallimentarietà a farsi il fuori, anche se si tratta di un
fuori diverso da quello del coevo gruppo di "Continuum". Sin dai primi fascicoli
propone il ripescaggio di poeti e scrittori delle avanguardie storiche e del primo
Novecento italiano, perlopiù "trascurati" dalla critica ufficiale, con un
taglio, se vogliamo, un tantino troppo scientifico e accademico, per cui difetta un
po, benché sincammini, da subito, per «risparmiare al lettore lo spettacolo
di un dannoso e superfluo [
] narcisismo» 2 che, se da un lato
«suggerisce, nel tono svagato e vago di una amabile convenzione intellettuale, la
terrorizzante ipotesi di decostruzione e ricostruzione del mondo e delle sue espressioni
connotanti» 3 , dallaltro, non risparmia di cozzare contro una realtà
ostica, ma sembra vaccinata contro questa possibile infezione. Daltronde
lesperienza di Glauco Viazzi è un viatico rassicurante. Esplicita nei suoi
atteggiamenti ed essenzialmente rivista di critica, «ES.» decide subito di non
pubblicare semplici testi poetici dei redattori o dei collaboratori lunica
eccezione è fatta per Edoardo Sanguineti, del quale si pubblicano alcuni testi tratti da Postkarten
:
che dolore lamore!
ho visto un sacco di tipi ridursi come mosche
dinverno, come
flaconi crepati, come gomme da masticare masticate:
e io
(o che ho gridato, una
volta: questa volta, non mi freghi più), che mi sono
strappato mani e piedi
(nemmeno fossero stati guanti e ciabatte, guarda),
sono disposto a sputarti la
mia lingua, ancora,
a gentile richiesta:
(da
Postkarten, Feltrinelli, Milano, 1958, p. 54)
Tale
scelta pone le condizioni di un allontanamento da rivista-contenitore: la poesia viene
ospitata allinterno di rivisitazioni storiche, p. es. attraverso i Poeti
immaginisti sovietici, proposti da Carla Solivetti 4, «la prima linea
degli immaginisti» i poeti Sergej Esenin, Rjurik Ivnev, Anatolij Mariengof, Vadim
Sersenevic e i pittori Boris Erdman e Georgij Jakulov [di] (
) una
scuola poetica piuttosto eterogenea e contraddittoria che, mentre rivendicava come ogni
movimento davanguardia che si rispetti, la propria assoluta novità e autonomia da
ogni altra corrente passata e presente, rivelava invece, sia nella prassi poetica sia
nella teoria, «una palese contaminazione di criteri simbolistici e spunti futuristici a
dispetto dellaspra polemica con quelle correnti» 5:
Sergej Esenin
Ehi voi, schiavi, ehi
schiavi!
Ve ne state attaccati col
ventre a terra
Oggi i cavalli, via
dallacqua,
Hanno bevuto la luna
(p. 37),
Rjurik Ivnev
Sono un uomo. Le mie vive
mani
Marciscono nella terra,
ardono sul fuoco.
Inumani tormenti
A che mi mandi tu?
(p. 41)
o attraverso i Poeti surrealisti in
Francia, tradotti da Glauco Viazzi 6, nella sezione Materiali per il
Novecento:
Roger Vitrac
Amore, giuoco di lastricato
In mezzo alla notte ti
pieghi, ricca
bicicletta nutrita a pane
rosso. Scacchiera
con mille gambe nude nel
latte di una chiesa.
E la piovra sudata, in
perle, al tuo piede
(p. 27),
Georges Hugnet
Lora
del pastore
[
]
Bambini in zoccoli, bianco
il viso,
tra le felci dilapidavano
inconsulti.
Ci si vestiva da tenda e da
pettinatrice.
A mezzogiorno, signori in
marsina, ricurvi sui muschi,
raccoglievano un centinaio
di perle ad una ad una
(p. 28),
Robert Desnos
Allalba
[
]
Liane accorrete
Fischio delle rivolte
Accorrete giraffe
Vi invito ad un grande
festino
(p. 29),
Gui Rosey
Quando
parlo alle divinità
Quando parlo alle divinità
anonime che sporcano la terra
o ruota dentata nella cassa
della notte
ti chiamo con tutti i nomi
del mondo
(p. 30),
René Char
Gli
osservatori ed i sognatori
[
]
Solitari alle finestre dei
fiumi
I grandi volti illuminati
Sognano che non cè
niente di perituro
Nel loro paesaggio
carnivoro (p. 31).
Le rivisitazioni storiche che coinvolgono la poesia e i poeti, non
disgiungono dal presentare anche situazioni contemporanee, e di volta in volta,
riproduzioni iconografiche (Capone, Del Pozzo, Diodato, Mori, Paladino, Persico, etc.) o vere poesie
visive di artisti affermati (come alcuni del "Gruppo 70" che noi
qui riproponiamo più avanti), commisurandosi «(nel caso) con i problemi e le insorgenze
del presente. E questi, vogliasi o no, sono espressi dai materiali che di volta in volta
si offrono al lettore; i soli, in definita, capaci di determinare nella concretezza
degli oggetti visibili una credibile prassi operativa nel dominio della cultura» 7.
Chi prende subito a cuore i problemi e le
insorgenze di un presente senza connotazioni, consumistico, in cui luomo sovente è
costretto a tirar fuori gli artigli, è Antonio Testa, con Dialettica della godibilità
8. In sintonia col pensiero di Michel Eyquim de Montaigne, Antonio Testa sa
bene che luomo, in quanto tale, non può più servirsi esclusivamente della cultura
greca-romana-europea, ma deve aprirsi, mescolarsi «a quella indigena e trovare i buoni
sensi naturali« 9, per poi potersi aprire al mondo. Il vecchio logos è
messo in crisi. Lo spazio del fare passa dalla cosa dominata alla cosa dominabile,
setacciata per una pluralità di linguaggio, per unobiezione, hegelianamente
parlando, a una gnoseologia intimistica, a una dialettica del desiderio soggettivo.

(Baldo Diodato)

(Mario Persico)
Da un saggio di Glauco Viazzi sul futurismo di Luigi Preziosi 10, si può ben delineare limportanza
che una "minoranza" intellettuale occupa nel panorama letterario di «ES.», con
tutti i pericoli e le tentazioni che ciò comporta, le diversificazioni che essa alligna
dal ceppo principale. Per esempio, Viazzi vuole dimostrare il carattere tardo-simbolista
del Preziosi 11 e quindi del primo futurismo, «(dato che [
] quasi tutte
le poesie di Revolverate furono scritte, e pubblicate, diversi anni prima della
fondazione del futurismo). Del resto, il verso libero stesso del Preziosi par più affine
a quello luciniano che ai modi di scrittura dei poeti ufficialmente iscritti al movimento
futurista» 12:
Come ti chiamerò, mia Musa
futurista?
Giammai Clio, Euterpe o
Talia.
Oggi la poesia
si scrive facendo il
macchinista.
Un affusto
dartiglieria
e per il terso cielo
dametista
un aeroplano guerrista
sono le nuove Muse
(da
Bolidi)
Luigi Preziosi ama professare il mito della macchina come cosa reale, non
soltanto pensato, come nel primo futurismo, «motivo di critica, protesta, ribellione
(
). E la cosa si spiega: il Preziosi è anarchico militante» 13 che, se
in un primo momento potrebbe "escluderlo" dal movimento futurista,
successivamente ne rafforza lappartenenza, visto che il primo futurismo presenta delle
componenti anarchiche, sia ideologiche sia operative 14:
Oh, ma smettete, smettete,
superuomini,
ché non sapete fare altro
che dinsultare gli
elementi.
(id.)
«Il gesto è dunque di distacco, ma al tempo
stesso di accettazione. (
) La cosa non è certo abnorme o irregolare; è anzi
frequentissima nei periodi di transizione» 15, soprattutto nei futuristi
"minori".
Un altro "minore" della letteratura tardo-simbolista o del primo
futurismo, è lo scrittore
Virgilio Brocchi. Anchegli, differenziandosi dal ceppo dappartenenza, canta
"la macchina e canta loperaio; giacché luna ha bisogno dellaltro
per celebrare la definitiva emancipazione del proletariato ed insieme lavvento della
società industriale, redenta dalla tecnica" 16. Ed è un canto, come si
può notare, ideologico, di una prosa futurista soprattutto nei suoi personaggi che
esprimono quello che di positivo e progressista vi è in una società.
Paolo Valera non è da meno,
analizzato da Gian Battista Nazzaro 17 che evidenzia una scrittura con dei fini
ideologici, espressamente consapevole di un recupero di quei valori di materia sociale, di
un riscatto della folla. Non si sa quindi se Valera «sia riuscito (
) a
documentare, come egli stesso avrebbe preferito dire, una sorta di linea alternativa,
"follaiuola": è certo che, per dirla nei suoi modi, a valerizzarsi un po,
qualunque lingua contestativa, apocalittica o non, anche ai nostri giorni, non potrebbe
che guadagnarci, superando le normali sclerosi gergali, aristocraticamente inibita, in cui
è solita irrigidirsi» 18. È da scrittori come il Valera, che hanno fatto
della loro intensa condizione "negativa" una continua opposizione alla
centralità della scrittura con finalità prestabilite, che «ES.» eredita lenergia
per una scrittura contestativa, propulsiva, gli strumenti per confrontarsi con il reale,
per criticare gli orrori e gli incantesimi dei mass-media, di una televisione sempre più
al servizio dello Stato, di una produzione di spettacoli assurdi e banali, ipnotici e
sfacciati, patriarcali e cinici, di fourberies assolutistiche e repressive.
Mario Lunetta, nel suo intervento 19, partendo da una frase di Bertolt Brecht, coniata dal
poeta e drammaturgo tedesco al 1° Congresso internazionale degli scrittori, nel 1935,
punta il dito su unaltra piaga: le comiche passerelle che sono costretti a fare gli
intellettuali in televisione. Sottolinea, come gli intellettuali siano «prigionieri di
una fascistizzazione borghese, di una conservazione e codificazione, e come il rapporto di
proprietà, tutto fascista nel mantenerlo immutato, abbia bisogno invece almeno di una
considerazione critica, di una revisione del suo essere produzione allinterno della
società, allontanarsi dalla conservazione o da clan corporativi» 20.
La letteratura almeno un certo tipo di letteratura ,
sbarazzandosi «della falsa sacralità del discorso paludato sulle buone intenzioni» 21
dei mass-media, in questo mondo dove nessuno «più odia (pubblicamente) nessuno» 22,
con ferma intenzione si fa nemica di finte lozioni di mantenimento, di fascistizzazione
dellarte, di presunzioni. È con questo tipo di letteratura che i redattori di
«ES.» sperimentano e legittimano gli stessi materiali «che si offrono al lettore
[
] per una credibile prassi operativa nel dominio della cultura» 23,
magari proseguendo il viaggio a ritroso nelle avanguardie storiche, specialmente nel
futurismo. Notizie in merito vengono riproposte, per esempio, dal solito Viazzi, con Ainsi
parla Mafarka-el-Bar 24, il quale, analizzando il testo marinettiano Mafarka
le futuriste ci fa riscoprire una "prosa che scrive leccitato,
limmaginato, il parossistico, lo stravolto" 25, ma anche un chant
lyrique che ha nel tardo-simbolismo il suo principale referente. La riscoperta
del futurismo trova spazio anche
nei numeri successivi con un profilo di Farfa, un altro "minore" delle
avanguardie storiche ignorato dalla critica ufficiale. Anche Massimo Bontempelli è un ignorato, in un
certo senso, ripescato attraverso la rilettura di uno dei suoi romanzi più sperimentali, "522".
Racconto di una giornata, col quale il fondatore e direttore della rivista Novecento
canta lautomobile, «celebrata ormai come oggetto di consumo» 26,
praticata più che sognata, privata della novità iniziale, esprimendo tutta la
dissacrazione di quel "realismo magico" «ben poggiata sul suolo e intorno come
unatmosfera di magia che faccia sentire uninquietudine intensa quasi
unaltra dimensione in cui la nostra vita si proietta» 27.
È bene dire che la rivista non si limita a
individuare lartista "ignorato", ma analizza soprattutto il luogo dove si
determina il rifiuto, procedendo per accumulo e per exempla ad annullarne la
contingenza, a mettere a nudo la struttura borghese e repressiva, irrapportabile con la
mobilità e la disgregazione di un linguaggio avanti coi tempi, che finisce col
"rintanare" lartista in una dimensione di non-forma, senza storia e senza
tempo. Ed è proprio in questo che si distacca dalle riviste precedenti, in specialmodo
dal gruppo di Continnum, in quanto appunto il suo discorso culturale
non è disposto a tirarsi fuori dallesistente, ma si addentra in esso per
ridicolizzarne le fasulle certezze.
Bisogna dire subito che in ogni fascicolo di
«ES.» si può incontrare una novità 28, ad esempio, la proposta di un
simbolismo lontano dal kitsch, dagli "ornamenti artificiali", da una
determinazione sensuale della scrittura. La concentrazione cade su uno dei poeti
simbolisti italiani meno conosciuti, Agostino J. Sinadino 29. Si tratta di un
poeta che «non sopravvive a niente e a nessuno (un "niente" estremamente
paradossale che può essere poi ribaltato molto facilmente in un "tutto"» 30,
un poeta del silenzio che «è il silenzio della storia» 31, e nel contempo di
unesistenza «reale e materiale dei dati e degli affetti, (
) forma mediata,
nellinnocenza istintiva (
) per un aspetto universale (
) e
smaterializzato delle cose stesse» 32.
Due riflessioni sulla poesia
verbo-visiva 33, corredate da interventi
creativi di Emilio Isgrò (Cancellatura), Eugenio Miccini (Ogni traccia
ideologica), Gian Battista Nazzaro (Apostrofo e punto) e di Lamberto Pignotti (Poesia invisibile), ci conducono davanti ad una domanda (e con
ragione: siamo nel pieno degli anni 70, cioè nel pieno decretare la
"morte" dellarte): ma «della poesia "vera" della poesia
"fatta dai poeti", che ne è» 34, se la poesia per molti resta
quella «che fa rimare "cuore" con "amore"?» 35. Ne esce
fuori che grossa colpa, se non tutta , viene attribuita ai mass-media, alle
istituzioni, alla scuola soprattutto e non può che trovarci daccordo
che «suggerisce (quando non lo dice a chiare note) che la poesia per esistere ha bisogno
di luoghi di clausura» 36, vale a dire di conservazione, che conduce a morte
sicura. Oltretutto, la struttura repressiva di una società perbenista evidenzia una
disperata condizione umana, che è poi la condizione generale dellessere poeta che
la rivista riconosce, una condizione più omologata dal benpensare della gente comune che
sentita dai poeti stessi. La condizione "di disperazione", di
"isolamento", si sa, è più marcata quando il poeta si pone in contrasto
(Emilio Isgrò)

(Gian Battista Nazzaro)
(Eugenio Miccini)

(Lamberto Pignotti)
con un certo gusto neoclassico, lirico, i depistaggi della storia e
dellindustria culturale, per votarsi al Witz, ossia al gioco,
allironia, alla parodia: ridursi nel tempo, nei travagli per continuare ad esistere,
per continuare a dire, come si delineano nei Poeti simultaneisti e parossisti francesi,
proposti e tradotti dallinossidabile Glauco Viazzi 37, dove ancora si
evidenziano la "folla" e il "futurismo" (Fernand Divoire, Jean
Cocteau, Pierre-Albert Birot, Nicolas Blaudin), in cui molti sono i lineamenti
riscontrabili nelle poesie lettriste del secondo dopoguerra e dellavanguardia degli
anni sessanta-settanta:
ua
ua ua ua ua
zzzzz
a a a
a zzzzzzz
ui i
ii ii
on
on on on
on on
he
he he he he he he
he
ou
i oui
oui oui
oui oui
rrrrr
rrrrrr
rrrrrrrrrrrrr
u
u u u u
u u u u
u u u (Mani a valvola)
[Pierre-Albert
Birot, La leggenda, p. 69]
Cosa
opporre, dunque, al pensiero della morte, alla morte del pensiero; cosa giustifica ancora
il fare poetico? I poeti sembrano senza risposta, alquanto turbati, incerti. Ci si difende
smentendo continuamente le certezze, le dichiarazioni di assolutezze, le (false) strutture
consolidate secondo una logica altra. Che cosè larte se non una
istanza di forze contrarie alla norma che si integrano col proprio uscire dalla simbologia
scritturale e si aggregano a una connotazione rivoluzionaria degli equilibri, dinamica
degli sviluppi. Il che sta a significare scontrarsi col silenzio, un rapporto quasi
inevitabile per un poeta, che induce a preoccuparsi solo del fatto artistico, in quanto
a detta di qualcuno larte è il solo momento in cui si stabiliscono i
rapporti veri 38.
Dimensioni fisiche e materiali del
significante, atteggiamenti ironici, anche se apparentemente "mondani",
composizioni verbo-visive si dilatano in work in progress. È questa la cifra della
poesia degli anni settanta, un rinvio continuo alla storia degli accadimenti e di quello
che accadrà. Suonano ancora come possibili verità le parole di Socrate, il quale
affermava che non bisogna accontentarsi dei luoghi comuni, di ciò che si dice e
si crede secondo il pensiero corrente, ma impegnarsi in un continuo approfondimento
ragionato dei problemi, concernenti la vita e la società; e nessun risultato può
considerarsi definitivo e conclusivo, ma deve invece essere continuamente rivisto,
ripensato, rimesso in discussione, perfezionato. Ma è una "lotta" destinata
alla sconfitta anche per «ES.». Le idee stanno per deteriorarsi, la rivista non rispetta
più la sua periodicità: ci si avvicina al capolinea. Quello che è accaduto a «Uomini e
Idee» sta per accadere a «ES.»: quando una rivista schierata al di fuori dei canoni
stereotipati si vede costretta a trattare la propria esistenza, ad accettare compromessi
di un editore, anche in questo caso , è destinata, inevitabilmente, al
fallimento. Sembra ormai una regola, anche se le ragioni, forse, sono da ricercare
altrove, proprio nellesaurimento delle idee, di cui si diceva pocanzi, o di
validi collaboratori: col fascicolo n. 14 cessano definitivamente le pubblicazioni.
Note
1 Fanno parte della redazione, oltre ai fondatori, Dario Spera,
Antonio Testa e più tardi Mario Lunetta: della rivista
escono 14 numeri, tra il 1974 e il 1980.
2 Editoriale, in «ES.»,
n. 1, Guida Ed., Napoli, settembre 1974, p. 2.
3 Ibidem.
4 In «ES.» n. 7, Napoli, aprile
1978, pp. 32-57.
5 Carla Solivetti, art. cit., p.
32.
6 In «ES.» n. 7, cit., pp.
27-31.
7 Editoriale, in
"ES.", n. 1, cit., p. 3.
8 In «ES.», n. 1, cit., pp.
5-13.
9 Ivi, p. 5.
10 Cfr. Glauco Viazzi, Per una
storia del futurismo: "Bolidi" di Luigi Preziosi, ivi, pp. 15-19.
11 Ibidem. «
pubblicista politico, per di più vissuto a lungo negli Stati Uniti, privo di connessioni
dirette con la centrale marinettiana o con altri futuristici gruppi o nuclei» (ivi, p.
15).
12 Ivi, p. 17.
13 Ibidem.
14 Infatti sia Marinetti che
Carrà firmano opere per situazioni di chiara matrice anarchica. «Marinetti, già
collaboratore di riviste francesi aperte allanarchismo, scrive su «La
Demolizione», [
] Carrà, oltre a dipingere I funerali dellanarchico Galli,
disegna copertine per le Edizioni Sociali dei Monanni, per libri del Valera e del Gori»
(ivi, pp. 17-18).
15 Ivi, p. 16.
16 Sergio Lambiase, L"amor
beffardo": artisti e folla nei romanzi di Virgilio Brocchi, ivi, pp. 34-35.
17 Gian Battista Nazzaro, Paolo
Valera e la letteratura della sopravvivenza, ivi, pp. 45-73.
18 Edoardo Sanguineti,
Giornalino 1973-1975, Einaudi, Torino, 1976, p. 58.
19 Mario Lunetta,"Compagni,
parliamo dei rapporti di proprietà", in "ES.", n. 1, cit., pp. 75-80.
20 Ivi, p. 80.
21 Ibidem.
22 Ibidem.
23 Ivi, p. 79.
24 In «ES.», n. 7, cit., pp.
104-116.
25 Ivi, pp. 106.
26 Antonio Saccone, La macchina
antropomorfa. Ideologia e strutture narrative in: 522. Racconto di una
giornata di Massimo Bontempelli, in «ES.», n. 3, Napoli, maggio 1975, p. 102.
27 Massimo Bontempelli, Lavventura
novecentistica, Vallecchi, Firenze, 1938, p. 502.
28 Una novità è senzaltro
il Giovanni Papini rivisitato da G. Battista Nazzaro (Giovanni Papini, il pragmatismo,
il futurismo, in «ES.», n. 8, Napoli, settembre 1978, p. 81 e seg.), dove il Papini
pragmatista equivale al Papini cattolico: qui si vuole dimostrare che il Papini cattolico
è essenzialmente pragmatista e quello pragmatista è essenzialmente cattolico, un
intreccio di fama rivoluzionaria ma che resta a tuttoggi indecifrabile e
incalcolabile, sia nelluna sia nellaltra categoria. Ne esce fuori che Papini
non è mai nel posto giusto, sfuggevole ad ogni collocazione, meteora vagante, sia pure
importante, nel panorama letterario italiano.
29 Gian Battista Nazzaro, Lessere
Sinanidò, in «ES.», n. 3, cit., pp. 73-98.
30 Ivi, p. 73.
31 Ibidem.
32 Ibidem.
33 Lamberto Pignotti,
Pubblicità per la poesia, in «ES.», n. 3, cit., pp. 121-126; Omar Calabrese, Parola,
immagine, ideologia, scienza dei segni: alla ricerca del codice della "poesia
visiva", in «ES.», n. 3, cit., pp. 127-136.
34 Lamberto Pignotti, art. cit.,
in «ES.», n. 3, cit., p. 121.
35 Ibidem.
36 Ivi, p. 122.
37 In «ES.», n. 5, Napoli,
ottobre 1976, pp. 64-75.
38 Cfr. Fiorenza Ceragioli, introd. a Canti Orfici di Dino Campana, Vallecchi,
Firenze, 1985, p. XXIX.

Traslare
il senso del quotidiano
(antologia
minima)
CARLA BERTOLA
Corrosioni


CARLO BUGLI


FRANCO CAPASSO
La
terra era dipinta così il mare
La terra era dipinta così
il mare
la luce sfogliava serti di foglie
frutti abbondavano nella sua casa
Oligarchie
false geometrie intridevano
il suo sogno alchemico
Vigeva la notte mentre si
rifaceva la luce
allo spiedo del giorno
Non lo riconosceva la luce
vermiglia
la dolce passiflora
sul suo tetto dardesia
FRANCO CERAVOLO
Ad
uno spretato
Mi guardi dallalto in
basso
da un manifesto elettorale:
foto professionale,
inquadratura dal basso
per innalzarti di statura,
lorologio di
prestigio bene in vista
È questa dunque, la fiera
della falsità;
ed è per questo che hai
buttato
la tonaca alle ortiche?
Capisco che vieni da un
esercito sconfitto,
la televisione ha
stravinto sulla religione
capisco che hai lasciato
una burocrazia
per unaltra
burocrazia;
ma da ingenuo e romantico
che sono
avrei preferito vederti in
altro modo:
magari descamisado o
in un quadro di Delacroix,
sulla barricata assieme a
Gavroche
oppure ai tempi del Papa
Re,
mentre ti portano al
patibolo innocente
e tu ti volgi al popolo e
gli dici:
Compagni, abbaffo il
Re, viva la forca!

PASQUALE DELLA RAGIONE
Butterfly
overdrive
attaccaticcio e silente su
rami nudi
che s ingravida in forma
propria
in una festa di rovi e fori
nel piatto
oscillante da issare la
vela tra argini
di pietra senza variazioni
d angoli
di sapone costretto dal
pruno che s accartoccia
nel profumo dell arco d un
gran gelo
a formare reti in
esaurimento boschivo
e poi le sorgenti in curve
da cento
spiagge d interessamento
della fortuna
a spiegare le nuvole
foreste che svaniscono
in composizione di portare
le parole
a impronte d indifferenza
coordinate in attrito
MARCELLO DIOTALLEVI
Poem


FRANCESCO MANDRINO
Moenia
Ho spalle da poeta, io
che ti credi, e braccia
che sanno il tiro della
corda,
ho gambe da poeta
che conoscono il piolo
e londeggiare del
ponteggio,
ho mani da poeta che
nelle sere dinverno
ti potrebbero scrivere
il dolce odore della calce;
cuore da muratore, io
che muore senza casa,
¿e tu cosa mi porti
nel canovaccio
bianco-rosso?
GIORGIO MOIO
Danze
di parole
.a |cosa | serve.
.se | finisce | la | storia.
.e | non | puzzi | di |
sudore.
.mi | dicevi | da | lontano.
.se | non | vi | è |
veleno | & | nèlove.
.sulla | tua | lingua.
.sorriso | mimetico | &
| metimico | mimìtico.
.radioso
| martirio | ritrioma.
& | trimario.
.occhi | di |
fuoco.
.sul | prefissato | trofeo.
.se | una | voce.
.è | messa | a | maturare | a |
tumarare | turemàra | a |
turamare | turarema.
.nel | buio | che | sinsinua.
.s.
.e.
.n.
.z.
.a | più | palanchi | appuntiti.
.senza | più | le | danze | di | parole.
.che | scalpitano | in |
gola.
.a | cosa | serve.
.andare | avanti.
.mi | dicevi | da | vicino.
.senza | guardarsi |
indietro.
.magari | di | lato | se |
proprio | si | deve.
.nelle
| oblique | latitudini | dellumanità.
.a | rimodellare | la |
materia.
.di | un | allegorica | cornea | dellocchio.
gennaio, 2003

CATERINA MORELLI
Lo
scrittore di libri

CARMINE MARIO MULIERE
Colori
differenti
È un bel dire sì/no, o ni
al farsi che deve compiersi
e ti trattiene
a suo
voler
raschi-scovi nei segni
ovunque
scavi rischi nel muschio
di fragile esistenza
sorda a false parole:
colori differenti
come i nostri destini.
(da C. M. Muliere, Favole reale, EA
Edizioni dArte, Roma, 1985)
*
MICHELE PERFETTI
Open
air


DANIELE POLETTI
Gemitio
Il sangue è cattivo per
mescolarsi alle ore
e le dita stillano le
quattro foglie dellabbandono
senza saper più sfiorare,
nel balbettìo
dellocchio in
lacrime. Non forte il vento
ma così freddo, sulla
fronte affaticata dallombra
si imprime il rosario della
vecchia cieca
che sgrana i fagioli
scritti benedicendo lincerto poi.
Nellincerto poi di se
stesso
nei resinosi ricordi del
soprasuolo
lodore del muschio
fradicio di novembre
e la stanchezza che ti dona
nello sguardo.
2002

MIRKO SERVETTI
XV
i tratti quotidiani del
volto
dalla stanza sacrificale
i piatti accatastati
il calendario immutabile
perché vorrebbe dire
che il mondo è qui
e il dolore altrove
in maniche di camicia
si rastrellano
vuoti daria tanto
cè chi ridisegnerà
per gioco
le colline
cancellate dalle fiamme
LILIANA UGOLINI
Il cervello sfoglia le
apparenze
TRASLOCHERà
e le strutture in tele e
monumenti
e coglie loperare in
fasce e gradazioni
certo che il merito viene
dallAltrove.
Quello che so
sul tondo della terra è mutazione
che parimenti simpiria
in balzi extraterrestri.
È quel disegno,
a cui il pulsar talenti
(come unepidemia)
traslocherà altrimenti,
che il globo e le sue
storie,
avranno posto e luogo di
risposte
che son già qui nelle im -
Potenze nostre
(da Pellegrinaggio
con eco, Ed. Gazebo, Firenze, 2001)

Un'intervista
ad Franco
Capasso
a cura di Marisa Papa
Ruggiero
Riferito allatto
creativo del linguaggio, traslare è verbo chiave che assume come pensiamo, una sua
particolare valenza connotativa nello svolgimento poetico in atto. Esso travalica lo
stesso concetto di dislocazione, suo sinonimo, o quello di
"trasferimento" di fonemi e lessemi sulla superficie del verso, procedimento,
peraltro, comunque perseguibile e con esiti tecnicamente eccellenti quanto si vuole, ma
traducibili, in sostanza, ad un diverso "collocare". Né può dirsi del
tutto bastante al nostro discorso un più affidabile concetto di rovesciamento di
referenti del quotidiano in direzione di spazi concettualizzati o significanti. In
realtà, pare che il processo traslativo voglia escludere di per sé qualsiasi
connotazione di carattere funzionale, almeno da quanto emerge dai componimenti qui
raccolti. Sua peculiarità è, in sostanza, RIPRODURRE UN ALTRO SPAZIO, è entrare in un
battito nuovo, imprevisto: è abbandonare un significato noto per tentare un contatto non
programmato con limpensabile. Un impensabile che non è astratta
"visione", ma un altro piano di realtà, un piano preesistente ma ancora
ignoto, la cui "scoperta", e dunque, il conseguente passaggio in una forma,
restano esclusivamente affidati al mistero della poesia, a una tensione alta del
"sentire" e del linguaggio.
In questo senso, appare decisamente persuasiva la poesia di Franco Capasso, una poesia dai contenuti forti dove agiscono spinte antagoniste e
sommovimenti interni. Una poesia che ci giunge, per così dire, "in diretta", e
per legge propria.
D. Riscrivere il
dramma del vivere con la poesia: un po come dire: fare della propria
"disfatta" la propria rivoluzione. Che ne dici, potrebbe essere un possibile
avvio al nostro discorso?
R. Il
"dramma" della vita, certamente è un filtro per seguire la costruzione di un
lessico interiore spersonalizzato della costruzione poietica. La vita fa sempre parte di
ciò che attraversiamo, di ciò che fa parte della nostra esperienza. Non si può
disalienare il soggetto dal vissuto. Quindi, dovrebbe essere, il linguaggio, parte
integrante della creatività, altrimenti, non si possono raggiungere traguardi importanti.
La rivoluzione inizia quando si sfiorano i limiti estremi della sofferenza, della
sconfitta. Vivendo la sconfitta in un vero dramma esistenziale, che si raggiungono dei
risultati probanti ed originali. La poesia vive il dramma allontanandosi dal vissuto per
farne voce altra, consustanzia del verbo.
D. Nei tuoi versi
lio appare sempre o quasi sempre in posizione preminente, sia nel caso di un io alla
deriva, disseminato, sia nel caso di una sua assimilazione ad un ipotetico disegno di
unità. Ma esiste, mi sembra, un altro io, un io più diffuso e filtrato che parrebbe
contraddire un insistito (e apparente) autobiografismo per assoggettarsi alla stessa sorte
traslativa di altre figure ed elementi metamorfici. Ci parli di questio escluso, ma
onnipresente, di questio multanime che negandosi afferma se stesso?
R. Non m ero mai
accorto di avere un io archetipo, universale. Mi fa molto piacere saperlo. Io sono nato
alla poesia per la malattia. Fin da ragazzo ero lì a patire arricchendo il mio mondo
sommerso, nascosto nei miei precordi. Le infinite letture della mia adolescenza, mi
portarono ad acuire la mia sensibilità per poter scrivere i miei libri, i miei testi. Ho
migliaia di pagine scritte. Quello che ho pubblicato è la decima pate di quello che ho
scritto. In ogni libro ho tentato cicli nuovi. Punto barometrico e Germinario
chiudono un ciclo per aprirne un altro. Dal nonsense approdare al significato. Poi sono
ritornato al senso riposto, a questo io nascosto, "traslato" per continuare: un
io metamorfico, apparente, che mi spingesse oltre le barriere del silenzio. Il silenzio
per il poeta è la morte. Per moltissimi poeti è stato il suicidio o la follia. Non si
può vivere nell'afasia. Di afasia si muore. Io parto dal principio, che la vita bisogna
viverla fino in fondo. Non ci sono ragioni per bloccare questa sorgente che apre squarci
di luci, risonanze, echi che aprano sensi "altri" del vivere nella possibile
conoscenza dell'«oltre». L'«altro» e l'«oltre» sono le ragioni di questo mio io che
vagola negli strati più profondi dell'essere per apparire ed illuminare.
D. Secondo te, il
senso di spersonalizzazione cercato o subìto dal soggetto, in tanta poesia di oggi, è
sempre riconducibile alla disfatta del logos, o a che cosa?
R. Tanta poesia
parte dalla spersonalizzazione del soggetto per subire proprio una disfatta: la disfatta
del logos. Non avendo un mondo da dirimere, si esprimono in modo agnostico, subendo una
grave sconfitta, cioè la disfatta della poesia. La loro forza è il gioco senza fine e
senza la precipuità della poiesi. La poesia deve nascondere sensi altri per potersi
definire e consustanziarsi nel VERBO.
D. In questo
"viaggio" intorno ai temi della solitudine, dellangoscia, della memoria,
dello smarrimento tutto sembra ripetersi, ma in realtà tutto "si apre", si
modifica, si anima di tensione e ricchezza di traslati sulla pagina. Ed è proprio la
parola, mai in sosta su se stessa, a ricondurti ad un ritorno, ad attenderti per una nuova
partenza. Può esserci, in definitiva, un superamento del dramma umano per mezzo
dellarte?
R. Mi auguro il
superamento del "dramma" umano per mezzo della poesia. Sono spaventato dal vuoto
che mi coglie nelle mie giornate. Il dolore che mi assale per le ingiustizie patite. Alla
sofferenza atroce dell'inganno. E allora mi getto a coapofitto nell'«assioma» del
linguaggio, che è l'unico appiglio-approdo per sopravvivere. Il linguaggio è l'unico
mezzo per superare le difficoltà della vita. Il poeta è tenuto in ostaggio dalla pagina
scritta. Egli vorrebbe cambiare il mondo, ma riesce a trasformare soltanto il suo dettato.
Il suo dramma si riduce alla pagina scritta. Artefice della parola, richiama il paradigma
dell'infelicità per esprimere il suo essere esiliato. Tanti poeti non sono riusciti a
vincere l'antagonista che è l'esistenza stessa. Si è fatto prendere dalle sue spire per
essere assiderato ed ucciso. Proprio per quel dolore incombente del silenzio che infine lo
annienta per sempre. Quindi, il vero poeta è un incapace. Il vero poeta viene gabbato e
deriso. Egli è un debole e si fa trascinare nella perdita. Attraverso questi assiomi
riesce a sopravvivere incidendo la voce del linguaggio, che nasce unica e luminosa da
questo suo continuo cadere nella geenna dell'essere, che produce voci e parole nuove nella
trasfigurazione del LOGOS.
D. È raro che
due esperienze distanti e contraddittorie come "il limite" e "il
divenire" riescano ad intarsiarsi con tanta naturalezza e verità in una poetica.
Nella tua succede e, credo, per necessità interna. Come si sconta tale necessità nel
sociale?
R. Forse la poesia
è stato il mio vero, assoluto retaggio. In ciò l'errore più grande. Ho speso tutto per
la poesia. Dovevo essere più distaccato, invece mi son fatto trascinare nel marasma delle
voci che insidiano e consumano. Ho avuto miriadi di esperienze negative. Ho pagato a caro
prezzo questa mia struggente vocazione. Nessuno ha avuto pietà di me. TUTTI hanno sparato
a zero (s'intende nella ita comune) sulla mia persona indifesa e senza coraggio.
Mi auguro, cara Marisa,
che vi sia un giorno il riscatto da tante sofferenze, errori, abusi, nei miei confronti.
Inediti
(Inediti di generazioni
diverse di poeti anche visuali del nostro tempo, per un percorso alternativo che si
sottragga alla facile fruizione, a un qualunquismo intimistico-emotivo del già dato, per
riconoscere qualcos'altro tra i meandri del linguaggio.)
EUGENIO LUCREZI
Figure
per una cosmologia del caos
Bugli,
Cena, Contiliano
Lestinzione della specie cui ci pregiamo di appartenere viene come
misurata con il metro sghembo della proiezione prospettica, nella poesia figurale di Bugli. Lo smisurato metro si torce nelle tavole paramorfiche di una SF
buffonesca e anarcoide, in cui la sapienza del tratto si gioca in understatement le carte
acquerellate dellapprossimazione veloce di anatomie e di fisiologie in delirio. Che
il delirio confonde nel folto di unattrezzistica e di un know how mirabolanti, da
future show. Per cui un esoscheletro dinsetto si muta in uno scafandro spaziale. Un
accennato grafema ellenico si smozzica in un balbettio british. Un concitato mugugnare si
disanima nella convulsione rumorista di un assolo punk. Lo struscio lascivo di
unerezione si smoscia nellalgore di uno striscio istopatologico.
La deriva detritale di linguaggi accresce
questa poesia neoplastica nella superfetazione di un racconto umano, troppo umano, ed
esita in una discesa agli inferi che coinvolge nei propri vortici i cieli estremi e le
prossime terre. Uniti ad esempio nellaffratellata alienità di dischi volanti
precipiti, i cui guidatori mostrano nellestrema evenienza, appena un attimo prima di
sbattere nella patafisica morte. un evidente stato di esilarazione e di irrimediata
compromissione di qualsivoglia facoltà di controllo.
Il risultato espressivo di queste sequenze commuove e shakera il mirabile
complesso degli armamentari e degli apparati a disposizione dellartefice nello
squisito cadavere di un pacco confezionale senza maniglie. Maneggiabilità zero, pertanto.
E altrettanta digeribilità, a disposizione di stomaci forti che riescono a ingurgitare
una poesia tuttaltro che light, calata anzi del tutto e risolutamente nella assoluta
rimbaudiana modernità. Che oggi è dissolvimento degli idiomi nello sconfinato teatro
citazionale della babele cosmica delle telecomunicazioni. E definitivo schiacciamento
delluomo nella tomba prospettica dellincommensurabile. Puro effetto cometa, in
Bugli: la tradizione è nella testa, miliardi di chilometri oltre noi. La
poesia nella coda freddissima, che segue algida e residuale: scintillante poltiglia di
polvere e ghiaccio illuminata da chissà quale sole.
Larticolazione della lingua che ci pregiamo di praticare viene come
scomposta negli elementi semplici di significanti appena percepiti e subito scaricati dei
significati, nella poesia figurale di Cena. Che mira al plot di uno
spoglio teatro zen, azzera il racconto e ne incomincia ledificazione partendo da
lemmi che sono emblemi nudi di linguaggio, e vengono posizionati sulla pagina gli uni di
fronte agli altri perché reagiscano.
Il paradosso vertiginoso di questa poesia
vuole che si arrivi al senso da questo vuoto, chiedendogli e traendo da esso tutta
lenergia che serve perché ledificio si innalzi. I versi si giustappongono ai
versi nella luce riflessa da specchi oscurati e introversi come gli occhi di un orientale
buddha. Mentre il montaggio prevede il fissaggio di picchetti tra di loro lontani nel
tempo e nello spazio che sono snodi distributivi, e germinano nella distanza gli embrioni
di una pluralità di storie che frase dopo frase trovano e rinnovano un ordine tutto
dinvenzione, un rigo appena sopra la rete delle direzioni fittamente intrecciate che
stabiliscono i versi.
Londa delle giustapposizioni si anima in un flusso teso nei campi di
forza di una tenzone onirica e straniata, che abitua presto il lettore, lassa dopo lassa,
ai salti mirabolanti e stordenti tra linfinito e il nulla. Mentre gli
assomigliamenti di continuo proposti tra i caratteri in realtà lontanissimi
dellanimato e dellinanimato, dellenergia e dellinerzia, vengono
percepiti come praticabili in virtù dellarte paratattica della distensione delle
frasi, gli svolgimenti della quale vengono agiti da questo poeta con maestria. Puro
effetto magnetico, in Cena: lasse tensivo che
sottende i suoi esercizi di corrispondenza raccoglie in un segreto punto rasoterra
laggrumarsi di una rete di campi attrattivi impercepiti, spaziati e potenti. Ed
esita in un fuori di narrazioni apodittiche vibranti di ipotesi.
Linterlocuzione degli affetti che ci pregiamo di interpretare viene
come moltiplicata nelle espansioni e nelle contrazioni dimensionali di una natura
pluriversa e allarmata, nella poesia figurale di Contiliano. Come in un universo analogico e frattale, macromondo e micromondo si
corrispondono fin nei particolari più minuti del disegno, e la lamentazione privata si fa
sponda del guasto galattico, il male di vivere corrispettivo del buco nero che tutto
divora.
La prosodia del verso, al primo sguardo, è
rassicurante perché cela nellaccumulo paziente delle affabulazioni, strato dopo
strato, il disordine degli scarti e dei deragliamenti immaginativi che lalimentano.
Lepifania tematica, alla seconda lettura del quadro, lo è molto meno, perché
svela, dietro quegli scarti, le ineludibili figure dansia che ne sorreggono la fuga.
E che determinano lassestamento del testo in zone deformate di praticabilità
formale, eccentriche rispetto agli spazi retrospettivi della tradizione di riferimento,
che è quella del pensiero poetante, e distanti da qualsivoglia centro di stabilità
normata.
Su tale scenario il poeta convoca una
pluralità di figure, di varia valenza allegorica e simbolica. Ma intanto si rivolge a un
tu muto che simmagina lo fronteggi, dei cui responsi non viene dato ragguaglio.
Puro effetto vibrato, in Contiliano: le onde di frequenza che sottendono i suoi versi fibrillano
incessantemente tra corpi che cadono e fotoni che deragliano, in campi energetici incerti
e sospesi tra il pannello solare e il petalo di fiore. Mentre le prove di agibilità alle
quali la passione umana si costringe si misurano con l impassibile fisica che
demitizza il paesaggio nella virtualità instabile dei quanti e nella perfetta disarmonia
del caos.
CARLO BUGLI
1.

2.

3.

4.

5.

6.

7.

SERGIO CENA
La
ricerca della direzione
omaggio a Corrado Costa
1.
Perfettamente adattate al
volo della migrazione.
Perfettamente stabili nel
tran tran periodico,
Le gru gocciolano noia
involontaria,
Che si diluisce nel mare
improbabile delle direzioni,
Che le gru ignorano e pure
conoscono a memoria.
2.
Le gru dei muratori hanno
finito di innalzare i loro nidi
E ora nella pioggia
autunnale si sciolgono in ruggine,
Duellando in colore con le
foglie che il vento ha strappato agli alberi.
Nellaria non rimane
altro che il sapore aspro degli ossidi,
Che indicano la direzione
del nulla.
3.
Nei giardini pensili di
Babilonia riposavano le gru
E sulle altane di Ninive
cerano gru.
Anche gli acquitrini
maremmani erano gravidi di gru
E gru cerano nel
cielo dellOlimpo
E a randa dei monti di
Elicona.
E londa azzurra del
mare Jonio conosceva le ombre delle gru.
Perché da sempre le gru,
che hanno perso ogni indizio di direzione,
Hanno eletto a loro meta
ogni improbabile destinazione.
4.
Non sono le gru che
oscurano il sole.
Sono le ancelle della notte
che oscurano il sole,
Spezzando in minuti
frammenti le lance di luce che il sole proietta.
Loro, le gru, dormono
appollaiate sul loro trampolo di pietra
E sognano il gomitolo
aggrovigliato delle direzioni,
Che non avranno il coraggio
di sbrogliare
Mai.
5.
Come un campo di forze,
Un groviglio di tensioni,
Una matassa di cupe
riflessioni,
Un gomitolo di indecisioni
perenni,
Un grumo fatale di vacue
incertezze,
È il piccolo, caldo
cervello delle gru,
Quando nel volo disputano a
se stesse
Il colpo dala che fa
loro cambiare
La direzione.
6.
Quando le gru appaiono
Non sono che piccoli punti
vomitati dal nulla che sporcano il cielo.
Nel tempo e nello spazio,
prendono forma, e il cielo si fa nero di gru.
Poi dimprovviso sono
nei campi, nei prati, negli acquitrini,
E i lunghi colli delle
effimere sentinelle saccertano un lungo momento
Che la direzione sia stata
completamente cancellata
Dal raspare delle ali in
volo.
7.
« Urg » fa una gru
sottovoce.
« Gru » fa sottovoce
unaltra gru.
Poi le due gru si guardano
negli occhi
E lo si sente, lo si
capisce
Che sono confuse,
impacciate.
8.
Se si potesse dire da che
direzione vengono le gru,
Si potrebbe intuire il
punto da cui sono partite,
Per poi, tracciare le
giuste coordinate, dire da che parte torneranno.
Ma anche così loro, le
gru, ti arriveranno sempre alle spalle.
9.
Ogni volta che la direzione
è trovata,
Le gru si dirigono in
stormo nel canale invisibile
Che conduce
allipotetica meta, ma ogni qualvolta
Finiscono per essere
inghiottite dal nulla.
10.
Una gru si è posata su una
gru.
Non unaltra gru, ma
la gru dei muratori.
La gru che si è posata
sulla gru dei muratori
Ne ascolta i salmi
elettrici
Che questa recita a
singhiozzo.
La gru, dico quella che si
è posata sulla gru dei muratori,
Assume per quanto
natura gli concede unaria interrogativa,
E, pare meditare
sullultimo salmo singhiozzato.
Poi la gru che si è posata
sulla gru dei muratori
Ha come
unilluminazione e da questa rimane folgorata.
Precipitando dallalto
becco di metallo,
La gru che si è posata
sulla gru dei muratori,
Ha capito che pure quella
se si è guardata attorno
È solo per cercare la
mitica direzione,
E che il suo salmo è un
canto di chi non ci crede più.
ANTONINO CONTILIANO
la
risata della morte
cè chi muore obeso
tra i rifiuti
e chi dei rifiuti muore
privato
della povertà del suo
vivere schiantato,
per quel che mi riguarda
ridicolo
e pena impiccano
dellalba i versi
del corteo quando la
tenerezza di un sogno
fra le nuvole scende con
petali di luce
e sui volti incolpevoli e
spenti
del tronco si accartocciano
gli sguardi
dove sei se mai ti fai
trovare
se non dove gli occhi
mancano
i poveri e certo non cieca
chiedi
in pegno neanche lacrime
secche
e risate rovesci immobili
lampi
dove vai con quei buchi nei
ricordi neri
squarciandoti la gola con
la seta delle stelle
quando stellari i ricchi
chiudono gli scudi
e rubano i Sam terra con la
biogenetica
perfino i chicchi volati da
becchi caduti
e sabotaggio sono i viaggi
controglobali
bava neanche tanta sul
teschio di Ugolino
in bocca per sfamare la
sete dei figli
troverai per spegnere il
freddo, o morte
delle mascelle in clinica
di bellezza
lo splendore è freddo solo
freddo
di divise in oro di questo
pianeta
che gira in orbita globale
il capitale
e gli equinozi non trova
più a nozze
e la linea di fuga tesa fra
i fuochi
due delle ellissi possibili
in transito
febbraio 2000
gioca la lingua
ogni età gioca
lamore con la lingua
e ora la mia usa solo la
lingua:
papille cascate di voli gli
argini
esplodono deliri di
risonanze
irreversibili geometrie del
tempo
a rovesciare i tuoi seni
dangolo
e i concetti emigrano la
vigilanza
dove smuore il passaggio al
limite
e dei coralli il mare
fluente inghiotte
mutazioni marginali dei
tuoi fianchi
sulla farfalla
imprevedibile del volo
instabile danza
lansimare dellonde
sussultorie del desiderio
in pene
radicale dinfinito
immaginario
leggero frattale del buco
più o meno
nero il nastro di Möbius
non si taglia
se non dove il calar
infiora laltra notte
e il confine rimane una
frontiera della soglia
ottobre 2000
il dio degli elettroni
eccoti della luce
allombra
la turbolenza del papavero,
il calice pannello solare:
un dio che gioca a dadi
la temperatura delle sponde
quando i petali deragliano
dei fotoni e ballano alle
stelle
i fiumi dellaria tra
le onde
del blu le orchidee
abbandonate
e le vene schizza la vita a
picco
del transito lattice di
colori
quasi un coro di sogni a
veglia
di questa linfa banda
din/frequenza
e vuoto folle di tempi a
sonagli
larcobaleno che lega
terra e cielo
dove né tu né io siamo io
e tu
ma degli elettroni il
sapore della danza
gennaio 2001
la danza del polline
la danza del polline e
vedere il calore
il colore dei campi tuoi
ampi
quantico e ritrarsi
cielo-terra fine
al fossile ferire la notte
del fotone
e il profumo delle ombre
innalzarsi
fluenza del vuoto sulle tue
onde
bagnate alla sorgente delle
vette
non veggente vento che
annusi la via
dove le frontiere schedano
i fuoriusciti
di mente i salti legenda di
tempi
ma sentiero che
savanza senza scie
come gloria che è treccia
insieme
di suono e luce di sapore
antico
ogni volta che moto di
bocche contro
flussi sparano di plasma
vertigine
e gravità leggera onirico
bagliore
né la notte stellata né
dorata di richiami
in me ti divide la legge
dalle frequenze
sui bordi vaporanti dei
tunnel turbolenti
dove eternità ed infinito
si accoppiano
s/velando il caos virtuale
dei quanti
e charme godono su e giù
alto e basso
della luce il peso della
leggerezza
mentre biforcazione delira
la bellezza
e inforca i numeri magici
allarco
divenire boreale di pieghe
aurora
15 febbraio 2001
nutriti dombra
nutriti dombra
pensano gli umori
e ciambella sfornano
chiaroscuro
spruzzano riflettente il
sorriso
del pensiero sui vortici
della danza
oscuro crimine del delirio
breccia
disossato cresce
loriente reale
e deserto nutre sorgente
oppressa
dove le labbra sono fessure
di soglie
gabbia di muti quanti matti
gli elettroni
zigzagano polline
nellorbita dellocchio
e piega delle parole
leggerezza le mani
e vola il sorriso sulle
ginestre nate
nel cielo del delirio
nottetempo
26/05/01
Letture / Riletture /
Trac-tric
(Scritti critici e
polemici (trac-tric) - ma non recensori -, che riguardano volumi, artisti, mostre, etc.,
nonché lettere significative e di qualche interesse letterario inviate dai nostri
lettori.)
ANTONINO CONTILIANO
Tecno-Poesia e realtà virtuali di
Caterina Davinio
Tecno-Poesia e realtà virtuali è
unopera che tra esperienze di scrittura, visualità, nuovi media (video, pc,
elettronica, virtualità), storia e teoria racconta e fa il punto distinguendo e
precisando i percorsi e le realizzazioni del poiein dei nostri giorni. Lopera è
stata pubblicata nella collana ARCHIVIO DELLA POESIA DEL 900 del Comune di Mantova.
Una prefazione di Eugenio Miccini e una nota introduttiva dellautrice ne
arricchiscono il panorama, e funzionano anche da integratori sia per una più esatta
collocazione storica che per lapertura critica dellineliminabile componente
ideologica, che (in ogni modo) attraversa media e linguaggi di ogni tempo, non esclusa
larte e la poesia che oggi abita ed erra per i luoghi e i tragitti della rete www.
Leggendo lopera della Davinio,
linteresse e lattenzione non vengono veicolati solo sulle specificità e le
differenze che caratterizzano le produzioni artistiche e poetiche che utilizzano i nuovi
media; lanalisi saggistica infatti che si estende da pagina 15 a pagina 60 (compreso
lapparato delle note) richiama lattenzione e la riflessione sulla necessità
di un discorso che ancori lesperienza del presente ad una relazione con le
avanguardie del passato; mentre dice lautrice , propriamente, non ci
può esimere dal prendere posizione contro il nesso produzione-consumo estetizzante e
ideologicamente acquiescente di molta arte e poesia contemporanea prodotta con i mezzi e i
linguaggi della nuova medialità analogica e digitale. Il rischio di una mistificazione di
massa che neutralizzi la comunicazione critica non è un evento immaginario. Il rischio è
reale anche quando i nuovi mezzi consentono l"apertura" dellopera
darte. Lapertura oltre la soglia del dominabile infatti può nascondere,
mistificare o impedire di cogliere lomologazione di fondo dilatando indefinitamente
la possibilità dellorizzonte di senso e della progettualità che tra i giochi del
linguaggio non dovrebbe mai dimenticare di darsi anche e sempre come est-etica (ferme
rimanendo, come diceva Galvano della Volpe, la contestualità organica della costruzione
artistico-poetica e la sua "aseità" semantica). Il rischio cè, e la
Davinio, ricorrendo ad una pertinente analogia con il mondo della fisica
quanto-relativistica quella legata alla scuola di Copenaghen e teorizzata da Bohr
(lassunzione "soggettivistica" del modello di Copenaghen sul piano
delle teorie e delle ricerche scientifiche contemporanee non è ancora pacificamente
aquisita se altrove si fa strada la versione "oggettiva" dellla descrizione
probabilistica), lo pone in questi termini: " Ci troviamo di fronte un problema di
esame delloggetto artistico non dissimile da quello che si pone al fisico nucleare,
il quale, accingendosi allo studio di alcune particelle, debba prevedere linfluenza
perturbatrice dellesaminatore e degli strumenti da lui usati nellarea cui
vuole applicare la ricerca. I rischi connessi con lestrema apertura dellopera
dono lindefinibilità e lincomprensibilità del messaggio, non solo
dellautore, ma di tutti i lettori-autori possibili, la creazione di un
universo-opera in cui parliamo contemporaneamente e del quale nessuno coglie la
globalità, ma ciò può costituire già un messaggio e una scelta estetica" (p. 33).
Se questo è il rischio, almeno cerchiamo dice la Davinio che il messaggio
dellarte e della poesia della nuova era elettronica "non sia un messaggio
reazionario..."
Crediamo che anche in questa direzione la nostra autrice (irrinunciabile
comunque ormai la pluralità dei "segni" e la loro ibridazione per la produzione
artistica e poetica dei nostri giorni) abbia indicato una delle strade possibili e
percorribile, e su cui scommettere pascalianamente; è il tracciato della net-poetry
e della "poesia in funzione fatica" che, sulla scia della "funzione
fatica" della linguistica di Roman
Jakobson (coniugando le varie realizzazioni del
"segno" nel textum artistico-poetico), pur facendo uscire la traccia
della parola/segno della poesia dalla pagina scritta per farla navigare per le vie
elettroniche del cyberspazio, coinvolge i soggetti e le loro soggettività concreti nella
relazionalità della praxis storica e materiale; nella relazione esistenzialmente e
fenomenologicamente incorporata che declina incontro-scontro e una conflittualità
antagonista intrisa di piacere e desiderio di liberazione. Ciò ci suggerisce, però, che
la linguistica formale di Jakobson non è più sufficiente per stare dietro alle
possibilità offerte dai nuovi media e che debba essere accompagnata dai modelli della
semiosi dellarte e della poesia come "pratica significante", e radicata
nellestetica plurale della contraddizione materialistico-storica.
Il saggio della Davinio dà spunti per aprire
anche un altro fronte di discussione sul rapporto tra virtualità e arte/poesia là dove
nel dominio elettronico dei codici "Lessere e il dire
coincidono". Qui ci limitiamo solo a segnalare la possibilità e lopportunità
date.

NICOLA FRANGIONE
"Performing
art e utopia concreta" oltre la multimedialità
Ancora oggi notiamo come sia difficile per
loperatore "artistico", anche il più volenteroso, prescindere dai modelli
e dai materiali che costituiscono il suo specifico operare, le caratteristiche e le
discipline delle diverse forme di espressione sono spesso vincolate per levolversi
del progetto nelloggetto artistico.
Sia nella musica come nelle arti visive, sia
nel teatro come nella poesia, la specificità del mezzo ha indotto lautore verso
unautodifesa corporativa nella convinzione manieristica di unidentificazione
drammatica. Il mezzo, la disciplina, la tecnica, diventano per eccesso "verità
filosofiche" di identificazione esistenziale, come una mamma eterna ed immutabile
pronta ai nostri vizi di umano cambiamento.
Nella performance si tratta semplicemente di
attribuire al mezzo espressivo la conoscenza della propria sperimentazione, una
trasferibilità celibe e performativa, dove lautore traccia insieme al proprio
lavoro una azione totale, una coesistenza dialettica e critica, in sostanza un distacco
poetico che tiene conto della forma senza esaltarla.
Nellarticolazione del processo
progettuale la multimedialità ha caratterizzato in questi ultimi trentanni un
terreno di ricerca critico-operativa, ha maturato la possibilità di nuove tecnologie e
quindi di nuovi mezzi, ma non ha superato quegli sperimentalismi chiusi negli ambiti dello
"stupefacente apparire", anzi, in molti casi ha determinato una omologazione
tecnica tra varie forme artistiche. Una omologazione che configura la possibilità di
collegare conoscenza tecnico-realizzativa e conoscenza artistico-ideativa sullo stesso
piano estetico.
Con la tecnologia aumentano le possibilità
decisionali che lartista ha a disposizione, ma il nuovo "stupafacente
apparire" riemerge; svincolato dal rapporto critico, offre una differente morbosità
del mezzo, come se fosse una nuova ideologia pur conoscendone i limiti programmatici nello
spazio-tempo.
Ciò che appare è sempre leterna
"messa a morte", un tentativo di vestire il mondo artistico di precise certezze
staccate dalla memoria, una imprevedibilità mancante di unetica del rischio, una
modernità dove nessuno cade, nessuno si fa male, ma tutti possono connettersi in breve
tempo con un mondo acerbo che si autospiazza già domani, per le più aggiornate e nuove
tecnologie di opportunità, eventualità, interattività, virtualità, plurisensorialità.
Oggi credo si possa affermare che non esiste
più differenza fra mezzo espressivo e aspetto tecnologico. Se osserviamo gli stessi
media, ci rendiamo conto che essi sono già una somma di funzionalità estremamente utili
per comodità e spettacolarizzazione, ma notiamo una polarizzazione percettiva
dellautore (senza odori) come se fosse una personalizzazione astratta, un autore che
attende con ansia il nuovo aggiornamento tecnologico, dimenticandosi tutte le circostanze
dellantico godimento in cui il tempo di vita si imponeva sul tempo di produzione.
Nel senso drammaturgico delle arti e nel fare
"performing art" si va oltre la multimedialità, con distacco; lopera è
lautore come sinergia interdisciplinare, lautore è lelemento della
memoria collettiva come unico artefice del suo processo artistico, la performance è un
percorso parallelo tra linguaggio-concettuale ed emotività-pulsionale, come
pensiero-azione.
Al contrario la tecnologia nei suoi aspetti
più generali tende allo stupire, sia i consumatori che spesso ignorano i meccanismi
tecnici, sia i creativi che coscienti del mezzo, restano legati alla crescita e alla
causalità dei ritrovati ultimi. La capacità delle nuove tecnologie di ingannare il
sistema nervoso centrale lascia due venditori che non si conoscono, due compratori che
cominciano a conoscersi come consumatori che interagiscono in un gioco esclusivo, nuovo e
spiazzante. Se lo spazio sintetico è anche spazio reale, resterà luomo artefice
responsabile del suo controllo e autore. Lagire artistico come "drammaturgia
totale" è il modo in cui si esprime la virtuosa caratteristica esistenziale
dellindividuo e la performance potrà contenere il sé e il fuori del sé.
La "performing art" può
svilupparsi con la conoscenza tecnica e la sperimentazione dei linguaggi, ma sempre
prevale anche quando il corpo è presente un segno che è straniero, una energia
estroversa di stupefacente apparire.
Il performer può inseguire sempre esperienze
e linguaggi nuovi nel progetto, ma a lui resta lazione ribelle e psicologica della
reazione come arte della vita.
«Lorigine è la meta perché io ti
guardo quando tu te ne accorgi».
Su questa breve frase lutopia non è
cosa astratta ma concreta; di più lutopia concreta è lasse portante su cui
avviene la "extra-azione" del performer come viaggiatore di un mondo prima
interiore e dopo esteriore, ed è indipendente dalle discipline, dalle tecniche e dalle
definizioni.
La performance esprime sempre un carattere
originario che è riconducibile al dramma ma senza essere teatro, avviene prima nella
consapevole coscienza di esistere e dopo, come sintesi, viene "messa in campo".
Lo spazio dazione viene modificato da una originalità interiore e la performance
diventa un parto, una nascita, un avvenimento esistenziale di "messa al mondo",
perché su tutto ciò che è avvenuto nella performance ci riconosciamo antropologicamente
vivi nel senso.

EUGENIO LUCREZI
"Quaderno
a Ulpia" di Ugo Piscopo
Piscopo è autore noto per la vasta
produzione saggistica, orientata in lunghi anni di proficuo lavoro sul novecento
letterario italiano ed in particolare sul futurismo, ed insieme per le opere narrative,
risultati sempre robusti dellintreccio tra invenzione e scavo storico; ma è da
prima poeta, come documentato dagli esordi di Catalepta (1963) e di E (1968),
di formazione maturata nellhumus, assai nutriente, della tradizione sperimentalista.
Torna adesso alla poesia con questo Quaderno edito da Alfredo Guida, sulla cui
copertina la foto di un cane dalle orecchie a punta raggiunge il lettore con uno sguardo
diritto che sa di sfida e di gioco sospesi soltanto per un attimo. È Ulpia, la ragazza in
mantello di cane, cagnetta dellautore, che il libro ha suscitato e alla quale è
interamente dedicato. Prova di bravura in stile alessandrino? Divertimento manierista?
Esercizio defatigante? Niente affatto. Ubbidendo allo sguardo di cui si diceva, il libro
propone una sfida gnoseologica ed esibisce un gioco linguistico che si svolge tra le
coordinate della tessitura sintattica (molto articolata) e della fioritura lessicale
(rigogliosa; che attinge ai repertori classicisti e non disdegna lonomatopea, e
linvenzione neologista). Quel che risulta è un canzoniere in dodici parti, le più
accompagnate da illustrazioni in tema offerte, a cane e padrone, da una piccola schiera di
artisti; ed introdotto da un vero e proprio saggio dellitalianista Gennaro Savarese,
che di questa favola-storia ci spiega come mescoli la psicanalisi e letologia alla
compassione da vivente a vivente, ottimamente preparando il lettore alle suggestioni
molteplici che nelle pagine lo attendono.
Il Quaderno è dunque un canzoniere
damore, ma ispirato da passione speculativa. Canzoniere spericolato, e non perché
nel rivolgersi ad animale si sbilanci, per forza dintransitività,
nellesercizio della maniera artificiosa e nellesibizione delle mirabilia
funamboliche di unimpossibile interlocuzione; ma perché ci dice lavventura
precipite di uno sprofondamento emotivo e immaginativo verso lancestralità duplice
della coscienza umana e di quella canina: «Siamo insieme tu ed io / dal fondo dei
millenni / [...] / non in questo mondo in altro compagna / allirsuto mio fianco
gioia e affanno / ti ansimava la gola / forse ero io a menarti / a cacce a rapine ad
agguati / o eri tu che urgevi col muso caldo / e peloso i garretti / questo mi rimembro ma
come nebbia / [...] / è sodalizio dombra dei primordi»; ed ancora più giù,
quando i versi si scapicollano a ritroso lungo i misteri remoti della filogenesi, diritto
al punto imo della protostoria dove specie e specie, per non essere ancora nate, si
confondono. Sono le zone del profondo rimosso, le oscurità dellEs che affiorano in
improvvise visioni minacciose: «fondatore / di tutte le razze di squartatori / di qua
incombenti a mostrare che possa il Male / di là al lavoro nei macelli del Signore / o son
tracce dinsociazioni antiche / contro presenze aliene / che danno orrore per gli
orecchi a punta / e per le voci dalberi / che esse incubano assetati e deserti».
Questa poesia che si fa favolosa ogni volta
che si ferma a pensare, ad ogni snodo, ad ogni strappo di guinzaglio sinvera in un
racconto, che prende le mosse dal primo incontro con il cucciolo femmina «nuccia uccia
mia ucciabella / bella ellabella ellassai» e prosegue negli episodi che insieme
vedono cane e padrone contrastarsi e blandirsi in giro per case, per strade, per giardini
dove «una selva crepita nellaria di odori»; per ogni dove, insomma, nella
carezza e nel tuffo al cuore, dalla distanza incolmabile? che li separa una
domanda non smette di porsi: «da che viene lo sturbo di mirarsi allo specchio / e
volersi disfare di sé riconoscersi in altro», mentre i "confetti di parole"
che il poeta dissemina non sono che leopardiano «balsamo che più incrudisce la ferita
/ oltraggio senza scampo che è la vita», e tuttavia chi tiene il guinzaglio dice
allamica: «fammi compagno / tuo di questi brevi effimeri giorni / fra tanto
naufragio di solitudine».

GIORGIO MOIO
Rileggendo
Uno sguardo caduto di Donata Passanisi
Di Donata Passanisi, specie leggendo gli ultimi volumi, si può dire che
ciò che risalta è la cifra psicanalitica e la dicotomia del dentro/fuori, essere/non
essere, vita/morte che riconducono, ma meno misticheggianti, e meno ossessive nei
confronti del reale, con metafore quasi desublimate e in piena autonomia, sulle tracce
zanzottiane del significante. Già a partire da Le vuote sorelle (1993), il segno
poetico sottace sensuali codici che spesso fanno lo sberleffo alla lingua dei
"padri", oltre i lineamenti femminili del porsi come si attenderebbe da una
donna («
E mammelline / del fieno / zuppe di quiete / e dansia / sazia a
giacere / della sua stessa / sconturbata / sostanza») sullarco spazio-tempo, di
una scrittura "turbata", come denota Maria Grazia Lenisa sul retro di copertina, derivante appunto dalla lezione zanzottiana.
Lezione che si protrae nel tempo, che passa anche per Esce la mente (1996)
coi prodigi del frammento però fino ad arrivare ad Uno sguardo caduto
(2000), ultima fatica editoriale realizzata un poco prima della sua dipartita, come
testimonia il testo che segue.
Zanzotto
il campo
per diniego
verticale
tale quale
lorizzonte
sbreccare
volle
di sbieco
tocca
il nome
ponente
linsieme
dei cennipietre
inerme
annotta
il tumulo
o legge
dellalbero
cresce
antesaecula
serve
lerede
circondare.
(il ventunesimo, p. 78)
Lezione del divenire tra la percezione e il
magma dellorigine delle cose, dove tenta di ridisegnare la propria origine,
ma quel poco
dautunno
aggrappato
al petto
scostalo
tragico
a scomparire
arretrando
Immaginalo
tornato
Al vento.
(interno con figura, p. 24)
la memoria, la capacità di qualcosa che vada
riprendendosi quellostinata irrequietezza, tra corpo e silenzio o il soccorso
al desiderio tumultuoso, «fra limmoto / ardente / e il mio dubito / dubito /
del furto / al nulla / e del dubbio» (p. 86).
Ma rispetto a Zanzotto ed è una cifra
tutta passanisiana si denota in questi testi una diversa proposta del significante
che è sì riorganizzazione mentale al limite di un atteggiamento "ermetico" ma
"controllata" di moduli ancorché combinatori dellinconscio sofferente del
reale (le sofferenze della gente di Pristina, p. es., della Moldava, della Bosnia tutta e
del Kosovo, riecheggiate in più testi di questo volume), entropici e di mediterranea
solarità infine (ritorna il dualismo, la tesi e lantitesi), non tanto il proprio
intimo o il proprio dettato quotidiano, ascrivendo questi testi di diritto alla
sperimentazione del vissuto:
la tegola
di sicilia
parla
a una mavàra-
donna
di terra
e dacqua:
qui posa
lanima
senzala
Dopo che
sazia
svaria
la carnivora.
(tetti morti, p. 90)
Traslando il senso della parola attraverso
concatenazioni casuali, unintonazione curvata sul tempo indecifrato tiene dentro la
valenza di uno spiraglio di una forma aperta, pur adoperando per le sue composizioni,
metricamente parlando, forme chiuse (il bel fragore / con nubi / in pericolo / al mio
piccolo / orecchio /costernato / resta / dipinto
, lorizzonte schiantato,
p. 69); e più indietro, cammina addirittura sugli orli degli abissi, senza soffrire di
vertigini (nel precipizio / del vedere / tra materie / aeree / rema / la clematide /
suadente / ha miniere / violette / alterne / presenze / assenze
, angolo
tremito, p. 26), incuneandosi nei vuoti del dicibile e del tempo.
È anche un tentativo di riformulare una
possibile metamorfosi della scrittura, del tempo appunto, rimarcata dal desiderio di
creare e ri-creare r-esistenze paradossalmente al loro corso naturale, dove le forme
de-formandosi formano infinite combinazioni di un qualcosa dirraggiungibile,
indicandoci ciò che manca e no ciò che cè nei meandri del linguaggio, della scena
intrapresa.
MARISA PAPA RUGGIERO
Sostanzialità
dell'Apparenza in "L'arciere d'infanzia" di Wanda Marasco
È il principio di trasformazione che sta
alla base della mise en scène del romanzo, del libero disporsi/scomporsi delle
figure nei diversi momenti di memoria e azione. E se, come crediamo, non si dà scena
senza il guardante, capiamo subito che con questo libro Wanda Marasco non ci ha soltanto
offerto una lettura, senza dubbio fascinosa, ma ci ha condotti ad unintensa
esperienza dimmedesi-mazione di sguardo. Ché questo è libro fatto di sguardo,
libro che è avventura e creazione di sguardo e con esso è scritto. Sguardo-libro
elettivamente visionario, mai univoco, sguardo che ha filtrato, attraverso il tempo,
conoscenze sottilissime. Peraltro: "tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che
abbiamo pensato", come recita, con sicura ragione, il Sapiente,
"lIlluminato".
Sguardo "pensoso", sicuramente, e
spaziale, questo Arciere dinfanzia, sguardo che mette le ali al pensiero e si
solleva sulla pagina. Che sapre a sensi molteplici, che si dà itinerari di
rinascite e strazi, di vivissime visioni e abissi.
Ma anche chi legge ha la sensazione, come
prima accennato, di trovarsi sulla stessa traiettoria di questo sguardo talché gli accade
di vedere la vita "ruotare" su un altro piano, ma più complesso, più
accentuato, come se figure ed eventi vi entrassero dipinti con colori seducenti e insoliti
continuamente cangianti al capriccio della luce. Non ci sfugge, allora, il particolare
rapporto dintimità tra lo sguardo e la luce, anzi, tra la visione e la qualità
plasmante di quella, in grado di tradurre, ben al di là di una comune fisiologia del
vedere, il gioco ambiguamente problematizzato delle forme e persino di eventi fenomenici.
Può bastare, infatti, che sia variata lintensità o linclinazione del fascio
di luce, poniamo, di un riflettore, che la scena investita si riproponga sostanzialmente
diversa o addirittura estraniata dal suo significato originario.
Ed ecco già sufficientemente modificato il
referente oggettuale, non più connesso ad un ordine ottico, ma mentale. Pur trascorrendo
tra luno e laltro ordine un incessante scambio di segni ambivalenti, di giochi
combinatori. «È bastato al mio corpo ruotare di poco per incontrare questo
paesaggio
» (pag. 61) laddove lincontro, ogni incontro, viene a concretizzarsi
in termini didentificazione con sembianze di volta in volta diverse, sembianze che
si riflettono luna nellaltra, ciascuna nella parte dellaltra, oppure che
si rovesciano in prospettive cronologiche differenti nello stesso personaggio: la
ragazzina e lo Spettro della Torre, la "ma " e le sue proiezioni
archetipe, lo scultore e lorfano, lartista-monaco e le sue metonimie
paradossali, e così via.
Come si vede, allo stesso modo dei
personaggi, si comportano le entità retoriche o le stesse coppie metafisiche in uno
sconcertante rovesciamento degli opposti, in una gamma di figurazioni dialettiche e
interpretative fortemente metaforizzate: la morte e la vita, la realtà e
lartificio, la luce e la tenebra, la santità e la sua ambigua apparenza. La
santità, ad esempio, può nascere, secondo Arabès, il più cerebrale ed emblematico dei
personaggi, da un inganno della luce, per l'abbaglio illusorio di un esclusivo punto di
vista, a cui tenta di contrapporsi la feroce consapevolezza della mente indagatrice in
termini di lotta e scontro, tale da capovolgere "lintenzionalità" della
luce stessa. Ma si sa, spiazzare la falsità dellabbaglio significa dirigere quella
stessa intenzionalità al gesto estetico giocato fino in fondo: fino allazzardo di
produrre da sé i propri "demoni".
In realtà su ognuna di queste figure si
specchia laltro, il doppio, lequivalente estraniato come su un prisma
in rotazione dalle molte facce dove la più cruda delle realtà è pronta a sconfinare
nella propria rappresentazione, a mimetizzarsi in un tragico o ironico travestimento. Non
a caso, appartiene alla luna Acate, come leggiamo, la proprietà di trasformazione spesso
in senso luttuoso e terrificante, ed ecco svelarsi «lorrore mostruoso, il rovescio
del volto, latte e sangue mescolati» (pag. 116).
Ce nè abbastanza, io credo, per
intravedere, come in un gioco di riverberi, il mondo del reale traslare come in un teatro,
in una sorta di figuralità virtuale, parallela, dove la vita è creazione di se stessa,
non racconta, mostra. La propria recita come verità, innanzitutto, e la propria verità
fatta recita. Lautrice sa bene come avviene: è sempre la vita a dirci quel
qualcosa in più che solo il teatro rende visibile. Può allora scandire con
straordinaria vivezza di sintesi: «io credo solo alle maschere che sinfettano di
noi» (pag. 122). E quale maschera, se non quella scaturita da un punto di snodo esemplare
in cui "lApparire" trascende il suo stesso silenzio in battito e sangue?
In sostanza, tutto il romanzo è
"vissuto" dentro una sorta di vortice metamorfico dove sontuosità espressiva ed
essenzialità concettuale vengono a creare come un campo magnetico orchestrato e complesso
il cui medium unificante è dato dalla lingua, da un dispositivo verbale plastico e
umorale testato su registri plurimi, per linterferenza peraltro ben calibrata di
copiosi inserti dialettali nel costrutto letterario. Inserti tuttaltro che
"pittoreschi"; esigenza del linguaggio, piuttosto, ad un maggior grado di
saturazione possibile, denotazioni forti del sentire, scandagli di parole vere per
pronunciare il dolore, una realtà del dolore inglobante un cosmo minimale di miserie e
fatiche, di oscure comparse del quotidiano, di variegati spaccati di vichi, di giardini,
di case.
In luogo di una "coralità" di
voci, lo sdoppiamento, invece, di una stessa voce monologante che si riverbera in
frammenti per esistere e per sparire; in luogo di uno snodarsi discorsivo e lineare, una
narrazione che non può avvenire che per lampeggiamenti di visioni, per strappi e
contrazioni, per fughe sdrucciole e sprofondamenti.
Non sorprende, allora, che le stesse
scansioni in "capitoli" altro non sono che tre segmenti o momenti, «autonomi
per concezione e stesura e tuttavia convergenti», come scrive Giovanni Raboni nella
prefazione. Tre momenti che pur restando sul piano narrativo ben distinti tra loro,
sinnestano luno nellaltro sul piano simbolico. Momenti segnati ciascuno,
si potrebbe osservare, da uno scatto di lancetta sul quadrante esistenziale di uno stesso
personaggio, indicante, ogni volta, un passaggio cruciale allinterno del proprio
ciclo dimmedesimazione, che fatalmente si conclude, ad ogni chiusura di sezione con
un congedo, un trapasso preludente a sua volta a una nuova trasformazione.
Bisogna però dire che tale teoria estetica
dellinesauribile alla quale il concetto di trasformazione è associato, non è mai
impiegata a un frastornamento, ma a tuttaltro fine è intesa e necessitata. Qui essa
corre a un attrito, a uno scontro, a produrre un contrasto, perché vi appaia nel fondo
ciò che ad essa manca e più le appartiene: il volto unico, e perciò stesso, tragico, di
una finale fissità.
È in questa ottica che si sostanzia la
figura dellArciere come "sguardo", ad incarnare la più utopica, come la
più intoccabile delle inclinazioni dellessere, pena forse, la cessazione di
esistere; al di fuori di essa, infatti, al di fuori di magia e prodigio non si
riproporrebbe che linesauribile, inessenziale variare delle forme. E lArciere,
comè noto, è figura archetipa orientale simbolicamente legata a un sapere
"infantile"; a un sapere intuitivo, non mediato; figura sapienziale, qui
letterariamente concettualizzata in direzione di magia e veggenza. Nel suo sguardo
coesistono i tre momenti esemplati nella materia plastica dellesistenza: la forma,
il ricordo e infine, compresa in entrambi fin dallorigine, la dissolvenza. Questo
sguardo-arco, questo sguardo-freccia sembra da ogni punto indicare la torre, ricondursi
alla Torre, vero asse della narrazione e centro epifanico da cui sirradiano o su cui
si riflettono le diverse proiezioni di violenza e di fiaba. È essa il cuore pulsante
dellenigma, che contiene i contrasti, gli estremi, entro cui trascorrono i ritmi di
vita e di morte. Soprattutto è la Torre luogo fisico, ben radicato, tuttaltro che
il tenebroso simulacro jamesiano dellinaccessibile, ma organismo permeabile,
comunicante abitato dagli elementi come da storia e memoria. Luogo dellesserci,
luogo ombroso e solare, capace di tradursi in pieno silenzio o in lingua darciere.

FRANCO PIRI FOCARDI
Caro Giorgio,
riprendo dalla tua lettera il discorso che
anchio avevo enunciato al telefono con Marianna [Montaruli, n.d.r.], e che è
poi il tema costante di CREATIVA, quello dello scambio, del "fare",
dellessere in contatto e dello nei limiti del possibile stare insieme.
E qui è necessario sottolineare limportanza di un modo di stare insieme senza
sovrapposizioni, come una comunità di persone, ricche di una propria cultura, che si
scambiano alla pari le proprie esperienze e conoscenze in un ambiente in cui il pubblico
può accedere, osservare, interrogare. In questa atmosfera, dove laura mistificante
de "lartista" è automaticamente bandita, si può sperare di far crescere
e sviluppare una cultura altra, capace di incidere e dare una svolta a quello stanco
ripetersi di passerelle come quei recinti delle rassegne e dei concorsi dove gli uni sono
messi contro gli altri, per il godimento di chi con larte non ha nulla da spartire e
attende il vincitore per coronarlo come se fosse un atleta, un cavallo o una miss.
In tal senso le nostre opere, almeno quelle
che hanno a che fare con la poesia, la poesia visiva, con la performance, con la
comunicazione in genere, sono soltanto il mezzo per mostrare le incongruenze ed i limiti
di un linguaggio e costruirne uno adatto a codificare i bisogni delluomo di oggi
ed in primo luogo di noi stessi incastrato allinterno di questa nuova
realtà fatta di rapidità di assorbimento, di sovraproduzione generale, di stimoli
sensoriali a non finire, e dallaltra parte labisso, la mancanza di tutto, una
voragine di sfruttamento che agli occhi di un "artista" è intollerabile.
Unarte senza umanità non è che asservimento al potere di turno. Un vano
chiacchiericcio dintrattenimento.
Le esperienze degli artisti, che riconosciamo
tali, che ci hanno preceduto muovono tutti da una critica ai costumi, al linguaggio, al
potere loro contemporaneo. I semi che hanno gettato sono semi complessi, che investono
tutti i campi senza più divisioni, è la comunicazione stessa che è investita, solo
incidentalmente si parla di arte: la poesia, la poetica, offrono il loro contributo quando
sbriciolano un mattone invece che aggiungerne di nuovi alle muraglie della ottusità
mediatica, dei nuovi poteri globali. Ma "artista" in questo caso è solo colui
che ha raccolto un testimone ed è pronto a passarlo; ecco quanto è lontano il nostro
modo di intendere unoperazione artistica, un percorso darte o comunque lo si
voglia chiamare, dallidea del genio adulato e adorato, mito radicato nel profondo
dellanimo umano e duro a morire, specie se luomo è tenuto isolato e allevato
nel rancore, ma pronto a superarlo se può vivere unito agli altri.
Perdona la lunghezza di questa e-mail.
Un saluto
Franco

LA
BIBLIOTECA DI RISVOLTI
a cura di Pasquale Della
Ragione
Mariella Bettarini, La scelta - la
sorte, Ed. Gazebo, c. p. 374, Firenze, 2001, pp. 144
La concordia
cum corde con il
mandorlo - col melo -
col ciliegio e col rovo -
concorde
con cipresso - olivo e pero
qua di me stessa trovo la
trina verità:
amore e vita provo - agonia
e parità con lirta
morte
in mezzo a questi e al di
fuori mi trovo -
son triste scelte e sono
delle sorti -
questo infido tre da tutta
me rimuovo
e pure spadroneggia (esso
tiranno) e le sue corti
Aleksandr Blok, Mi vestirai
dargento e altre poesie, via del Vento Edizioni, via Vitoni 14, Pistoia, 2002,
pp. 32
In volo instabile, incerto,
innalzato
ti sei sullabisso e
lì sei rimasto sospeso.
Vi è qualcosa
dantico in una virata
di ali morte, rivolte
allingiù.
Come puoi volteggiare e
volare
senza amore, né anima e
volto?
Oh, uccello dacciaio,
impassibile,
come puoi render gloria al
creatore?
Girovaga e vola nelle
grigie sfere,
risuoni pure
lorchestra in tribuna:
alla lieve cadenza di un
valzer
si fermeranno e
lelica e il cuore

Franco Capasso, Miraggi, Fermenti, c. p. 5017, Roma Ostiense, 2003, pp. 48
numero tondo
perfetto
si colora di rosso
il tempo
la memoria
ferma nello spazio
si riduce in un suono
il numero vaga
nella sua rotondità
sulla somma dei numeri perfetti.

Oronzo Liuzzi, Poesie (1972-1977), Edizioni Riccardi, casella postale 32,
Quarto-NA, 2002, pp. 48
P/3
Sono stufo
di fantasticare in questo
paese
vedere i miei sogni svanire
dispersi nel tempo negli
anni
fu la vendetta di Achille
nel suo tempio in collina
colonne come braccia tese
fumare una Muratti
solo
lei che ho amato chissà
non ricordo più
strano cinico poco peso
bruciano campagne
case di agricoltori
tesi alla raccolta di
pomodori
insalata uccelli vanghe
linverno è vicino
serra lamore
Sono stufo
di sognare come un
carcerato
dirigendosi verso gli anni
rivedere la libertà
perduta
unaltra ancora è
vicina
sogna
tra sbarre arrugginite
il cappellano lo incoraggia
a divorare
quella chiusa scodella
pasta patate condite con
acqua sporca
contempla il cielo tra le
sbarre
sogna
il piccolo fanciullo
neonato suo
forse grande uomo
sognatore non tra le sbarre
tra le persiane della
finestra
lira di Achille
feroce come il vento
finito una Muratti
ne estraggo unaltra
unaltra ancora
Muratti Ambassador
Miltifilter London New York
stasera leggo
la piccola Jeanne de France
Ma ero un pessimo
poeta
Cendrars
infedele allamore
perduto
vagabondo senza pietà di
sosta
Towhee dei canyons.
Quanto ancora tempo
dovrei lucidare la mia
mente
con scene di collimazioni
non basta uno strumento
topografico
la retta non è altra retta
sposto lorologio
la legale manca
basta
D.A. 089294 V
Della Banca dItalia
non costruisco soldi
solo libertà di essere
libero
fuori di me stesso.
Sono stanco
di gettare i miei sogni
tra sporche ringhiere di
realtà
ammorbidisco laria
rarefatta
dai sospiri inutili
la gente vive
la gente fa lamore
la gente se ne infischia
degli altri
la gente lavora
la gente diviene un mezzo
duso per la gente
la gente vive la sua
morbosa esistenza.
Sarebbe inutile
lacerare lunica retta
raggiunta
io-noi sono relativi
principio vien detto
pratico
filosofia
si richiede io-noi-mondo
marchio di soggettività
luomo si dichiara
partecipe
alle relazioni degli altri
soggetti umani
si può essere
si può fare
oggettivando le proprie
forze
essenziali
per oggettivare se stessi
luomo è coinvolto
dalla nascita
in un mondo di carogne
in rapporto con corrente
di
possibilità-di-esperienza
di
possibilità-di-significazione.
Sono stanco
di lanciare i miei sogni al
vento
ritrovarsi nello squallore
della privata
individualità
incastrati
escogitare se stessi io
nella Divina Commedia
lo stadio più
insignificante
vale la pena
maccheroniche frasi per
rigettare
tutto laroma della
siepe
nellardente fiamma
simboleggia
così la distruzione
non può sorvolare
laltro tempo
che verrà
rompere lardita
voglia nellandare
venire su e giù
suicidio completo
paradossalmente sviluppato
corroso dal verme roditore
no
la conoscenza
devessere pratica
rivoluzionaria
io
omogeneizzare il diamat
non ha capacità
dagire
processo nel processo della
vita
definirsi col mondo
realizzare la
sostanzialità dellessere
faccia a faccia
di fronte alla realtà
inoltrarsi nelle cose
stesse
fronteggiarle
grande onestà di procedere
la blessure du temps
so benissimo che
cest quil est
difficile dy discerner
la part de la libertè
humaine
la manière
déchapper au dèterminisme.
Loretto Mattonai, (L) una soltanto, Ed. Gazebo, c. p. 374, Firenze, 2001, pp.
44
A un acero vecchio
sè avvolta
la vite mai potata;
seguendo tra
i precipizi muti e il
cicaleccio dellalto
linvito della luce a
interloquire,
fin sugli estremi rami
sè spinta
la sboccata.

Alberto Mario Moriconi, Io, Rapagnetta Gabriel e altre sorti, Pironti Ed., via
PortAlba 33, Napoli, 1999, pp. 68
Linvaghito della luna
(Li-Po)
morire come Li-Po
in un amplesso
dacque, abbracciando
un riflesso di Luna
offerto a lei invano
lorciuolo
smezzato, nel burchiello
ritto malritto , solo,
ebro e canoro,
e le ha parlato
come un usignolo, o un
cigno-ultimocanto
avvinazzato
e il balzo!
a quellamplesso.
Negare non gli può
lei anche un suo riflesso:
con cui il fiume lo culla,
verso il mare,
solare.

Eloy Santos, Nettunaria e altre poesie, via del Vento Edizioni, via Vitoni 14,
Pistoia, 2002, pp. 32
poetica
una parola è acqua
trattenuta
allattesa del verso
che la liberi
dalla pigrizia, dalla
paura, dalloblio.
sulle labbra confluiscono i
ruscelli
che la vita sotterrò sotto
la pelle
felina dellinfanzia.
solo sulla pagina le dune
raccontano
la loro aridità con la
lingua delle fontane,
solo adesso il deserto è
la mia palma,
solo qui sono tuareg
guardando il mare.

Aida Maria Zoppetti, Di lama e di luna, Anterem Ed., via S. Giovanni in Valle 2,
Verona, 2002, pp. 56
Poi a morsi lenti e spente
le luci del sipario
grilli mirtillo e menta
formiche del rosario
a luna di candela
a battito di ali
attesero la cena
Solo due foglie morte
furono puntuali.
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