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RISVOLTI

Quaderni di linguaggi in movimento

editi dalle Edizioni Riccardi e fondati nel 1998 da Giorgio Moio

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biografie e testi

dei redattori:

Carlo Bugli

Pasquale Della Ragione

Giorgio Moio

Copertina Risvolti n. 11.JPG (9798 byte)

n. 11                      

Dal presente

 

Importante: i testi che seguono possono essere tutti riprodotti citandone la fonte e comunicando alla redazione eventuali inserimenti in pubblicazioni di vario genere.

 


Risvolti - Testi poetici

(Testi creativi dei più importanti poeti del nostro tempo, con testimonianze finali. A seguire, una terna di poeti di generazioni diverse, in rigoroso ordine alfabetico, introdotta da una nota critica, per un percorso alternativo che si sottragga alla facile fruizione, a un qualunquismo intimistico-emotivo del già dato, per riconoscere qualcos'altro tra i meandri del linguaggio. Infine, una breve antologia tematica.)

 

 

LAMBERTO PIGNOTTI

(antologia minima)

 

L'avanguardia tutta nuova

Pignotti 2 (L'avanguardia tutta nuova - 1968).JPG (62485 byte)

(1968)

 

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Come si spiega il fatto?

Cosa osservi allora con la coda dell’occhio?

Cosa ti fa ridere adesso?

I suoi capelli e i suoi occhi birichini ti hanno sempre incantato?

Quali altre domande ti sono state avanzate?

Perché hai dichiarato di non aver partecipato?

Non ti sprizzano forse scintille da tutti i pori?

Come risolvi questa contraddizione?

Non capivi niente di quello che stava succedendo?

Perché non ti vergogni allora della tua bellezza?

Forse non permangono in proposito numerosi dubbi?

Ti piace giocare?

Perché da quella mattina scese una pioggerellina che sembrò non finire mai?

Perché l’interrogatorio non è ancora terminato?

(da Terzo grado, in Aa. Vv., Poesia italiana della contraddizione, a cura di F. Cavallo e Mario Lunetta, Newton Compton, Roma, 1989)

 

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Un argomento affascinante

 

Dall’altra parte l’azione è minima,

anzi, apparentemente non c’è,

eppure si fa notare come una certa realtà,

che dietro i soliti equivoci,

si svolge proprio come si deve svolgere.

Certamente è un argomento affascinante,

o magari al momento inadatto,

quello del sopravvento di una parte sull’altra

in un’alternanza di colori a prima vista casuali,

ma invece tutte queste terribili cose

non stanno affatto dall’altra parte.

L’altra parte siamo noi.

(da Voi siete qui, inedito)

 

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Strane combinazioni da fuoriclasse

Pignotti 4 (Strane combinazioni da... - 1997).JPG (63475 byte)

(1997)

 

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Per non credere nei miracoli

Pignotti 5 (Per non credere nei miracoli - 1998).JPG (66184 byte)

(1998)

 

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Si sta preparando un temporale

Pignotti 6 (Si sta preparando un temporale - 1998).JPG (59088 byte)

(1998)

 

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Parole si sprecano

 

Anche se le parole precise ci sfuggono

un mondo diverso sembrerebbe possibile,

ma tuttora il punto di vista è situato in questo buio.

In difesa dell’interesse generale,

qualcuno di noi, non tirato per i capelli,

dovrebbe ora compiere il percorso

dall’oscurità al confine abbagliante della luce,

e del percorso difficile conservare indelebili tracce.

Predisposto per una qualche scena ad effetto,

il discorso si capovolge,

cambia forma e può essere letto

come l’annuncio di una serie di eventi infausti,

o qualcosa del genere.

Dopo una pausa assai lunga parole si sprecano.

Ecco allora che alcuni vogliono rimanere al sicuro,

altri che spariscono

dichiarando di non voler disturbare troppo,

altri ancora che assumono un’aria di circostanza,

ma nessuno può pensare,

anche vivendo lontano dalla realtà,

che si perpetui qualcosa del genere nel nostro futuro.

Forse non erano queste le parole precise da dire,

ma qualcosa del genere dovevamo dirlo.

(da Voi siete qui, inedito)

 

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Cose già viste

 

Ancora in attesa di qualcosa

che sia davvero importante,

nello sfolgorante, eccessivo, scenario

alzano gli occhi

e si accorgono che si stanno avvicinando al fondo,

scambiandosi di ruolo.

Non resta che ricorrere all’impiego

di immagini stilizzate di riserva.

Nella premessa di vincere a ogni costo,

nella scelta di non dibattere apertamente,

devono avere assunto un’espressione

falsamente sicura

indirizzando lo sguardo

su eleganti, lustre, superfici

che non rubano spazio.

Tutto questo li riporta, nel modo che si sa,

a cose già viste

o meglio che si aspettano di vedere.

Il resto va da sé: è un veloce girotondo.

(id.)

 

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Giuseppe Ungaretti - Vedremo il nostro amore reclinarsi / come sera

Pignotti 1 (Vedremo il nostro...) x Risv. n. 11.JPG (69394 byte)

(s. d.)

 

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La poesia sa cosa voglio

Pignotti 7 (La poesia sa cosa voglio - 2003).JPG (67769 byte)

(2003)

 

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CARLO BUGLI

per L. Pignotti

 

Bugli (per Pignotti).JPG (54018 byte)

 

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PASQUALE DELLA RAGIONE

Le parole si sprecano

Della Ragione (Le parole si sprecano x Pignotti).JPG (26237 byte)

 

*

 

GIORGIO MOIO

Caro Pignotti, la vedo brutta: fuori piove!!

Moio (per Pignotti) x Risv. n. 11.JPG (53606 byte)

 

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Dario Giugliano

La necessità della poesia

 

La questione è nota. Dalle origini ad oggi, da quando ci si è messi a ragionare su questioni poetiche, un dato sarebbe risultato chiaro: gli oggetti del poiein non avrebbero carattere necessario. Questo, a dispetto di quanto potrebbero credere i più, è uno degli aspetti che più di ogni altro ha costituito lo zoccolo duro delle deflagrazioni delle avanguardie novecentesche. Se si può parlare, così semplicemente, di un canone novecentesco, riguardo i fatti dell’arte, operazione sempre rischiosa, come tutte le operazioni che partono come dettate dalle esigenze della critica d’arte, non si potrà non riconoscergli questo carattere di riconoscimento del momento della possibilità in seno al fatto estetico: il processo che conduce all’opera è aperto all’eventualità dell’etico. Questo farebbe sì che la possibilità iniziale finisca per riversarsi nella normatività del dover essere, facendo del fatto artistico sempre un fatto politico, un fatto che si confronta inevitabilmente con gli eventi di gestione della cosa pubblica, non tanto e non solo con quegli eventi già in essere, ma soprattutto con quelli ancora da venire. La mancanza di necessità, allora, sarebbe tutta giocata nel rapporto tra l’opera e il suo (possibile) fruitore, allo stesso modo, invece, in cui questa mancanza finirebbe per tramutarsi nel suo altro, a partire dal rapporto dell’opera col suo artefice. Ad una mancanza di necessità farebbe eco un suo surplus, perché su un piano genetico, la poesia non avrebbe altro che questo: necessità. Questo carattere a clessidra del fatto poetico non è altro che il motore del suo principio politico a cui si accennava prima. Ogni poesia è politica in quanto testimonianza di un ritaglio di mondo, anzi ritaglio di mondo essa stessa. Il fatto poi, che ci possano essere rimandi più o meno espliciti ad accadimenti più o meno riconoscibili come dichiaratamente politici, questo non fa altro che confermare, come in una ideale sottolineatura, l’affermazione di questo principio.

È questo il motivo per cui non si nota in nessun senso un calo di tensione etica nei versi di Ugo Piscopo, sia che essi risultino apertamente rivolti verso una netta denuncia del degrado e della corruzione dilagante in seno alla cosa pubblica (L’Italia crociata), sia che essi, viceversa, ad un primo sguardo sembrino rivolti verso un mondo che pubblico (almeno ad un primo sguardo, ribadiamo) non è (Sotto la luna). Ma la poesia non vive dei primi sguardi. Lo sguardo, furtivo, fugace, può essere solo quello del poeta, che coglie di sbieco, come diceva Marinetti, l’essenza delle cose, perché di profilo si inserisce in esse, penetrandole, proprio come una lama si inserisce tra le valve serrate di un’ostrica. Il lettore non può concedersi questo lusso, ovvero, potrà solo sperare in una serie infinita di sguardi obliqui, che permettano di dischiudere il guscio, sempre lo stesso e sempre altro, di quel reale, paradossale, di là dall’essere, di quel reale in divenire che il soggetto del poiein lascia intravvedere. E questo è ancora il motivo per cui, alla fine, non risulta a me inusitato, a me, lettore, che ho deciso di prendere preliminarmente congedo dal paradigma critico, l’accostamento tra queste diverse modalità di scrittura, e sia diverse in seno alla produzione di uno stesso autore sia riguardo i tre autori antologizzati. La poesia di Eugenio Lucrezi, ammesso che si voglia sempre fissare la propria attenzione sull’aspetto attivo della produzione poetica, piuttosto che sul risultato del processo concluso, è altrettanto politica ma non perché esplicitamente contiene un riferimento alla guerra, fin dal titolo - analogo discorso vale, ovviamente, per Giuseppe Pellegrino. È il poiein in quanto tale ad essere indissolubilmente legato al dato politico e politico proprio nel senso più profondo del termine, in quel senso, cioè, in cui la gestione della cosa pubblica mostra esplicitamente la propria radice di confronto nell’agone, in cui ogni Entgegengehen vada sempre ad essere compreso attraverso un Dagegenangehen.

Il fatto, poi, che tutti e tre questi poeti in modo consapevole portino queste risultanze sul piano evidente della struttura stessa dei loro componimenti, per cui da un raffinato lavoro sul significante da parte di Piscopo, si passi, attraverso una nevrotizzazione della parola, che in maniera più che diretta esibisce un suo confronto con la possibilità della musicalizzazione (un confronto con le possibilità della forma-canzone) da parte di Lucrezi, fino ad arrivare a forme di visualizzazione grafica con Pellegrino, ciò può solo significare che siamo in presenza di autori che operano nella consapevolezza e padronanza dei propri strumenti, consapevolezza e padronanza di quello che il poiein fin dalla sua origine ha messo in atto. Rendere finalmente visibile ciò che non si può (ancora) vedere, rendere pubblica quella voce interiore, che andrà poi a fondare quell’altra storia, quella storia di demoni che sarà la filosofia, questo è quanto il poiein mette in atto, fin dal principio. Ma rendere pubblica la voce interiore, fare di ogni io un noi significa pure contestualmente portare a compimento l’autenticità della lingua, nell’affioramento di quel coro che ognuno si porta sotto la pelle, che ognuno ha sepolto dentro la propria gola. Questa di Lucrezi, Piscopo e Pellegrino è poesia nel senso più autentico, essa va letta, nell’ascolto della loro stessa voce, come da sempre, nell’ascolto di quella comunità che in quelle stesse voci parla.

 

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EUGENIO LUCREZI

seven pics for warrr!!!

 

pic # 1 : the newest release

 

Lucciola dell’esercito dei mal di cuore

sospesa sulla terra di nessuno

oscilla l’ultima uscita

del riposo che cade.

Lampo più nuovo dietro cinquecento

coppie di palpebre

svolazza sul campo

tra nemico e nemico

senza grazia & pesante.

 

 

pic # 2 : warrr!!! per chan marshall e a lucia dell’anno

 

Non ce l’ho con te, non ti rimprovero, se sei libero & fiero è per me motivo di soddisfazione, & una donna diligente & dolce ferisce, e dice che siamo stati lupi un giorno neanche tanto lontano, & cosa vuoi che siano sette-ottocento generazioni, dice, & vede lo scemo del villag-gio mentre continua a zufolare sotto l’albero, & guarda estasiato tramonti dopo tramonti sulla collina sera dopo sera, & intanto la donna indica con l’indice teso la direzione giusta, indica te, & sussurra è lui la guerra, è lui la guerra, è lui la guerra, & hai voglia di agitare fogli di carta, & invece stai appallottolando pallottole, & il vento scosta lo straccio mimetico, & mostra il baby-doll insanguinato & la folata sexy del tuo travestimento, & può darsi che tutti i nomi siano andati perduti, & benedetto sia il tuo nome se soltanto la metà, la metà di te sarà salva, & mettiti a correre, via, a correre, è lui la guerra, è lui la guerra, è lui la guerra, & postremo guardi pauroso l’orda da lontano, & plurimo ti fai avanti adrenalinico a gara con l’onda più vicina, & infimo ti rassegni alla mortificazione della carne, della tua, & che vuoi che sia un attimo atroce e fugace, & supremo ti ergi nel gesto che infligge, & postero ti volgi, & aguzzi lo sguardo & ti vedi postumo, & ancora guardi pauroso la paurosa orda, & la canèa orrida, & chi corre davanti tenta d’impeto il balzo ardito & ulteriore, & lo slancio ultimo, & casca intero oltre la corazza & oltre la pelle, & dunque nella ferita citeriore, & a capofitto nel fosso di sangue citimo del deteriore nemico che lo fronteggia, & finalmente dell’orco deterrimo, & grida è lui la guerra! è lui la guerra! è lui la guerra! finalmente è lui.

 

 

pic # 3 : fluxus

 

Inarrestabile scorre il tempo

Who did tell you you were invincible?

Come tra garruli steli il vento

Who did tell you you were inflexible?

 

 

 

pic # 4 : rest

 

In questo spazio

circoscritto

ci si diverte

con poco,

la gente siamo noi

& basta,

qui dentro,

ci si distrae con poco,

& poco più

dell’interfaccia

di un fiato

con un fiato

ci basta per toccarci,

per dirci l’un l’altro

io prendo te,

tu prendi me,

& ci basta la magia

dello spazio precluso,

imo, il privilegio

dell’affondamento

nelle bolle

di un respiro

acquatico,

& il buio

è già abbastanza

per dirci contenti

di non essere fuori,

nell’inconcepibile

tigre del fuori,

dove non c’e cappotto,

dove non c’è abbraccio,

dove non c’è

sonno che ci dis

trae, che ci di

verte, lì fuori,

dove c’è

la nera paura

nella troppa

luce.

 

 

pic # 5 : warrr!!! : reprise

 

e dopo aver resistito alla prima ondata la seconda già ci incuteva terrore prima che

l’attacco venisse sferrato e tra il prima e il dopo non sapevamo se eravamo già

morti o se saremmo morti di lì a poco e la cosa sicura era che la morte consi

steva precisamente in quella sospensione della vita che tutti saldamente ci

teneva tra il primo attacco che era appena passato e il secondo che inev

itabilmente tra chissà quanto poco sarebbe sopravvenuto a travolgere

le nostre linee serrate come le mascelle strette dalle cinghie degli e

lmetti di ferro così incomparabilmente più freddi e più duri dei m

asseteri contratti tra mascelle e mandibole e nessuno di noi sap

eva distinguere se la contrazione dei muscoli della propria fac

cia fosse il rigore cadaverico di un soldato ucciso nel corso

del primo attacco o il trisma serrato e invincibile di un s

oldato che sarebbe stato di lì a poco ucciso in occasi

one del secondo attacco che sarebbe di sicuro stato

terribile e definitivo se era scritto sulla faccia di

ognuno di noi un severo e ineluttabile destino

di sospensione certa della vita che tutti ind

istintamente ci aveva fino a quella circos

tanza finale tenuti nella varietà delle v

icende di uomini occupati a durare

nel tempo e nelle faccende tutto

sommato somigliantissime c

he ci avevano poi precipiv

itevolmente condotti all

‘acquattarci in quella

trincea che tutti a

lla fine ugualm

ente ci tenev

a tra il pr

imo e l

‘ultim

o at

tac

co

.

 

 

pic # 6 : fluxus : alternate take

 

Trespassing time relentless walks

Chi te l’ha detto che sei invincibile?

As wind among talkative stalks

Chi te l’ha detto che sei inflessibile?

 

 

pic # 7 : the newest release : again

 

Lightnig bug

of the heartattacks’ army

flutters along the line

the newest release

of the falling rest.

Newest lightin-up

behind thousand eyelids

lingers over the field

betwheen enemy & enemy

heavily, without grace.

 

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GIUSEPPE PELLEGRINO

 

el

(spunta dall’ombelico del mondo e tocca la stella polare trasformato in risonatore cosmico l’uomo si erge come l’albero parlante le cui foglie sono i sonagli delle anime che danzano nella rete di una canzone eseguita a denti stretti durante un’eclisse di luna priva di ano suona il flauto per respingere gli spiriti che cercano di divorare tamburi nella risata delle nubi viene fendendo la notte le sue ossa ancora impregnate della potenza sonora materializzata costituiranno preziosi amuleti nelle mani dei figli la sua parte immortale il suono fondamentale della sua anima si incamminerà verso la via lattea si fonderà con il cuore dei morti e parteciperà al loro canto nella caverna di luce che scaglia l’uovo solare e lo fissa nel corno del toro primaverile che appare nella voce di un dio ingordo che divora i bambini morti e li vomita sulla terra trasformati in uomini dotati di una nuova voce gong adorno di rane con un grido che forza l’ingresso dell’antro di ahi e libera le vacche muggenti che il demone dai capelli d’oro trattiene nella propria caverna nuvole di pietra cranio che canta la laringe del mondo umida sillaba la luce tigre a sei occhi che nella casa notturna del sole attraversa tutta la zona del sogno che tesse il mondo materiale della nostra illusione frutto dell’individuazione della forza attiva anonima che risiede nella caverna della vita e determina il nome dell’individuo invitandolo a voce alta a uscire da un albero tamburo e senza dubbio precede il vagito del neonato che secondo una credenza molto diffusa attira l’anima nel corpo fango tiepido dove i coccodrilli nella loro gioia di vivere si percuotono il ventre apportatore del verbo che si muove lungo una linea el)

icoidale

 

 

Termitage

 

Termitage

san doux san douce termitage igloo

             eremiss etroupage le glisse d’atout

                                                bridge feròdi

 

bass maker per cuoripensiero drum’n bass

                                              chora-a-chora

caos tu caos matrix & patrix

                                   deparadrieu

                                                 la sfracelle

 

bugs in programma dieta chitinica

schistocerca Locusta solitaria per fenotipo acconcio

Termitage

phallido e abstorto

Cubica e tetraktis

gnomone afide

            Sphairos and other obsex

                                                rvations

Parvati Penitus Occultasquibus

res menti lumina praepandere

tuae           possim

Quien Sabe Sablifica

l’interior exe

autoesecutivo scalzo nel

cammineràl dolce più sogno

attìa verso tibie che

tu joy sax

ergovis l’o acquea lettura

ricongobba ad un -

 

 

Termitage dhal fenotypewristrling

                       per fenomendol di ricono

                                                     recognizio

                                                               nascimento

           ad appellum disabitual

                                              exercise accanto

 

riconoblìo                               Festo disco

                                              in giro dell’ocra

                                              psalteriota

medi               indice

                               fratto

                                        della mano segue l’ombra sulle tracce

                                        della manosfera

 

et peremptum termitage

teriàca

loquebatur lumate dopo la pioggia

l’aria più chiara

vocemente

Quien sabe termitage past ich bin

                                              colgante

e come per dire che tutto si risolve

spalle al muro poetibolo

in un parlesserci tra sordi que mada

                                              nas

un addettorato agli albori

                                               pubici

et ubiquitari del pensiando vas l’asistas per

nasindeto

et rogo l’orear di pirlocuzioni e circoncistei

adami Chet Barche Cedute al mis Al-Abim

Gora CGE dis frecce ne colga ulixes uber l’io

consideri seduto El           Preso

ALL Be TALKING

 

          QUIEN SABE NADA MAS BAILA S’URLà KABEZA

 

 

Termitage (frammento)

Termitage (JPEG) di Pellegrino.JPG (32421 byte)

 

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UGO PISCOPO

Poesie

 

 

Marina di Camerota

 

hèlas

ha fatto una bolla pensota

a provota

ciò che in kamerota

si puotota

 

 

 

L'Italia crociata

 

"Libertas" sparavano sugli scudi crociati

e "libertas" proclamavano in libertà

i neo-liberti dell’Italia democana

 

ora solo la croce resta

e si unisce alle altre

Quante croci tutto un cimitero

Italia mia!

 

 

ilì - lilià

 

le crepitanti stoppie della pioggia

e fra le livide crete del cielo

ondante un nido

d’umiliati stridii di gabbiani

ilì - ilì - ilì - lilià

 

il y a un nid peut-être pour tous

sussi pour toi

Afrique soleil noir jamais né

 

 

Senza sbocco

 

Sbioccata e stranita luce del giorno

tieni soffice i glomeruli accesi

ancora ancora se stelle né luna

più la notte non porta

né verziganti ricami di grilli

 

eroica è l’agonia senza sbocco

 

 

Una madre poeta sbocciata ai Piloni

 

I

Qui ancora non tradisce la memoria

il luogo onde fatale la deriva

dall’impero lucente di clonati

simulacri larve allo specchio

Liquidi nastri d’ansimar di cani

si ritraggono rossi

da ceppaie di querce capannucce

d’orni intrighi di rovi ove eleganti

danze intrecciano serpi innamorate

Le antiche nonne ancor vaghe fanciulle

fra sbiadite pervinche e pungitopo

con collane sonanti di lumache

cercan vesti di serpi e sortilegi

al campo menano fatiche i maschi

come bovi l’aratro

 

Qui pur accende al fiato l’estate

fantasmatiche vampe

ove bruciano aromi finocchietti

selvatici e mentastri

e muove l’ora assopita sul collo

 

 

II

 

Una sera di qua nel reggipetto

recavi un biglietto d’amore

al figlio principe di lettere e arti

a svelargli una madre poeta

sbocciata ai Piluni fra crete al cielo

bianco ove la brezza crepitii torce

e fumi di falò mentre si spiuma

d’oro il canto d’allodole e calandre

Ottenuto l’assenso

del soprastante doganier marito

che incondizionatamente chiosava

è pur sciocca son fantasie e basta

mi porgevi vergati su cartone

di bottega a matita doppia

i piedi nella stoppia

le rondini nel cielo

 

Già il cielo Quello che abbuiando arrossa

qui di rame? o che corre come un grano

tra i fondali scuri smarrito

del mio giorno melmoso?

 

 

 

Campanella a Piazza Carità

 

nel cerchio d’ocra dove suoni

si sfaldano inaciditi

campanella di Piazza Carità

cianotica singulti

"quando quando quaggiù

un un-so un-so un sorso d’aria, Signore?"

 

 

 

les bin

 

il y a les Bin Laden

il y a les Bin Ladren

et les Bis Ladren

et les ter et les quater

comme en Italie surtout

il y a les billaderales

 

pas mal

c’est egal

 

 

 

Boomerang di gabbiani

 

boomerang di gabbiani

lanciato all’aspra spiaggia

 

in stridii si lacerano di freni

rimbalzano indi all’azzurro e si spengono

 

 

 

Il trillo del telefono

 

il trillo del telefono

ha sbattuto la porta

i colibrì del cuore

sono fuggiti via

 

richiamati nel coro

ne mancavano nove

 

 

 

Passi a porte chiuse

 

passi fingi che vanno dove vanno

chicchi acerbi a tonfi per scale e tonfi

vengono dall’ora che è al crocevia

sotto la torre della passeggiata

 

attimi e attimi si smarcano a espungersi

a pareti di mastabe e ipogei

zampettano in su per scale che scendono

tributi sull’unghia a conte implacate

 

ed è pur dolce ascoltare codesto

aspro tuo sgusciare a calze di nylon

nella notte irrelata a muri muti

 

 

 

Sotto la luna

 

su miosotidi ocra sotto la luna

ombre lievi di faine in fuga

di voci che tornano

 

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IMPRONTE DI SCRITTURE DAL PRESENTE

(antologia minima)

 

CARLO BUGLI

Ber wer variante K (nell'orbita del discorso comune)

Carlox antol. (in Risv. n. 11).JPG (192150 byte)

 

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PASQUALE DELLA RAGIONE

Timesweet, l'aria serena dell'ovest

 

la diagonale malcerta del corso

d acqua taglio e bruciatura del

ramo stupendo lieve modificazione

del classico beige non accendendo

 

con la esse impura il torbido e

il torrido in levare dal campo

col grecale di nord-est lo smeriglio

 

al risucchio di divaricazione

ultima nastro smosso da pioggia

e fari spenti un buon uso delle

proporzioni senza trombe senza

 

tamburi sulla brocca di mietitura

scintillante per la polvere della

strada depositata a scrittura su

 

 

vela gualcita lo spettro o lo spareggio

 

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FERNANDA FEDI

Arcaiche scritture del quotidiano

 

Fedi (Arcaiche scritture del quotidiano).JPG (70814 byte)

 

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GIOVANNI FONTANA

Poema pre-testuale

 

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GINO GINI

Scritture del quotidiano

 

Gini (Scritture del quotidiano) x Risv. n. 11.JPG (86343 byte)

 

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COSTANZO IONI

 

a) andenne appizzate a guglie affamate alici arraganate ippica phallocratia ittica malia

ca lo caballo es no strumento nell’onda del momento et nol c’ha caratterizzazione

es sponda d’ogne manipolazione nì carnem nì fish sed rettile sguish serpente cu stile de vate

ch’evade tr’avasi (d’ebile) d’utenze d’eviate e’ette v’ente fin’anco l’Eden a’rrate

-et tu- utente appiedato pedone telecomandato statte accorto nello trasire en esto

porto ca en panza gravida de lo su’ portento nun nce stia artifizio nun raro est l’indizio

si sullo scacco a lo scacchiere si sullo campo ca te danno a vedere nce sta’ rocìn flaco

ot mustang et (hip hip oplà) ’a sotto a le tres carte da entro a esto prestjoso joco

de prestjo spunta anco el caballere giano trifronte timorato intermediario sdoganiere

sensale de guberno broccato bracconiere (me stavo a di’ braccato bricconiere

ma pe’ la bona sorte de ogne novelliere la voluzione d’el progresso m’ha reso forte

et maximo servigio -et cuscì discretamente cuscì ligio at ogne respectosa cortesia

ca si nun ri-liggevo el testo attentamente nun l’avarria pezzecato nun me sarria

facto capace et post nella ’nguranza me sarria ’ngrifato- et donc sto meo compu-ter

sto grande fijo de na programmatione attenta et generosa sa’ca lo m’ha facto?

m’ha facto lo controllo d’ortografo -chello ca ne en automato et sanza virgula ferire

te ne polisce el testo- et ecculo lo possidente ch’alza sfarzo ca deventa sanza sforzo

presidente, por chesto at chest’ato cascettone ca en ogne house et office

se propone me me cum plena gratitudo lo remercio et sanza niuna hippocrisia

sed sin cera et tenera affettione cum magna sulemnitas pozzo dì ca a isso

nun m’o’ scordo-manco si trapasso, et pe’ l’aure me ne issi a spasso,

aspetto cum pacienza ca venga lo meo turno l’asso et sanza chianto

sed sganasciando dentatura en smile renderò at ello cura file su file)

(da Snack Lo Squartatore, in Aa Vv., Attraversamenti, Di Salvo Ed., Napoli, 2002, p. 52)

 

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RUGGERO MAGGI

La poesia graffiata

 

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FRANCESCO MANDRINO

Ferrovie

 

Vieni quando vuoi

ho un collo che t’aspetta

appoggiato sul cuore,

mi dirai dei tuoi binari

saprai dell’ansito che mi commuove

eppure muove gli stantuffi;

ho avuto posti prenotati

sugli espressi europei (non gratis)

per questo arriverò

sul diretto notturno dei ladri

e dei settimanali,

tu stai sulla banchina

dove attende la polfer

e se non ci sarò

vai allo scalo merci,

arriverò clandestino

e ti offrirò il mio niente.

 

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GIORGIO MOIO

Come uno spartito musicale

 

         .si | lacera | ilsogno | del | segno | che.

.disegna | segnali | di | vita | in | cuesto.

         .presente | che | non | assicura | ni-ente.

.unostato | di | emergenza.

                        .dove | ci | si | consola | col.

                  .gorgonzola | – | reclama | fattezze.

.indomestiche.

.come | locchio | intrajatiko | che | scruta | tra.

.lepiegature | de’ | sto | munno | alla | deriva.

.                  nemmeno | unangolo | dassillo.

.nimmanco | ungrido | contre | lastupidité | che.

                       .cambi | leregole.

                                        .eccetera | eccetera.

                        .dellusanza | convenzionale.

.c’è | solo | uno.

.spiragliolo | nel | vento.

.nel | mutevole | koulore | coatto.

                                           .uno | spiragliolo.

         .che | viene | dallaccua | controcorrente.

.del | mare | che | s’embra.

                     .più | inasprito | del | s’olito.

                       .lemalaise | leimpatience.

.ma | è | solo | una | sens | azione.

              .nisciun | pàppece | ca | spertosa.

.comm | ’a | cuando | si | faceva | sul | serio.

                                    .lungo | ’ldominio.

.delliperkiàcchierula | èrula | èrula | ruela | et.

.rèula.

     .venite | venite | è | qui | che | si | fa | f’esta.

           .nellaria | dorata | del | guazza-.

                             .buglio | vattelappésca.

.come | son | belle | lefiglie | di | madama | doré.

              .fan | tre | fan | tre.

.fan | tre | tresche | con | lepesche.

           .ma | non | ti | fidare | della | luna | che.

.si | specchia | in | cuesto | mare | in | frantumi.

                 .o | del | canto | ormai | muto | che.

.non | rabbuffa.

                       .non | crespola | allegria.

.sape | ’e | ràncete.

                       .secchuto.

.sa | soltanto | guerreggiare | guèrrule.

.per | ilpotere | de’ | lomercato.

   .preparare | intrugli | – | bavagli | – | abbagli.

                                             .odorimolli.

.rarefatti | di | false | epifanie.

.– | allimite | della | sopportazione.

.’lrime | dio | kastrato | dello | scorrere | di | brodaglia.

 

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Gianni Simone

La torre di Babele

 

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Risvolti - Testi critici

(Argomenti e indagini di eventi recenti ed attuali del panorama culturale internazionale, a cominciare da quello napoletano, centro di cultura d'avanguardia tra i più importanti degli ultimi anni in Italia ancora poco nota ai più; nonché scritti critici che riguardano volumi, artisti, mostre. lettere significative e di qualche interesse letterario inviate dai nostri lettori.)

 

 

GIORGIO MOIO

Da «Documento-Sud» a «Oltranza».

Tendenze di di alcune riviste a Napoli

- 1958-1995 -

 

10. Campi Flegrei: una terra di poeti

 

Nel proseguire la nostra indagine, lungo l’arco del corpus poetico degli anni ’80, dall’analisi del materiale prodotto in quegli anni che ci è capitato di leggere, il dato più emergente è senza dubbio costituito da una "destrutturazione" semantica che taglia corto sulle regole in corso, sulle buone e mansuete regole che gestiscono il potere. Nello specifico si tratta di certificare un’ideologia dell’hazard, dell’inquietudine, una ricerca che si pone e si scompone per linee neobarocche, in stili e stilemi che, in più di una circostanza (pur essendo sostenitori del genere), dobbiamo ammettere, rasentano i confini della confusione. Il che porterebbe a pensare, ad una prima analisi, che la poesia di ricerca odierna si diverta ad autolesionarsi, a precludersi e a ridurre la verve creativa e innovativa per una non ben definita istanza.

Ma così non è. O meglio, sarebbe logico pensare a siffatta deduzione se l’operazione avvenisse tutta all’interno dei significati del quotidiano autobiografico, anziché svilupparsi fuori di essi, nel vuoto delle infinite possibilità linguistiche e creative, omettendo l’esplorazione, gli accumuli verbali proliferanti per una sorta di avventura "in progress", fatta di rimandi, citazioni, riformulazioni, giochi elusivi ed allegorici, senza porre limiti alle combinazioni del linguaggio creativo.

In questo fare neobarocco, adottato dalla stragrande maggioranza dei poeti di ricerca (e che ancora oggi si pratica, con ottimi risultati in grado di aprirsi a un discorso non omologato per una molteplicità e complessità di pensiero, per una frattura con l’ossequiosa banalità del presente e di una scrittura celebrativa e di verità assolute), ci piace discorrere la poesia di quattro poeti (Pasquale Della Ragione, Carmine Lubrano, Ferruccio Palma e Michele Sovente), operanti all’ombra e in piena autonomia rispetto alla vita e agli sviluppi delle riviste a essi contemporanee (eccezion fatta per Sovente, i cui testi hanno trovato ospitalità su diverse riviste napoletane, anche come attento e preparato critico, e in particolare per Lubrano, animatore della rivista «Terra del Fuoco» dove l’incontro con la sua poesia è quasi sistematico), in una terra come i Campi Flegrei, fucina di poeti, dove spicca su tutti la presenza di Franco Cavallo, apprezzato anche sulla scena nazionale, di cui ci siamo ampiamente occupati nei capitoli precedenti. Quattro poeti, apparentemente lontani dal modo di fare neobarocco che imperversa (il solo Lubrano, a ben leggere, ne fa un uso costante), ma che hanno col neobarocco un denominatore comune, non sempre evidenziato: l’obbedienza alla poetica della novità e della meraviglia, subendone però richiami diversi gli uni dagli altri, oltre che giovandosi di una diversa tecnica, ma tutti e quattro con una preferenza di squilibrio e di inquietudine, su cui si adagia anche un sentimento morale, che tende però, con ogni mezzo, a distinguersi dalla realtà patetica, dalla condizione di appiattimento in cui la poesia è introiettata dall’insorgere neoermetico e dalla "poetica di potere". Una gestaltung, insomma, che si differenzia con la differenza, che non è né discreta né superiore, ma duplice; una complessità e una molteplicità che si appropriano di tutti i registri del poetare. Citazionismo e plurilinguismo a parte, che aboliscono la simbologia e lo scontato, di cui la loro poesia a tratti si nutre (non in tutti, però), vi è ben evidenziata un’esistenza di materialità del linguaggio, estremamente variabile, a tratti proliferante, ironica, lontana dalla "quiete classica", dal "grande stile" che partorisce una comunicazione utilitaristica, lirica e "intima", con la pretesa di essere la verità.

Dunque, si dipanano assonanze, allitterazioni, neologismi, citazioni, lacerti dialettali (Lubrano), ricorso a "lingue morte" e al latino reinventato (Sovente). Ma anche crisi esistenziali, conflitto interiore e tensioni di vita vissuta (Palma); ambiguità e senso della variazione, sprigionati dalla parola stessa e/o dal ritmo, scontro e incontro di assonanze, combinazioni allegoriche e significanti visionari e ipertrofici (Della Ragione), atti a materializzare il proprio interiore.

E vediamoli un po’ più da vicino questi quattro poeti.

Pasquale Della Ragione1, attraverso il ritmo quasi assordante e imperioso del versus longus, carico di materialità visionaria, ossia di un linguaggio nel suo farsi corpo sperimentale attraverso ripetute sequenze sintattiche, ci indica l’atmosfera inquietante di una lingua che rischia continuamente l’isolamento, l’estraniamento, lo smarrimento (spesso totale), per potersi agganciare al solo momento della creazione, prerogativa e finalizzazione non sempre conciliabile con le parole che si usano, giacché la parola è «una finta materia plastica […]: non è docile, non si piega al comando. Se costretta, strema e morde (…) restando informe beffa»2. In Della Ragione la parola sembra aver incontrato il punto di non-ritorno, anche quando si visualizza,

 

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                                                (Collage, 1995)

 

da dove intraprende un viaggio verso un vortice linguistico cosciente dei propri limiti e della propria negatività, della propria precarietà. Elevandosi in forme poetiche nuove e aperte del nostro tempo, un continuo desiderio di creare e ri-creare parole oblique al loro corso naturale, lo investe sin dalle prime prove, che sapevano già farsi strada. Un riformulare moti combinatori di significanti, si "stacca" «dalle proposizioni di senso [per] […] riattacca[rsi] con ritmi avulsi, ritardati, nonsensici»3 alle frequenze di avanguardie storiche (coriali coriacei coriandoli cor da me curios o / oooooooooooooo… / (…) / frastuono di rimbrotto te te te teeee freeeemente / frem eeeeeeeeeeeeeee eeeeeeeeee eeeeee nte / in palmistizi in solito pino nitore lucore…)4, agli accenni di plurilinguismo e citazioni dal quotidiano, di allitterazioni (…"to the roots of the sea" cavoli redenti rasenti la palpebra / cocente corrente daltonica diga di muso nidifica / "con un po’ di gorgonzola i tuoi piatti fanno gola" al quadrifoglio)5, per divorarlo, il quotidiano, con gli oggetti di tutti i giorni che diventano surreali, quasi rarefatti, avvolti da una delirante ma lucida visionarietà di parole deliranti e sinestetiche, sia pure con toni semantici classici, ma con un buon uso della paronomasia, che classica non è:

 

imbian

          c

             linamento di suite per gennaio

odora la stufa s adotta l adatto

del compatto di gialle sfoglie sudate

pellegrinando l attento pellegrigiando

 

ad josa di barriti cicaleggia l uso

pellegridando euma di cardito in gloria

arasmo di piccoli segni vibrionici rosa

arrancando collezioni e zeppoline

 

di sfumati vapori la lingua dei terremotati

s impala fresca di pensionati vibrionici

volutamente bela d oriente mitragliando

 

sapori d effemminatezze di parabole

di flow-chart e culture collinari

la donna origine con mille spoglie sudate

(da P. Della Ragione, Imbianclinamento, Ripostes, Salerno-Roma, 1983, pag. 7)

 

Una divorazione (meglio dire "un frullato", una voracità a volte eccessiva) del quotidiano per poterlo ricontestualizzare, formula già di "Continuum", è adottata da Carmine Lubrano6:

 

Dal ble u

     

    Certo non è facile dire

    del bleu ma nemmeno del rosso

                  Se pensi alle fate turchine

                                          che bevono vino

    Ma tutto proprio tutto

    incoraggia del giallo

                  Canto tarlo del gallo

                  Sagittario da sballo …

    Ho pensato a Villon (tamburo d’orfeo)

    Tu charme a l’ mbre ma blonde caresse

            (lasse lasse

                 stu core

            ch’ampasse)

    San cesse san cote s’a-gite

    Semper est mio frammento (contorno i tuoi seni)

     

    Non è facile non è per niente facile

                     il bleu ma, il giallo

               Il giallo mi gira nel salotto

    Ma spleen milz’umore (sterposo nadar)

                le franciscae odicine

                                a lento lenire

                Baldera Rius

                Novo Rabb-rivido est.

(da C. Lubrano, Fiori e ananasso, Ed. Terra del Fuoco, Quarto-NA, 1986)

 

Si tratta di una sperimentazione speculare che si esprime attraverso azioni interdisciplinari e sinestetiche delle arti, un lavorare «sulla parola [che] vive gomito a gomito con quello eseguito sul suono e sull’immagine […]

 

Lubrano x Risv n. 11.JPG (28223 byte)

(Senza titolo, in "Terra del Fuoco", n. 5-6, s. d.)

 

inoltra[ndosi] in uno sforzo di fusione reciproca che, a seconda delle combinazioni prescelte dà luogo a soluzioni composte ed eterogenee»7, fabbricate con affabulazione, citazioni, lacerti di lingua dialettale e antica, calchi di linguaggio gergale (non mai s’oda cantare il culo prima della cicala / e da lo sterco de lo bove / duecentocinquantadoi scarafona vengano fora / e centa lengua centa / bocche e centa il succhia santa parola / manigola ad abbracciare il vero / qual’altro maleficiato tiro ’nzorta / ’nzorta ’nmparanno vummecarria…)8, tecniche d’avanguardia refuse alla pari di tutti i codici della poesia contemporanea per una decodificazione della materia poetica.

Ferruccio Palma9, anch’egli puteolano come Della Ragione e Lubrano, ma contrariamente ai conterranei si colloca in un’area posta tra la tradizione e la sperimentazione, percorre, in chiaroscuro, gli abissi della paura, delle sensazioni, delle angosce. Si tratta di una giustapposizione tra una traversata nel vuoto e l’analisi del quotidiano, che sancisce il bisogno di uscire da una società senza valori, di affrancarsi, kafkaniamente, dal meccanismo della routine. La scrittura di Palma non gioca sul corpo della parola, né predilige le varie forme e codici del puro sperimentalismo. Disancorandosi, comunque, da certe norme della tradizione, sa ugualmente caricarsi d’ironia e "senso del dovere", di engagement, di onestà nei confronti delle sue peculiarità, cercando le ragioni in uno status sociale che va verso l’appiattimento totale, verso le riconferme di illusorie reiterazioni, con l’occhio scrutatore di un pathos metafisico che guarda lontano: «Meravigliato, il convertito / vede ciò che non vede, / sente ciò che non parla, / dice, con anima pazza, / il niente del fiore che / il fiore rivela»10.

Palma gestisce la propria periferia, il proprio smarrimento, l’essere destinato alla morte, nell’accezione filosofica heideggeriana (sein-zum-Tode, essere-per-la-morte) e quindi alla rinascita (in-der-Welt-sein, essere-nel-mondo), costruendo pure con la lezione di Rilke del Das Rosen-Inner (La rosa-dentro), «un discorso attraversato dalle rovine, frantumato da un espressionismo verbale che affonda nel grumo tragico dell’essere […] [in una] ontologia negativa»11:

 

Di quanto resta cosa rubare

     

    Di quanto resta cosa rubare

    Stravolgere senza sosta con

    Secchiate sillabiche con bisacce

    Di piombo. Mi sgomenta questo

    Frutto ancora da raccogliere:

    Il panno è secco la gola dolorante.

     

    Poter parlare con le orrende

    Creature che Artaud sputa in

    Ogni angolo: Sbaraccherei ora

    Al seguito di quei grugni minacciosi

    Da questo lento DISFARSI da

    Questa ciotola ABISSALE dalla

    Mia specie parlante (ma di cosa ormai).

     

    Raggelarmi vivificarmi

    In quelle civiltà straniere

    Lontano dalla piaga della

    Bocca vuota dalla cosa che

    Tarda sempre più a giungere.

(da L’ottavo fonema, in Aa. Vv., Messico 1936, Ripostes, 1989, p. 74)

 

Nel grumo tragico dell’essere, affonda anche gran parte della poesia di un non più giovane consolidato Michele Sovente12, che vive dalle parti di Bacoli, terra già cara a Virgilio, Petrarca e Leopardi. Si tratta di una poesia che usa tre lingue diverse, anche in contemporanea, ma autonome le une dalle altre, collegate da un rapporto di filiazione: l’italiano (con l’identità nazionale),

 

Fosforo e zolfo

 

    Archi annosi dietro

    siepi adunche dentro

    nervose fibre e atlanti

    bianchi per divieti

    la striscia di fosforo

    e zolfo la scia

    nomi come nodi e murature

    come atroci nidi

    «qui si fa giorno qui trascolora

    l’acqua qui all’altezza del

    sonno divergono le sfere …»

     

    Tufaceo è il passo è

    turbinosa la campagna da qui

    astri si staccano

    corpi e fragole

    invertebrata mia figura

    che si accende e grida …

(in «La Parola Abitata», n. 3, Napoli, aprile 1991, p. 19)

 

il dialetto delle produzioni più recenti

 

Néglia

 

    ’Mbrònte sbatte sèmpe ’u stesso

    chiuòvo, ’u penziéro

    ca ’i ccose, strujènnose, na specie

    ’i néglia spànneno pe’ ll’aria addò

    ’i muòrte e ’i vive

    s’amméscano, tutto chéllo ca nun ce stò cchù e chéllo

    c’à dda venì.

     

    Che s’annascònne rint’’u stipo?

    Comme fò ll’acqua a se carriò appriésso ’a luce

    e ll’ombre r’’u munno?

     

    ’Nzisto ’mbrònte sbatte ’u rummòre

    r’’i rrammère ca nu viénto

    ’nzisto sbatte: e tu pe’ dinto

    ’a stessa néglia vaje

    penzanno a tutto chéllo ca nun ce stò cchiù

    e a chèllo c’à dda venì. (13)

     

(con le proprie radici, essendo il dialetto della sua terra natale) e il latino (con la memoria di un passato sentito ancora attuale). Legata a canoni tradizionali, da questa trina di lingue – che secondo noi ha raccolto più di quanto merita – ci pare degno di considerazione, nel suo prodursi e nel suo determinarsi autonomamente, un lavorio sulla musicalità e sul ritmo del verso che rende a queste lingue desuete e morte una certa freschezza e vigorosa modernità, nonostante l’aggancio e il ripetersi di un io autobiografico a volte melense. Anche l’introspezione di ciò che avviene dentro di noi, di più recondito che la poesia di Sovente sa far emergere in tutta la sua interezza, nonché una lettura stratificata della realtà, con la morte e la vita – verseggia il poeta in senso orfico – che si crogiolano, si confondono nella sofferenza del presente, ci sembrano rilevanti, anche se non l’affrancano da quel citato io autobiografico e antico. D’altronde, i Campi Flegrei, in cui Sovente vive, sono brulicanti di memorie, di storie che si confondono e si fondono con l’antico, coi fantasmi della propria origine che, evidentemente ancora in grado – e più della cinica e opulenta realtà che lo circonda – di affascinarlo.

 

Note

(1) È nato a Pozzuoli (NA) nel 1955. Ha pubblicato: Frammenti putjolanni (Ripostes, Salerno-Roma, 1981), Imbianclinamento (op. cit.), Fuxia gillette (Edizioni Riccardi, Quarto-NA, 1997). Ha collaborato a diverse riviste letterarie. Suoi testi figurano in volumi collettanei (Messico 1936, op. cit.; Locus solus. La babele capovolta, Edizioni Riccardi, 2002) e antologie di poesia contemporanea (La poesia in Campania, Forum/Quinta Generazione, Forlì, 1990; In my end is my beginning. I poeti italiani negli anni ottanta/novanta, Ripostes, 1992; La poesia a Napoli 1940-1987, Nuove Edizioni Tempi Moderni, Napoli, 1992).

(2) Rubina Giorgi, Passaggio, pref. a P. Della Ragione, Frammenti putjolanni, op. cit., p. 8.

(3) Ibidem, p. 7.

(4) In Frammenti putjolanni, op. cit., pp. 14-16.

(5) Ibidem, p. 27.

(6) Nato a Pozzuoli (NA) nel 1952. Dal 1978 s’interessa di poesia lineare-visuale e di fotografia. Molto attivo come operatore culturale, ha fondato e diretto il centro culturale polivalente "L’ipercreativo". Ha diretto «Terra del Fuoco» e pubblicato: Photografia (1983), Come scrivere una poesia (1983), The memory road (1984), In Alice’s underground (Poetry Market, 1984), 13 + 2 Fra-g-ments (Ed. Tam Tam, 1986), Marcel & Marcel (ed. Altri Termini, 1986), Fiori e ananasso (Ed. Terra del Fuoco, 1987), Spesso la zanzara disturba l’autore (idem, 1988), Il pettine del randagio (idem, 1990), La voce degli angeli (id., 1991), Del vomire in bordella (La biblioteca di Alice, 1994). È presente in numerose antologie, anche di poesia visuale.

(7) Filippo Bettini, Pref. a C. Lubrano, Del vomire in bordella, op. cit., p. 10.

(8) Da Il Cavaliere nero, in Poeti contro Berlusconi, a c. di C. Lubrano, Terra del Fuoco 1995, p. 98.

(9) Nato nel 1956. Ha pubblicato: Apnea (Ripostes, 1982), Incantesimi & disincanti (Editrice Nuovi Autori, Milano 1985), Con le parole del cominciamento (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 1991), Visioni e sentieri di capra (Nuova Compagnia Editrice, Forlì 1994).

(10) XV balzo, da F. Palma, Visioni e sentieri di capra, op. cit., p. 26.

(11) Roberto Carifi, Per competenza, in «Poesia», n. 34, Milano, novembre 1990, p. 77.

(12) È nato nel 1948 a Cappella di Bacoli (NA), dove vive. Di poesia, ha pubblicato: L’uomo al naturale (Vallecchi, 1978) e Contropar(ab)ola (id., 1981), Per specula aenigmatis (Garzanti, 1990). Di saggistica, invece: La donna nella letteratura di oggi (Editrice Esperienze, 1979) e La poesia in Campania, con Biagio Cepollaro (Forum/Quinta Generazione, 1990). Ha collaborato, come critico letterario, a giornali e riviste («Il Mattino», «Alfabeta», «Poesia», «Lengua», etc.).

(13) Trad. Batte alle tempie sempre lo stesso / chiodo, il pensiero / che, consumandosi, le cose una sorta / di nebbia spandono nell’aria dove / i morti e i vivi / si confondono, tutto quello / che non c’è più e quello / che deve arrivare. // Cosa si nasconde nello stipo? / Come fa l’acqua / a trascinarsi dietro la luce / e le ombre del mondo? // Batte ostinato alle tempie il rumore / delle lamiere che un vento / ostinato agita: e tu dentro / la stessa nebbia vai / pensando a tutto quello che non c’è più / e a quello che deve arrivare.

 

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MASSIMO MORI

La dimensione sonora nell'universo

della poesia totale

 

«Ho voluto precisamente interpretare il linguaggio astratto delle forze naturali,

ad esempio quelle del vento, della pioggia, del mare, del fiume, del fuoco,

di tutte le emozioni e sensazioni intime».

Così si esprimeva Fortunato Depero a proposito della sua onomalingua

nel manifesto del 1916

 

«C’è una voce nascosta tra le voci

nascosta nel silenzio nel rovescio nel fondo

nel profondo del fondale di tela

nel giardino di notte, nel bosco, nel lago,

nel riflesso dell’acqua fra le foglie il rovescio

il rovescio dei suoni nell’ombra...».

Italo Calvino, dalle Favole italiane

 

«Antenne e parabole come l’eco e lo specchio,

dilatano in radiofrequenze i segni dei suoni. La vocale è distratta

da un ascolto impossibile. Questa voce, a più voci,

riporta all’impronta fossile vocale: vocazione all’ascolto e al silenzio.

Voce attesa e che attende. Voce tesa ad avvolgere il filo

di lingue diverse. Sempre più spesso, all’altro capo del filo,

una voce sintetizzata continuamente ripete:

‘... sono momentaneamente assente, dopo il segnale acustico potete parlare... ’».

Massimo Mori, dal festival A Più Voci

 

 

Non esiste il silenzio ma soglie di udibilità dove la sensibilità acustica può misurarsi con vibrazioni che dal silenzio emergono a generare sensazioni e sentimenti.

All’inizio non era dunque il verbo ma un’oscillazione ondulatoria al passaggio tra silenzio e luce, tra vuoto e materia, tra oscurità e suono.

Misurandosi con le categorie del sensibile fino alle soglie del silenzio e del vuoto, dove convivono Dio e il nulla, la poesia tende oggi ad impiegare quella pluralità di media espressivi che, da una anceschiana tradizione del nuovo, confluiscono verso la poesia totale.

Questa poesia totale comprende nella diversità delle posizioni, non senza fratture, cambiamenti e mutazioni, non solo la tradizione della poesia lineare, ascrivibile alla storia della letteratura, ma anche le forme espressive che da essa si dirigono, o fuggano, per le vie della sperimentazione multimediale verso la poesia concreta e visuale, verso la performance e la poesia d’azione, la videopoesia, verso la poesia orale e sonora ecc. Ed è su quest’ultima dimensione acustica che di seguito trascrivo alcune riflessioni, rammentando come l’ascolto abbia preceduto l’oralità così come la lettura la scrittura e la gestualità il teatro. I rimandi, le citazioni ed i riferimenti sarebbero così fitti da gravare la disponibilità del lettore che, interessato a questi specifici argomenti, sarà certo in grado di identificarli, ed in ogni caso una sintetica bibliografia di riferimento è in appendice.

Distanti come siamo dal silenzio, dobbiamo fare i conti con categorie terminologiche dove incontriamo: poesia sonora, fonetica, orale, musica fonetica, vocoralità e quante altre denominazioni coniugano la poesia con una sua specificità ed essenza acustiche.

È opportuno distinguere cosa si intende convenzionalmente per poesia orale e poesia sonora, specifiche denominazioni a cui possono essere ricondotte tutte le esperienze che dalle epoche arcaiche si sono manifestate, con alterne fasi, esiti e finalità, fino ai giorni nostri.

La poesia orale può essere suddivisa in una tradizione dell’oralità ed in un suo impiego sperimentale nelle avanguardie del ’900 che ha poco da spartire con la prima, se non l’impiego della parola parlata.

La poesia orale della tradizione ha la sua dimensione estetica nel potere arcaico del parlare, nel suo spessore antropologico, nell’aver preceduto la scrittura - non la lettura, come lettura dei segni della natura - nell’essere legata alle caratteristiche della voce, al suo potere e-vocativo. La grande tradizione omerica, aedica, la poesia trobadorica ecc., hanno tracciato in profondità la storia di una poesia legata al potere della parola parlata, il cui valore in rapporto a quella scritta era predominante. Con l’avvento della scrittura, biasimato da Platone, e soprattutto con l’introduzione della stampa, l’originaria oralità della poesia, il suo essere, con le parole di Vico scienza generale, perdeva l’efficacia evocativa e profetica del suo primato, e giungeva ad una realtà in cui si dava dignità di espressione poetica solo quando questa era presentata dalla materialità del testo scritto e poi della stampa; per questa via non c’è poesia se questa non può riconoscersi in una estetica letteraria. Così il potere della tradizione orale (sia nella sua dimensione di improvvisazione che in quella di "tramandar per voce"), andava scemando con la nascita delle scienze, le quali non si accontentavano più di mere intuizioni; la nascita della storia non veniva più affidata alle trasfigurazioni mitopoietiche dei poeti orali, ma alla nascita della prosa narrativa e della critica; non si può qui non ricordare comunque la grande tradizione della poesia dialettale, che è prettamente poesia del parlare. Ancora più avanti il rapporto tra poesia orale e parola scritta, dopo De Saussure, non è più una questione tra linguisti, ma una problematica che investe direttamente i letterati: non è più infatti possibile un approccio alla produzione letteraria con i vecchi strumenti della retorica classica e della scolastica.

La poesia orale nella modernità viene ripresa dalle avanguardie storiche. Ma l’impiego del flusso poetico della voce come elemento primario rispetto alla scrittura ha caratteristiche differenti rispetto alla poesia orale della tradizione. Basti pensare alle letture futuriste, od ai più vicini reading della beat-generation. In questa poesia orale del ’900 il primato è della sintesi presenziale che occupa lo spazio e il tempo in cui si esegue l'evento vocale, si ha pertanto una vera e propria performance, cioè un'esecuzione orale di qualità. In queste produzioni la poesia orale, differentemente dalla espressione musicale e dal canto, l'operazione sintetico-spaziale è effettuata attraverso la materialità della parola parlata che rimane momento di significazione sensitiva primigenia. L'intervento della poesia orale può partire anche dalla pagina scritta, quando questa è però organizzata in funzione partitoria per una ricreazione tesa agli effetti fonico-spaziali.

 

Differente e recente è il percorso poesia sonora. Pur derivando dall’oralità, forte di una tradizione sia pre che post gutenberghiana, ha liberato quest’ultima dalle astrazioni concettuali del linguaggio e della organizzazione delle tecniche di comunicazione, che sono alla base di un suadente condizionamento, per ritrovare il seme primigenio del proprio passaggio nel mondo: l’impronta fossile vocale. È riconducibile alla poesia sonora qualsivoglia produzione acustica di linguaggio indipendentemente dal suo significato e dalla grammatica che lo regge. Può essere acusticamente commista o meno ad elementi musicali, ad un testo verbale significante o ad eventi sonori ambientali, al rumore degli oggetti ecc. Ciò che la fa appartenere comunque alla dimensione della poesia è la centralità dell’evento vocale, per quanto filtrato ed elaborato dalla strumentazione elettronica.

La poesia sonora riscopre la fisicità ambientale e naturale della voce; scambiando i termini che la cultura aveva integrato e testualmente soffocato, l’ottica diviene quella per cui è la frase discorsiva, e nel discorso riconoscibile, a doversi dire "astratta" poiché riconducibile ad un progetto solamente convenzionale, concettuale, manieristico. Il sistema dei linguaggi sviluppa una classificazione, una disposizione del flusso di esperienze sensoriali disposto a tradursi in un certo ordinamento del mondo, mentre al contrario è il mondo convenzionale e codificato a condizionare la nostra esperienza sensuale, a determinare i codici delle figure retoriche. Realistica è la materialità della traccia vocale che, a ritroso, può divenire traccia di archetipi. Il recupero dei valori fonico-corporali nella poesia sonora viene ad essere appunto l’archetipo della presenza intelligente dell’uomo. Il fonema, così come il grafema nella poesia scritta, diviene traccia della parola e del discorso. La poesia sonora afferma il suo primato in quanto non è tanto la comunicazione di un significato, bensì, cosa più importante, un’unione sensitiva e sensuale una "comunione". Il fonema, il colpo di glottide sono la cellula vocale staminale in cui tutti i discorsi sono compresi.

Nelle valenze sonore la parola ritrova il valore pre-categoriale e pre-logico inteso come estrinsecazione dell’unità percettiva. Per questa via la parola poetica nella sua componente fonetica, che precede la categorizzazione delle cose ed è contestuale alla loro percezione identificativa, è il nucleo dove, prima di sdoppiarsi, sentimento ed ordine razionale costituiscono un’indivisibile cifra. Essa diviene nutrimento e flusso diretto che il poeta, dallo spazio del silenzio, trae e trasforma per far emergere gli strati comunicazionali empaticamente più profondi nella loro duplice valenza di sensazioni e di dati informativi, avviandoli verso una vera e completa libertà di espressione. Nella dimensione sonora la poesia può divenire polisignificante, ambigua e la singola parola è metafora di se stessa e simbolo; anzi l’ambiguità è ciò che distingue la parola poetica, in quanto linguaggio pregnante ricco di potenzialità.

 

L’attuale situazione di gran parte della parola poetica scritta, dopo l’ormai stanco poetare di tipo ermetico o post-sentimentale o minimalistico, dopo anche l’exploit del gruppo 63 nel panorama italiano o della poesia della beat-generation coi suoi reading di poesia orale in dimensione internazionale, dopo i recuperi neoavanguardistici della terza ondata, le risacche della parola innamorata o gli approdi al post-modernismo, appare sostanzialmente logora, anche se dignitosa in singole migliori esperienze, totalmente priva di proprietà organolettiche. La poesia lineare non ha sostanzialmente saputo rinnovarsi, individuare nuovi percorsi, nuove strutture fenomenologiche, non ha saputo tracciare altri percorsi di comunicazione. Se è vero che la superficie di una pagina scritta, che pure ancora ci affascina, può essere più profonda del mare oceano, è altrettanto vero che questo mare di carta è oggi così fortemente inquinato e degradato da mettere a dura prova qualunque lettore che, pur fornito di muta e validi strumenti critici, vi si voglia immergere. Molti dei pesci che vi nuotavano sono ridotti ad ossi di seppia spolpati, ed altri che ancora vi muovono le pinne sopravvivono nell’acquario di un salotto di maniera. Non v’è da meravigliarsi dei pochi libri di poesia venduti e letti, a fronte delle migliaia di libretti annualmente pubblicati; e neppure che i poeti lineari, che dovrebbero vivere il dignitoso silenzio scritturale della loro cameretta, siano invece così opportunisticamente solerti al presenzialismo delle letture pubbliche ed ai talk show televisivi alla ricerca di un ipotetico, vacuo e narcisistico successo.

 

Per questa situazione gran parte della sperimentazione poetica di qualità ha intrapreso con decisione la strada della espressione sonora, performativa e d’azione, perché autentica e vitale. È questa la linea di fuga, di confine e di rischio che solo la vera poesia può tentare. Non si può essere che profughi delle letterature, ibridi dei codici comunicazionali, multimediali di una creatività liberata; questa è anche la direzione di una nuova classicità, di un rinnovato possibile, o impossibile, "stato". È evidente il ritardo e l’inadeguatezza della critica verso questo tipo di produzione.

Alla poesia sonora, attraversate le esperienze del lettrismo, del fonetismo, dello Zaum, del linguaggio transmentale, dell’onomalingua, della musica fonetica, delle sperimentazioni vocali di Fluxus, del gruppo Zaj ecc., le tecniche elettroniche danno oggi sconfinate possibilità di supporto e di amplificazione dell’intelligenza creativa alla base del progetto e della sensibilità acustica. La poesia sonora diviene un evento spettacolare dove l’eventuale scrittura è partitura del momento esecutivo. La materialità linguistica diviene pre-testo per calarsi nelle sonorità fino al rumorismo, al silenzio, all’evocazione di un senso profondo dei fonemi e dei semantemi, di una vibrazione di fondo che è l’energia pulsante dell’universo sonoro. Tutte le tecniche possono essere impiegate: la tonalità, il ritmo, l’ambiguità, la ripetizione, la monotonia, il balbettio, l’eco, la melopoiesi, la compressione, l’afonia, il loop, la dislalia, l’urlo, lo stop, l’accelerazione, il rallentamento ecc.

Derivata quindi dalla tradizione orale, la poesia sonora è passata attraverso le sperimentazioni sul corpo della parola, sul gesto, sulla traccia e sulla voce, sfociando in quell’universo dove i confini tra i generi sono labili come il virare tra i colori dell’iride nello spettro visivo, mutevoli ed interscambiabili e dove si trova commista al canto, alla musica, alla preghiera, al mantra ecc.

Certamente in recenti stagioni, come in ogni rivoluzione, si è operata una vera aggressione ed uno stritolamento già definito "viaggio al termine della parola"; vi sono state esasperazioni non condivisibili, se non nella loro dimensione concettuale legata ad un breve specifico contesto temporale, ed ora si assiste ad un recupero poetico della parola, non revisionistico, calandola nel poema sonoro in rapporti equilibrati. Parimenti dopo i decenni della destrutturazione, della deflagrazione dei segni e delle parole, della voce e del gesto, degli oggetti e della figura, degli eventi contingenti e contestuali, viene più recentemente ad assumere crescente importanza l’esito formale dell’opera, la sua dimensione estetica enucleata e confrontata con l’area ed il tempo dai quali proviene e nei quali affonda le sue motivazioni e giustificazioni. Ma tutta l’area della poesia totale si presenta valutabile sincronicamente piuttosto che analizzabile in una sua prospettiva temporale ed in una distribuzione diacronica. Tendono a prevalere il digitale e il sincronico in un cyber-spazio atemporale.

In questi anni si sente in convegni e dibattiti, ridurre la pratica della poesia sonora ad una tendenza degli anni ’60 e ’70, relegandola in piccoli circoli di sparuti epigoni con produzioni poco incisive e consistenti. L’ignoranza e la miopia sonora, una specie di ipoacusia intellettiva, non colgono come parte della miglior produzione di quest’area, sia linfa del vasto circuito della musica colta e giovanile d’avanguardia, fino al rock ed al rap, alla carica emotiva di Laurie Anderson o di Diamanda Galàs; approdi che sono filogeneticamente rapportabili alle produzioni di Demetrio Stratos e degli Area o alla sperimentazione sonora di Henri Chopin. Così come è rapportabile all’uso di qualunque suono, di qualunque rumore che diviene "voce degli oggetti" e che, elaborato elettronicamente, diviene parte integrante dell’universo della sperimentazione sonora. In questo universo, dove pure si pone la poesia sonora, si nutrono e prosperano tutte le migliori tecniche multimediali impiegate nel cinema, nella pubblicità, nella produzione formalmente di qualità indipendentemente dall’impiego in una proterva dinamica di mercato (se non è possibile cambiare il mondo cambiando la scrittura, non lo è neppure con un uso creativo della voce).

Soffio vitale, vibrazione del profondo, alternante respiro del mondo, la poesia sonora nella contemporaneità della diffusione telematica e della elaborazione elettronica dispiega totalmente la propria vitale energia, ed appare più carico di potenzialità poetiche il battere del microfono sul ventre di Adriano Spatola, che tutte le melliflue lamentazioni dei suoi contemporanei innamorati della parola; il Tam Tam, com’era il nome della sua rivista, batte ancora per le foreste metropolitane e colma l’universo sonoro della poesia totale.

Questo testo è dedicato ai poeti sonori italiani: Giuliano Zosi, Carla Bertola, Corrado Costa, Lello Voce, Enzo Minarelli, Luciana Arbizzani, Giampaolo Roffi, Giovanni Fontana, Adriano Spatola, Massimiliano Chiamenti, Bianca Menna, Arrigo Lora-Totino, Demetrio Stratos, Milli Graffi, Aldino Leoni, Patrizia Vicinelli, Giuseppe Chiari, Ares Tavolazzi, Luca Miti, Corrado Cicciarelli, Franco Verdi, Giulia Niccolai, Massimo Pamio, Maurizio Nannucci, Enzo Berardi, Rosaria Lo Russo, Bruno Zucchermaglio, Paolo Albani, Tonino Amendola, Manuela Vigorita, Pietro Porta, Luisa Sax, Cristiana Coen, Vittorino Curci, Alberto Vitacchio, Eugenio Miccini, Francesco De Marco, Enrico De Zordo, Pier Luigi Ferro, Vito Riviello, Mimmo Rotella, ai poeti di "Bao Bab" e a tutti gli altri.

 

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VINCENZO ALONZO

"La dimensione del noùmeno" di Francesco De Napoli

 

L’impegnativo discorso poetico del lucano Francesco De Napoli, che risiede nella ciociara Cassino, è antologicamente condensato in questo calibrato Quaderno edito da Joker. Un trentennale cammino poetico, limpido e lineare, riguardo al quale così si esprime lo scrittore Domenico Cara: "Poesia non silenziosa o intimistica, ma preoccupata della sua diserzione continua agli stessi modelli che la percepiscono. Tuttavia non logorata dall’uso che fanno da tempo protagonisti maggiori e minori del dissenso attuale, bensì deposta, verso dopo verso, nel ritmo (consecutivo) inquieto delle sue tensioni intrinseche e di una leggibilità discorsiva, divampante, grazie al rigoroso reagire nei fermenti del quotidiano, dove peraltro De Napoli ammette: "rinvenni il mio orizzonte perduto". La trasparenza determina la catena degli urti non "fiochi", le valenze sottese e condensate al procedimento raccontato, direi esatto, non malizioso e neanche elaborazione animata dall’oggettività pretestuale, Francesco De Napoli coglie e accoglie un genere di resistenza personale che avviluppa il percorso affidato alla protesta, al viaggio fra le cose del mondo oscuro e gremito di coltelli esistenziali e complici. I testi in ogni caso, non avventurosi, colmi del proprio stato di irruzione e di illusione, traducono evidenze in spirito di umanità, trapiantano esempi attuali nell’area di una lingua che è insieme eloquenza del Sud e di ogni altro Sud (non narcissico) senza spettacolo ma avviluppato alle idee del poeta non elegiaco".

Scrive la poetessa Maria Benedetta Cerro: «I versi raccolti nell’autoantologia La dimensione del noùmeno riassumono in modo significativo un percorso poetico coerente nella sua appartenenza ad un comune destino umano e fedele alla Parola. Un procedere silenzioso e sdegnato, sempre in difesa di ideali e valori troppo spesso violati. Invettive taglienti, sottile autoironia e struggente tenerezza dell’amore e dell’infanzia segnano pagine memorabili, dove ciascuno può intimamente e socialmente riconoscersi. Ai versi si unisce, e con essi parallelamente procede, l’impegno culturale dell’autore, sempre attivo e generoso. Grazie anche dal mio silenzio, dalla mia insufficiente partecipazione».

 

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DOMENICO CARA

"Compagni di strada caminando"

 

Questa antologia di versi sulla guerra ha come indiziale ispiratore Antonino Contiliano: un poeta di Marsala che ha scelto autori e testi sulla questione che di tanto in tanto coinvolge, sia coloro che sono abitati dal prurito della violenza, sia da certe illusioni di rito contestativo. L’altra parte, quella introduttiva, insieme al progetto editoriale, e cioè del viaggio secondo inedita logica, è assolta e risolta da Giorgio Moio, anch’egli poeta e direttore della collana di poesia, prosa, saggistica Viceverso, per conto delle Edizioni Riccardi di Quarto (Napoli), per cui l’operazione fruitiva è stata eseguita. Infatti l’antologia, anzi "anti-logia", non segue né l’uso tematico, né l’alfabeto nomenclativo dei poeti inclusi, né le date di essi, secondo lo schema rigorosamente canonico, anzi si svolge la relazione delle presenze in riconoscimento sine nomine. E non ci sono neanche le biografie vanesie e di pubblico ornamento. Una ricerca sui generis, che privilegia il barthesiano "piacere del testo" a filo febbrile ed estroso, disseminato in una registrazione astratta, smagliata, interrogata nel suo continuum. Una condizione svincolata da obblighi d’ordine tradizionale o resa in funzione del prestigio d’una poetica anziché di un’altra, ma impostata sulla valenza iconica delle scritture, del pensiero poetante, degli umori sperimentali del poeta dei nostri anni.

Ci sono in questo libro, strenuamente visualizzato e allucinato nei varî testi e nelle rarefatte figure, la poesia possibile, l’urto che essa svolge nella maniera ironica e bruta dentro gli eventi modali della negazione di spazio e di tempo alla "Signora" a cui è necessario disobbedire, per esempio, ed altre rappresentazioni critiche, determinate, plurime, e secondo i codici e le mobilità semantiche degli Autori sulla guerra, che possono essere diversi e tanti (anche stranieri), ma elencati nella quarta di copertina su una sagomatura non solenne, precisa, indistinta, senza assoluto riferimento all’esteriorità del nome.

La cosa inaugura una danza sperimentale, dove il verso diventa traiettoria lineare e fòmite di spostamento verticale, grumoso fiotto, magma prosastico e stridore ampiamente scomposto, tranciato nella sensibilità strofica, e aritmia interpuntiva divertita (e irritabile, consecutiva, dialettica in ogni imprevedibile procedura). Il grassetto incalza audace sul corpo 8, la materia verbale quindi ritorna massiccia, informale, discutibile. Probabilmente non s’indovina mai l’erratico io di qualcuno in una serie di cerimoniali poeticistici, di strutture aforistiche spezzate, che comunque "azzerano l’onore delle armi" e di chi grida "ho diritto alla vita"! A codesta opzione delirante si aggiunge (intorno all’idea di "parola") in copertina, un Nudo di Picasso, in alfabeto razionale e come presa di posizione "anti", a cui seguono, sfuggenti sulle pagine, disegni che colmano la resa di comunicazione puntualmente intesa provocatoria e complicata.

(Esiste del libro una versione multimediale, con voci-video registrate, per l’ascolto degli strappi sillabici, delle invettive per frammenti, malumori scrostati dalle rabbie scritte da buoni attori siciliani, con effetti speciali, per ridonare al testo poetico venature e mete preziose). È questo è amore (e passione) contro le attitudini del banale, che invariabilmente opprimono la poesia, e tante cose della cultura tout-court, e non soltanto da adesso! Nella tempesta di sensi poetici, moltiplicati da modalità così attive, e da richiami tumultuosi di interrogazione intellettuale, non è possibile dimenticare, in tal esempio conflittuale, un illogorabile punto fermo sul lavoro poetico attuale, assai prospettico nell’entusiasmo vissuto dai medesimi ideatori.

 

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MARIO LUNETTA

Anna Maria Giancarli: necessità di altri confini

 

Fin dal titolo, la più recente raccolta poetica di Anna Maria Giancarli esibisce un profilo che intende marcare un’alterità rispetto alle griglie degli steccati consueti, e al tempo stesso ipotizzare uno sconfinamento irrefrenabile. Confinidiversi (Ed. Fermenti, con una poesia-prefazione di Nanni Balestrini, sei tavole di Ennio Di Vincenzo e interventi di Francesco Muzzioli, Antonio Gasbarrini e Fausto Razzi), disegna, con spinosa ambiguità, un progetto di differenziazione rispetto a situazioni precostituite e da tempo esaurite nell’ipermercato del Consumo Poetico, e insieme sottolinea che la sua natura specifica è fatta di materia verbale e versificata, "messa in forma" extracodice, insomma. I "confini" sono, così, altri, ma anche "di-versi", ad affermare che oggi la poesia, per poter reclamare con qualche ragione la propria legittimità, non può che cambiare pelle e polpa rinunciando a creme vitaminiche ultraccreditate e a prodotti di bellezza eternizzanti, non può che darsi come corpo impuro e magari cadavere definitivo, luogo non asettico, ring dove vengano a colluttare – senza gerarchie spirituali idealisticamente sistematizzate – tutte le positività e le negatività dei nostri anni, dalla cronaca più turpe alle istanze di liberazione individuale e collettiva, dall’urgenza del desiderio al piacere nomade del sogno, dall’invettiva polemica alla più secca dichiarazione cronistica, alla stringenza riflessiva, all’urlo più paradossale, al gelido furore. La vera vita è assente, diceva ai suoi tempi con allarmante precisione il vecchio Hegel; e la situazione, da allora, non è certo migliorata. La differenza più cruciale e forse irrimediabile, rispetto agli anni della Fenomenologia (1807), è che gli odierni imbonitori sostituiscono la Vera Vita con il suo simulacro, spacciando come autentica la sua imago graziosamente falsificata. Non è forse il nostro inferno l’Era dell’Ottimismo, come va blaterando dagli spot tv il poeta Tonino Guerra?

A questi giochi mistificatori Anna Maria Giancarli oppone, oltre che la sua energia linguistica, la sua invidiabile testardaggine: una testardaggine che non può che costruire una strategia articolata non soltanto nell’incisività dei singoli pezzi, ma anche nella griglia delle titolazioni particolari, sia delle sezioni (Mappa dello scontro, Rendez-vous, A lezione di sogni, La realtà colta dall’ombra, Emergenze) che delle poesie (Codicinfranti, I piani della distanza sfuggono, La vita nel deserto non è facile, Non c’è più scampo ai luoghi comuni, Alfabeti di tutto il mondo inviano segnali, ecc.). Una strategia di segno nettamente antilirico e anticonsolatorio, che si avvale di una scrittura del tutto priva di speranza catartica.

Il peso specifico della parola poetica è in questo libro quello dell’assunzione di responsabilità: di qui, un andamento prosastico fitto di lacerazioni interne, un procedere meta-didascalico che annulla le distanze fra l’io e le cose, la propria soggettività privilegiata e la violenza cieca del mondo, e punta le proprie risorse (in una sorta di microcritica inesausta dell’economia politica della scrittura) sul principio della contraddizione permanente. In postfazione lo sottolinea con perfetta calibratura Francesco Muzzioli, quando dice: "Se ci troviamo nell’emergenza, vuol dire anzitutto che la gravità della situazione è arrivata al limite e che è giunto il momento di assumere le scelte del caso senza mezzi termini e per giunta senza avere neanche molto tempo davanti (sicché il calcolo diventa scommessa e si affida non alla ponderazione ma all’estro). Benjamin ha scritto che "la tradizione degli oppressi ci insegna che lo stato di emergenza in cui viviamo è la regola". Occorre intervenire sul cattivo corso del mondo prima che sia troppo tardi. Insomma, non si può fare poesia senza un occhio all’economia politica".

Siamo all’anno zero, suggerisce Anna Maria: e questa consapevolezza reclama da parte della scrittura tutta una serie di contrazioni "antigraziose" – per dirla col grande Boccioni – e di torsioni del pensiero lirico a orizzonte contemplativo. Ogni orizzonte è caduto: di ciò che un tempo fu possibilità, magari illusoria, di spazi interminati, non resta che il simulacro elettronico, magari prevenduto in pacchetti standard. In questa coscienza della sottrazione sta la piegatura amara di questi testi, e al tempo stesso il loro potenziale di ribellione irriducibile. In essi tutta la tenerezza è come fasciata di afflizione: ma è un’afflizione che non guarda il proprio ombelico cercandovi un risarcimento sentimentale, al contrario essa non smette di rovesciarsi in situazione offensiva, comunque conflittuale. Se l’io è decentrato e scisso, il canto non può più avere corso. La modernità più adulta ha lavorato nella scrittura appunto dentro questo decentramento e questa scissione, e la Giancarli opera con singolare generosità e originalità inconfondibile all’interno di questa dialettica: «così si frantuma il verso / impaziente all’ascolto / semina sgomento così / perché non risarcisce / segna impronte incandescenti in gola / tacendo nel grembo consumato si nega / in rantoli di fiato / rende muto il mondo / così in suoni senza fondo impolverati / si ribella così e si frantuma il verso» (Qualche virgola s’è persa per strada). E ancora, in un altro dei passaggi in cui più accentuato è il tono pubblico di questa poesia in cui il diapason "a piena voce" si può perfino scarnire in un ànsimo, e il gioco sapiente degli incastri metrico-ritmici può ammorbidirsi nella luce di una metafora distesa: «alla fine di questo carnevale – senza limiti – / smascheriamo l’inerzia girando l’angolo / lampioni oziosi attendono alla traversa giusta / occulte lune respirano rimedi estraniati / fra risate senza stile e metafore sbalordite / infiliamo parametri ornamentali / per tragedie reali / brilla il sole – comunque – incatenando ombre / grida ventose accartocciano insulti sbandati / dalle fontane acqua pallida scivola ignara» (Si può morire in un romanzo dai toni gialli). Così, la valenza "pubblica" di un libro come Confinidiversi si mostra anche nelle ragioni lessicali che lo innervano, con una sovrabbondanza di sostantivi plurali che arieggiano, alla fine, l’astrazione di entità difficilmente conoscibili e decifrabili, inquantoché il reale – e par conséquent la scrittura – mostra una facies opaca, oltre che inafferrabile ormai. All’ottusità feroce del mondo, il poeta oppone la propria lucida cecità, in una lingua ferrigna e aspra. All’indifferenza, il proprio bisogno di partecipazione, di analisi, di giudizio. Anna Maria Giancarli, ne ha pienamente coscienza, e ne riempie gli interstizi incandescenti con la necessità di un’utopia che non è illusoria e fumosa proiezione fantasmatica, ma necessità di un’altra interezza concreta e storica.

 

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GIORGIO MOIO

"Il caso Izoard" di Giovanni Matteo Allone

 

C’è tutto un filone narrativo in Italia che in questi ultimi decenni, da La chimera di Vassalli alla Dismissione di Rea – per fare degli esempi –, costruisce le sue storie, le sue trame, attingendo da avvenimenti reali, finanche da fatti di cronaca nera. Dai fatti di cronaca nera ha attinto anche Giovanni Matteo Allone, narratore fantasioso e critico intelligente siciliano. Con minuziosi particolari, si ripresenta ai suoi lettori, dopo Tramonto delle colline (1980), Sulla strada di Damasco (1985) e Una calda estate siciliana (1995), riesaminando e analizzando nei minimi particolari, con Il caso Izoard (Parentesi, Messina, 2003), una tragica storia realmente accaduta, attraverso le carte dei vari processi che fecero sèguito, alla quale fanno da sfondo alcuni fatti dell’epoca che andavano svolgendosi in Italia e nel mondo (la nuova legge sui patti agrari; i cinici sistemi dei campi di concentramento della Germania Est; il mancato ingresso dell’Italia nell’O.N.U. a causa del veto russo, che avviene poco più avanti, etc.).

Si tratta di una coinvolgente ricostruzione, in stile romanzato, di un clamoroso caso giudiziario, di uno dei primi processi-spettacolo mediatici del Novecento, avvenuto in una città del profondo sud, un avvenimento drammatico e struggente, un vero mistero, rimasto praticamente irrisolto, appartenente all’adolescenza dell’autore (all’epoca dei fatti Allone aveva 15 anni). Tutto si svolge attorno ad un misterioso annegamento, accaduto nel 1955 nel mare di Taormina, in uno dei luoghi più rinomati della Sicilia, di un’avvenente giovane polacca di origini ebree, Orlowaska Boleslava Balmat, di 29 anni, caduta, si pensò (ma non vi furono testimoni, nonostante la presenza nelle vicinanze di alcuni pescatori) da uno degli scogli attorno all’Isolabella, mentre era intenta a pescare. Quella che doveva essere una felice villeggiatura, in compagnia del suo amante, si trasformò in tragico evento. Ma col passare dei giorni prendeva sempre più corpo la convinzione, in seguito a indagini e testimonianze effettuate dagli inquirenti, che si trattasse di omicidio, del quale fu accusato e incarcerato l’amante della donna, un truffatore francese di 50 anni di nome Roger Izoard, poi assolto in cassazione, con la formula dubitativa, dopo 13 anni dall’accaduto.

L’autore non si limita a narrare i fatti nella loro realtà, ma vi aggiunge, con stile avvincente e con un linguaggio scorrevole e spesso al presente, come se la storia appartenesse all’oggi, una forte partecipazione emotiva (sia pure intelligentemente trasparente). Ne esce fuori anche uno spaccato della tranquilla (apparentemente!) provincia italiana, che si trova al centro di una tragedia "venuta da fuori", e che pare non appartenerle, pur non essendo nuova, tutto sommato, a fatti di cronaca. Si pensi agli omicidi di mafia, p. es. Ma si tratta, in questo caso, di un fatto di cronaca nuovo ed insolito, strano sin dall’inizio, che evidentemente all’epoca dei fatti non lasciò del tutto indifferente l’allora Allone ragazzo. È evidente, in questa ricostruzione giudiziaria, un forte sentimento di giustizia. Giustizia, in senso largo, senza confini: si eleva questo sentimento a difesa soprattutto dei più deboli, degli incompresi, degli emarginati, divenendo alla fine, sentimento di giustizia universale, cosmica, giustizia per tutti quegli esseri umani costretti a subire impunite malvagità.

Sin dall’inizio di questo romanzo-inchiesta, aleggia una domanda inquietante: si trattò di tragica fatalità o di delitto? Nonostante la versione dei fatti di Izoard, il primo a soccorrere la donna e a riportare quel corpo senza vita con una barca sulla battigia, che presentava molti lati oscuri, in un primo momento si dà la colpa al cane lupo Wolf, che la donna aveva portato con sé sullo scoglio: probabilmente, urtandola, l’avrebbe fatta cadere in acqua, dinamica fatale per lei che non sapeva nuotare, inducendo gli inquirenti, in un primo momento, ad archiviare il caso, stabilendo – appunto – che la donna era morta per annegamento sospinta accidentalmente in acqua dal proprio cane.

In seguito subentrò un fatto nuovo, che spostò l’indagine sul suo amante: quest’uomo di malaffare, da tempo ricercato dalla polizia di mezza Europa per una serie di pendenze penali, aveva stipulato a Parigi alcuni contratti di assicurazione sulla vita della donna che, in caso di morte, gli avrebbero fruttati 25 milioni di franchi. Un buon movente per un uomo senza scrupoli.

Si scava, dunque, nella vita di Izoard (tutto il volume, dall’inizio alla fine, è centrato su questo personaggio, sul suo comportamento prima, durante e dopo l’annegamento della Balmat) e ne esce fuori un personaggio losco, una figura di «un delinquente istintivo, un cinico incapace di sentimento» (p. 123), come si espresse il p.m. durante una delle fasi processuali. Di origini nobili, sin dall’infanzia aveva imparato ad avere tutto e ad ottenerlo – ci dice l’autore – «come se tutto gli fosse dovuto per speciale grazia del cielo [...], si serviva [del suo fascino di latin lover e della sua ambizione] per raggiungere i suoi obiettivi, a costo di passare sul cadavere delle proprie vittime» (p. 40). Aveva avuto molti guai con la giustizia, iniziati all’età di 20 anni per emissioni di assegni a vuoto, legandosi poi, dopo la guerra, a vari avventurieri in varie parti del mondo, dedicandosi a traffici illegali per cui viene più volte incarcerato.

Si scava pure nella vita della disgraziata Balmat, donna di facili costumi (a vent’anni è l’amante del ministro polacco in esilio), sposata con uno svizzero. Non aveva avuto una felice esistenza né durante la guerra (deportata in un campo di concentramento nazista in quanto ebrea polacca, a seguito di frequenti dolori di testa, i macellai tedeschi la sterilizzano, asportandole tube e ovaie), né dopo, con frequenti crisi depressive che la inducono ad una vita instabile, desiderosa di piaceri materiali.

La macchina inquisitoria si mise in moto senza più tentennamenti, emettendo un ordine d’arresto per Roger Izoard, che nel frattempo fu arrestato dagli agenti della polizia svizzera a nord di Losanna, un paio di mesi dopo la tragica vicenda di Taormina. L’estradizione avvenne quasi subito, praticamente in un paio di mesi, con una celerità mai avvenuta prima: evidentemente tutti erano desiderosi di porre fine a quello che sembrava un caso senza soluzione e che stava mettendo in cattiva luce l’intero sistema giudiziario italiano.

Cosa ci vuole dire il bravo Allone con la ricostruzione romanzata di un vecchio processo? Che «in ogni processo tutto diventa una questione opinabile [...] dal momento in cui uomini diversi chiamati a giudicare si comportano in maniera così differente [sugli stessi elementi di giudizio], quando di mezzo c’è il destino dell’uomo» (p. 125). Come dargli torto? La perplessità che esprime sul modo farraginoso e/o superficiale di fare giustizia, oggi tema di grossa attualità – sottolineando però il senso di giustizia e la fiducia nell’azione degli inquirenti –, in certi casi si crogiola con le deduzioni e le osservazioni fantasiose, del tutto personali, sobrie e giudiziose, poste alla fine del volume. Senza mai entrare nel merito del processo, infittisce il mistero su una morte strana e un procedimento di giustizia non tanto diverso da quello che i media ci fanno partecipi nei processi di oggi, dove chi paga, solitamente, è la povera gente.

 

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MAURIZIO VITIELLO

Le nuove elaborazioni di Maria Pia Daidone: "Sagome e territori dell'anima"

 

Nell’era degli indirizzi telematici, tra sospensioni della civiltà quotidiana, con gli episodi sconvolgenti dell’11 settembre 2001, e sensibilità estreme degli artisti, presentate alla penultima "Biennale" di Venezia, si era dimensionato il lavoro di Maria Pia Daidone (www.daidonearte.cjb.net).

I birilli, tra fabulismi accorti ed incidenze icastiche, hanno inteso sia sottolineare e sia raccogliere i respiri attuali del mondo ed il "sentiment" che l’attraversava.

Una parte del mondo era stata offesa da chi cercava (e cerca?) risultati eclatanti con regie terroristiche.

Con l’11 settembre 2001 era cambiato l’assetto internazionale e non si prevedevano quali sviluppi mediorientali potevano innescarsi, come ancor oggi soluzioni stentano a trovare le vie di una pace definitiva.

Tra tensioni fortissime e scenari globali inesplicati gli "eurobirilli" di Maria Pia Daidone irrompevano con caratteri di commento sulla scena dell’arte e sui corsi geografico-economici, e non solo.

Se l’economia salda o frattura globalizzazioni, l’arte si ravvede come portato critico di nuove situazioni...

Ogni "eurobirillo", ogni "globobirillo", ogni "glocalbirillo" costruito e sagomato, in tecnica mista su tela o su tavola, dalla bravissima artista partenopea Maria Pia Daidone, era un precipitato di singolarità.

L’artista raccoglieva e definiva elaborati birilli anche in sfilate prospettiche, ragguagliando, però, sia su diversità e sia su omologazioni.

L’artista, con verso gentile e con cortesi dissensi, dimensionava il birillo, nelle varie e variegate versioni, facendogli assumere il tono, inequivocabile, di sagome certe, che raccoglievano diverse e plurime emozioni dal contesto umano e precipitavano in una rassodata teoria, dal caustico al consumato.

I birilli dell’artista tratteggiavano riporti figurativi che potevano essere considerati valori aggregati e potevano essere abbattuti da un imprevisto "strike".

Comunque, i birilli, tratteggiati e definiti da Maria Pia Daidone in "consumati testimonial" del tempo, aspirano a permanere, nonostante tutto.

E Maria Pia Daidone, partendo dalla serie dedicata ai birilli, di qualche anno fa, oggi ha elaborato una sagoma certa, di sapore antico e magico.

E la nostra memoria critica ci ha accompagnato a ricordare una serie di oggetti, provenienti dalla zona di Rocca San Felice, in genere dedicati alla dea Mefite e a Cerere, conservati al Museo Provinciale di Avellino.

Di particolare importanza risultano i pezzi lignei.

 

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Il grande "Xoanon" e gli altri reperti di intaglio in legno, collocabili tra il VI e il V secolo a.C., furono rinvenuti nella Valle dell’Ansanto, presso il tempio dedicato alla dea Mefite.

Furono ritrovati in perfetto stato di conservazione, favorito, probabilmente, dalla natura del terreno.

"Xoanon", in greco, significava intaglio e con questo nome si finì per indicare i volti delle divinità intagliate.

I fenomeni geologici, i pericolosi soffioni velenosi e le polle di fango ribollenti impressionarono fortemente le popolazioni di quella zona che trovarono nel culto della dea Mefite la loro protettrice.

Quest’introduzione intende sottolineare che le opere attualissime di Maria Pia Daidone serbano umori ancestrali e riferimenti antropologici e sono in parallelo con le opere succitate.

Le sagome della brava artista partenopea, incise o disposte su legno, trattate da privilegiati cromatismi "noir", in parte lucidi, perché accarezzate da cere, smalti, inchiostri e vernici, ed in parte matti, perché ombreggiate dalla grafite e da misurate sottrazioni opache, condensano un lavoro di anni, partito dalla figura del birillo.

Oggi queste magiche sagome, su cui insistono anche segni, segnacoli e segnature, graffi, incisioni, strofinature, accostamenti di sacro e profano, raccolgono le vertigini del nostro tempo e ci rimandano a tempi antichi, in cui un graffito si poneva come primo elemento segnico di interpretazione e comunicazione sociale.

 

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LA BIBLIOTECA DI RISVOLTI

a cura di Pasquale Della Ragione

 

 

Leopoldo Attolico, Siamo alle solite, Fermenti Editrice, c. p. 5017, Roma Ostiense, 2001, pp. 104

 

La scossa

 

Al posto dei versi

bisognerebbe proporre aromi, spezie

concrezioni di umori diversi primordiali terragni

con adeguati chimismi amalgamarli in tenui polverine

da spargere tra il pubblico durante le letture

un mix feroce e delicato casto e spregiudicato

(non certo l’olio santo del pontefice)

in grado di aggredire le pliche cerebrali

per input creaturali vergini fruttati,

una pappa reale bio/paranormale

che schiodi la platea dal suo fervido

torpore di mina innescata,

come fa l’arteficiere

quando chiama a sé il suo mestiere

e si gioca la vita per fare della morte

finamente

una cosa inoffensiva.

Con la vita a sovraintendere

 

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Giuseppe Bilotta, Fermo punto della luce di Jean De Polignac, Marcus Edizioni, c. p. 50, Quarto (NA), 2003, pp. 72

 

Albus. Equilibrio e squilibrio

nella luce, nel supremo fine dell’uomo.

Ipotesi formulate e strade affrontate.

Suonava dolce il mistico canto dei pellegrini.

 

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Antonio Carano, Afonie (vecchie e nuove), Gabrieli, via del Gelsomino 92-98, Roma, 2003, pp. 64

 

Mi avvicino alla pagina in ombra

sgombra di segni in questa sera

graffiata dall’urlo che muore

nella nera memoria del mare.

Un cavaliere

intrappolato in un sogno disegna

astrazioni a mezz’aria.

Poi sulle ali

di una farfalla stanca

vola via dalla pagina bianca.

 

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Maria Grazia Lenisa, Eros sadico, Edizioni Orient Express, s. i., 2003, pp. 64

 

Notturno

 

L’angelo inferno non trapassa i muri nella schiuma

invisibile dell’afa che fa gommose l’ali oltre misura.

Si spiaccica sul vetro del balcone come uccello

gigante che ha perduto l’orientamento : angelo

caduto.

Lui non entra, non apro, scoppia il panico

dell’esser chiusa in sudore, perduta ad ogni viaggio

che non sia parola.

Sta la casa alla tomba, estranei luoghi ove si accende

o si spegne la luce.

Sui vetri all’alba il contorno d’un corpo a braccia

aperte di crocifissione, un angelo morto o un insetto

soltanto o farfalla notturna.

 

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Piera Oppezzo, Andare qui, Manni , via Umberto I 51, San Cesareo di Lecce, 2003, pp. 64

 

Aiuto. Perché qui?!

 

Deciso           essenziale

si solleva un serpente interrogativo.

Nitida la curva

impossibile non vedere

la sua forma-domanda.

Si è disegnata stabile nell’iride.

 

Perfetta la simmetria tra sguardo

e altro sguardo manca diversità.

Uguaglianza da pareggio di terrore.

Qui succede. Questo.

 

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Sandro Sproccati, Cum praesumpta creatura (poesia), Antiedizioni Apnea, s. i., 2003, pp. 64

 

IV.

 

Stacca in alto avida rupestre forra

di rutili proietti a digitare

per le fesse, per li rivoli

(inconsulti)

di lingue labili, di banchi bianchi.

La mano su di te io non potrei posare,

 

che squarci azzurri a punta

(arrovesciati)

e li chiudi come sacri mondi

in sé bastanti,

che vendi doglie e incanti,

rinomata,

con lievi palpiti degli occhi:

e lasci e blocchi

o ti fermi

a rigirarli, varda…

 

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Roberto Voller, Grammi, Ed. Gazebo, c. p. 374, Firenze, 2001, pp. 44

 

Lazzaro non voleva saperne

di uscire dalla fossa

fu un miracolo

tirarlo fuori