
n. 12
Geometrici o del rischio
Importante:
i testi che seguono possono essere tutti riprodotti citandone la fonte e
comunicando alla redazione eventuali inserimenti in pubblicazioni di vario genere.
Risvolti
- Testi creativi
FRANCO CAVALLO
Antologia
minima
Lungo la Loira
verso le antiche luci
ancora intirizzite d
cquazzoni; ma...
ben-flix, stabat tra
vecchie tavole sconnesse
pomeriggio dagosto
allidromele
scendendo lungo la Loira
e i castelli franati
in unaria sen-xuosa
nella magnolia azzurra
odore di pane odore di vino
caldo
e il desiderio represso
con.
le gambe distese sotto la
tavola
le gambe sue distese sotto
la tavola
dalla parte
dellintesa silenziosa spasmodica
pronta ad essere
contraddetta
loeil trouble la gola
trattenuta
e poi il ricordo di tanti
pomeriggi
nella camera stipata di
quadri e di libri
a tradurre
dal numero speciale poco
dopo la morte
f.to, ricordavo, Pierre
Reverdy
le grand père de Pierre
Reverdy
le père de Pierre Reverdy
Jai eu pour ce coin
de terre
un immense amour,
tanti pomeriggi passati
dunque a tradurre
e ora cera lei e
limpossibilità di averla
e cera un fossato a
dividerci
istituzionale
lassoluto è dunque
una conquista
alla quale la carne
partecipa
con spasimi di dolore.
(1969)

Angue
corpo e anima e sangue e
angue! (musica
adagio, di grazia! (la
spuma sulla lama del rasoio...
stagione di liberazione o
di catene?
mentre stanotte in un
turgido algore
minabissavo
lentamente nel grido
rauco della tua carne, nel
buio delle tue
acque (penisola sghemba
disseminata di
farfalle morte e gusci
pietrificati!)
ho rivissuto sul filo
tenero di un ricordo
un tronco solitario sulla
spiaggia
trasvolante a. (a Calais
tutto scheggiato. (a
Figueras nellalber
go cera una donna
odorosa nelle sue
vesti di sonno, palpitava
di nicotina
e di un mare corrotto alla
deriva (: eri tu!)
e questo son io: il
capitano Conrad
oppresso dalla gotta, pipa
spenta
davanti al muro bianco del
futuro ed ho
o, se vi piace, un
pescespada alla fonda
al largo della costa
dellisola di Creta
elena elena: stagione di
liberazione o di catene?
(1969)

esclama
la voragine ha uno
sfolgorìo di metallo
cadendo in un crepaccio
perdi il cuore e le braccia
ma
leco di un embrice
che si rivolta
oh
non metafisica
ma fisica del sogno
che si ravviva su questi
selci
in questa piazza di mercato
in mezzo a baracche e a una
folla tumultuante
bei colori del legno e del
cuoio
che rinascete nella
speranza
batti batti meridiana
la contraddizione ravviva
la danza
(1971)

edipico veleno
la partita non è perduta
fruga in una vecchia
cassapanca
lerrore troverai
in un panno insanguinato
la faccia si rischiara
di una tenera angoscia
coperti di silenzio
gli occhi profondi azzurri
e i capelli di fuoco
consenzienti
(1971)

Jane, Jane, dove sei? Mi
è rimasto sul palato un sapore di mandorla amara.
"Andrò in ferrovia
sino al San Gottardo; quindi, a piedi, procederò verso il punto stabilito. Sosta di
qualche mese; poi
di nuovo in viaggio per
spingermi sino alle Cicladi".
Dove sei, Jane? Dove...
Una notte intera,
uninterminabile notte consumata dallincompatibilità dei linguaggi.
Il logoro fascino
parigino. Verlaine. Rimbaud. (Rue Jacob?). La coppia vi condusse una miseria orgiastica,
fiutando la
libera fumata di
carbone, ebbra di reciprocità.
E poi Londra, camera
virginale, "Non posso" rispose Arthur Rimbaud allautore degli Exilés,
e giù a capofitto nella
torrida avventura
africana, più silenzioso di un pidocchio crivellato di incubi, ombra serale nel silenzio
implacabile di
unassurda
riconciliazione.
Ceravamo seduti
sulla sponda del letto, al buio, con la luna che disegnava unindicibile
stupefazione. Il vento lanciava
strepiti di foglie e
calce bianca oltre le tegole di Marsiglia. Da poco si era concluso il pasto serale.
"Vedi" disse.
"La poesia sanguina come un urogallo".
"Che cosè la
poesia?"
"Locchio del
cielo nello specchio del Nulla".
Si era arruolato a
Sumatra, ma qualche settimana dopo era già disertore.
Se la vita interroga,
ringiovanisci.
Lo spettacolo si
riallaccia ai fantastici spostamenti che le carovane compivano durante le stagioni
invernali lungo la
linea di sangue che
congiungeva il passo delle Allodole Sconsacrate con limboccatura dellAlbatro
di Fuoco, orrido
abisso che, tuttavia, si
apriva su uno dei luoghi più verdi e dolci e fantastici che fosse mai stato dato di
vedere. Un
viaggio allinterno
delle proprie vene, dei propri tendini, al termine del quale si ritornava alla terra ebbri
di luce e di
purificazione.
In sotto fondo una voce
di fanciulla circoncisa, cupa e malinconica, ti introduceva al mistero. Le pareti della
caverna,
appena rischiarate dalla
luce gialla e fumosa di una torcia ricavata con le radici amare dello zibibbo, offrivano segni
e
graffiti di
straordinaria bellezza allocchio affascinato del visitatore. Si provava una
meravigliosa sensazione di
vertigine; come se, al
termine di un lungo viaggio durato alcuni millenni, si fosse finalmente giunti alle
origini della
vita, nel luogo dato,
dove leternità si congiunge con il tempo e la morte incontra la sua prima e
irrevocabile sconfitta.
Dove sei, Jane?
Unantropologa di fuoco ci condurrà nei luoghi al di là della perdita,
salamandra-caronte traghettatrice
del cigno attraverso la
combustione, oltre il lago plumbeo della diseredazione perenne.
(1979)

Ile de France
fu alla fine di luglio
della scorsa estate
durante lascolto di
un concerto del Quartetto di Londra
nel refettorio
dellabbazia di Fossanova
(suonavano Bach, Vivaldi,
Tartini e Haendel)
che vidi una donna
bellissima
con lunghi capelli biondi
che le cadevano sulle spalle
e allora pensai a Breton e
al suo poema
la mia donna dai capelli di
fuoco di legno
(ma femme à la chevelure
de feu de bois)
solo che costei non aveva i
polsi di fiammiferi
né le dita dazzardo
e dasso di cuori
né le gambe a razzo
dai movimenti
dorologeria e di disperazione
e neppure la gola di VaI
dOr
o i seni di cunicolo marino
tuttavia le somigliava
moltissimo
oh Nadja le dissi
sono trecento giorni che
aspetto
trecento giorni di ansia e
di trepidazione
senza che tu venissi
e lattesa mi
procurava uno struggimento alla bocca dello stomaco
ho avuto persino una melena
ero andato in Spagna a
cercarti
e poi ho rifatto il
percorso di Annibale
scalando i Pirenei
mi sono fermato a Capua, ho
atteso, oziato,
sono stato sconfitto:
e tu non venivi mai!
Nadja, Nadja, Roland è
morto
e così si è interrotto il
suo discorso damore
come faremo noi
le dicevo con gli occhi da
stregone
perché allora Roland non
era ancora morto
ma io avevo un oscuro
presentimento
da quando ho imparato che
tutte le cose muoiono
dopo aver vissuto appena un
poco
non sono più lo stesso
Nadja
fu dopo il concerto che mi
avvicinai a quella donna
per parlarle sottovoce
e lei mi disse ma cosa
vuole ma chi la conosce
ma come le dissi non mi
riconosci Nadja
sono io possibile che non
mi riconosci?
e lei ripeté ma cosa vuole
io non la conosco è la
prima volta che la vedo
e poi non mi chiamo Nadja
mi chiamo Beatriz
vengo dalla Cornovaglia e
sono diretta a Taormina
ma fa lo stesso le dissi
Nadja ossia Beatriz
è la stessa cosa il nome
non conta
ciò che conta è che ora
sei qui e non ci lasceremo più
ma lei è matto disse la
bellissima donna
se non la smette chiamo un
pizzardone
e la faccio arrestare per
oltraggio al pudore
rimasi interdetto,
perplesso; e lei svanì
nella notte.
stronza! cogliona!
possibile che tu non sappia nulla
del discorso amoroso?
Roland, Roland, se ci sei
batti un colpo.
(1981)

Ultime cose
Ahimè, il mare!
Il mare chiamò
làlbatro
e gli disse: «Sto male!
Che puoi fare per me?»
«Poco o nulla»
làlbatro
gli rispose, - cupo.
«Neanche io sto bene:
ho una cisti
allimene.
Ho i crampi nello stomaco;
la notte, quando dormo,
faccio sogni tremendi».
«Io tossisco e rimetto»
disse avvilito il mare;
«e ho lalito
pesante.
Per non dir delle ossa:
me le sento vacanti.
Credimi, se continua così,
finisco al camposanto».

Goletta verde
A. «Che cosa ci dite
della vita delle alici»?
B. «Volano come pernici».
A. «Le alghe sono
felici»?
B. «Hanno perfino la
bici».
A. «E le cernie, le
triglie,
i cannolicchi-felloni»?
B. «Li alleva
Berlusconi».

Le affinità elettive
Tableau vivant?
Aloysius Bertrand!
Café Chantant?
Yves Montand!
I quattordici
peccati capitali
Sono orgogliosa disse
laccidia.
Sono invidiosa disse
lavarizia.
Sono lussuriosa disse la
gola.
Sono irascibile disse
lorgoglio.
Sono accidiosa disse
lira.
Sono avara disse
linvidia.
Sono golosa disse la
lussuria.

Senza titolo
Nostalgia delle montagne,
sospirò uno scrittore.
Nostalgia di Montaigne,
sospirò uno scalatore.

Le voci del legno
Le voci del legno
salgono la collina,
scendono verso il fiume
color di tormalina.
Le voci del legno
si perdono nella notte
- cè un tarlo che
champagna
nel fondo di una botte.
Le voci del legno
parlottano nella stanza
- assi, consolle, infissi,
travi, putrelle, imposte.

A Douz
A Douz, davanti alle
dune che, stendendosi a perdita docchio, cominciavano a tingersi del colore purpureo
del crepuscolo, la donna sinfilò le dita tra le gambe e cominciò a masturbarsi.
Trascorsero un paio di
minuti, forse tre. Poi un rantolo doloroso, seguito da un brivido a stento trattenuto,
corse lungo il sedile posteriore della toyota, momentaneamente abbandonata dal resto della
comitiva per le fotografie.
Qualcuno che si aggirava
attorno alla vettura notò la scena e sorrise. Vistasi scoperta, la donna sorrise a sua
volta, tranquilla.
"È stato un atto
dovuto" spiegò poi allinvolontario testimone, mentre rimetteva a posto un
ciuffo di capelli che le erano caduti davanti agli occhi. "Erano anni che desideravo
vedere il deserto da vicino. Mi si era accumulata dentro tanta adrenalina"!

Pesi e misure
A Zara gli zeri
non entrano nella tara.
Gli zii e le zie
zirlano come tordi
che vivono letà
tarda
in un accampamento di
otarde.

II rap dello stoppino
Arbasino è un animale
da chincaglieria di lusso. Uno zibellino bianco che ha neutralizzato laria delle
cime. Può vivere indifferentemente nella tundra, in un sontuoso palazzo sul Canal
Grande, in un Grand Hotel della City londinese, in una grossa scatola surrealista, oppure
(ipotesi che forse gli è più congeniale) in una vecchia lanterna illuminista, magari
logorata dalluso. ma con lo stoppino ancora disperatamente imbevuto di qualche
residua goccia di petrolio.

Bimbi e bombe
La biblioteca di Beirut
è biblica. Custodisce
tutte
le bibbie dei cristiani
maroniti
e i biberon dei bambini
cresciuti nella bambagia
- circondati dai bamby
e trucidati dalle bombe.

Omologhi ne/la
differenza
Karl Kraus è stato, in astratto, un omologo del dottor Ignazio Filippo Semmelweis:
implacabile fustigatore della febbre puerperale che invase la mitteleuropa nei primi
decenni del secolo scorso
In astratto, appunto: giacché, essendo egli soltanto un homme
de plume, gli è mancato lolocausto finale, del quale poté invece
fregiarsi lindomabile Semmelweis.

Cambio di guardia
Beckett
demolisce gli orologi, luogotenenti della storia. Al loro posto introduce una triturazione
incessante del midollo osseo - nuovo strumento per la misurazione del tempo.
(2003)

CARLO BUGLI
per Franco Cavallo
.JPG)

PASQUALE DELLA RAGIONE
Time
felix : a horse with a name
per Franco Cavallo
l alzarsi del velo quando
tace
la risposta trascinata
dalla
corrente il count-down al
tempo
conservando l asimmetria
con
azalee e altalene il
frumento
soltanto a lenti passi
consola
rimestando turbinii nei
prati
una freccia è addosso
attirata
dalla capienza delle ore in
singulti
che rendono le bolle
manovrabili
negli spazi nuziali globuli
adagio
adagio si sollevano
ghiacciano
l amore tutto da un lato
una
goccia dal coltello al
senso
quadro carambola coagula il
latente

GIORGIO MOIO
Le
parole che non si vedono
per Franco Cavallo
.jpg)

CARLO BUGLI
Da quando è apparso luso, ultimo in
ordine di tempo, di questa porzione, quella grafica appunto, della scrittura, talune
figure compaiono con una relativa insistenza lungo il corso non breve di questi circa
centomila anni, che sono il periodo utile dellesplicarsi di questo fenomeno.
Per inciso la semplice constatazione che non dovrebbero sussistere tra i
lavori circolari della Garzoni e, per esempio, il
disco di Festo, legami storici o comunque immediatamente genetici, ci induce a considerare
che il fenomeno potenzialmente infinito della scrittura, poggia, probabilmente, su alcuni
dati elementi di segno.
Lo stesso vale per il segno cuore ed in certa misura anche per
lesplosione verbale che in fondo descrive leffetto dinamico dello scagliare,
meglio, dello scagliare contro, ovvero proprio quella attitudine balistica, particolarità
primigenia, connaturata al grafopiteco che possiede lorgano degli organi: la mano,
sicché non deve stupire se ogni intifada e lo stesso lancio della bomba atomica
presupponga la medesima attitudine violenta dello scagliare contro rintracciabile in Bice Garzoni.
Tralasciamo i legami con le avanguardie
storiche ed ancora di più con realtà locali e/o regionali prossime alla Garzoni non
fossaltro perché i loci similes, veicolati dal pensiero analogico, ci danno conto
di elementi noti e non ci dicono o lo fanno male circa quanto di specifico ha voluto
intendere un autore.
E questo è spesso, onestamente, meno facile.
Il titolo scelto o comunque voluto dallautore, Francesco Muzzioli, In circo, ci fa attenti che qui non ci troviamo di fronte ad una
mera descrizione di una metafora dellesistenza tra le tante possibili, quanto
piuttosto di fronte ad una esperienza nella quale lautore stesso munito dei presidi
letterari suoi propri ha deciso di prodursi.
Linsistente dispositivo allitterante
che presiede questa performance, emanativo quale è, produce un percolato verbale, o un
flusso ritmico che manifesta con la propria autonomia una istanza apotropaica diretta al
mondo promotore del vacuo, una volontà, come rituale, di eccedere attraverso il
serto dei propri verbi lo squallido perimetro degli utenti putenti. Di coprire di coprolalie
la violenza del linguaggio dato, cioè il negativo o il positivo suo proprio.
Nei tre saggi qui rappresentati della produzione lineare del Vitacchio ritroviamo un indizio non lieve, in più di un passaggio dato expressis
verbis, di quella predisposizione al tagliare la materia, che è, probabilmente, un
quoziente essenziale del suo fare poetico complessivo.
Come la più parte dei poeti
doggigiorno egli intende la sua multimedialità incanalata nei filoni distinti della
poesia detta visuale e della poesia lineare, ma in entrambi i casi i suoi segni si fanno
in un tagliare lo spazio del mondo in altrettanti oggetti utopici che sono il precipitato
violentemente e magnificamente inutile, in senso patafisico sintende,
dellattività di codesto pervicace e severo intagliatore cosmico.

BICE GARZONI








FRANCESCO MUZZIOLI
In circo
Venghino venghino signori
le bestie vi vedono
in azione tra ovazioni di
rimba
balza salza rimbalza
poi decolla
drizza di collo verso il
sette
di nuovo rimette e sguscia
batte funambòl e pare
bello
e rolla in mare ma raso
sferra
la terra sfera tesa a gara
dun pelo struscia
finché spazza
a zombi sospesa sosta è
speme
incalza preme fa velo e
guscio
gasa con sfogo falso: non
va
lassù là in alto vòlto
aleggia
volteggia sopra una munta
greggia
arrovescia arti quasi
rovina ma
acchiappa barra bilico
bilancia
quote risale molla dà
lascia
azioni oscillino
finansìàl
libra su crude asperità
libero
imperscrutabile sorte su
giù va
crackinaltri transa
in velocità
in liscia giravolta scappa
fa un gioco la materia:
eliminato
non sbuffa ma si torce e
sembra
snodato la mano porta
dietro
non visto afferra e
acciuffa
distolto è locchio
già sgombra
di membra non proprie
appare
non ero io se è scoperto
trufèri esperto stipa il
molto
dove non riuscirebbe mai
diritto
sta e il torto non lo
stroppa
si pigia tutto in una
valigia
nega levidenza: via
poderoso eliphas rose pesta
se non di peso trova non
posa
dallempiere ogni
giomo colonne
piramidali di grevi gravi
ammaestrato maestro nel far
miro
di attimo solenne
pachiderma
muro di colpi dice è fatto
schermo di fati dice è
pelle
epidermide callosa certo
destra
impennacchiato con
grandeclat
insostenibile: fuori
da filo fila a sguardoni a
libro
sapre e nardono
a passi da pardo
infila e sfila sguardo è
lepre
in equilibrio sessimbòl si
elide
su punta mena lanche
e sèduce
le panche si bon e lardo
lungi
vibra ad arco piega è
assunta
in imago da grami dove
mostra
targa giovane appunto senza
varco
in chiostra di promesse
vane
non le mantiene: da
escludere
imparrucchito bolso
buttafuori
dà lentrata a
cariatidi molce
pompa impanca parrocchiale
invassoia salacche e manda
mito
da pori sorseggia e fa
presente
con baldanza ciascheduno
domanda
cucco parrocchetto è
prefissata
le piume trite dun
païass
dimena a botta calda pari
tutti fa nel brodo
calderone
non fa nemmeno ridere: zero
ciurlo col ciuffo spendulo
da bravo urla rende
mentecatte
più sconcio delle fiere
scuffiona
pagato promotore del vacuo
crederebbe conciare e solo
concita
in posa da robi nudo da
sommo water
ma al vendicatore gli manca
il ca
trucibaldo intimida con
frusta
molto frusta montato
domatonzolo è
lui cavallo insignito per
dispregio
non attacca davvero: che
vada
è lancio lancio meno uno
non
puoi fermare projektìl
getta
qualsiasi cosa via nemmeno
il che ma formula sghiciosa
né rancido impedisce né
forma
è questione non ronfa ma
strapiomba
mirabile non ombra ad alto
sale
strale che inferma il nervo
quiescenza assale oh
messaggio
ne scatta il raggio di
acquirenza
pericoloso: abolirlo
prestigio tiene con dita
stigee
evita vita ovunque e presto
perde chili e cambia pelle
tu sei coniglio e lui
cilindro
dal muro deciso piglio
da urna sorte il mago votes
duro revocarlo forse solo
morte
fa vuoti seggi e selle dove
incanta
le carte ligio al moto
dello spago
da cui trarsi con balle e
motteggi
ce n è fin troppi:
basta
virata al nero mala lama
nel diverso ha bersaglio
il capo raso o benda pirata
fa gioco dove il colto cala
da zecca coglie zimèter
dellagio è il
coltello
tira sul nero ma cieco
di gonfio occidente pago
sbirraglia coi suoi stocchi
e lo preferisce fermo
il peggio: stroncarlo
subito
concorre il goffo urs
balrein
con la lagna piagnona e il
core
dà in pasto agli amanti a
morsi
del genere mozione è ragna
a aperti spurghi in
fazzoletti
ha corso e lo sfrutta chi
solletica
le stille e sopra mette
basto
senza bastone lesser
visto è offa
balla e frigna e frigna e
balla
uno stringimento incanalato
a comando

Cassandra
senza cassa
non più colla
collare sì - nella dura durata una gente ingente con la cera sincera
negli ozi dei
negozi ammicca a micchi con aplomb dei lombi e della schiena da iena
fino a
giungere a ungere i giusti perni perniciosi dai lati inchiccherellati e guai ai
dioscuri scuri
o alle egre non allegre che vogliano accertare le tare delle sperequate spere
dellusto
ingiusto (le nari sui binari) fossero anche maestri destri da cherubini o rubini
che vividi
vidi in poche epoche o sotto a bassi assi nella ebetudine dUdine
tra irti mirti
(anni dinganni!) e quindi in quindici pirati irati
circa circassi
sulle onde profonde avvolgono di reti le pareti lordi balordi
dalle fette
infette inquietanti a tanti nei sogni dogni rivoltella delle rivolte
come un
rimosso allosso membruti bruti con arditi diti e trecce da ecce
omo il bel
tomo (ma peggio larpeggio di musi musicali in fila filarmonica)
lo sporco orco
dai fetori di tori che avesse almeno alme (dice il vindice
che lo tura e
cattura per comporlo all'orlo) distanze e stanze non il tempio empio
di un ratto
baratto (con i denti prudenti mastica il bolo del patibolo) ché non cè più decoro
doro
o merletto da
letto o seta setacciata o ria chincaglieria che costa (ed è nascosta
in un tipo di
stipo) che non esploda né soda botto da otto per qualche metro metropolitano
che non riesca
a tangere e angere vantaggio e aggio di tali pitali; più tetti protetti;
un cupo
cupolone nello scolo del crepuscolo; una cornacchia con le corna presa come presagio;
un fruscio
alluscio; non cè spinacio senza spina; e se impii impicci fan da esca fresca
alla nobile
bile che non intacca dun acca il muro di bromuro degli utenti putenti
sanche
per anni nei panni del vendicatore che non vendi o di fusberta erta fino alla pia utopia
di abolire le
lire se stesse a tesse atto di attorte rame o trame
o rada in
strada la ressa anoressica che va dal baraccone alla bara e in conto il contorno
di nere
nereidi dalle coscie coscienziose al servizio del vizio lui divo tardivo
dalle mani
immani e dal viso di visone che come cometa in un risalto di risa
lucertola di
luce con aria miliardaria era numerato nume (inca incapace
in calo
calorico che taglia e tartaglia: nato condizionato) in un volo volontario
nella fera
bufera con il coccige tra i cocci e il dispetto nel petto dissestato disse:
"Per
mille camomille! che il destino si desti! non fossi fossile potrei ricamare il mare
sulla scia
dello scialo le ore di sudore farle creta discreta ma tremo all'estremo
se mi cigola
in gola la laringe dei lari" (ebbe avi avidi) la mente dirimente
che distilla
il siero del pensiero in carte cartesiane verso una meta metafisica
gli avesse
resi resistenti i pali principali e non lasciato un lacerto del certo in un biglietto (che
biglie!)
"abbia
sabbia"; senza interesse desse zite impazzite messa larma in armadio
e indossata la
casacca da casa sul fragile gilè gabbiano in gabbia e facella in cella
sotto i cari
carichi alla vena venale dà corda; ma ricorda (risse di clarisse
sul grato
sagrato di sale salesiane miste a misteri?) no; lei col gelo di angelo
leta letale
nel vento veloce del reo pareo ("o mera meraviglia
tu mapri
laprile per te solo mappisolo") nei matti mattini delle date iridate
che vola la
favola in un alito dali un canto ad ogni cantonata le api allapice
la
formica con la sua mica; tiè - neanche un rigo sul frigo: il rito del ritorno con una
melanconica [mela
via dagli ieri
battaglieri con semine di mine; (capi del capitale avanti con i vanti
in coro
coronati; vi copro di coprolalie); resta la foresta delle diane quotidiane:
un canestro
col cane una casta castagna le zucche di zucchero un ricco bricco
la rata
desiderata le cene a Focene il cicaleccio sotto il leccio un male normale
(saggio
messaggio da staccarne carne) un rado eldorado dove spartire lire;
de deo video
(la rete mi direte: tabe da tabellone) alla sospensione della pensione
rise riservato
con la barba barbara sulle gote visigote nel sito appassito
tra cose
varicose con un roso rosolio in una mise miseranda in ciabatte batte
una meschina
china
in atro teatro
da circe circense o clown col triciclo reso cassandra senza cassa
- a questo
punto per un attimo si fa vedere il dunque da sotto la copertura degli echi
di risonanza
(o riso! ) persi gli appoggi doggi se non vorrei ai rei un lavacro di lava
almeno un
verso diverso di rime rimescolate un gesto indigesto a forma di orma
un cono di
conoscenza nell'occaso in caso: ma mi tramuto in muto - peri pericolanti
e faggi pieni
di scarafaggi nelle sile silenti per un acero lacero c'è un ulivo giulivo
per un limone
nel limo un pacifico fico: atipiche piche con alti salti
danno ai vati
privati gambe da gamberi; con il teso tesoro di bicipiti da bici
in modo
incomodo come unindustria di spigo spigolosa la fine è alla finestra:

proseguendo le prove
retti poveretti di un dolo
doloroso
barcollando al bar - un
vino divino
magari maga con itti fitti
con pala e palandrana: vita
servita
le caldarroste
delloste come vige a Vigevano
(di nuovo:) vati
privati vi copro di coprolalie
pastrocchi: agli occhi di
un tipo di tipografo
tradisco il disco per un
mesto mestolo
litigare alle gare e alle
poste - posteriori
con analogo logo (doll
& dollar)
le asole del sole fanno bau
alla buatta
(testi tratti da Materiale
comune)

ALBERTO VITACCHIO
frastaglio penombra
raggelata svociato frantuma
frans
tu ma taglio sbrecciato
cartamiele
le
mie sghemba aglio
sboccato per vino
chiazze
a zie montane sbocciano
pervinche racconta sdrucite
strusci di nebbia
di bocca schianta mormorando
marmo stremato
scheggia raschia lento nel parco
corpo estremo echeggia
frasche rischio
rotola
lato stranito grezzo
freme dunghia
bianchidipo
di sponda poi
sgrana di scalpello squilla
di lama
la squisita sfrana
gorgogli di zattera
sfibrando
brandisce blandi
gorghi orgogli di terra
soffia
laggiù soffia
sfronda strami scogli azzanna la luce
cielo sfogliato
rami mistral mesce liscia
sventra
trave voglia
di mirto lascia sgozza
dolcebimba
ambigua lascia
socchiusa geme sbozza frugando
langue sfibrata
chi osa ansima obliqua di
vena
venale livida
soffre ansiosa lombra
svezza

svena
dago strappa appena sfocato
respira sorgo
sgorga in
vena a god soffoca fioco
graffi di gola
lago
navegrumo fiocco a coffa sgoccia
sagole
e sgola golosa morgue
(fuckoff) sboccia
slabbra
brancica
langue lo sa
e sfiocca
rauco sfalda
alda
sfa lingua flessuosa
e sola
immobile
lembi
sfarina sussurra
asola
laccio di sale
lei
ciondola sfinita
arsura lecca
scioglie
ciglia
dondola infine rasa e
geme
dunghia
ghiotta
coglie bandolo fine e dacqua
aspira
rapida
gorgoglia fradicia e
diaccia
zavorra
vorrà
arpe e ciglia dacacia
arida lambisce
vetro
trova
ingorda di scogli
il sonno
scheggiato
che
già torva scorda a lui
azzanna gli
occhi


tresche ottuse
spirando nibbi
nebbie fresche su
sterpi torvi
trovi ebbre frasche arpe
sgozzi
pazzi in vitro erbe
pere svuoti
tu vuoi pizzi
berberi e gemi
semi vuoti
sperperi e attese
se timo ti va
spremi e grida
ardi mesto
strami sfronda
gronda stormi e nastri
e muschi
schiuma donda
stria sazia
spazia chioma
fonda dombra



GEOMETRIE
DELLA SCRITTURA O DEL RISCHIO
(antologia
minima)
ALDO
ADINOLFI
Colorado
(s)


CARLO BUGLI
Scriptor
.JPG)
SERGIO CENA
Ce
n'est pas l'heure de s'assoir


PASQUALE DELLA
RAGIONE
Additional
time


FERNANDA FEDI

ORONZO LIUZZI
pensieri
in_transito_5
_
_L_
profumo
di_ primavera.
svanito
canto degli_uccelli.
assente
_U_
.sorriso
dei_bambini.
morto
pensiero
di_pace. ucciso
_C_
amore
di_amo. risorto
_E_
_

ARRIGO
LORA-TOTINO

ENZO MIGLIETTA
Manoscritto


GIORGIO MOIO
Questo nostro
tempo
.jpg)

CATERINA MORELLI
Salut,
Stéphan Mallarmé
.JPG)

FRANCO PIRI
FOCARDI
Incroci
- Involuzioni
.JPG)

FELICE SERINO
Japanise
.JPG)
Risvolti
- Testi critici
(Argomenti e
indagini di eventi recenti ed attuali del panorama culturale internazionale, a cominciare
da quello napoletano, centro di cultura d'avanguardia tra i più importanti degli ultimi
anni in Italia ancora poco nota ai più; nonché scritti critici che riguardano volumi,
artisti, mostre. lettere significative e di qualche interesse letterario inviate dai
nostri lettori.)
GIORGIO MOIO
Da
«Documento-Sud» a «Oltranza».
Tendenze
di di alcune riviste a Napoli
-
1958-1995 -
11. Dai
festivals alla scrittura materialistica
Il gusto caotico del qualunquismo degli anni Ottanta di cui abbiamo
già riferito nei capitoli precedenti , oltre che dalla nascita di un gran numero di
giovani poeti e festivals più o meno importanti, viene rintuzzato anche dai revivals
di eventi di grande impegno culturale che si dimostrano, in quel decennio scialbo e
invertebrato, ancora attuali e propositivi. Per esempio, la verifica dei gruppi e delle
riviste napoletane davanguardia per una risorgenza di pratiche accomunanti e
collettive che si organizza nell86 a "Villa Pignatelli":
Limpassibile naufrago. Le riviste sperimentali a Napoli negli anni 60 e
70, a cura di Stelio Maria Martini, di cui
esce un catalogo, presso leditore Guida. Il filo conduttore, come già evidenzia il
titolo, è sperimentale, e si prefigge di fare il punto sulle forze esistenti e/o esistite
di una cultura alternativa. Si tratta di un amarcord della recente memoria storica
letterario-artistica non soltanto napoletana che elabora un progetto di Luciano Caruso, dello stesso Martini, di Giuliano Longone e di Mario Persico:
loperazione riesce a "scomodare" cosa assai rara in questa città
enti pubblici e privati. Più precisamente, si vuole illustrare, con mostre e
dibattiti, «una pagina di storia [
] delle arti a Napoli ai più [
] ancora
poco o malnota, che vide generarsi nel giro di pochi lustri, intorno ad alcune riviste
sperimentali di limitata diffusione» 1, che hanno fatto però la storia
dellavanguardia a Napoli, e non solo a Napoli: «Documento-Sud», «Linea-Sud»,
«Uomini e Idee», «Altri Termini», e tante altre.
Accanto a questa manifestazione, unaltra simpone, qualche anno
dopo, a riprova di una ripresa del discorso letterario alternativo e sperimentale, di cui
sopra: malgrado i reiterati ostracismi da parte di quella cultura "pacificata"
del "benpansante", riesce a farsi strada, a contenere le "perdite": I
percorsi della scrittura. Trentanni di letteratura in Italia. Unanalisi di
poesia, narrativa e critica, organizzata e curata da Franco Cavallo e Mario Lunetta per Istituto
Italiano per gli Studi Filosofici. Di questa manifestazione soltanto il primo ciclo, La
ricerca del "nuovo" in poesia, riesce a materializzarsi, per poi andarsi a
schiantare, inesorabile, contro la consueta precarietà di certi meccanismi burocratici e
di potere che, sempre più spesso, insorgono prepotentemente senza preavviso. Praticamente
gli interventi hanno termine con Edoardo Sanguineti, dopo appena quattro serate delle
dodici previste dal programma 2. Alla quinta serata succede
lirrimediabile: Alfredo Giuliani,
i relatori, i curatori ed il pubblico, si vedono negare laccesso alla sala, per una
questione economica per la solita e scabrosa questione economica fra
lente organizzatore ed il Comune di Napoli. Ci viene di esclamare, rabbiosamente:
"cose napoletane"! Poi ci accorgiamo facendo le dovute considerazioni
che prettamente "cose napoletane" in fondo in fondo non sono: o meglio,
succede, più o meno, la stessa cosa in tutto lo Stivale.
Sul piano progettuale le cose stanno di gran
lunga diversamente. Se la mostra sulle riviste degli anni Sessanta e Settanta vuole
illustrare ciò che è successo a Napoli in quellarco di tempo, attraverso studi e
mostre di documenti, I percorsi della scrittura
hanno un presupposto più
ampio: uscire dai confini locali e tastare il polso alla letteratura di ricerca italiana
del periodo di cui stiamo scrivendo, che ancora una volta risponde bene alla chiamata,
riuscendo a coinvolgere anche un discreto pubblico. «Che cosa percorrono i "percorsi
della scrittura"? Non certo le strade battute dal consumismo [
], le piste
scivolose dei best-seller o gli studi televisivi dove la spettacolarizzazione del prodotto
estetico giunge volentieri alla rissa; percorrono piuttosto, e in tutta consapevolezza, i
labirinti dove la letteratura si snoda con tutte le risorse della sua intelligenza, e si
certifica in quanto tale e al contempo in quanto testo, testimone
dellepoca» 3. Unepoca, nonostante il ricorso sistematico alla
mercificazione di tutto, benvolentieri sembra accoglierla e stimolarla, perché in fondo
il problema si presenta ancora oggi non se ne può più di un valore
totalizzante, globalizzato, giustificato dalla cronaca più spicciola e da un mercato più
vieto, con linevitabile insignificanza della Letteratura alla mercé di
santoni ammaliatori e affaristi senza scrupoli. E se la letteratura non ha ancora del
tutto messo a punto una «spinta [
] civile di difesa e di opposizione
[
], di opposizione alla volgarità del consumo che lavora massicciamente a
identificare cultura e spettacolo» 4, è certamente sulla buona strada, anche
quando si ironizza per celare qualche fallimento che in passato ha permesso al poetese di
spacciarsi per fenomeno nuovo.
Aspetti iconici e teatrali interagiscono volentieri con la poesia, scritta
e recitata, in Centauri, farfalle e, appassionatamente, tutti gli altri, indagine
sui linguaggi poetici di tre giorni organizzata, nellottobre dell86,
dallassociazione culturale LAraba Felice, negli eleganti locali
dellIstituto francese "Grenoble" di via Crispi, a cura di Anna Santoro e
Bruno Tramontano, scansando sacche di neorealismo (che ancora sopravvivono in questa
città) per accordarsi, con la complicità di un pubblico disposto verso atteggiamenti
interattivi e proposte ludico-creative, sulle note di un forte richiamo del pastiche avanguardistico,
«fare sì che ciascun artista penetri nella sensibilità dellaltro, nello sguardo
dellaltro, lasciandosi a propria volta penetrare» 5. Gli artisti che si
susseguono sulla scena, in dibattiti e performances, sono tanti, provenienti da ogni parte
dello Stivale, nonostante una situazione culturale di riflusso, conservatrice e
restauratrice di quei canoni obsoleti della "società dello spettacolo" che
sempre più spesso giunge alla rissa rimarcando lespressione di Lunetta
citata più sopra per accreditarsi, tra i vomiti di una cultura effimera, un potere
economico dagli effetti devastanti e devianti. Ed appartengono a discipline diverse, alla
poesia lineare, alla poesia visuale, alla pittura, alla musica, al cinema, al teatro, alla
fotografia. Qualche nome: Gianni Toti, Alberto Masala,
Fabio Ciriachi, Tomaso Binga, Carla Bertola, Alberto Vitacchio e i napoletani Felice Piemontese, Pablo Visconti 6:
La chimica crudele del
cervello mi fotte il cuore
La chimica crudele del
cervello mi fotte il cuore
dovrei cambiare nome,
dovrei cambiare corpo e non
bucarmi gli occhi ogni
mattina ed ogni sera come
un succo animale che mi
presta forza per tenermi
avvinghiato a due o tre
parole che fingono sorrisi:
chiedo scusa a questi fili
biondi, a quelle onde
predatrici: ici la vie
e durando
e durando
fino a che le bolle
ingrandendo non ostruiscano la via
[
]
zoppicherò appoggiando
alla lingua secca il riassunto di me,
il lamento che a tratti mi
aggredisce.
(P. Visconti, in Centauri,
farfalle e
, Colonnese, Napoli, 1986, p. 86)
Pasquale Scialò, Luciano Caruso, Stelio M. Martini, Camillo Capolongo, Luigia Sorrentino 7:
ci incontreremo in alcuni
abecedari
inscatolati,
nei singulti a sorpresa
qualche mano cadrà,
dingombro:
in un avvicendarsi a
sonagli, velenoso
scagliarsi al tirassegno:
ci vorrebbero
folies tin tin nanti
per questi fremiti, usciti
da calchi
in stato di maschere:
(L. Sorrentino, ibid.,
p. 75)
gli stessi curatori, Luigi Castellano [Luca], Gino Frezza, Gianni Rollin. Si costituisce un fare poi/etico,
insidioso e trasgressivo, un rapporto diretto col pubblico, là dove altri si nutrono di
facilonerie, di atteggiamenti stagnanti e di puro profitto economico. «Il gioco, proposto
dallAraba Felice [
] ci informa Anna Santoro dal catalogo della
rassegna-festival invita ad una indagine sui linguaggi poetici. Così Napoli si
trova ad essere, ancora una volta, teatro di un avvenimento "eccezionale" (in
senso proprio e forse improprio), quello cioè di vedere insieme artisti di "vario
genere" (ma ce ne sono tanti altri, di artisti e di generi), operatori culturali di
varie discipline, a interrogarsi circa la sorte della poesia, a mostrare ciò che, per
loro, in que[l] momento, è poesia» 8, senza mai sfociare in odiosa
poesia-spettacolo, anche se un festival di poesia, sia pure "intimorito", nel
nostro caso, dalla sontuosità e seriosità del luogo in cui si svolge, per una
circostanza di cose è continuamente minacciato da un plusvalore spettacolarizzante che
Napoli, da una prima indagine sommaria, sembra abbia sempre rifiutato.
Si tenta di misurarsi col quotidiano, riportarlo alla ragione, narrarlo in
tutta la sua vastità, di stimolare linterlocutore ad avvicinarsi alla poesia, non
più come avvenimento "eccezionale" (come sincomincia a notare sui vari
giornali), ma come presenza costante nella propria vita di tutti i giorni, chiamandolo a
partecipare attivamente, a dialogare, a confrontarsi. Ma dopo «il fallimento della
sperimentazione poetica [
] del recupero a livello più alto
dellesperienza precedente di messa in discussione del linguaggio» 9,
qual è veramente la sorte della poesia, se «lezioni di scrittura poetica [
]
orecchiata e acritica» 10, lirica e pietosa, continuano a soddisfare ogni tipo
di esigenza? Di fatto però succede che sicuramente quanto sè verificato a Napoli
nel campo del laboratorio poetico e della sperimentazione militante, e più largamente
nelle sue articolazioni e modalità di accadimento più varie, va considerato in quello
che è avvenuto ed avviene in numerosi centri culturali, spesso autogestiti e con poche
risorse economiche. A considerare, inoltre, due mostre di poesia verbovisuale, quelle di Emilio Villa e di Arrigo Lora-Totino, tenutesi
allo Studio Morra (spazio culturale che meglio ha saputo diffondere tale poesia in quegli
anni), luna a distanza dallaltra, emerge almeno che la scrittura extraverbale
è destinata, a Napoli come altrove, ad occupare un ruolo importante, dacché risulta
difficile da contaminare con le fasulle certezze di una cultura conservatrice, di una
lingua arcisunta da usi e abusi, in quanto ha il privilegio, essendo argomento nuovo (non
si dimentichi che di poesia visuale o extraverbale, concreta o tecnologica che dir si
voglia, si è iniziato a parlarne, e in ambienti ristretti, a partire dagli anni
60), dellimprevedibile, della interazione, della libertà di movimento.
Con "recite" a ruota libera, si ripropone, dunque, la recente
avanguardia, di cui si credeva aver perso le tracce; ma è soprattutto un tentativo per
tastare il polso alla letteratura (a certa letteratura) e verificarne il grado di salute.
E mentre si danno vita ad eventi per riunire le forze disperse dal consumismo, quella
"linea lombarda", quellondata lunga di poesia innamorata, fardello e terra
di scontro della letteratura alternativa, riesce in qualche modo a trovare adepti anche a
Napoli, a mettere radici in questa città di grande tradizione avanguardistica. Gran parte
sono accolti dalla rivista «Incognita». Pubblicata dalla Società Editrice Napoletana, e
fondata da Rina Li Vigni Galli che la consegna, praticamente, nelle mani del milanese
Giancarlo Majorino, il quale ne diviene (per bontà della Li Vigni Galli) il direttore.
Nonostante un direttore e una redazione milanesi, «Incognita» si può definire un
prodotto tutto napoletano, che tenta di far convergere, tra Nord e Sud, «il nuovo
come si legge dal corsivo di Majorino nel n. 1 del marzo 1982 , lancòra
sconosciuto che il titolo della rivista, interrogandone il senso plurale, manifesta, [che]
non ha a che fare con le smanie del mercato, né desidera reagire puramente ad esse.
Alimentato dallinsofferenza per lo stato delle cose e dalla perplessità per il
comportamento culturale, vuole muoversi con un doppio sguardo, alla complessità e al
mutamento». Succede però quello che succede quando si è colonizzati; cioè, Majorino,
che non è nuovo a una letteratura corporativa di tipo leghista (si veda, ad esempio,
lantologia Poesia e realtà che il Majorino curò per leditore Savelli
nel 1977, dove si guardò bene nellinserire poeti napoletani), evidentemente con la
benedizione di Li Vigni Galli, adotta la stessa attenzione: quella di evitare di
circondarsi di poeti napoletani. Infatti, la rivista, ha come collaboratori, autori, sia
pure di tutto rispetto, che corrispondono ai nomi di Giuseppe Pontiggia, Alfonso Berardinelli, Nanni Cagnone, per fare qualche nome. Inoltre,
mantenendosi lontano dallarea napoletana, in particolare da quella dinamica e
sperimentale, che qui ha sempre avuto una marcata presenza, pur proponendo una ricerca
rigorosa fuori dalle logiche letterarie, si adagia spesso su una critica accademica che
abbina a testi poetici di autori che, attraverso un passato, stranamente richiamato
magico, abitano luoghi verbali intrisi di simbologie rivissute «nelle forme di un idillio
cosmico, assoluto dellestasi visionaria, della congiunzione di verità e bellezza» 11.
Risultato: le belle parole di presentazione di Majorino non solo non trovano conferma nei
fatti, ma vengono sistematicamente eluse: servono, piuttosto, per celare ben altri
programmi. Dura quattro anni lavventura di questa rivista, ed una delle poche cose
di cui val la pena sottolineare, a parte una riuscita veste tipografica, è data dal fatto
di aver intuito limportanza del suono e della voce, del gesto e del corpo, della
figurazione in poesia, sia pure ancorata a una condizione lineare tradizionale, nonostante
il richiamo come si diceva al "nuovo", a una «necessità di
abbandonare il consentito, quelle prospettive circolari dove la letteratura spesso dorme»
12. Suono e voce, gesto e corpo non dipendono, però, «dal confronto col
linguaggio canonico» 13 e comune ma dallindagine strutturale e dinamica
del mondo: tutto richiedono tranne che assurgere a simbolo sensoriale il proprio io,
decretare la poesia fine a se stessa o ridurla a purezza al di sopra delle parti.
La poesia proposta da «Incognita», dunque,
è rappresentanza diversa dallo stato della letteratura avanguardistica o comunque
alternativa napoletana di quel periodo, grazie al disimpegno di Majorino. Tutto è uguale
a tutto con la pretesa di poterlo imporre, impunemente e con arroganza, questo
"sistema appiattito e pacificato", come autentico mutamento (ancora docet il
Majorino), considerando più che il dissenso e la precarietà della scrittura, il
consenso, il benedetto consenso. Resta comunque da rimarcare la verve organizzatrice di
Rina Li Vigni Galli, se la rivista non scade del tutto in operazione di riflusso, propria
di quella cosiddetta "linea lombarda", cui Majorino appartiene. Quello che ci
interessa, ora, è analizzare la poesia di Li Vigni Galli, brulicante dimmagini,
legata alla memoria, alle esperienze quotidiane. Analizzando, dunque la poesia di Rina Li
Vigni Galli 14, non possiamo che cominciare col dire che essa tende al recupero
della memoria, andando a scavare nei porti sepolti dellantichità e della propria
intimità, delle proprie origini o più largamente, le origini dellumanità:
Passo di gloria storia
nella stanza
in festa, natale
o maggio scialo clamoroso
silenzio torrente e pane
vivo
e morto
metropoli e quartiere gatti
tzigani raccattati dove
centanni
qui composita,
Napoli e Oslo, per quegli
altri
versanti, o prede
del mio amore fantasticato
verdi
di putredini e i
fiocchi
della sete alterna
con
prontezza di risucchio
nel ventre mistificato, che
altro, mie
volatili, la
milizia del fischio
ho da donarvi
(da La poesia in
Campania (II), a cura di Michele Sovente, in «Quinta Generazione», n. 135-136,
Forlì, ottobre 1985, p. 66)
Il cardine centrale di questa poesia, tra
catacresi ed echi liturgici dal piglio colloquiale, tra giochi dei contrari e dualismi
paradossali che irrompono nel silenzio urbano, è un concentrato di espressionismo e
narratività fiabeschi, dislocato lungo lasse delle nominazioni semplificate, alla
ricerca, attraverso i labirinti della mente, di quelle figure e luoghi mitici che
sidentificano però con la propria terra, col proprio mondo reale. «Tale sintesi di
espressionismo e di fiaba, di narrativa sghemba, per rapidi segmenti, e di umorosa ironia
giocata prevalentemente su paronomasie, allitterazioni e enjambements, anche se
restano dei grumi descrittivi di superficie, approda a un risultato di rilievo: la
corrosione dello spazio autobiografico mediante un registro malizioso e divertito» 15.
Insomma: Rina Li Vigni Galli si può ascrivere tra le più dignitose rappresentanti
femminili della poesia napoletana.
A proposito, la poesia fatta dalle donne, a Napoli ha una matrice ben
delineata che è quella della sensualità surreale, inclusa in un universo erotico, in
stretta correlazione col mito della magia, della triade di donna-madre-amante. In
questuniverso pullulante, fuori dei confini di un linguaggio sperimentale (tranne
qualche eccezione) ma tutto da scoprire, si annoverano, tra le altre, tra passato recente
e presente (citando a caso), Myriam Urga, Anna Santoro, Irene Maria Malecore, Wanda
Marasco, Anna Maria Pugliese, Lucia DellAnno, Marisa Carcano, Maria Palligiano, Marisa Papa
Ruggiero, Carmina Esposito, Pina Lamberti Sorrentino,
Nora Catalano, Rosa Pierno, Giulia Lezoche. Unaltra degna rappresentante femminile
della poesia napoletana è Maria Arfé 16.
Con Archètipo in frammenti 17, seconda opera pubblicata, entra di
diritto nella poesia del mare nostrum. Attiva soprattutto negli anni Ottanta,
subito si distacca da una matrice di poesia puramente al femminile, essendo la sua
improntata su tematiche universali quali il silenzio e il nulla, nonché sul trittico
"trovare-perdere-ricercare", comune a tanti poeti uomini. «Il perdere sembra
più grande di fatto del trovare. Ma pare che il poeta sia conscio di tale sconfitta e
laccetti, salvo ad essere sempre pronto a lottare per un inizio di salute» 18.
Ogni inizio sembra non iniziare mai o quando
lo fa è sempre una fine. Dunque, ogni fine è un inizio per Maria Arfé; qualunque sia il
teorema, la parola sfugge, viscida come un serpente per annullarsi nella memoria del
poeta, quasi a proteggerla, in attesa di poterla vomitare in tutto il suo delirio, in una
musica che sfidi il tempo:
Il fiume nero
Non chiudermi nelle
immagini
di presunte convinzioni
Sono il gesto
dimenticato
dallazione
Musica che sfida il tempo
Unimmagine sognata
Unonda che
sinnalza
e ricade cancellata
Lasciami andare
su questo fiume nero
coperta da veli di vento
Voglio vagare
per tempi senza date
per suoni senza senso
Dimenticare i credi
caduti da cime assenti
Sentirmi pietra
foglia
goccia di fresca ombra
spuma di mare
Principio
che si pensa
e non diventa
Afflato duniverso
che riconduce al niente
(da M. Arfé,
Archetipo in frammenti, op. cit., p. 11)
Una sconfitta del poeta nei confronti della
parola. Ma cè la consapevolezza di siffatta sconfitta, un abbandono
all"avventuroso bianco del pensiero", al disincanto, alla limpidezza del
suono, ai vuoti da riempire con istanti di sostanza di una materia che tenta di mutarsi
dal proprio interno, alla scoperta di una "innocente" e primordiale forma.
Se l87 è linizio del "silenzio" in volume della Arfé, lanno precedente sancisce lesordio poetico del musicologo
Ferdinando Grossetti 19 con Contra-cantica 20, volume che ci
presenta un linguaggio del tutto diverso ed opposto a quello della Arfé, iscrivendolo di
diritto nella non troppo folta schiera di sperimentatori. La sua è una poesia, come
scrive Emilio
Villa nellEpistola 21 posta alla
fine della raccolta, che «"realizza" a tempi e correnti alterne lurgenza
del disegnificare, del de-nominare, cioè abradere il nome al significato per farlo
"scoppiare" o "saltare": per limare e eliminare lequivoco
discorsivo, scorrente, cioè la vanità del significato, e trovare nuova e schietta
esposizione di verbum: che è segnale e sigillo di supposto e inconscio potere
della parlata, della crescita della parola nella mente e nella materia-uomo-suono»:
sul lume pésolo di un
rapsodo indenne
aereo il sito in èpula
anzi che postremo
dellubi consistam.
è un sinedrio a solo
un ricetto di corrucci in
stille
un tubero minuto
dingorda quarantena
per un incola
eponimo
inestinguibile egoarca.
tra umidi dizza e
(i)-pocondria
(Un tubero minuto
dingorda quarantena, da F. Grossetti, Contra-cantica, op. cit., p. 9)
Ancora Villa, proseguendo, nella sua
breve ma acuta nota al volume, aggiunge: «Egli sgrossa, seziona, taglia, occlude,
segmenta, rade e ricompone il materiale verbale, la frastica insolenza, linsolvenza
e dissolvenza significanti, e riduce il tutto al gesto escogitante, al gesto di una frase
potenziale ma crivellata, sobillata, obiurgata, destrutturabile, monotona e variegata di
accenti scabri, sordi, dispersi, luccicanti. La poesia di Grossetti, nella sua incipienza
trattiene o è trattenuta da una potenziale sinergia ironizzante, fino a un tantino di
sarcasmo, fino a una impermanente liquidità di immagine e liquefazione di metaforìa
[
]. Come per dire che qualche volta il "verso" è boutade, è
sbugiardato, è menzogna e rifiuto, e altre volte è populesca smorfia» 22:
[
]
roco di raca
mi aspergo in lavacro di
sollazzo
mi inebrio
mi umetto dincanto
batto il crawl delluzzolo
in soppalco al parapiglia
di acribia in-finta
e atossicata:
i quaresimalisti.
inscritto
poscritto
segregato
abbado leternato in
carne di fanciulle-urì
a pulcellaggio
perpetuo
e con i tempi gnomico
(ibid., pp. 9-10)
E lo ottiene, questo risultato
"esplosivo", ricorrendo a vari registri e a varie campionature di tecniche, dal
genere burlesco alla polemica, dal plurilinguismo allinvettiva, dalla
verbovisualità del verso allalfabetizzazione per accumulo e tagli repentini e
ripartenze zigzaganti, con versi sovente frammentati, di una sola parola. Il tutto, col
ricorso al dialetto, ai latinismi, ai neologismi (zuzzurlìo; canagliume;
abbozzolato
) per una ricomposizione del verbum deforme e poeticamente
"agitato", disponendo di tanto in tanto i versi in verticale.
Gli anni Ottanta, a dimostrazione del
pullulare di nuovi poeti di cui abbiamo già detto in precedenza registrano
anche lesordio di Lucia DellAnno 23, pubblicando le sue prime
poesie nel 1980 sulla rivista «Probabile» di Paolo Birolini e Guido Niceforo.
Parallelamente si è dedicata alla performance teatrale lavorando per diversi anni in
alcuni locali notturni napoletani e presso il teatro "Spazio Libero" di Vittorio
Lucariello. La sua poesia, dunque, spesso orale, si mescola con le sonorità della musica,
lazione del corpo e le immagini proiettate sulla scena, fino a divenire poesia
visuale, traduzione del verso in collage:
Effetti dipinti
[
]
Si alzano le onde
colpiranno
Sono una nostalgica
dei souvenirs
delle mie viscere
sbrindellate
in gozzoviglia
spettacolare
materia prima di
La poltiglia è un
dolce menù
da imbandire
ai pochi affezionati
in tutte le famose salse.
Piatto dartista
insomma
con double-face consommè.
(in Aa. Vv., Tangram,
Marotta ed., Napoli, 1985, p. 55)
Per finire questa puntata, un altro esordio, ancora di una poeta, si rende
doveroso: quello di Oretta De Marianis 24, anche se risale sul finire degli
anni Settanta. La De Marianis esordisce con Acquario 25, poesie
giovanili o di una età come quella giovanile da recuperare, in un vivere
contemporaneo che non lascia spazio alla memoria, alle gioie di un mondo "sano"
che ormai sembra scomparso. In questa raccolta di De Marianis anchella, come Arfé e DellAnno, sinteressa di teatro , suddivisa in due
sezioni (Bassa marea e Acquario), sincontra un «filo narrativo
delicatissimo che si fa strada quasi allinsaputa del lettore e lega tra loro i tempi
della memoria e della fatica presente senza mai perdere di vista un misterioso epilogo
(distruzione o salvezza?) che resta ipotesi aperta (a volte in chiave fantascientifica)
sulle infinite probabilità del nulla» 26. Tra squarci di filosofie orientali,
tra una citazione da Paul Valery (si veda il titolo Cimitero marino del testo che
segue) o la presenza di nomi del simbolismo francese (Baudelaire, p. es.) frammisti ad un
io sì in prima persona ma non ubbidiente se non ad un presentimento inconscio, a una
realtà sottile e variegata, ciò «che colpisce, alla fine, è il senso di profonda
malinconia che nasce da questo bilancio di una "giovinezza come vita" soppesata
in tutti i suoi problemi, illuminata in tutte le sue sfaccettature, senza che mai il
mistero precipiti e che la conoscenza illimpidisca alla luce della verità» 27:
Cimitero marino
Cè un posto deserto
della mia anima
dove si annidano uccelli
caduti,
gomene di navi che non
hanno più forza
e che un tempo avvincevano
ridendo la mia vita;
io piangevo nel sorriso
e ridevo piangendo,
per ogni amore finito
cantavo una canzone:
ma silenziosamente hanno
messo le radici
e ora sono lì, cimitero
marino
dove ogni giorno si
deludono i pensieri
e battono vilmente
e vorrebbero annegare.
Senza coraggio mi vado
dicendo
che vera forza è la
rinuncia,
ma poi mi accorgo di non
saperne niente.
Per cui voltandomi
controcorrente
vedo fantasmi addormentati
che un soffio solo potrebbe
svegliare;
e per il timore e il
desiderio
io mi tramuto in statua di
sale.
(da O. De Marianis, Acquario,
op. cit., p. 22)
Note
1 Nicola Spinosa, Presentazione a LImpassibile
naufrago. Le riviste sperimentali a Napoli negli anni 60 e 70, a cura di Stelio Maria
Martini, Guida, Napoli, 1986, p. 11.
2 Il programma prevedeva la presenza di altrettanti poeti che
avrebbero dovuto parlare della loro poetica, assistiti da due relatori: (30.9.1988) Francesco
Leonetti, relatori G. C. Ferretti e F. Muzzioli; (7.10.1988) Franco Fortini,
relatori R. Luperini e ancora Ferretti; (14.10.1988) Corrado Costa, relatori M. DAmbrosio e R. Manica; (21.10.1988) Edoardo
Sanguineti, relatori F. Curi e F. Bettini; (28.10.1988) Alfredo Giuliani, relatori J. Risset e P. Ruffilli; (4.11.1988) Toti Scialoja,
relatori L. Anceschi e N. Lorenzini; (11.11.1988) Elio Pagliarani, relatori Luperini e W. Pedullà; (18.11.1988) Lamberto Pignotti, relatori DAmbrosio e G. Scalia; (25.11.1988) Antonio Porta,
relatori Lorenzini e S. Verdino; (2.12.1988) Franco Cavallo, relatori M. Carlino e G. Manacorda;
(9.12.1988) Amelia Rosselli,
relatori G. Ferroni e Pedullà; (16.12.1988) Mario Lunetta, relatori Manacorda e G. Patrizi.
3 Mario Lunetta, Pref. a I
percorsi della scrittura. Trentanni di letteratura in Italia (cat.), Napoli,
1988, p. 7.
4 Ibidem.
5 Anna Santoro, Pref. a Centauri,
farfalle e, appassionatamente tutti gli altri (cat.), op. cit., p. 7.
6 È nato a Napoli nel 1952.
Co-sceneggiatore di film sperimentali, è socio dellAraba Felice e tra i fondatori
dellassociazione.
7 È nata a Napoli nel 1961. Ha
partecipato a numerose letture di poesia, a spettacoli di danza e di prosa. Alcune sue
poesie sono uscite sul n. 42-43 di «Tam Tam» ed è presente nellantologia Trame
della parola (Ed. Tracce). È socio dellAraba Felice e tra i fondatori
dellassociazione.
8 Ivi, p. 6.
9 Luciano Caruso, ibidem, p. 24.
10 Ibidem.
11 Giuseppe Pontiggia, Viaggio
della poesia moderna nel mondo antico, in «Incognita», n. 2, Napoli, gennaio 1983,
p. 54.
12 Giancarlo Majorino, Editoriale,
in «Incognita», n. 1, cit.
13 Nanni Cagnone, La cattiva
mescolanza, in «Incognita», n. 2, cit., p. 24.
14 È nata a Torre del Greco (NA)
nel 1932, vive da molti anni a Catanzaro. Ha pubblicato: Contro lo specchio freddo
(S.E.N., Napoli, 1979), Dettati daria (id., 1986), Le parole mansuete
(Campanotto, Udine, 1991). Collabora a «La Gazzetta del Sud» ed ha fondato il Premio di
poesia "Tropea-Brutium".
15 Michele Sovente, La poesia
in Campania (II), a cura dello stesso, art. cit., p. 64
16 È nata a Napoli dove ha
vissuto fino a qualche anno fa. Ora vive a Varcaturo, nei pressi del Lago Patria, alla
periferia di Napoli. Oltre ad Archetipo in frammenti, ha pubblicato Il senso del
cristallo (Edizioni Scena Illustrata, Napoli, 1985). Ha collaborato alle riviste
«Scena Illustrata» e «Ceramica Moderna» e si occupa di teatro. Ha scritto prefazioni
per volumi di poesia e di prosa.
17 Edizioni Ripostes,
Salerno-Roma, 1987.
18 Alessandro Tesauro, Nota ad Archetipo
in frammenti, op. cit., in 4a di copertina.
19 È nato a Portici (NA) nel
1938. Ordinario di Storia ed estetica musicale presso il Conservatorio S. Pietro a Majella
di Napoli. Già animatore della rivista «Margini», è stato critico musicale de «La
Voce della Campania», di «Paese Sera» e del «Roma». Numerose le pubblicazioni di
carattere musicale.
20 No.tor, Saviano (NA), 1986.
21 p. 179.
22 pp. 179-180.
23 È nata a Napoli. Ha
pubblicato: Vietati i topolini (Il Laboratorio, Nola-NA, 1992), Vesuvi parlanti (Ed.
Filo dArianna, Napoli, 1995). Nel 1983 ha fondato, insieme ad altri, la rivista
«Filo dArianna». Nel 1994 ha fondato il gruppo "Teatro debole", mirato
alla ricerca di testi da rappresentare o leggere in pubblico.
24 Nata a Napoli, oltre che di
letteratura, si occupa di parapsicologia, di filosofia orientale e di teatro, per il quale
ha scritto alcune commedie.
25 Forum/Quinta Generazione,
Forlì, 1979.
26 Luigi Compagnone, Presentazione,
ad O. De Marianis, Acquario, op. cit., p. 5.
27 Ibidem.

CARLO BUGLI
Appunti
sporadici ed in margine (non è dato altro luogo) per una aziendalizzazione dell'esistente
Si è sufficientemente coscienti che il caso
B. non è che manifestazione o versione maccheronica, se si vuole, di una condizione
più generale, anzi globale, che lo comprende quale caso particolare, se si dice tale
ovvietà è per evitare fraintendimenti, giacchè il livello della satira ad personam non
ci compete e solo marginalmente si è interessati ai tic delluomo, alle sue
eventuali qualità intellettuali e ad altre singolarità, magari anche gustose.
II
Perché b. non è un monstrum, è prodotto
di un sistema economico con la sua ideologia, e in effetti il suo senso profondo,
risulta, in quanto prodotto, nullaltro che dalla sua eccezionale equi - valenza in
termini economici, lultimo signum di quel sistema, ideologico culturale e
linguistico, che è anche sempre quello del pensiero non contraddetto, del prepensato:
che nellambito di questo perimetro è il munus.
III
È nellapparato logico-mediatico,
comune al versante che lo utilizza o meglio UTENTIZZA ed a quello che lo produce ed impone
che, gli slogan ossimori del potere, quali pace-armata di mussoliniana memoria, bomba-intelligente,
guerra-umanitaria, presidente-operaio e quantaltro trovano,
allinterno della specifica categoria del prepensato la propria
funzione-applicazione.
IV
! Un universo di discorso dove ESSA parola
non ha stanza e se introdotta appare costantemente stonata dove la storia è
"una storia" tra teen ager, un accidente di specie micrerotica, per il resto ci
sono gli amari cani che pensano a tutto: esportare il loro modello plutocratico a livello
planetario.
V
Daltra parte gli ossimori del potere
realizzano con la misura dellambiguità terroristica, la tensione ubiqua della
globalizzazione, sicché lambiguità logica risulta la norma data
dellubiquità globale.
VI
Ma poi a cosa di diverso dovrebbe attendere
una grande plutocrazia planetaria se non ai suoi $emata.
Ché
se il linguaggio in sé è espressione di ogni libertà possibile e luogo primitivo della
stessa, è altresì, processo dallalto, strumento di oppressione e veicolo di
pensiero infetto (come è sempre stato). Ed è questo di palmare ovvietà, ma tanto basta.
VII
Tutto questo è speculare ad altre fittizie
contraddizioni ché Cespuglio Petrolifero che parla con Gesù e Recipiente Carico di Bombe
che sintende col Profeta non $ono poi lUNO il Cratilo dellaltro?
VIII
La Monade è questo $ema, sicché i
molteplici enti di cui da explicatio ricevono un grado di essere e verità dal loro
ritenere/tendere a $ema. Tutto quanto partecipa malamente del $-ema ha una esistenza
gradatamente fasulla, gerarchicamente prossima al non essere fino al grado estremo
dellaiskhrologia, dove la materia bruta che non può comprare il suo $ema non esiste
veramente e può essere transata senza contratto, torturata e bombardata tantè che
la sua sostanza è virtuale.
IX
(Sarà
dunque lidiolessi di tali oggetti o sostanze creative irriducibili che tendono
variamente ad esorbitare il fissato perimetro del discorso dato, ed a porsi come est/etica
virale della contraddizione il luogo elettivo del nostro operare.)

LUCIANO CARUSO
Alcuni appunti sulla consistenza dell'essere
Volontà di un dolce
"scombattimento". Oggi convivono curiosamente le tendenze più disparate, come
se risultasse davvero impossibile esprimere non diciamo un giudizio di valore ma un minimo
di scelta coerente (almeno, quello che siamo, quello che non siamo, e così di seguito
quello che siamo stati, quello che non siamo stati). E se questo è, come è già accaduto
altre volte, il risultato delle "ragioni del mercato", è anche il segno della
più generale perdita dimportanza delle attività artistiche e poietiche. In
apparenza prevale una sorta di professionismo mortificato, perché chiuso e confinato
nella propria cosiddetta specificità, che è tanto più negativo quanto più sembra
vicino al desiderio di una società estetica, che solo ieri aspirava a spezzare la normale
separatezza che tali attività, per definizione, comportano in questo tipo di
organizzazione della cultura e dellindustria culturale ed editoriale. Grazie
alleclettismo e al trasformismo reazionario che imperversa, e in modo tanto più
insidioso ed efficace quanto più appare blando ed indifferente, sembra che non resti
altro che la solitudine e il solipsismo elettronico. Di contro, usando nella maniera
giusta tutte le occasioni, anche apparentemente marginali, pensiamo che sia più urgente
che mai riscontrare rispondenze e pretesti mentali ed echi percorsi di unarea di
ricerca, che si precisa nel suo farsi alla luce dellirriducibile dialettica fra la
sua volontà totalizzante e il generico modernismo o post-modernismo in atto. Lo scopo
sarà, allora, quello di organizzare il rifiuto in vista, ancora una volta, del sintomo di
una trasgressione più vasta: una microsocietà retta dal libero gioco della diversità e
dal "protagonismo estetico".
In opposizione al "futuro impedito"
che stiamo attraversando, non resta evidentemente che indagare il "presente" con
occhi diversi, per stabilire collegamenti e riannodare i fili della "microsocietà
estetica", operante dietro la separatezza stessa e i finti trionfalismi mercantili.
Lintento perdurando diventa programma e questo a sua volta si pone come progetto di
riconoscimento. Non è dato altro, ma non è poco. Restituire e ribadire la ricchezza
sperimentale del fare estetico non pacificato, significa riaffermare la sostanza stessa
della "microsocietà" che si va costruendo. Lopposizione e il movimento
dialettico di riconoscimento e disconoscimento, che caratterizzano questo "fare
estetico", stabiliscono così come un modello di comportamento poietico non
eludibile, e che non passa certo per improbabili e forzati schieramenti generazionali o
formali, stabiliti dallesterno spesso per innominabili motivi, con vuote formule
critiche, e caratterizzati da finti rinnovamenti ed etichette occasionali, omologhi e
funzionali al regime culturale della società repressiva in cui stiamo vivendo.
Mossa laterale, gambitto, certo. Eppure anche
fragile ed esile ed indistruttibile testimonianza della volontà di continuare a
sperimentare. Volontà "impura" per definizione, ma nascendo da
unopposizione allesistente è sempre retta, poi, da una critica poietica, dove
spesso è il senso etico a fare aggio sul resto. E questo tanto più "importa",
quanto più il luogo del rifiuto è scomodo ed impone di continuare a ribadire la propria
presenza, come quella di protagonisti di una disapprovazione, dagli esiti imprevedibili ma
capaci nello stesso tempo di rimettersi in discussione. E da queste posizioni, certo
inospitali, fare malgrado tutto ancora opera di poesia, proprio perché gli anni che
abbiamo attraversato tendono a mortificare e ad uniformare. Emergono pochi nomi dalla
nostra personale avventura attraverso le scritture, nomi che volutamente si tacciono in
questa sede, e tuttavia questi nomi bastano a documentare inclinazioni parallele,
risultati analoghi, al di là degli schieramenti e della furbizia imperante alla quale si
è sempre contrapposta con rabbia la nostra sensibilità offesa e la nostra ingenuità
inerme.
Nota al margine. Decretate la fine del
"movimento" e dei "gruppi", la sperimentazione estetica non è
scomparsa, come fa comodo credere alla centralità, che aspira e cerca di imporre una
cultura come macchina del consenso.
Si è dispersa ed è scesa nelle catacombe, così come aveva previsto anni
fa, con facile profezia, Emilio Villa, continuando nel suo lavorìo necessario di campo, e persistendo in
pratiche rigorosamente fallimentari, ma da suo punto di vista non improbabili o inutili.
Da qui la necessità di seguire il dissenso estetico e poietico, che si realizza nei
laboratori della nuova sensibilità, affrontando contraddizioni ed aporie non sanate e
forse insanabili.
Contro latteggiamento "pacificato" che ci viene imposto,
si tratta di continuare a porre domande scomode attraverso il proprio fare, cercando di
provocare non improbabile lacerazione, ma almeno un graffio sulla lucida superficie
dellesistente, e perseguire nellintento di produrre, ma anche di raccogliere
ed organizzare, i "segni" della nuova frontiera poietica, che nel loro insieme
hanno costituito e costituiscono «la linea sulla quale si sono venuti concretizzando
degli stessi moventi dellestetica» (Martini). In una situazione di "universo chiuso" e infestata da
ciellini, movimento popolare, movimento per la vita, terrore e delitti di regime,
papipolacchi, ecc., ecc., e inutilmente ripetitiva e omologata non è poco, anche se non
è e non può essere tutto.
Tout-se-tient. Tutto cresce e muore.
Basta ubbidire al principio «aggiungi conoscenza e aggiungi sofferenza». (così va solo
per cose note e si evitano dispiaceri). Per non parlare di quelli che pregano che venga
rimesso loro il peccato e la colpa della trasgressione (passata, certo). E tutti a casa
dopo la piccola festa, lubriacatura molesta della rivoluzione (artistica o meno)
mancata, cercando di vincere la noia e lo scontento. Oh, la bella complicità che nasce
dal rispecchiamento, dal sentirsi uniti da più o meno confessabili attività. Il resto,
tutto quanto non si piega ad essere omologabile, viene sempre più respinto con fastidio
al margine dellimpero dei segni.
E invece, sono gli "incidenti"
marginali che hanno permesso e permettono lesistenza di quelle pieghe della
sensibilità dove si annida la volontà del fare poietico e che portano a considerare la
sperimentazione in buona salute, malgrado tutti i discorsi e le dichiarazioni interessate
di sconfitta e di messa in pensione.
La miseria della critica spettacolare oscilla
tra cadute ed autoesaltazione e mostra la propria impotenza nel mentre organizza mega
raccolte e megaesposizioni, che hanno pretese epocali fra Italie fin di secolo, aperture
di millennio e apocalissi inesistenti. Il guaio è, dal suo punto di vista, che, ignorando
qualsiasi esperienza che non rientri nella Koiné imperante, i partecipanti sono
condannati dal numero stesso a confondersi con il paesaggio e a perdere didentità,
essendo di fatto intercambiabili per scelte personali e per imposizioni esterne. A tanto
conduce il compito, che i critici e gli esperti si sono assegnati, di gestire
lesistente «ogni giorno più disgregato e graveolente», in cui tutto equivale a
tutto, sotto lapparenza di un mutamento veloce ed ossessivo di personaggi e valori.
Tutte le esperienze che non rientrano nei loro schemi aprioristici sono considerate vane
ed inutili e marginali ed accolte dal silenzio più totale di siffatti ringhiosi guardiani
del sistema imperante. Eppure, tutto quanto è accaduto e ancora accade di passione e di
rischio avviene poi tutto al di fuori del loro miope sguardo mercantile e corrotto. Voci
di frontiera, certo. Voci segrete che circolano nella piccola società, che di fatto esse
stesse costituiscono. Ma anche le uniche voci autentiche ed irriducibili allo spettacolo
totale, che pretende di far coincidere lesistente stesso con il suo doppio,
astringendo ogni cosa nel letto di procuste del consenso imperante. Senonché tale pretesa
della critica spettacolare non avviene senza residui e non riuscirà mai ad impedire la
presenza di un dissenso estetico, che una volta organizzato in piccola società dà luogo
ad un confronto, che non crediamo sfavorevole per questultima.
Che lavanguardia sia mai esistita o sia
morta ieri, in questo inizio di millennio così "pacificato", è questione che
non richiede una risposta e, alla parte dellavanguardia, importa poco stabilirlo,
una volta accertata la sua vocazione fallimentare, «il suo instancabile darsi pur sapendo
di perdere». Quando il gesto poietico e il comportamento rituale, che poi sempre fonda la
cosiddetta avanguardia, viene isolato e indagato solo nei suoi risultati dalla critica
spettacolare, e reso innocuo attraverso lomologazione e lincasellamento,
decade proprio il rischio intellettuale e «il gusto dellavventura nel sensibile
quotidiano» che lo contraddistingue. Eppure, non è mai una vana pretesa cercare di
ridefinire il senso di una frattura che esiste in quanto pretende di esserci. Da sempre
lavanguardia ha la consapevolezza delleterno ritorno, perché la sua domanda
iniziale rivolta al mondo rende inadeguati gli strumenti a sua disposizione e il suo
stesso confrontarsi e cimentarsi con lesistente reca al suo interno il destino che
tutto dovrà ritornare. Lestraneità dellavanguardia, infine, è garantita
dallautenticità del suo progetto, lucidamente perseguito, di messa in discussione
del mondo stesso secondo il modello libertario offerto dalla pratica estetica, che sempre
per sua natura cerca di vincere e superare il limite dellesistente, attingendo non
ad una improbabile egemonia, ma alla propria capacità e propensione al dispendio. Così
intesa, lavanguardia è un severo esercizio, non un ballo sotto il ciliegio o un
giro turistico organizzato, e si spiega anche che emergano poche presenze disposte davvero
a rischiare.
Nominazioni di unavventura che, come
ogni autentica "manifest/azione" davanguardia, nei suoi testi/pretesti
accumula unenergia che può essere liberata e restituita alla realtà, grazie alla
"volontà" stessa che lha promossa. E a noi piace insistere qui su questa
notazione di "volontà" che caratterizza tutto il discorso. Nascendo da un
"esilio", il fare estetico unifica al suo interno la forza della realtà e la
forza dellimmaginario, e grazie a questo suo necessario gesto di fondazione riesce a
porre le domande che sottolineano ancora una volta la sua estraneità allesistente.
Realizzandosi, poi, il fare estetico svela linconsistenza di concetti come quelli di
"centro" e di "margine", quando vengono applicati ai suoi risultati. E
infine, possibile che le attività dellavanguardia, volendo tutte documentabili,
siano tutte da considerarsi nel loro insieme marginali? E il "centro" dove
andrebbe situato e sperimentato? Domande tanto più scomode, come si vede, quanto più
sono formulate quasi sottovoce e mentre lalta qualità del lavoro, svolto dalla
piccola società almeno da trentanni a questa parte, dimostra il contrario. In
quanto a noi ci basta per il momento aver contribuito a creare "situazioni" che
non hanno bisogno di altre giustificazioni oltre quelle che da sole esibiscono.

GIOVANNI
MATTEO ALLONE
A proposito di "Locus solus. La babele capovolta"
La Nota introduttiva, nella sua estensione gnoseologica e nella sua
venatura polemica mi pare più che altro una vera dichiarazione di poetica. La poesia
tradizionale, di facile e gratuito appagamento, nel suo conformismo alle regole, alle
norme, è espressione di potere, e come tale, inerzia. La poesia alternativa, quella di Bugli, Moio, Papa Ruggiero, Della Ragione, nel suo anticonformismo, e non solo, è manifestazione di libertà
assoluta di idee, di pensiero, antistatica, dinamica, atta a sovvertire le leggi, non
soltanto artistiche, ma della stessa esistenza; ed è proprio per questo che trova poco
spazio nella diffusione, anche se ne trova molto negli spiriti liberi. Basterebbe solo
questo per costituire un pregio indiscutibile. Nella solitudine, che talvolta vuol dire
emarginazione, trova tutto il suo potenziale di energia propulsiva; nello scontro-incontro
generazionale, nelle giustapposizioni e contrapposizioni, nelle rimescolanze, sviluppa una
forma di dinamismo, che acquista vigore e si rigenera per il suo carattere di atomo
multiforme e plurivalente, fino a divenire espressione della vita odierna.
La contaminatio, soprattutto in Giorgio Moio,
assume una diversa valenza rispetto al passato-tradizione, in quanto, oltre a costituire
un parallelo, un confronto, si manifesta in contrapposizione storica conflittuale,
provocatoria, e, quindi, propulsiva.
Cè ancora un altro aspetto di palese e
significante novità: quattro poeti interagiscono con espressività diversa e talora
divergente verso un unico scopo: leliminazione dellesasperato individualismo
del poeta "pseudogenio", fruitore di se stesso, narcisista appagato, che ha
riempito in passato lacrimevoli pagine di versi.
Nella sacralità di grafica rappresentazione di Carlo Bugli si sprigiona, attraverso lebbra elucubrazione di Vera Veronica, una
irriverenza traumatica degenerativa della Sacralità cristiana, come se lartefice
delluniverso fosse un demone e linconciliabile dualismo, duade (duplicità),
della materia e dellerg propendesse verso il trionfo del Male, ripudio e
degenerazione, raffigurati nellinsistenza sul termine "croce svastica" e
nei riferimenti continui agli odierni promotori di guerre disumane. Nella mutazione e
nella mutuazione, ma anche nella non accettazione della poesia provenzale, la
dissacrazione coinvolge tutta quanta la tradizione poetica pseudoclassicheggiante dei vari
orfei piagnucolanti cui sfugge lamata Euridice. Il discorso di Bugli è continuamente lacerato da segni disarticolanti e disarticolati;
stilemi, fonemi, grafie, pittura assumono una diversa connotazione, diversa non solo
perché nuova, ma soprattutto perché accattivante.
La complessità dei segni grafici, frenetici, persino nella disposizione
stralunata, contorta, disarticolata della pagina, è ancora più evidente e diversamente
matura, in Giorgio
Moio, per la plurivalenza artistica da rendere
impalpabile il confine tra poesia ed arte, forse perché questo confine non esiste più, o
meglio in Moio costituisce un unicum. Le sue violente invettive, in una lingua che si
alimenta di continuo e di proposito del gergo popolaresco, da taluni, non so perché,
chiamato basso, di per sé costituiscono una lacerazione del tessuto poetico tradizionale
in piena coscienza e con intenti facilmente intuibili. Si avverte una sorta di sonora
cosmicità panica nella pastosità corporea che ne emana. Sembra di prendere tra le mani
una manciata di vetri, di stringerli forte e prodursi una lacerazione che spinge al grido,
allurlo fino al brivido. La scombinazione, la scompaginazione dei testi altrui
("oh muchacha de abril" in "oh chamucha de brial"),
dallirridente sonorità, i suoi bricolage prorompono in una irriverenza che non
risparmia bordate micidiali né a poeti tradizionali né a uomini di potere che con le
loro armi usate come giocattoli sovvertono e sconvolgono lesistenza di uomini
inermi. Quella di Moio è una nuova forma di
poesia che nella denuncia delle manifestazioni assume connotati di alto valore etico.
In Pasquale Della Ragione mi
pare di vedere un lirismo disteso e raffinato, non di marca tradizionale, per la
sovversione e luso anticonvenzionale di figure retoriche, di anagogie e analogie
frantumate e fragmentate, che nella fuorviante pacatezza discorsiva svela e vela al
contempo il male del vivere. È una poesia dove illusioni e delusioni urticanti si sommano
e coinvolgono un magma difficile da afferrare.
Trovo una certa somiglianza, solo esteriore però, tra i versi di Della
Ragione e quelli di Marisa Papa
Ruggiero. Una poesia che mi pare obliqua nella
sua ubiquità, per mancanza di punti di riferimenti, per le tante verità e diverse, per
il vuoto che sottintende, per i repentini cambiamenti. Una poesia che, come la vita,
è in continuo movimento, perché "il già avvenuto è futuro presente che
ritorna". Si avverte una molteplicità spettrale, secondo i punti di osservazione,
varianti allinfinito, duplici e molteplici, appunto, come gli anelli inafferrabili
prodotti da un sasso lanciato in uno specchio di acqua, dove è possibile cogliere
listante solo guardando con occhi bendati.
NICOLA
MAGLIULO
Il
Tempo sovrano. Note in margine al libro di Michele Sovente: "Carbones"
Carbones è, per me, il libro più bello
scritto finora da Michele Sovente; più bello quindi anche del premiato Cumae. Ne
scrivo senza alcuna competenza specifica in materia letteraria e poetica ma da studioso di
filosofia, lettore appassionato (che vuol dire poco) che ascolta e interroga poesie;
meglio che è convinto che poeticamente luomo non abita ma almeno resiste.
Nei versi di Sovente ritrovo il latino e il
napoletano: il primo solenne e liturgico come quello ecclesiastico (per generazioni il
più denso di evocazioni rispetto a quello scialbo imparato a scuola); il secondo
affettuoso, carnale, gioioso, un sentirsi a casa propria; in mezzo, il più povero direi
espressivamente: litaliano.
Pochi sentieri si snodano ma essenziali nei
testi poetici di Sovente: il tempo sovrano, innanzitutto, la sensibilità del filosofo lo
avverte, lo riconosce subito. Tempo che divora, che strappa, che tutto si porta dietro ma
anche che mitiga, consola, addolcisce il dolore che esso stesso apporta, infligge: il
tempo, ma il tempo, ma il tempo implacabile passava. Le cose il tempo cambiava e
strappava
Perfino il giardino chissà dove il tempo si sarà portato (p. 143).
E lascia tracce, come il passare di un
animale: tracce di un amore che lontano in un turbinio dombre soavemente si perde
(con leco della pietas virgiliana, di Didone); o rimane per mesi traccia di
dolore / rimane per anni.
Dei tre tempi fondamentali
dellesistenza, il Passato è quello che domina accogliendo nel suo ventre sempre
più vite e cose e allungando la sua ombra anche sul presente; quanto al futuro si
affaccia appena un attimo: spiamo un futuro improbabile. Ma immediatamente seguito,
circondato, sepolto dal verso successivo: Di frana in frana.
Reale è quel perdere forze, fino a
sfibrarci, e illusorio il tentativo di sfuggire allanonimato e di vivere nella luce.
La luce è, starei per dire, ontologicamente fioca.
Tutto
fugge e fuggire è il verbo che ritorna spesso nel testo poetico: Fuggono per le crepe
dellaria (p. 87); fuggono da sottopassaggio piccole divinità in cerca di un
obolo e di una preghiera (p. 120); le immagini, quelle malcerte di ieri, le porta
via la tramontana (p. 133).
Nei versi di Sovente linfanzia appare
sorridente, deliziosa, fatta di filastrocca e alberi incantati; appena accennati
ladolescenza e gli amori, per cui è come se comparissero solo il bambino incantato
e ladulto disincantato.
Con una venatura leopardiana, la poesia di
Sovente si distende tutta nella relazione tra passato e presente, e le oasi del presente
sono frutto della memoria, del ri-cor-dare ciò che è stato felice ed intenso.
Ma esiste un altro presente, unora, un
istante, un adesso sottratto a questo fluire, un Presente che è figlio di un immemorabile
Passato? O esiste solo il presente che genera menzogne vaste quanto una foresta,
strette più di un tunnel, che nientaltro offre che la dedalica ripetizione
degli appuntamenti, delle giornate? (p. 69).
Cè qui e là nei versi di Sovente, il
riapparire di un suono di fondo che disturba il chiasso vacuo del circo mediatico
contemporaneo (tema costante, presente già nelle raccolte di fine anni 70 e inizi
anni 80): Tuttora stride un vento che pellicole senza snodo senza approdo
imperturbabile incide (p. 115).
È come se il vortice di chronos pur tutto
annientando, o anzi proprio perché tutto annientando, liberi lo sguardo e il sentire per
ciò che è più incrollabile e profondo. Niente di amori ed affetti manent; eppure
non sembra solo vuoto, o un cumulo di macerie questo presente, e quel poco di gioia che vi
appare balena come un fiumicello in un deserto.
GIORGIO
MOIO
La sofferenza di un poeta: "Miraggi" di Franco
Capasso
Con questo nuovo
volume, Miraggi (Fermenti, 2003), che si avvale di sei disegni di Piero Raspi e
unintroduzione di Francesco Muzzioli, Franco Capasso mette, in primis, in relazione le parole e le problematiche dellio,
oltre che dirci della sofferenza in una vita grama e della consapevolezza del suo
superamento attraverso lanalisi del linguaggio, con la necessità intrinseca della
crisi, del delirio. Un io oggettivato però, non subliminale, che simbarca per un
viaggio nella memoria, nel dolore, a incollare i suoi minutissimi cocci, direbbe Giacomo
Debenedetti, fin nella preistoria di questo conflitto-sofferenza, dove le parole, con cui
«lIo parla come sottolinea Muzzioli
nellintroduzione lo attraversano, ma non lo rappresentano», aprono squarci
di luce, tra echi che illuminano il senso plurimo del linguaggio col quale superare le
difficoltà che sincontrano lungo la strada della propria esistenza-memoria.
La materia utilizzata è varia, come varia è
la combinazione linguistica che si poggia sui quattro elementi della vita (acqua, terra,
aria, fuoco), elementi archetipici che ci riportano al mito di Ulisse, di Circe, alle
origini delluomo dove tutto si rimescola per riprodurre un altro spazio abitabile,
dove «un moto improvviso / anima le forze / un piccolo grido di esterrefazione / tutto si
muove / o tutto è già fermo / [...] / si rimescola il tempo / [
] / sotto il cielo
senza fondo / dentro la vita senza respiro» (p. 13). Le parole scorrono come acqua a
riscrivere lorigine (tutto sarà perduto / rimarranno le pietre / e lacqua che
scrive lorigine / il sigillo dellurna / la terra fiorita..., p. 19), volano
come uccelli in geometrie collettive, in combinazioni surreali, allegoriche (il suono
dellacqua...; sentiero di luce...; voci di silenzio...; la voce dellacqua...;
etc.), deformandosi, frammentandosi, contraddicendosi infine in spazi stretti, in brevi
versi disposti da Capasso sulla pagina a zig-zag, o in modo da far coincidere il verso
successivo sotto la fine del verso precedente.
Ma non tanto la forma qui è importante, che
resta comunque interessante e mobile, nervosa, quanto il linguaggio, la sua
predisposizione al mutamento, alla ricerca didentità fra i ritmi di una
crisi sia pure insistita eccessivamente e spinta fino ai confini
del lamento , che è la crisi delluomo contemporaneo costretto a vivere una
vita preconfezionata dalloligarchia del potere economico. Se luomo poi è un
poeta, un poeta attento e sensibile, come nel nostro caso, allora non resta che affidarsi
al linguaggio, alla scrittura, alla sua carica esplosiva, al suo libero arbitrio, nel
tentativo di leopardiana memoria di superare la vena pessimistica. Poesia
introspettiva, del dolore, fallimentare, tutta rivolta al negativo, che annullando
lio soggettivo si dipana tra ossimori (acqua/fuoco; tempo/morte; silenzio/voce;
etc.) e introspezioni psicologiche (
Mi formo / Mi raccolgo / Chiamo i fantasmi
della memoria /la geografia del mio mondo nascosto
, p. 37), addensamenti onirici e
metaforici per unanalisi memorabile e critica del mondo. Tuttavia non bisogna
parlare di pessimismo quando si ha a che fare con i testi di Franco
(Leopardi è superato), piuttosto occorre parlare di consapevolezza di unesistenza
dolorosa e inquietante che non riconduce ad una solitudine, al dolore privato, bensì
(drammaticamente e da unindagine perlustrativa più accurata) ad una disperazione
sconfinata di un disadattamento al mondo, che trova la propria forza, la propria
resistenza e il superamento nel mito che la condizione umana è febbrile, ancestralmente
tragica.
Capasso materializza il proprio dramma sulla pagina, barattando col linguaggio il
proprio destino affinché gli conceda numerose possibilità di convivenza. Il che è un
doppio dramma (certamente, ma non coatto, per libera scelta), in quanto il poeta (e Capasso lo sa bene, essendo poeta di lungo corso da Punto barometrico
[1976] a Miraggi, ha pubblicato già undici raccolte ) alla fine «è tenuto
in ostaggio dalla pagina scritta come ha affermato di recente in unintervista
a cura di Marisa Papa Ruggiero .
Egli vorrebbe cambiare il mondo, ma riesce a trasformare soltanto il suo dettato [un
nobile dettato non adatto a questo mondo opulento e cinico]. Il suo dramma si riduce
alla pagina scritta [ed è lì che Capasso spera di ritrovare se
stesso]. Artefice della parola, richiama il paradigma dellinfelicità per
esprimere il suo essere, un esiliato» (in «Risvolti» n. 10, aprile 2003, p. 32):
qui si rifonda la realtà
la muta tenzone del fuoco
non verrai oltre la porta chiusa
il leone del deserto digrigna
la città assisa sui
porfidi
squillanti agonie
di tenebre
aspettando
qui raccolta lessenza di tutti i fiori
qui la storia si dipana
in un filo di memoria
presso il lago
locuste guerriere
fanno la guerra al sole (p. 17)
Riepilogando, ciò che vuole rappresentare Capasso è
la riscoperta della marginalità, attraverso il linguaggio e le sue combinazioni
stratificate, qualcosa che miri, tra frammenti e lacerazioni, allucinazioni e detriti,
alla riscoperta della propria identità in una catastrofe già avvenuta:
[...]
Rovescio il nome il pronome
(mio)
Richiamo la congiunzione
lelementare
particella
pronome personale (io)
Che esisto
a rovescio
non esisto raccolgo
il dire la pronuncia
la voce
il traslato
il nome per corromperli
finirli
definirli
chiuderli nel (no)... (p. 41)
È unoperazione dissonante, lacerante,
franta, dissacrante; ma anche critica nei confronti dei tempi in cui siamo costretti a
vivere e a muoverci in spazi ristretti. A cominciare dalla disposizione dei versi che
aggrediscono con rabbia, si potrebbe aggiungere, facendo spallucce tra un grido di
protesta e una lucida follia la pagina bianca, versi non allineati, disposti a
scala, a scalare, col capoverso disallineato (come lo è il loro autore, daltronde,
"allineato" soltanto alla sua poesia che respira in pieno), a zig-zag (come già
detto), che ci danno pienamente riscontro dello stato psicologico e vuoto
dellessere. Significativi, nonostante si tratti di termini retorici, sono gli
accostamenti tautologico-ripetitivi, (rosso fuoco; colombi e colombi; fiori & fiori;
uccelli & uccelli; nero più nero; ascolta lascolto...), gli enjambement (con
passo rapido / di vento / più ravvolgente / dellombra...) che portano in superficie
il magma del contrario (Sepolte son tutte le cose che guardano innanzi / Sepolte son tutte
le cose che guardano indietro...), qualche ossimoro della memoria (mute voci; voci del
silenzio), laltro da sé, ricordi del proprio quotidiano deformato dagli eventi o
lutilizzo di entità naturali viventi (elitre, mosche, ragni, gechi, rane, grilli,
zanzare, farfalle), non per vocazione neoromantica ma come oggetto di ricreazione. I versi
si visualizzano sul tabulato della propria esistenza trucidata, creando geometrie e
immagini psicologiche di mallarmeana memoria, una volontà dindividuare, attraverso
il vacuo e il male della storia, lorigine di unesistenza deforme,
lassillo del dolore cosmico ma non arrendevole. Specie per il poeta, che ha la
fortuna (o la sfortuna) di adoperare la sensibilità che gli proviene dalla parola , con
la quale può viaggiare verso un mondo abitabile, che per ora è un miraggio,
unossessione, un lucido fallimento, dove vita e morte sembrano somigliarsi.

LA
BIBLIOTECA DI RISVOLTI
a
cura di Pasquale Della Ragione
Aa. Vv., Look, Stranger. A bilingual anthology of Italian poets,
a cura di Alfonso Malinconico,
traduzioni di Emanuel Di Pasquale Gradiva Pubblications, P. O. Box 831, Stony Brook, New
York, 2003, pp. 164
(Maura Del
Serra)
Imperativi sul muro
"Lìberati la
mente" ingiunge, anonimo
maestro di sapienza, il
muro giallo
con la sua rossa scritta
spray. "Che sia
se può essere", gli
risponde, nera,
da unaltra scritta la
più fatalista
filosofia del futuro. Si
parlano
tra di loro quei segni, ci
stringono nel duro
confronto tra la mano
libera di nessuno
e la lingua di tutti
prigioniera,
ombra di calce e vernice
che sogna
in me di nascere viva ed
intera.

Mauro Caselli, Il giogo, Cierre Grafica, via San Giovanni in Valle 2,
Verona, 2004, pp. 48
Nel sorriso che elude la
moria
rimane solamente un
desiderio
e voci appese al filo del
silenzio
accolte negli indizi in una
vita
il momento concede alla
memoria
la scena il palco usato nel
presente
defila e pone levento
in ascolto
la pallida magia del
racconto
illumina la falda ancora
viva
mai tornano a visi paesaggi
e locchio fende nelle
rughe oscure
le vie di fuga dalla fauce
inedia
abbandonando il pegno della
carne
alle voglie cannibali del
tempo.

Antonio Curcetti, Poesie del linguaggio corrente, Lythos, via Venturino
18, Como, 2004, pp. 40
per Giacomo Bergamini,
martello di Faust
La forza si dissipa
sotto i colpi del metallo;
è un demone che non
soccombe allordine,
ai doveri ufficiali in cui
ci si scambiano coltelli,
regole imposte a
bruciapelo.
Il martello scheggia
pagine ammucchiate,
perse; scandisce nelle
orecchie un ritmo ubriaco,
quasi quanto il cuore di
Faust.

Alfonso Malinconico, 7 parole x 7, con sette disegni di Raffaele Cioffi,
Signum Edizioni dArte, via Galileo Ferraris 125, Bollate (MI), s. d., pp. 40
Sanglot
nelle pieghe del vento di
scirocco
ad occhi chiusi ella
ascolta
le sanglot
les
timides sanglots
ad occhi chiusi ella
ascolta
le sanglot
les
timides sanglots
distesa sul ventre de la
terre
les sanglots accordati
col pianto
delle cose des
choses
choses
di ora e sempre tocco per
tocco
scanditi rintocchi di
pendolo insonne
note basse di bordone
contate
ad una ad una per tentare
altre
alchimie di sensi rivolte
ad altre sfere
oltre la terra tra questo
ed altri cieli
altro sanglot poi
che altro sangloter!

Pasquale Martiniello, Ossimori, Editrice Ferraro, via San Sebastiano 65,
Napoli, 2002, pp. 144
Con noi giocò
Con noi giocò a lungo
dandoci ali di canna e
trecce
di salice per salti di
siepi
Insegnò larte delle
voci
la malizia delle volpi
e le tagliole per passeri
daia
Ci concupì più tardi con
specchi
di sirene e ci fece prati
tormentati
da morsi dapi
Volare ci fece sbrigliati
aquiloni
fra rondini inquiete di
rendini
azzurre
Poi il tempo ci cade
addosso
fragile di radici e
rovinosa neve
con tanti acari nelle rughe

Camilo Pessanha, Finale e altre poesie, trad. e cura di Alessandro
Ghignoli, Edizioni Via del Vento, via V. Vitoni 14, Pistoia, 2003, pp. 32
Viene a condurre le navi,
le caravelle,
unaltra volta, nella
notte, fra i riflessi marini
ravvivati dalle chiglie. Si
direbbe
che ariamo un ammasso di
stelle.
Andiamo unaltra
volta! Concave le vele,
la bianchezza, rutilante
del giorno,
dolcifica il chiaro di
luna. Incanto
lunare non smettere di
avvolgerle.
Vieni a condurci,
arcangelo, alla nebulosa
che dallaldilà
evapora, luminosa,
e alla notte lattescente,
dove, quiete,
luccicano le vecchie anime
innamorate
Anime tristi,
severe, rassegnate,
di guerrieri, di santi, di
poeti.

Andrea Rompianesi, Versi civili, Scrittura Creativa Edizioni, via Mons.
Cavigioli 39/b, Borgomanero (NO), 2003, pp. 88
XXXVII
versi civili è
lessere ora alle 20:28 appoggiato
ad un mobile essere come di
maggio in attesa
verso civile è trovarsi
tra i tanti ed essere
soli è linutile
tempo dassenza il dolore
il piccolo muto il silenzio
non essere quasi
i versi civili li conti
ogni sera pensando al passato
a come più bello sapiente
decorso a ritroso ma
forse esistito solo per te
e gli altri lontani non
sanno nemmeno chi piange
chi pensa oggi a fronte
a quale finestra è
lansante civile il vuoto poi dopo
niente neanche esistesse
loggi possibile e come
ripeto infinito il quasi
linutile nulla di tutto
vivere come fantasmi come
lemuri neanche incontrarsi
|