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Moio |

n. 13
Contro lo strapotere del mercato
Importante:
i testi che seguono possono essere tutti riprodotti citandone la fonte e
comunicando alla redazione eventuali inserimenti in pubblicazioni di vario genere.
Risvolti
- Discussione
(dibattiti e proposte su
alcuni quesiti di letteratura, di arte in genere, con interventi di alcuni operatori
culturali appartenenti a vari settori)
Giorgio Moio
Contro
lo strapotere del mercato letterario
Nel
nostro Paese, negli ultimi anni di attività letteraria e in modo assai corposo
non si parla daltro che di ritorni, di nostalgie passate, di etica morale, di
ismi, tutti feticci molto cari agli arcadi postmoderni. Mentre nei confronti della
letteratura come luogo di conflitto, come pratica contraddittoria e conflittuale nei
confronti di pratiche tradizionali, come "conoscenza dellumano" e
riscoperta dellessere, continuiamo a rimanere indifferenti. Sta di fatto che la
letteratura di questi ultimi anni ha una sola consuetudine: la pratica violenta della
propaganda consumistica. Insomma, pare che conti soltanto fare soldi, prendere parte ai
talk-show, osteggiare attraverso tautologie pragmatiche tutte quelle scritture che,
muovendosi lontano dal già-dato o da forme ormai vecchie e obsolete, riescono a
certificare come sia, in realtà, questo nostro tempo un ammasso di armonie redditiziali
enormemente evanescenti ed ipnotiche, sorrette da un indebolimento di aspirazioni fattive,
non più in grado di trasmettere un minimo di novità. «Quel che è mutato nel periodo
contemporaneo è la differenza che prima esisteva tra due ordini e le loro verità. Il
potere assimilante della società svuota la dimensione artistica, assorbendo i contenuti
antagonistici. Nel regno della cultura il nuovo totalitarismo si manifesta precisamente in
un pluralismo armonioso, dove le opere e le verità più contraddittorie coesistono
pacificamente in un mare di indifferenza» 1.
In
effetti, trascurate le lotte contro le illusioni neoromantiche e i pietosismi lacrimevoli
di un io lirico e classicheggiante, è in questa prospettiva rinunciataria, in questa
"presa di posizione" apparente che si crea, che si muove la poesia, in una terra
priva di mutazioni. Il fare si è travestito di look congestionato, falsamente positivo;
tutti partecipano alla scalata sociale in modo confuso e scorretto, illudendosi (in questo
tipo di contesto) di incontrare il proprio simile con la presunzione e larroganza di
poterlo poi comprendere. Tutto diventa più difficile: la democraticità pilotata, ovvero
la destra con la parvenza del nuovo, la gestione di un possibile dopo Berlusconi, si
stanno rivelando proposte inconcludenti, senza midollo, fucina di predicatori del facile
fruire, di un mostrare le cose per quello che non sono, correlate da un improbo predicato
sintetico mimetizzato dietro unastuzia della ragione 2 con lo scopo di
eliminare domande non gradite 3. Un nuovo tipo di ipnotismo mentale cui non
mancano adepti, anche allinterno dello specifico. Si esibiscono le proprie allergie
come veritas, anziché le cose nella loro effettiva funzione. «Sarà piuttosto utile e
igienico ricordare che un testo letterario (e poetico [
]), quanto più complesso è,
di tante più vite dispone: il che vuol dire, poi, di tante più maschere» 4;
che unabbreviazione linguistica è anche unabbreviazione di pensiero, un nuovo
kitsch e una nuova falsa promessa di felicità (che si accodano a quello
spettacoloso) per un Verfremdungseffekt (effetto destraniazione) 5
che scansa lidentificazione dalla lotta e dallinquietudine (la lotta e
linquietudine stesse), per allestire il palcoscenico della teatralità
propagandistica, criticamente quietante e accomodante.
Se la poesia è costituita da unassenza di linguaggi
autocritici, da una fissazione innumerevole di pratiche evanescenti, vive il suo vuoto
svuotandosi. Invece, chi la produce, affrancandosi dalla nostalgia e dai misticismi, non
può che agire accogliendo una pratica antagonista, lontano da spartizioni di torte, da
linguaggi che certificano funzioni effimere, lontano dalle offerte di un feticcio e
strategie di potere. Che fare allora se la poesia si giustifica col dire
romantico-innamorato o col già-detto, se cuore fa ancora rima con amore (parafrasando
unespressione di Lamberto Pignotti), se si
consuma indiscriminatamente in tutte le sfaccettature di un codice qualunquista,
simulatore di una realtà-non realtà, interamente versata nella bolgia del marketing, se
si amalgama con tutte le salse? Quel che la letteratura può fare in questo nostro tempo
che ha prodotto i vari J. R., le Veroniche Castro e le Grecia Colmenares, i Mike
Buongiorno e i Pippo Baudo, i Silvio Berlusconi e i George W. Bush, telenovelas,
soap-opera, merce facilmente vendibile, è istituire una «valorizzazione delle valenze
ironiche, polemiche, dissacranti, autocritiche della scrittura, impegnata ad analizzare e
ad oggettivare se stessa nonché a mettere in crisi il codice predeterminato dei suoi
valori affettivi, sentimentali e autobiografici» 6 e distinguersi dalla
letteratura della resa. Un nuovo modo di concepire la letteratura (e la vita), non più
unidirezionale ma evolutiva, dove la situazione non è mai una ma si frastaglia in tante
situazioni molecolari da sperimentare, da reinventare nei suoi aspetti prematuramente
definiti insostituibili: un farsi conoscitivo che non smetta mai di farsi conoscenza. Una
cosa è certa: la letteratura non è palcoscenico, essendo il palcoscenico fenomenologia
di una metafisica del desiderio e dellinganno, né gusto combinatorio di puerilità
e goliardia, automatismo del piacere e della futilità, edificazione di armonie
incantevoli, attestati esoterici e simbolici. È pur vero che «lutilizzazione dello
spettacolo è ormai una promessa irrinunciabile per tutti» 7, che la
dimensione della contraddittorietà è divenuta un fatto privato, una forma di espressione
da chiacchiera salottiera. «Cè anche il fatto che oggi piace il poetico, piace la
figura del poeta, è tornata a seminare prestigio, a irradiare. La grandissima parte dei
testi, tuttavia, non sono testi di poesia, sono testi di poeticità» 8. E
attraverso questo auto-godimento dove impera lapparire più che lessere, il
sublime e leffimero, letereo più che la realtà palingenesi tra
laltro priva di società , il poeta, perduto il proprio "dominio",
si manifesta nella più totale bavosità spettacolare, fino a farsi portatore invertebrato
di un"espressione in prosa", autoreferenziale e autobiografica, per godere
di se stesso. Alla base sta ovviamente lofferta di un linguaggio comune, del
parlato, per unestetizzazione del quotidiano. E per questo motivo che è spinto
(probabilmente) verso lesigenza di esprimersi in "poesia in prosa", in
pseudo-letteratura spettacolosa, vuota, autocompiacente, per ribadire il ruolo del
soggetto, la storia, la trama del proprio "vissuto". Insistendo nel
raggiungimento di una ribalta, ci siamo fatti ossessionare dalle immagini, da una ipnotica
pars construens, dalla promessa di un facile guadagno, dalla televisione dove
spesso si arriva alla rissa. Dunque, sono questi gli anni che ci meritiamo? Tutto è
vendibile? Tutto si può comprare? Tutto è merce?
In
siffatta situazione, cioè con lofferta di una "ribalta pilotata" per
altri fini da parte della "società dei potenti", impegnata affinché non vi
siano entità ingestibili che possano minare il suo programma di controllo del mercato, la
poesia (un certo tipo di poesia), quella non assoggettata alle regole di mercato, è
costretta ad autogestirsi (ancora una volta) e a sopravvivere in un mondo dove ci si vende
al miglior offerente. Ancora una volta prevale il senso contrario delle cose, il rifiuto a
ripercorrere se stessi, a disegnare una "mappa" che dia alla poesia distinzione
e fondatezza, la sua effettiva competenza anziché carnevalizzazioni e plurime
codificazioni di una koinè arrogante e apparente. Ci sembra pertinente una domanda: cosa
occorre per garantire creatività ad una lingua affinché sallontani dalla
volgarità, dalla commercializzazione più vieta, da una struttura provincialistica o da
clan mafiosi? Ungaretti ci insegna che basta un nonnulla. Basta poco dunque? Certamente
più spregiudicatezza e meno calcoli extraletterari. Ma tutti vogliono entrare nelle
classifiche dei best-seller senza votarsi al sacrificio che invece la concezione
dellarte vera esige dallartista. Tutti si preoccupano di prendere parte allo
spettacolo, allo "spettacolo delle lettere": anziché progettare, si cerca di
quantificare il prodotto e venderlo a prescindere dalla qualità. Di fronte a un
quotidiano nostalgico, a una scrittura esaurita storicamente da un imperante perbenismo
restaurativo, dai tentativi di irenicizzare tutte le parrocchie, nellintento di
buttare acqua sul fuoco, di mettere a tacere quelle voci contrastanti con il loro disegno
di poesia trasparente, completamente acritica e in accordo con il linguaggio comune ed
effimero, irresponsabile, va da sé il fatto che, per unapertura plurima
alluniverso discorsivo, a uno specifico dove abbia ancora valore lessere
piuttosto che lapparire, la qualità piuttosto che la quantità, si debba rilanciare
la consapevolezza storica, la consapevolezza del presente in opposizione a qualsiasi
moderatismo trascendentale e riconciliarla col ritmo straziante delle infinite molecole
creative. Da una visione passiva del mondo, la poesia deve spostarsi verso un dinamismo
del reale, verso una rottura del senso comune. Va da sé però ed è ciò che
andiamo sostenendo anche il fatto che, servendosi di un linguaggio di ricerca,
progressivamente allargato a infinite possibilità di vita, la letteratura in generale
(specialmente la poesia) non è palcoscenico, né una forma di spettacolo, nemmeno
esposizione di se stessa. La sua attuazione, che non è immediatamente
"leggibile", non passa per un semplicistico ed ipnotico «palcoscenico-calderone
masticante parola e corpo, testo e gesto, segno e voce, ma mediante il libro [e lo
specifico, aggiungiamo noi, e nonostante], il quale, con tutte le proiezioni che se ne
possono fare, palcoscenico non è o ne è lesatto opposto» 9. Semmai
passa per una pratica dirrisione, anti-corporativa, anti-consumistica, comunque di
avanguardia, di ricerca, carica di quella sufficiente parodia e autoironia per mettere in
crisi i programmi tradizionalisti e del mercato capitalista.
In
ogni epoca si devono fare i conti con la realtà avvilente, oggi come ieri, sanzionando il
fatto che non è mai stato facile proporre un certo tipo di poesia. E se la colpa non è
imputabile alla scelta di fare laboratorio lontano dallesistente ipnotico e
museificante dei nostri predecessori, né tantomeno alla rassegnazione e mancanza di
utopia e senso di aggregazione, di una spinta in avanti, ciò che siamo costretti a
registrare oggi è frutto del nostro tempo. E dato per scontato che il nostro tempo
rifiuta ogni progettualità che si distanzi dallidealismo crociano, dalla
trasparenza e dal mercimonio, custodi di impoverimento e incapacità, sembra, per il
momento, che ogni ricerca espressiva vada fatta, o se vogliamo, mantenuta in vita
maledettamente e in modo avventuroso nelle stanze sotterranee della cultura ufficiale, nei
labirinti (nelle catacombe avrebbe detto un grande poeta scomparso di recente), magari
studiando le future possibilità di un riscatto. Ma in attesa che ciò avvenga, non
possiamo stare a guardare e piegarci alla "divinità dello spettacolo" spesso
rissoso, alla logica di potere che appiattisce verso la rassegnazione, vomitando il
proprio inganno attraverso una realtà comica e irresponsabile: la parola viaggia nel
misterioso, nella chiacchiera salottiera, con unetichetta mitologica e ipnotica,
frenata da un vissuto di tipo "usa e getta". Le situazioni che si riescono a
rappresentare oggi, nella maggior parte dei casi danno il voltastomaco, tuttavia
costituiscono il carrefour della contemporaneità, dellodiato postmodernismo, dove
tutti simpongono lesigenza dello scrivere facile e quindi per tutti, come se
tutti fossero in grado di comprendere. La verità è che si scrive facile unicamente per
incorporarsi in qualche clan, e partecipare così alla spartizione della torta. La voglia
di scoprire cosa cè al di là di ciò che ci appare, non è neanche più uno
scadente stimolo. Per es., quali sono oggi le condizioni della poesia? In che modo
possiamo difenderla dagli attacchi del mercato più vieto? Quale poesia proporre contro lo
strapotere del pensiero monopolizzato? È ciò che ci stiamo domandando ed è ciò che
domandiamo, con alcuni quesiti che seguono questo scritto, ad alcuni operatori culturali.
Certo, ci attendono tempi duri, in cui saremo ancora una volta chiamati a resistere, a
colmare una carenza ideologica e culturale. Il "futuro è impedito"? Ma è al
presente che bisogna pensare, e resistere contro lo strapotere del pensiero monopolizzato.
È ora di prendere una posizione, di instaurare allinterno della letteratura un
dibattito, nonostante lo scenario che si apre davanti ha laspetto di un deserto. E
proprio da qui, da uno scenario che ci appare desolato, dove si strumentalizza la poesia
non per dare ma per avere qualcosa in cambio, «Risvolti» e il suo gruppo redazionale ha
avvertito una vitale esigenza di riprendere un discorso antitetico col quotidiano
qualunquista. A tale scopo ci è sembrato indispensabile, prima di iniziare un nuovo
ciclo, tracciare un itinerario, una campionatura del fare poetico di oggi, chiedendo
come detto pocanzi ad un certo numero di addetti ai lavori, in
prevalenza dellarea di ricerca, davanguardia, di rispondere ad alcune domande,
con lauspicio che le risposte date portino in superficie si spera una
letteratura estranea al codice comunicativo dellauto-promozione consumistica. Il
tentativo è riconsiderando anche limportanza di uscire da una
"solitudine culturale" di "riconquistare la distanza" della
complessità, della discussione e della resistenza contro lavanzare della società
spettacolo, di suscitare un interesse che rivendichi un impegno e una necessità a colmare
una carenza ideologica e culturale. Una nuova progettualità, insomma, da opporre al business
di pochi a discapito di molti, allontanando da una coscienza critica e non
celebrativa, il ripristino di una pacificazione e industrializzazione del pensiero, la
restaurazione di realtà illusorie dei tempi passati, le strade battute dalla
spettacolarizzazione volgare e rissosa del controllo e consumo commerciale. È indubbio
che, invece di guardare avanti, il poeta del postmodernismo si arrende al presente, sembra
calato tout court in una condizione regressiva, in un passato pacifico e
irresponsabile, disperdendo il pensiero in limbi restaurativi e sentimentali, a favore di
un qualunquismo dove più che alle sorti della poesia si tende alle sorti del successo e
delleconomia. Dunque, in che misura il poeta antagonista partecipa al sovvertimento
delle leggi che regolano il profitto del mercato più vieto, mentre da più parti vi è un
ritorno allintuizione e sensibilità poetiche crociane o alle pascoliane
"piccole cose quotidiane", a discapito proprio della poesia di ricerca basata
sul concetto di contraddizione? Senza il reincantamento del suo corpus poetico e
quellaura mitologica priva di connotazione critica, senza la spettacolarizzazione
della poiesis e la mercificazione, appunto, di essa, o in quale altro modo?
Intanto, malgrado le ritrosie che pullulano attorno alla letteratura di ricerca, il dato
più rilevante che emerge dal numero e dalla qualità di certe pubblicazioni cosiddette
"ufficiose" (tutto merito delle piccole case editrici), nonostante una
divulgazione quasi "porta a porta", è che essa non è venuta mai meno al suo
ruolo, cioè a quel ruolo di antagonismo e di contraddizione, al di fuori di un campo
omogeneo, nei confronti di una letteratura tradizionale. Ovviamente ancora da una
posizione decentrata rispetto al centro del potere e delle strategie del mercato
letterario, con un senso materiale che contro-dice la rappresentazione di
una letteratura come pratica assoluta, chiusa, definita, per aprirsi continuamente ad una
pratica eterogenea e dinamica dove non esistono generi ma una testualità di segni che
sincrociano in più direzioni.
Note
1 Herbert Marcuse, Luomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1967, p. 80.
2 Cfr. ivi, p. 112.
3 Ibid.
4 Mario Lunetta, Unallegoria straziata dal dolore, in Poesia italiana
della contraddizione, a cura dello stesso e di Franco Cavallo, Newton Compton, Roma,
1989, p. 20.
5 Cfr. H. Marcuse, op.
cit., p. 86.
6 M. Lunetta, op. cit., p. 23.
7 Giuliano Gramigna, Il mondo nella trappola del suo spettacolo,
in "Corriere della Sera", Milano, 20.5.1984.
8 M. Lunetta, op.
cit., p. 17.
9 Stefano Lanuzza, Spettacolografie, in "Altri Termini", n. 2, terza
serie, Napoli, giugno 1985, p. 81.

Contro
lo strapotere del mercato letterario:
discussione
attorno ad alcuni quesiti di letteratura
1) Il corteggiamento di unaura
mitologica e del ritorno degli ismi, di una letteratura del consenso, con lunico
scopo di far quattrini non dovrebbe interessare un poeta e lartista in generale, per
lo meno non a tal punto da oscurare la poesia e le sue funzioni espressive, e dichiararla
fallita. Tu cosa ne pensi, come ti poni di fronte a tale concetto? In che modo oggi il
poeta si confronta con le certezze di un falso paradiso proposto dal "grande
stile", con la letteratura spettacolare?
2) Tradizione o ricerca. Che ruolo oggi
dai ad esse? Pensi che sia ancora più urgente di ieri, visto i tempi blandi in cui siamo
costretti a vivere, operare nellambito di una ricerca letteraria, attraverso il
dissenso come manifestazione davanguardia, di antagonismo? In che termini?
3) La poesia odierna tende sempre più ad
assomigliare ad una poesia-racconto, una variante del tradizionale "poema in
prosa". Sembra che la poesia manchi della propria vocazione. Qual è la tua
posizione in merito? Cosa ne pensi della poesia-racconto, della poesia in prosa,
della poesia tout court: insomma, della poesia autobiografica?
4) Qual è il tuo rapporto con
lambiente in cui operi? E il tuo rapporto con la politica?
5) Riteniamo che anche la poesia visuale,
alla luce di un presente che vorrebbe mercificare tutto, soprattutto le forme creative
artistiche, per un vieto profitto, debba esprimersi e realizzarsi attraverso la forma di
una rielaborazione autocritica, strapparla ad un contesto di pura esposizione di sé,
unicamente per vendersi al miglior offerente, e trasformarla in linguaggio che
sinterroghi continuamente per godere di una resistenza critica e sperimentale,
facendo i conti solo con se stessa e no con la volontà del mercato o del gallerista di
turno. Insomma, attuarsi in un contesto più vasto e progettuale, con tutte le sue
provvisorietà e contraddizioni. Qual è la tua posizione in merito alla poesia visuale?
In che misura oggi devessere adoperata? Deve continuare ad essere esposizione e
spettacolarizzazione fine a se stessa, parimenti come unopera pittorica (e perché)
o comunicare il suo fare poetico attraverso il "privato" del testo, attraverso
lo spazio di una pagina di un libro?
6) È ormai notorio che la poesia visuale
è terreno di conquista anche di pittori, di grafici, di agenti pubblicitari, ostentando
ormai solo forme chiuse, arcaiche, e segni adatti al mercato dellarte. Il verbum
è quasi scomparso nella maggior parte dei lavori che si realizzano. Però continuiamo
a chiamarla poesia. Se guardi una poesia visuale di oggi ci vedi più immagine che parola,
avvicinandosi (ma in molti casi sostituendosi) ad unopera pittorica. È anche vero,
come ci hanno insegnato, che tutto è poesia, ma così si rasente il caos. Ritieni che la
comunicabilità della poesia visuale debba esprimersi attorno alla parola, ai codici
tipografici che si visualizzano o sublimarla fino a renderla (in molti casi) pura immagine
per potersi "vendere" meglio?
Rispondono:
Giovanni Matteo Allone, Carlo Bugli, Antonio Carano, Sergio Cena, Antonino Contiliano,
Fernanda Fedi, Mario M. Gabriele, Gino Gini, Alfonso Lentini, Oronzo Liuzzi, Francesco
Mandrino, Enzo Miglietta, Francesco Muzzioli, Giuseppe Panella, Vittorio Pannone, Lamberto
Pignotti, Franco Piri Focardi, Lidia Pizzo, Alberto Rizzi.

Giovanni Matteo Allone
1) Ho sempre considerato lartista, il
poeta, in genere, uno sradicato, che vive e opera in un preciso contesto sociale quasi
sempre rifiutato, non accettato, ma non da esso avulso. Sono pochi e rari coloro che in
vita hanno ricevuto consensi e fatto quattrini in questa attività. Il fare quattrini è
lunica cosa che non dovrebbe interessare e nella maggior parte dei casi non
interessa, a meno che non si tratti di persone fortemente legate al potere (politico,
culturale, mediatico, televisivo), e da esso dipendenti; mi viene in mente un Bruno Vespa,
tipica espressione di una pseudo letteratura da spettacolo che non è spettacolare, ma
semplice banalità e talora volgarità. Ma può un Bruno Vespa essere annoverato nel
numero degli artisti? La più grande casa editrice italiana è oggi proprietà del più
grosso magnate italiano, che è anche capo del governo. Non cè da stare tranquilli
né di avere fiducia.
2) Ogni uomo è figlio del suo tempo ma le
sue radici sono remote. La tradizione e la ricerca non possono considerarsi in antitesi
tra loro. Il passato può essere rifiutato o accettato, talvolta vissuto in aperto
dissenso col presente e anche in antagonismo, ma, in ogni caso, non può non tenersene
conto. È da questo dissenso, da questo antagonismo vissuto criticamente che può nascere
una valida forma di avanguardia artistica producente, inimitabile, unica, frutto di
macerazione interiore, con tutto quel che di romantico possa sottintendere. Agire nel
presente ma immaginandosi al di fuori come se esso non esistesse, senza inzaccherarsi,
senza pensare al futuro. Sarà il tempo a giudicare.
3) Rimango del parere che i generi letterari
non esistano, ma che ci siano delle regole da rispettare. Poesia-racconto, poesia in
prosa, prosa poetica, sono espressioni vuote di senso. Esiste la poesia e basta. Quella
autobiografica? Se è solipsismo, lacrimazione, autocompiacimento, commiserazione, la
rifiuto. Ma è chiaro che la poesia nasce sempre da una esperienza personale. Tengo sempre
presente questo concetto: «Io non sono niente, ma posso essere tutto».
4) Seguo sempre con attenzione tutto quello
che accade attorno a me, rimanendone, però, allesterno come un osservatore
imparziale, senza pregiudizi. Non faccio parte di alcuna tendenza o di alcuna corrente.
Questo vale anche per la politica. Ma esiste oggi la politica? In questo sono fortemente
critico fino allesasperazione. Mi raffiguro nella colomba trilussiana, che
dallalto scende nel fango rimanendo pulita e rivola in alto con le piume bianche.
5) Credo che ci sia oggi un abuso del
visuale. Negli anni sessanta del secolo scorso vi furono artisti che si schierarono
apertamente contro il mercato dellarte, che era divenuto mercificazione assoluta. In
tempi diversi e in contesti socio-politici, culturali diversi bisognerebbe attuare una
contestazione identica; un sovvertimento che affondasse le sue radici in una
sperimentazione nuova e fattiva, con progetti di più vasto raggio dazione,
rimanendo però ognuno nel proprio settore; il poeta e il pittore adoperano mezzi diversi
perché diversi sono i mezzi di cui si servono, anche se si può fare poesia con tecniche
pittoriche e pittura con mezzi poetici.
6) E qui vale la risposta al quesito
precedente. Il visuale non può prescindere dal verbo e viceversa. Ma in poesia non si
può eliminare il verbo per lasciare solo spazio al visuale. Verrebbe a perdersi parte
della sonorità musicale, che è anche, secondo me, un elemento essenziale del fare
poetico. Non certo per rispetto alla tradizione. Lideale sarebbe una poesia di
interazione tra immagini, parole e musica, evitando leffimero astrattismo.
Limprovvisazione lascia il tempo che trova. I pittori, i grafici, gli agenti
pubblicitari che presumono di fare arte totale, di essere poeti e nello stesso tempo
pittori, scultori ecc., che riempiono gallerie e mercati di segni e di simboli vacui e
vuoti, o che utilizzano lavori di altri, trasformandoli o modificandoli al computer, mi
fanno pensare solo a mancanza di creatività, di fantasia, di vis artistica. Larte
è macerazione interiore, intensa e violenta, soggettiva e nel contempo universale e
comprensibile, perché deve toccare i sentimenti di tutti, parlare a tutti, senza per
questo presumere di lanciare messaggi, che altrimenti diventa solo falsa retorica. Più
che proposte deve provocare interrogativi.

Carlo Bugli
I) Le prime quattro domande, mi sembra,
sottendano una questione più generale: quale è la posizione del poeta nella società?
Ovvero, quale è il luogo occupato dal poeta antagonista, dal poietès,
dallantiplayer?
Si potrebbe riformulare la domanda: quale è
il rapporto di questa figura col Centro?
Il luogo (logico-esistenziale, spesso anche
fisico) da cui parte il poeta è una periferia criticamente distante dal Centro inteso
come quella struttura economico-politica responsabile della globale mercificazione
dellesistente, in grado di inglobare ogni contenuto passibile di essere ridotto nei
suoi termini e restituirlo in una confezione pronta alluso.
Non deve stupire che la dialettica tra queste
parti si svolga dominata dalle varie modalità che regolano, in generale, i rapporti tra
il potere e leresia, quelle della censura, che secondo i momenti e le opportunità
sue può attivarsi in gradi che variano dal silenzio alla fagocitosi (perché nulla è
assolutamente irriducibile ai fini del mercato) e fino al rogo.
Le attenzioni al fenomeno da parte dei
totalitarismi democratici (lossimoro è giustificato dalla tendenza panfagica e
iperassimilatoria del potere), dalle moderne dittature mass-mediatiche, non prevedono le
forme estreme, ma lesclusione cui è fatta oggetto una letteratura di opposizione,
ancora una volta, è perfettamente naturale e non vedo perché dovrebbe stupire, sarebbe
un caso ben curioso e almeno sospetto il contrario.
Lesperienza della poesia altra,
dellavanguardia, se si vuole, che ha marcato il corso del secolo XX e pare ancora
non esaurirsi, deve necessariamente vivere in una condizione di eterna marginalizzazione,
se non per quei fenomeni che sono stati storicizzati ed hanno ottenuto un interesse
accademico, museistico, e quindi commerciale, tutti interessi che mostrano conclamato il
passaggio dal silenzio-tolleranza alla fase della fagocitosi, esperienze
interne, comunque, alla modalità generale della censura, che regola evidentemente i
rapporti del potere, quale centro naturalmente anche ideologico, con quanto porta istanze
e(ste)tiche che gli si oppongono.
Al contempo è almeno presumibile che i
portatori di un contenuto mentale abbiano almeno qualche tensione comunicativa, in questo
senso se il Centro risulta pervasivo, le varie tensioni espresse dalle periferie, dai
margini, mortificate dalla povertà dei mezzi, vivono sempre, ma oggi sicuramente in
misura maggiore, nel versante più impedito e sofferto di una dialettica assolutamente
asimmetrica.
È una condizione che va al di là della
vicenda della poesia.
In televisione davano, e forse danno ancora,
una pubblicità di non ricordo quale prodotto: lo sfondo di una città, uno schermo
gigantesco dal quale addirittura Ghandi parla, diffondendo, si presume, il suo messaggio.
Il tutto in bianco e nero come per situare (o de-situare?) temporalmente levento.
Il messaggio mistificante è chiaro: nel
migliore mondo possibile, il nostro, dominato da media tanto efficienti, un uomo come
Ghandi quali opportunità non avrebbe avuto una volta dotato di strumenti di comunicazione
così imponenti? La sua lotta sarebbe stata una passeggiata se avesse potuto diffondere le
sue ragioni con lausilio di un maxi-schermo del genere.
Ho motivi per sospettare, invece, che
lIndia sarebbe ancora una colonia inglese in tale ipotetico caso, anche perché, se
Ghandi fosse vivo oggi, dovrebbe fare sentire la propria voce da una posizione
assolutamente eccentrica e marginale, tale da essere assolutamente esclusa dai flussi
principali dellinformazione: detto altrimenti in quel maxi-schermo non apparirebbe
giammai da protagonista.
Per inciso, dovunque nel mondo
linformazione, in qualche modo il discorso globale, risulta schiacciato e asservito,
si pensi alla BBC ed al caso Blair, alla CNN ad Al-JAZHIRA la cui sede è stata chiusa in
Irak e fatta oggetto di sospette attenzioni esplosive altrove, al suo corrispondente
Taysir Alluni che è in carcere, a voler tralasciare la realtà italiana.
Dire quindi che leditoria letteraria è
asservita a logiche commerciali in questo panorama mi sembra rilevante solo se inserito in
un discorso molto più ampio: globale.
Perché mai ad un certo tipo di poeti
dovrebbe essere riservato un trattamento più favorevole che ai no-global?
La marginalità, sia pure scelta meditata,
comporta come tutte le scelte politiche, il suo rischio, in questo caso quello di
soggiacere al silenzio - tolleranza, che comporta, e non è un bene, il costituirsi
di una cerchia chiusa ed autosufficiente di autori - lettori, una sorta di
comunità intellettuale con fini di malcelato onanismo delle lettere ed in qualche misura
paga di tanto.
È necessario invece avere interno al proprio
progetto una direzione che tenda sempre allesterno che equivale a dire una tensione
politica, quale la scrittura stessa possiede come una delle sue qualità primitive.
La clandestinità, dunque, come misura
imposta dallesterno, ma anche come scelta, nel senso della coscienza di una
irriducibile alterità, permette movimenti assimilabili a quelli di altre esperienze di
simile natura: attraverso canali collaterali e clandestini appunto. In questo senso la
vocazione internazionale del fenomeno, già pienamente rilevabile nella diffusione
transcontinentale del futurismo, appare oggi moltiplicata in maniera esponenziale grazie
alla esistenza del web (o dellanti-web) che denuncia senza equivoci la
portata del fenomeno accanto ad altre forme di autoeditoria.
II) Per rispondere alle altre questioni, non
saprei dire quanto è reale il problema del rapporto nella poesia visuale tra verbum ed
imago e della eventuale preponderanza, nelle esperienze recenti, di questultima a
scapito della prima, anche perché sono interessato alla scrittura in un senso largo, che
non si dà soltanto di verbo quanto piuttosto di segno, né credo che esista un luogo
deputato a ricevere il segno stesso, una superficie che debba in qualche modo accoglierlo
di preferenza, ho fotografato in passato delle poesie visive nei cessi
delluniversità che allepoca consideravo più interessanti delle aule
e se resta vero che la traduzione in altro formato, in questo caso lungo la linea parete
- immagine fotografica - sistemazione/ricollocazione allinterno di una
compagine che può essere una rivista o altro, altera inevitabilmente il senso
delloriginale, rimane vero che in tale condizione ricade sempre e senza eccezione
qualunque esperienza di riproduzione a partire da qualunque originale, dal momento che la
riproduzione e ricollocazione stessa è una operazione critica, ovvero una lettura
possibile.
Daltra parte se la lettura è
semioticamente un fatto totale, allora anche il versante poietico del fenomeno la
scrittura lo è, e non esiste davvero superficie in grado di resisterle.
Ritengo che una delle lezioni più vitali e
addirittura essenziale dellavanguardia storica sia il superamento degli specifici
estetici, il rifiuto della compartimentazione in generi prefissati del fare artistico, che
non sembra proprio irrelata ad una hybris etico - estetica.
Orbene il rifiuto delle tassonomie tradite
non dovrebbe comportare lautomatico accoglimento di altre segmentazioni interne alla
poiesis atte a sostituire le vecchie, che potrebbero addirittura denunciare il desiderio
di riferirsi, non saprei con quanta coscienza, a filoni creativi in qualche modo
consolidati da un uso condiviso, quindi da una tradizione che avvenga sia recente, resta
tale.
Che lequilibrio tra verbum ed imago
nellattuale produzione di poesia visuale appaia spostato nella direzione di
qustultima, può non essere escluso, ma non ritengo sia riferibile alla volontà di
rendere appetibile al merkato la produzione in oggetto, quanto a circostanze storiche.
Nella realtà odierna i percorsi che portano
il singolo autore allibridazione dei due ordini di linguaggio presi qui in
considerazione (perché se ne potrebbero prendere altri in esame, il sonoro ad esempio),
sono maggiormente diversificati rispetto a cento, a cinquanta e addirittura a venti anni
or sono.
Le linee direttrici di questo processo non
passano esclusivamente attraverso lesplosione del verbum, poi della lettera fino
allaccoglimento di possibili e più ampie realtà scrittorie, una genesi tutta
interna alla letteratura, o di converso allaccoglimento, forse meno frequente, del
verbum da parte di pittori o operatori dellimmagine.
Una porzione degli operatori attuali, più
che nelle passate stagioni, parte dal dato dellimmagine anche fotografica e solo
successivamente perviene al verbo visivo.
Ed è forse da non trascurare anche, sia la
diffusione enorme per numero di autori, di cui può dare misura la presenza sul web di una
quantità davvero non trascurabile di esperienze che si riferiscono direttamente o meno
direttamente al fenomeno, sia il fatto che diventato nella cultura mediatica il
verbo-visuale una modalità privilegiata senza entrare nel merito del rapporto saccheggio/sviluppo
parallelo il background di un autore in qualche caso, può prescindere dagli
antecedenti storici, e sviluppare autonomamente, e questo sarebbe sperabile, un proprio
discorso a partire dagli stessi media.
Daltronde mi sembra difficile che
limmagine abbia come intrinseca la vendibilità e che, in quanto tale,
sarebbe gradita a galleristi, mercanti e venditori in genere.

Antonio Carano
1) «Per me la poesia non è stata uno scopo,
ma una passione; e le passioni meritano reverenza; non si possono non si devono
eccitare a proprio capriccio, con un occhio ai meschini compensi, o ai più
meschini elogi, dellumanità».
Non credo che lessere poeta possa prescindere da questa
considerazione di Edgar Allan Poe.
Per quanto riguarda, poi, il "consenso" (merce da
sceneggiate della politica e assolutamente incompatibile con lindipendenza propria
della poesia) e tutte le altre corbellerie da indici (o alluci) dascolto, non posso
che far mia lesortazione di Mallarmé: «o poeti, siete sempre stati orgogliosi; siate
più, diventate sprezzanti».
2) Premesso che le etichette preferisco
vederle ciondolare al polso dei tanti manichini, più o meno eleganti, che animano la
dialettica interna dei centri commerciali, ritengo che tradizione e ricerca operino senza
soluzione di continuità, nel senso che la seconda non è altro se non il prodotto
metabolico della prima.
A chi dovesse avvertire difficoltà di
digestione proporrei la rilettura del "Lasciatemi divertire" di Palazzeschi. Un
soffio di libertà e originalità servirebbe, se non altro a scoraggiare le patite e
patetiche deformazioni somatiche dei deboli di stomaco, colti troppo spesso a inscenare
improbabili prove di... volo.
Insomma: quando cè il talento
cè tutto. In caso contrario, meglio provare con lippica, stando però,
possibilmente, attenti ai ronzini.
3) Non ho il polso della situazione, ma, se
quanto sostenuto nella domanda risponde al vero, suppongo che la poesia soffra, oggi,
dello stesso male che affligge la società e, cioè, la mancanza di coraggio. Non resta,
quindi, che augurarsi lavvento di una nuova, superba, parodia barocca, che smascheri
e metta in fuga i tanti criniti cicisbei, i quali, con le brache in mano, concionano,
senza imbarazzi, sullopportunità dinfilarle dallalto piuttosto che dal
basso. Guardandosi allo specchio, quanto meno, troverebbero più rapida soluzione
allarduo dilemma.
4) Come tutti i rapporti animati da sentimenti forti, quello con
lambiente in cui opero è di odio-amore. Del resto, come aveva intuito Flaiano: «I grandi amori si annunciano in un modo
preciso. Appena la vedi dici: chi è questa stronza?». Per quanto attiene, invece, al
rapporto con la politica, mi limito a far mie le considerazioni di tre poeti: Pasternak:
«La politica non mi dice niente. Non amo le persone che sono insensibili alla verità»; Valery: «La politica è larte di impedire alla
gente di impicciarsi di ciò che la riguarda»; Stevenson: «La politica è forse
lunica professione per la quale non si considera necessaria nessuna preparazione
specifica». Insomma, in estrema sintesi, a me capita di sentirmi di sinistra tra quelli
di destra e di destra tra quelli di sinistra. Oddio! Sarà mica che sono un uomo libero?
5) Claudel sosteneva che «la poesia non è fatta di queste lettere che
pianto come chiodi, ma del bianco che resta sulla carta». Se la poesia visuale riesce,
dunque, a dar vita al bianco della pagina (ed è innegabile che, a volte, ci riesca) non
le si potrà negare la dignità che merita a prescindere dagli ambiti espositivi e/o dai
supporti.
6) Non credo di poter essere tacciato di
eresia se affermo che la poesia visuale (in senso stretto), se vuole mantenere una sua
autonoma connotazione rispetto alle arti figurative, non possa prescindere dalla parola e,
quindi, dallesprimersi nellambito di codificazioni a essa pertinenti. In caso
contrario, mi sfuggirebbe il senso (lutilità) della sua esistenza o, meglio, del
suo sopravvivere a se stessa.

Sergio Cena
1) Oggi come
ieri ma per quanto tempo potrà durare? si assiste a un trionfo del
neo-liberalismo economico da non confondere con il liberalismo politico .
Sintanto che questo stato di cose durerà il prodotto artistico sarà ridotto a stato di
merce, poiché tutta la natura del neo-liberalismo consiste appunto a mercificare, non
solo gli oggetti materiali, ma anche i prodotti intellettuali, anche le idee, i concetti.
Che si tratti di un pensiero depravato dalle conseguenze nefaste è unipotesi che
difficilmente potrà rivelarsi fallace, poiché nulla può sfuggire alla mercificazione, e
se il mondo nella sua complessità viene considerato come mera merce, perde il suo vero
valore, di qui la facile profezia che se il neo-liberalismo economico non sarà presto
distrutto condurrà il pianeta alla nemesi.
In questo
stato di cose lartista può cercare di sopravvivere o legandosi al sistema perverso,
cessando di produrre arte, per protendere verso una produzione telecomandata e che
quindi non ha nulla della creazione, se non in senso lato oppure fa astrazione
dello status quo, creando in questo caso un legame tra il periodo che precede il
neo-liberalismo economico e quello che gli succederà. Per i posteri questa sarà
larte della nostra epoca. Agli artisti il compito di situarsi.
2) Alla
seconda questione rispondo che sempre e comunque lartista ha dovuto fare i conti con
la tradizione, non fossaltro per sorpassarla. Ciò richiede di immettere il proprio
lavoro nellambito della ricerca, ma attenzione: se la ricerca diventa fine a se
stessa diventa un campo sterile. Lavvento dellepoca post-moderna è stato il risultato della mania del ricercare senza scopo o almeno alla
concezione della ricerca come fine a se stessa. Oggi poggiare il proprio lavoro in seno a
un ismo o a un qualunque orientamento preordinato, se non ridicolo, è almeno un
atteggiamento sterile. È mia convinzione che lartista contemporaneo debba essere la
chiave di se stesso. Certo sono sempre esistiti artisti personali, non riconducibili a
qualche scuola, quel che voglio dire è che oggi non ci sono altre alternative: o
lartista è il progetto di se stesso oppure il suo lavoro scade nella sterilità
accademica.
3) La terza
questione mi sembra che prenda le mosse da un malinteso. Vi sarebbe dunque un linguaggio
proprio alla poesia? Un modo prioritario, se non esclusivo, di impaginare i versi? Io non
lo credo, proprio perché non credo in una tradizione immutabile, ma solo alla tradizione
come filo conduttore suscettibile di variare col tempo. Quindi rispondo che no, la poesia
contemporanea non manca alla propria vocazione. Se così sembra è solo perché si osserva
in immersione il paesaggio odierno. Mi è capitato qualche anno fa di fare una ricerca
sulla poesia italiana e francese dal 1900 agli anni venti e mi sono accorto che ieri come
oggi il panorama letterario della poesia era pieno di spazzatura, rimasticature, arcaismi,
velleità avanguardistiche. Così immerso in quel ventennio ad un certo punto ho avuto il
sentimento che si trattasse di unepoca assai mediocre. Poi, a lavoro finito,
rileggendo quanto avevo salvato, mi sono reso conto che in quel periodo è stato fatto
molto di buono ma, come sempre, da pochi autori. Perché la nostra epoca dovrebbe essere
differente?
4) Il mio
rapporto con lambiente in cui opero è al contempo di estrema diffidenza e di
massima apertura. Mi spiego: lambiente in cui sono immesso come
daltronde qualunque altro non è un qualcosa di omogeneo, ma come in una
fiera delle anticaglie, vi si trova un po di tutto. Ci tengo a prendere le distanze
con gli artisti alla moda, dai mercificatori, dai critici doccasione, dai
museificatori, dai livellatori, dai collezionisti dalto bordo, dai velleitari, dai
tromboni, dagli egocentrici e dai falsi modesti. Per quanto riguarda la politica, credo
che non ci siano alternative: lunica via percorribile è quella dellanarchia.
Il che significa che non lavoro per un dato mercato; non mi rivolgo a un dato pubblico;
non mi dirigo verso chi ha il potere dacquisto; me ne strasbatto di chi possiede il
potere, anzi su questi ci defeco sopra, pronto, se a questi non piace, a diventare di una
estrema violenza. Perbacco, a che serve avere gentaglia che si crede onnipotente se non
per cagarci sopra?
5) Alla quinta
questione vale la risposta data alla seconda. Non credo nemmeno più che si possa ancora
parlare striptu senso di poesia visuale se non in senso negativo (gli ismi di cui sopra).
Ma anche a volerne parlare perché mai rinchiudere questo mezzo espressivo tra confini ben
definiti e inamovibili? Io stesso ho prodotto opere che ritengo appartengano di diritto
alla poesia visuale senza far intervenire la parola, che dico? la lettera. Ciò che lega
queste opere alla poesia visuale è il contesto, mi spiego: se mi avvalgo di supporti
cartacei sottratti ai media (giornali, mensili, settimanali, riviste in genere) sia che
questi frammenti comportino la parola, sia che no, essi fanno parte sempre e senza
esclusione di un linguaggio codificato, in cui non si può dire se è la parola a essere
di supporto allimmagine o il contrario. Ma se si accetta che le immagini dei media
formino un linguaggio e che questo come tale contenga dei messaggi, lavorare su queste
immagini, per esempio stravolgendo il significato originario per cui esse furono
utilizzate allorigine, è un atto poetico. Non è un atto pittorico. Non è un atto
grafico, ma un atto maledettamente poetico.
6) Con il
precedente paragrafo credo di avere risposto in gran parte al sesto quesito. Vorrei
tuttavia precisare che se pittori, grafici, agenti pubblicitari si avvalgono oggi di
stilemi proprii della poesia visuale, questo significa che una parte di essa è ormai
storicizzata, vedi accademizzata. Mi sembra dunque giusto, anzi impellente, che i poeti
visuali riprendano il cammino dellesplorazione, e se questo conduce più verso
limmagine che non verso la parola, ebbene stiamo a vedere cosa ne uscirà. Quel che
è sicuro è che non sarà limmagine che ci si può attendere dal pittore, dal
grafico o dal pubblicitario. Che lo si voglia o meno, che vi si creda o no, il poeta si
trova ancora una volta a essere alla punta della ricerca, ma questo è possibile perché
non ha preoccupazioni di vendersi meglio o di gestire un mercato miliardario, ma
perché, come dabitudine, finanziariamente si accontenta delle briciole e dunque
conserva quanto di più prezioso può avere un artista, la sua libertà, compresa quella
despressione.

Antonino Contiliano
1) La letteratura del consenso attesta la
pragmatica poetica del testo sulle attese di rassicurazione e sublimazione elusive
dellutente; attese che poi sono perfettamente funzionali allo stesso sistema
dominante. Questi infatti se ne giova condizionando e stimolandone le richieste mediante
un circolare scambio semiotico e semantico di reciproca condivisione ideologica:
ununica e identica struttura che si ripete astoricamente pur con variazioni. Non
sono annichilite, tuttavia, né opposizioni interne né resistenze esterne o antagonismi
"sconvenienti" che richiamano il rivoluzionario nesso, coerente
problematicamente, tra prassi-teoria-prassi. Il sistema così sfrutta ogni piega della
stratificata soggettività degli uomini di una determinata epoca per conservare il proprio
modello di vita sociale; ha infatti interesse a innescare circolarmente itinerari di mutuo
sostegno che coinvolgono ogni articolazione della produzione-riproduzione simultaneamente
impegnata a far interagire una identica modularità circolare di scambio tra
"merce-significati" e "merce-oggetti" offerti e consumati. Se la
distanza critica viene messa a tacere o, meglio, soppressa, lingranaggio mastica le
contraddizioni come c-oralità simbolico-mitica e le sputa come modernizzazioni
tollerabili e fruttabili nel linguaggio estetizzante depoca. Il lettore-spettatore
per queste ragioni viene allora impegnato solo sul piano di una presunta percezione
dimmediata, trasparente, autoevidente e semplice identificazione acritica, tipica di
una "visione" precategoriale mitica, ma nella versione della cosiddetta oralità
secondaria favorita dalle potenzialità tecnico-politiche dellinformatica e
dellelettronica, vulgata come età "immateriale"(!). Sviluppata sul piano
della seduzione estetizzante la vita quotidiana, la letteratura del consenso aliena quindi
i soggetti e li proietta come profetizzò Marx nella necessità
(reazionaria) di conservare e consolidare le "condizioni" che coltivano le
"illusioni" anziché praticarne la rimozione: le condizioni strutturali e
ideologiche (a livelli diversi) che il capitalismo globalizzante, vecchio e nuovo, cerca
di mettere al riparo oblio e dimenticanza dalla memoria e dalla prassi
storiche, conflittualmente antagoniste, che gli hanno eroso spazi e organizzazioni.
Il soggetto formato dalla comunicazione mass-mediale, a sua volta,
assimilato loggetto ("letterario" e/o mass-mediale e/o virtuale) come
bisogno che scimmiotta e svilisce però la memoria storica del mito e del grande stile,
mima una presunta soggettività assoluta quanto costruita ad hoc e richiede sempre
più una produzione editoriale ulteriormente rassicurante e commerciabile, senza neanche
la nausea della puzza ideologica che spiffera da tutti i pori. Immediatezza e
"trasparenza" semantica conservatrice e reazionaria, così, in genere, hanno
buon gioco sulle ricerche linguistiche e semiotiche sperimentali e di tendenza
antagonista, che pagano il prezzo in termini di emarginazione e di isolamento. Ma la
tendenza antagonista e la ricerca-tendenza, non per questo, si devono chiudere nel
silenzio o morire dangoscia o di nostalgia per le "buone" forme di un
tempo; semmai, come scriveva Benjamin, occorre "organizzare il pessimismo". Gli
eretici di ieri e di oggi sono poi la memoria che la ricerca e lespressione
letteraria e artistica non ha lazzi e liste mercantili deterministicamente e
meccanicamente vincolanti che chiudono ogni spazio. Il poeta critico e di ricerca non
molla la sperimentazione come ricerca che si intreccia con la complessità della realtà e
della prassi, ma aggredisce la letteratura della spettacolarità e del "ritorno"
con gli strumenti della parodia e del sarcasmo demistificante e montaggio straniante
livelli e materiali, forme intere o frammentate, passato, presente e futuro, compreso
laltro (latente e dissidente) futuro che il passato dei vincitori non può
eliminare. Questo poeta sa che la lingua e i segni come processi e sistemi di
significazione sono azione sociale hanno unincidenza politico-ideologica, e
che quindi la letteratura, la poesia e larte "ipersegno"
complessificato e azione storico-materiale volta a scardinare lo stato
comunicativo-semiotico del mondo dato per vero e unico possibile non possono non
smontare la corrente semantico-socio-politica del weltmarkt globalizzato di cui
già C. Marx nel suo Manifesto ha previsto la ramificazione (E. Sanguineti, Il chierico organico).
Laura mitologica di ritorno e rinforzo
abbandonati lo scarto critico, la sperimentazione e lespressione antagonista
alternativa a favore degli "ismi" di recupero e/o di turno (psicologismi,
spiritualismi, idealismi..., cultura e stile grandi... dellideologia postmoderna)
, dunque, eliminando dagli orizzonti della ricerca la genesi storico-temporale,
gioca per la conservazione dei rapporti sociali esistenti tramite una letteratura della
"resa" e dei desideri individualistici dematerializzati; una letteratura cioè
privata delle contraddizioni strutturali e con-tingenti del reale concreto, di cui
non vuole cogliersi neanche come coscienza alienante riflessa perché si compiace essere
variante di un modello "eterno" e sussunto nella naturalizzazione della logica
sfruttatrice e oppressiva del capitale. Ma sussumere il tutto, collaborandovi con la
sottrazione della dialettica, in genere, propria al fare dellarte verbale e non
verbale, nelle forme delleditorialità convenzionale anti-conflittuale e soprattutto
anti-antagonista, non può non ritornare "utile" che a chi opera per sviare le
pulsioni "omicide" della tensione letteraria alternativa tra avanguardia e
"guerra di posizione e movimento" nei canali di scarico emozionali e seduttivi
della banalizzazione o dellalienazione senza straniamento.
La letteratura del consenso e laura
mitologizzante modulando schemi ripetitivi e stereotipati sulla base della comune
assunzione della banale quanto schematica ideologica opposizione fra bene e male o su
altre coppie di opposti immediati o sulla scissione dell "etica della
responsabilità" dalle "convinzioni" etico-politiche (divisione tra prassi
e teoria) giocano sulla mistificazione e lidentificazione vs lestraniamento.
La produzione editoriale e mass-mediale della convenzionalità "semplificata" di
mercato e ufficiale, così, circolarmente, genera sia loggetto che i consumatori
funzionali. Questa produzione scomplessificata e con pretesa di immediata
chiarezza, brevità e semplicità, ripetitiva - fissata attorno a certi moduli
dellimmaginario antropologico ritenuto "eterno" e "mito", ma
formato dai media dellepoca dellestetica spettacolarizzata (dalla trivial
letteratura, al cinema di cassetta e alle nauseanti fiction e "giochi"
televisivi, dalla poesia lacrimosa allarte filtrata dalla grafica computerizzata
dell"aura" tecnologica...), produce e riproduce così il consumo come
oggetto e lo stesso soggetto che lo deve consumare.
Il "grande stile", svilendo
la "sconvenienza" demistificante, e relativa alle nuove contraddizioni operanti
(capitale senza lavoro e comunicazione, anchessa, senza attriti, socializzazione
borghese del "general intellect", produzione senza soggetti individuali o
collettivi, dominanza del linguaggio digitale, dellanalitico logico-operativo sul
"tutto" (concreto e irriducibile), secondo noi, non fa che supportare questa
opera di restaurazione "padronale" del disimpegno come ritorno e ripetizione di
modalità letterarie altrimenti contestualizzabili: identificati i tempi della
concretezza con laccelerazione temporale e la perdita di nessi causali irreversibili
fino a far equivalere passato e presente, il "grande stile", infatti,
impone la reversibilità astorica delle forme e la messa al bando dellattesa
conflittuale e antagonista della pratica letteraria e poetica del tempo artistico; quel
"tempo" sempre complesso, denso e non compatto non disponibile a
ridurre la propria qualità alla quantità dei processi deterministicamente prefigurati
della realtà virtuale dominata con le procedure logico-matematiche del linguaggio
informatico, e care alla sussunzione capitalistica di ogni cosa nel suo tempo di misura
astratta e di potere che ne stabilisce criteri e metodi. Il poeta, a fronte di questa
spettacolarità estetizzante kitsch e marketing, deve conservare e potenziare
soprattutto come valore duso e comune, politicamente dirompente, dissacratorio e
alternativo (il suo possibile linguaggio e forma "configurativa", disubbidienti
al diktat dei centri commerciali, ne sono traccia e testimonianza) la sua ricerca
libera quanto tendenziosa; deve mantenerla alla temperatura di una tensione
permanentemente in ebollizione, sebbene non lineare; non scinderla da un orientamento
"tendenzioso" che intreccia soggettività antagonista singolare e
collettivo-sociale delle "moltitudini" di nuova generazione del "popolo di
Seattle" e della democrazia non "rappresentativa" e della cooperazione di
rete www. I canali del cyberspazio e del www non impediscono un "uso" come
consumo alternativo a quello del valore di scambio mercantile; anzi. Basta saperne
occupare gli spazi con la logica spiazzante degli hacker.
2) La relazione tra i "sistemi di
riferimento" non è questione che riguarda solo la ricerca e le soluzioni
scientifiche innovative nel senso moderno del problema: la ricerca
dell"esperimento mentale" di Einstein sulla "relatività
ristretta" e la "gravitazione universale" ha in memoria quella
classico-newtoniana, ma la gravitazione di cui parla la ricerca del fisico della
relatività non è una ripetizione sic et simpliciter del modello precedente; è il
risultato di un sistema di coordinate e correlazione alternativo, e per di più dialogo
dialettico con il collettivo di altri ricercatori che tentano lintegrazione o la
contrapposizione tra gli stessi modelli sottesi. Anche il sapere e gli
"esperimenti" della produzione artistica e letteraria in genere necessitano di
coordinate di riferimento, chiarendo però la qualità dellaggancio con una
dichiarazione di poetica e sul "sistema di riferimento" sotteso e operante con
maggiore o minore consapevolezza e coscienza di azione. Storicamente siamo immersi, in
ogni modo, in un ambiente storico-culturale che ci precede, abbraccia e intreccia
tradizione e/o ricerca.
Linnovazione della ricerca sperimentale
novità "assolute", modifiche, fratture e rimontaggio, riutilizzo e
montaggio straniante... secondo scelte di orientamento tendenzioso dettate dalla
presa di posizione in situazione non può ripetere, secondo noi, neanche
presupponendo una neutrale distanza nei confronti dellastorica, eterna, permanenza
degli stili e dei modelli della tradizione (e riproducibili meccanicamente), sebbene
opportuno sia relazionarsi alla tradizione come memoria e con giudizio, il giudizio della
"crisi". Il rapporto può essere pure di asfittica ripetizione, ma non si può
pretendere, senza suscitare grottesco e risate, di riproporre le modalità artistiche
della tradizione come "codici" vivi al di fuori del contesto che li ha generati;
può essere di manomissione e contaminazione, di rifiuto e alternativa o altro, ma non
può essere ignorato. Non si può non considerarlo come sistema di riferimento che ha una
storia di "adesioni" e di "distanze" e di riflessioni che
flettono trame ideologico-politiche; e ciò almeno per chi, non cieco, non fa atto di fede
nellimmobilità della storia e non vede gli eventi come variante di un modello
eterno che si ripresenta ciclicamente alla stregua di un rito religioso cui non ci si può
sottrarre. Ma per i ciechi... si può sempre indirizzarli presso un buon oculista... e
sempre che non ci sia il rifiuto totale del "vedersi" nel cannocchiale di
Galilei.
Personalmente, di fronte a un aut aut secco, opto per la ricerca
"tendenziosa" e testualmente "impegnata" (senza mandato) sul piano di
una po(i)esis dellhybris e del comunismo come "macchia da guerra"
nelletà dell«Impero» (A. Negri) del
«basso moderno» (F. Muzzioli, Lalternativa letteraria); "macchina da guerra"
che (letterariamente) tra la memoria del «chierico organico» (E. Sanguineti, cit.), allegoria benjaminiana e montaggio determinato ma
imprevedibile e paragonabile ai fenomeni non calcolabili dell"effetto
farfalla" e della frattalizzazione paradossalizzante tenta di orientare e fare
interagire i materiali usati o riutilizzati come straniamento, e non solo per
demistificare; essi infatti attivano come nei movimenti no-global che non hanno
perso la memoria di classe e della storia quanto (nelle contraddizioni) si presenta
lievito e arte "levatrice" alternativa. Sono le spinte verso il risveglio e
i salti (rottura della continuità della storia, scritta anche a nome degli
oppressi, che il sistema dominante perpetua anche sul piano artistico convogliando sulla
"ripetizione" dei modelli di certa retorica; quella retorica della ripetizione
subliminale e di immediato impatto emotivo-spettacolare che aggira (ad usum delphini)
la razionalità dellanimale politico e applica pure sia per gli spot
pubblicitari veri e propri quanto per laltra pubblicità anchessa
ridotta a spot della "fine della storia" o del conflitto tra bene (!) e
male? come unico schema glocal entro cui fondere economia, politica e politica culturale
di consenso.
Individuata/e la/e contraddizione/i
fondamentale/i e le attese alternative, il problema allora è tra stagnazione, ripetizione
e omologazione o dissenso forte e rimpasto insolito con ciò che lepoca in atto
offre agendo, nel contempo, per sottrarlo alla logica delladdomesticamento del circo
equestre della spettacolarità "ritualistica" di massa, la logica che pratica
lidentificazione tra modelli, segnicità offerti e vissuto quotidiano
dellutente quietista e chiamato a uniformarsi. I termini di una ricerca letteraria,
che sia antagonista, e quindi consapevolmente di avanguardia, non può prescindere
quindi dal prendere una posizione storico-operativa relazionata. Posizione deliberata vs
il "dato" e scelta ri-considerante la composizione semiotica o intersemiotica
(in senso lato) e semantica del linguaggio poetico-artistico orientata oltre gli
"ismi" (dalle varie dematerializzazioni alle connesse varianti correlate degli
"intimismi" e delle versificazioni che li veicolano mediante petrarchismi o
psicologismi... di ritorno e fuorvianti); proiezione alternativa attraversata da una
scelta di tendenza (e "crudele") vs la mediazione passivizzante
dellelettronica capitalistica depoca, la cui occupazione fondamentale (sul
piano dellarte in genere) è quella di somministrare, funzionalmente, solo evasione
e silenzio irresponsabile! mediante una comunicazione artistico-letteraria annacquata di
equivalenze (non sostenibili) e del collante del "bianco" potere.
3) Il testo poetico, complessa articolazione
semiotica e linguaggio "critico", rimane una polisemia (per citare solo qualcuna
delle sue componenti), contestualmente organica (G. della Volpe, Critica del gusto),
dattrito e multidimensionale che, secondo noi, non trova tutto lo spazio vitale di
cui necessita nelle forme e nei limiti della poesia-racconto, della poesia in prosa e in
quella autobiografica. Va anche detto però che ognuno poi si assume la responsabilità
delle scelte e delle argomentazioni assunte.
I materiali (generi/modelli o altro) non
possono essere scissi dalla logica dinsieme che li hanno animati (o animano) e
considerarli buoni a tutti gli usi. Non cè una presunta logica po(i)etica
atemporale della cassetta degli attrezzi che permette agli elementi della combinazione
della poesia combinazione imprevedibile per ogni singolarità poetica
(individualità sociale), ma non per questo privo di determinazione formativa più o meno
controllata di transitare da una variante ad unaltra come se permanesse una
identità sostanziale immobile; uneternità che si sottrae alla relazione immanente
e dialettica dellintreccio e della rete linguistico-semiotica. La dialettica che si
snoda e ricombina tra la specifica formatività della poesia stessa, i materiali usati,
ri-usati e il senso.
Il rapporto di "somiglianza" della poesia-racconto con la poesia
come testo "ipersegno" e semiotico è solo parziale: il racconto che e-segue la
logica del proprio intreccio con enunciazione in versi; ma questultimi, utilizzando Majakovskij del "far versi", risultano depotenziati, secondo noi, di
quella particolare con-figurazione ipersegnica e contestuale che si chiama testo,
e di cui lestetica razionale di Galvano della Volpe (Critica del gusto) è
stata anticipatrice e segnalatrice, confrontando poesie di autori e periodi diversi. Il logos
della testualità poetica conserva e potenzia una logica che non si può esaurire in
quella della "poesia-racconto", che sembra fidare su uno schema di montaggio
alquanto consolidato e facilmente riconoscibile di narrazione chiusa alla prassi
trasformatrice; un discorso serrato la cui causalità sintattico-compositiva e signifcante
del ritmo semantico può richiamare e mimare quella immobile e reversibile che si può
solo descrivere. Il possibile registro colloquiale e popolare, aggiornato nel lessico,
temi
, non evita il rischio. In un presente storico qual è lattuale, che vanta
mistificatamente di garantire la "pluralità" dei punti di vista, e di
utilizzare le differenze come "risorse" creative per essere più competitivi sul
mercato, un rapporto di sostituzione identificante, sarebbe un ulteriore incremento di
"povertà" materiale e critico-culturale nel tempo dei poeti del
"disincanto" (e privi di mandato) e della necessità di contribuire alla
rimozione delle condizioni che generano illusioni (C. Marx) e portano fuori dalla storia e
dalla storia propria della poesia. Ciò non esclude prove di "mescidanza" e di
confine tra trasferimenti e rimpasti; ma ciò, tuttavia, ci sembra, non deve anestetizzare
gli acidi delle ebollizioni del pensiero e della prassi della poesia come testo tipico e
di tendenza, memori del fatto che un linguaggio e le sue forme sono sempre
unazione sociale che trasuda conflitti politico-ideologici.
La poesia della poesia come testo come
aseità ipersegnica e significanza particolare ha sempre un proprio tracciato
configurativo aperto e imprevedibilmente instabile che occorre tener presente per restare
in allarme rispetto alla cristallizzazione; per quanto ambiguità, polisemia, analogie,
isomorfismi ritmici e contaminazioni di fondo non possano essere esclusi dalla parentela o
utilizzati per produrre poesia sottaltra veste scritturale, non può essere neanche
rappresentata completamente, ancora, né dalla poesia in prosa né da quella
autobiografica: quella autobiografica la chiude, slegandone le altre relazioni con il
ricco brodo dorigine, entro il monologismo della psicologia o
dellintrospezione, dellantropologia o della sociologia, senza contare, oggi,
la concorrenza della "vita in diretta", di "affari tuoi" o di
"porta a porta" in "tempo reale"
incantesimi e stupidari vari;
quella della poesia in prosa, nei limiti della ritmica-semantica legata alla sintassi
della prosa stessa, e anche se giocata con procedure che ne possono alterare la
concatenazione standard, è un prosa particolare (senza versi e ritmi che sono propri, per
esempio, alle varie isotopie foniche, sintattiche e semantiche che generano poesia come
testo poetico) che dovrebbe confrontarsi dialetticamente, piuttosto, con altre forme di
prosa, standard o meno, per focalizzare la propria "musicalità" fuori verso.
Se la testualità poetica tipica viene
depotenziata della sua specifica ipersegnicità e di ricerca multi-intreccio
verbale, e non solo verbale, della sua complessità votata allesplosione
trasgressiva delle facili identificazioni, la carenza non è tanto della poesia in sé,
cui si danno di in ora in ora certificati di morte o di resurrezione in forme già nate
cristallizzate, quanto di chi in quelle forme ne aggira le ragioni di fondo; il
depauperamento del senso e della significanza della poesia sottratti alle logiche
del tertium datur in divenire (che nel testo poetico hanno la loro denotazione e
connotazione di complessità materiale di corpo "danzante" hubrys irriverente
e eretico-sovversiva, e una comunicazione duso sottratta alla legge del "valore
di scambio" di vecchia o nuova marca elettronica) non potrebbe essere evitato.
Ma perché, richiamando Brecht, dei «tempi bui», ma delloggi
dell«Impero» (A. Negri, Impero;
Moltitudine) del «basso moderno» (F. Muzzioli, cit.), non vedere in
questa attenzione al rilancio della poesia-racconto, della poesia in prosa e di quella
autobiografica, soprattutto, la strumentalizzazione del mercato convenzionale? Queste,
certamente, sono forme più facilmente riconoscibili e perciò più praticabili
editorialmente per consumi sempre più dilatati per spettatori che praticano
lintrattenimento e non affrontare la fatica e i rischi (di ri-conversione) del
com-prendere e dellazione critico-alternativi.
4) Se lambiente è quello in cui
strictu sensu vivo materialmente, la posizione è di isolamento e di
emarginazione se non di esclusione
cui gioca anche il "tradizionale"
narcisismo pro domo mea dei poeti, ma non di tutti. Il mio "ambiente"
culturale-politico ha, fortunatamente, però altre diramazioni contatti con altri
luoghi, persone, scrittori e pensatori non allineati , affinità e sintonia di fondo
dislocate.
Se la politica è quella
amministrativo-omogeneizzante autoritario-dittatoriale dellattuale fase storica a
senso unico (capitalismo predatorio, fondamentalismo mercantile e guerrafondaio, classismo
razzista e "meritocratico", fiancheggiamenti mitico-romanticheggianti) che,
sebbene non mancano tiepide opposizioni e non votate alla fase antagonista e alternativa,
criminalizza ogni dissenso forte, il mio giudizio è di rifiuto e opposizione orientati
allalternativa della non-rappresentanza dei movimenti del "popolo di
Seattle", del movimento zapatista e affini no-global e di quanti credono e operano
(in difficoltà) criticamente perché oppressione e sfruttamento, forti di organismi quali
Wto, Fmi, Bm et alia, che si sottraggono persino allo stesso controllo formale
delle stesse democrazie rappresentativo-parlamentari liberali, agiscono a pieno regime e
quasi indisturbati. Rendo pubblica la combattività antagonista (culturale, poetica e
politica), nei limiti che mi appartengono, ove spazi disponibili e aperti alla dialettica,
e orientata alla dinamicità straniante e ribelle della significanza testuale e
contestuale (vecchi e nuovi siano i media), ne offrono possibilità di "piccola"
editorialità, o ricorrendo allautosostenimento sia per la produzione che per la
distribuzione che, come qualcuno dice, sembra più assomigliare a un giro carbonaro.
Delle "armi della critica", proposizione politico-culturale
alternativa allacquiescenza del consenso e dei rifugi astorici, consapevole dei
limiti e delle condizioni da rimuovere, cerco lhubrys di una testualità
"acida" (orale e scritta) e un montaggio tensionalmente allineanti verso le
orbite della "risonanza" della "turbolenza" allegorica del
"frammento" e "dei modelli", questultima focalizzata da F.
Bettini (cfr. F. Muzzioli, cit.); è limpegno di una "macchina da guerra"
che vuole demistificare la sussunzione dellintero tempo reale della vita dei
singoli, delle collettività e della testualità praticabile nel tempo astratto e onnivoro
del capitale e delle forme che ne agevolano lo sviluppo. Il tempo che
castrato-costretto nella "ripetizione" algoritmico-subliminale delle forme del
linguaggio astratto-impoverito del capitalismo del realismo formale (convenzionale e di
corso legale), di cui il maturato elettronico delle procedure
"logico-matematico" della presunta immaterialità digitale è la forma alienante
più aggiornata, sofisticata e orientata a fare terra bruciata della letteratura e
dellarte come conflitto, contraddizione e antagonismo di soggetti collettivi e
singolari , comunque, zumma anche il fatto che nella storia reale e materiale non
cè mai una lexis culturale separata dalla praxis socio-politica
storico-geografica.
5-6) Per quanto si possa parlare di poesia
del quadro pittorico, è certo che il termine non ha lo stesso significato se riferito
alla poesia tradizionale del testo solo linguistico (nelle sue varie forme storicamente
determinatesi) o del testo solo pittorico o dei testi dellavanguardia che hanno
tentato la mescidanza intersemiotica come straniamento creativo e critico, innovativo e
teso sia a disoccultare e sovvertire lordine sotteso delle forme considerate
classiche o canoniche, sia a sperimentare artisticamente, dunque, configurazioni
com-positive e comunicativo-politiche sperimentali tese a destrutturate le attese del
conformismo.
Se la poesia visiva e visuale però
come sembra oggi destinarsi subordina la sua "produzione" al mercato (con
o senza mediatori marketing per musei, spettacolarizzazione o vendita al minuto), non
credo possa arrogarsi più il titolo di chiamarsi poesia e arte. Forse la sua parentela
più prossima potrebbe essere lestetizzazione visivo-spettacolare e banalizzante dei
media contemporanei: i media del digitale che con le loro "immagini di sintesi"
meglio transitano i riduzionismi semplificanti, e con loro lomogeneità
dellidentificazione aconflittuale. La produzione alieno-passivizzante contrasta le
soggettività singole e collettive antagoniste che si adoperano per una miscela di
"frammenti" eterogenei e discoprente lideologia uniformante sottesa alla
"convenzionalità" della comunicazione mercantile.
Se la poesia visiva e visuale perde o snatura
poi completamente il suo rapporto di "segno" scrittura, parola, colore,
figura... commistione intersemiotica di altri segni contestualizzata e decontestualizzante
(la contraddizione in corpore) , comunque relazionato
allextra-semiotico; se perde la sua funzione di pratica significante conflittuale e
critica (che la rapporta dia-letticamente al mondo anti-alternativa) e di frattura, che
investe sia la teoria che la prassi dominante, credo che il suo fare artistico e poetico
avrebbe bisogno di trovare allora un sintagma più pertinente per nominarsi ed esplicitare
l"algoritmo" verbo-visivo/visuale di "consenso" che la se-duce.
Il visivo del testo verbo-visuale di oggi,
utilizzato, senza renderne la differenza storica che lha intrecciato col percettivo,
lextra e il ri-uso dei pezzi per "dire altro", non è più infatti quello
che miscela criticamente ricontestualizzando la gestualità materiale e dissidente
delloggetto verbale e/o non verbale della produzione artistico-letteraria; è il
visivo del visuale del linguaggio informatico che identifica "oggetto", cosa e
immagine e crea lillusione di una perfetta corrispondenza simmetrica
"identità degli indiscernibili", direbbe Leibiniz tra oggetto e
immagine, visione, pensiero e azione produttiva, ma depistante con effetti di alienazione
deprivata dello straniamento; è il visivo che ha abdicato, secondo noi, alla corporeità
politica dellazione dellestesia e della sin-estesia dirompenti gli assetti
rappresentativi consolidati.
Il linguaggio digitale e algoritmico,
affidandosi a operazioni cognitive logico-matematiche predeterminate, tralascia infatti
tutto ciò che comunque è stata la complessa ricchezza dellarte, della poesia e
della letteratura come testi complessi o "ipersegni" e ritmi
simmetrici-asimmetrici di variabili eterogenee; e si attesta sulla visione, per di più,
come dato mitico-immediato filtrato dal "simulare" del simulacro virtuale (senza
la memoria di una pur parvente copia metafisica, fantastica, surreale
o meno che
sia). Domina infatti lastrattezza e la decontestualizzazione: cadono i legami
storico-determinati che il "modello" vincente ha interesse a non prendere in
considerazione o a mistificare. La propagandata identificazione di artificio, procedure
controllate e realtà disancorato completamente il ruolo dell
"immagine" correlata alle cose, agli oggetti, allastrazione, al tempo,
alla storia e ai concetti che traducono il mondo (che continua ad avere una complessità
non riducibile allanaliticità e all"iperrealismo del digitale")
fiancheggia infatti il controllo tanto caro ai "bene-meriti" del pensiero
unico della globalizzazione capitalistica, che tende ad ipotecare pure il futuro.
Se limmagine (rappresentativo-visiva, leikon che
"imita") della poesia verbo-visuale perde il suo intreccio con le altre
immagini-concettuali ritmiche (dissonanti o consonanti, ecc.), sintattiche, ecc. e,
bachtiniamente, "dialogiche" del testo logico-verbale e/o non verbale,
frammentato, montato e ri-montato , qualunque sia la struttura
organizzativo-articolatoria dei "segni" che vengono com-posti come
"scrittura" della significazione processuale, allora il "dire
altrimenti" della stessa immagine della poesia verbo-visiva perde anche la sua
denotazione-connotazione di testo "ipersegno" contestuale disorganico-organico
(nesso indissolubile di "poetica" e "politica" conoscitiva volta alla
prassi antagonista); e se vuole continuare, secondo noi, ad avere e a far
esplorare-esplodere il proprio linguaggio specifico misto/ibrido di
verbalità, iconicità, organizzazione-articolazione verbo-visuale, grafica e
tipografica
deve insistere nella sua funzione critico-sperimentale e
"politicamente" straniante, ma fuori dalla logica della pura esposizione e
spettacolarizzazione della volontà del mercato, del "gallerista" di turno e del
manufatto che cerca ad ogni costo il consenso del mercato per integrarvisi come uso e
consumo "permesso" e funzionale. Lo scambio comunicativo di tipo
artistico-poetico non ha la sua "dignità" e il suo fine nel raggiungimento di
una posizione economico-finanziaria riconosciuta e incoraggiata dal «biopotere» (M. Foucault). Ciò non significa, come mostra la storia degli inglobamenti
desemantizzanti le forme poetico-artistiche del dissenso, che il sistema non fagociti le
forme più dirompenti snaturando e distorcendo la strumentazione che non gli appartiene e
rendendola funzionale alloppressione (ma cè sempre una lotta della
contro-distorsione o «lotta tra distorsioni» (F. Muzzioli, cit.); almeno, il
progetto iniziale non si presenta già con un incipit di "comunicazione"
canonizzata e legittimata dallomologazione mercantile o espositivo-museale; specie
se grafici e "pittori" e altri , per sedurre il consenso e
immettersi nel circuito dello scambio riconosciuto, riducono la poesia verbo-visuale a
prodotto usa-e-getta e ne tralasciano, comunque, la sua natura semiotica di
testo-ipersegno, complessità di "effetti farfalla" non votati alla stabilità
del mercato, anche comunicativo-semantica e alla finanziarizzazione del "valore"
che forzatamente viene ridotto solo a quello di scambio.

Fernanda Fedi - Gino Gini
Scrittura materica (sui punti 5 e 6)
1) la poesia visiva fa parte di un passato
remoto. Arroccandosi intorno a se stessa la poesia visiva si è suicidata.
2) gli scrittori sono tornati ad essere
scrittori.
3) è arrivata la scrittura materica.
4) lartista/pittore si riappropria
della parola e la eleva a simbolo semiotico.
5) la scrittura materica non è retorica, non
è individuabile, non è catalogabile in un unico "ismo".
6) la scrittura materica ha un comun
denominatore: la scrittura, anello portante di una forma pittorica autocodificantesi.
7) sono i materiali differenziati, i
segni-segnali, le tracce-colore che non resistono al desiderio di essere parole.
8) la scrittura materica si avvale di alcune
teorie dellantichità (al tempo di Demostene la chiamavano autigrafia, vale a dire
disegnare o scrivere;
la scrittura di Agatarco si poteva chiamare anche
pittura
).
9) la scrittura materica non ha e non potrà
mai avere un mercato di massa. Si rivolge a chi può captare il significato nascosto di
una invisibile rete di trame-segniche trasformate in materia, archivio e fonte di nuove
informazioni.
10) ha il pittore il diritto di
riappropriarsi della parola? Un artista che si avvale essenzialmente della parola per
costruire unopera pittorica pittorica può essere considerato uno "scrittore
materico"?
ma è arte o no? lunica risposta possibile è: a chi
importa!

Mario
M. Gabriele
1) Da quando la critica ha rinunciato al suo
ruolo di analisi e valutazione si è venuto a determinare un vuoto culturale fra
letteratura e società, che ha portato lindustria editoriale a farsi carico del
giudizio di valore, badando che le offerte pervenute, rientrino nei programmi commerciali
e nel giusto ritorno del capitale investito, trascurando in questa operazione, ricerca e
innovazione. Leditoria così organizzata, facendo a meno della critica, stabilisce
propri metodi di selezione nella ricerca di autori le cui opere siano funzionali agli
obiettivi strategici e di mercato. «Osservando il panorama editoriale contemporaneo ci
troviamo di fronte alla situazione paradossale di poeti ottimi pubblicati da case editrici
minori, o addirittura invisibili, e autori di scarso interesse che escono in case editrici
molto accreditate, con una precedente tradizione, come Einaudi, Mondadori, o Garzanti. Ne
deriva una situazione di profondo sconcerto, che coincide con leclisse della critica
della poesia» (Alfonso Berardinelli). Con questo scempio editoriale la poesia di
frontiera rimane ai margini di se stessa e della invisibilità. Limpegno e il
rinnovamento non sono abbastanza sufficienti a determinare il rovesciamento dei gusti e
delle proporzioni poetiche. È un prezzo altissimo che stanno pagando i poeti di diverse
generazioni. Rinunciare alla propria esperienza e professionalità, con lunico
scopo di far quattrini non dovrebbe interessare un poeta e lartista in genere,
fino a quando le pozze dacqua del narcisismo e del compromesso non portino qualcuno
ad avvicinarsi ai sapori della cucina letteraria. Cosa si può fare allora per contrastare
la letteratura del consenso e dello spettacolo? Rimanere onesti con sé stessi, a costo di
morire nelle catacombe e accettare il motto delle Giubbe rosse: marciare per non
marcire, riportato su una cartolina che gira in questi giorni in un bar fiorentino.
2) La tradizione e la ricerca devono avere
una funzione interagente nel procedimento linguistico, tantè che anche
nellarea avanguardistica napoletana, le due forme si correlano attraverso gli
innesti dialettali, le lingue morte e i segni iconici provenienti dallinformatica e
dallarea multimediale. Qui si vuole in primis evidenziare il ruolo e il rapporto
interfacciale dei due termini nel progetto di avanzamento del fare poetico, e solo in
chiusura cercare di affrontare il problema di come reagire nei confronti di una poesia
editoriale di autentico sottotipo. «Per riappropriarsi della propria individualità
luomo deve riscoprire la dimensione del linguaggio», agendo con i materiali
estetici del passato e del presente. È lunica risposta che si possa dare al
necrologio di Baldacci, che ne Il male nellordine, Scritti leopardiani
(Milano 1988), ha affermato: lAvanguardia non è più proponibile,
confessando nella Introduzione ai testi di Patrizia Valduga: Medicamenta ed
altri Medicamenti (Torino, Einaudi, 1989), che le parole nella poesia sono state tutte
adoperate.
Da un altro versante, Arnold Schonberg
ricorda che dopo la dodecafonia non è più possibile inventare nuovi moduli compositivi
se non reinterpretando la musica. Quando loltre non è più praticabile nelle
arti, limpoverimento espressivo diventa un deserto morfologico senza il riscatto
formale del significante.
Hans Freyer in Società e Cultura
rileva che se un autore vuole sopravvivere allafasia deve necessariamente
«attingere a tutte le fonti, raccogliere parole ed espressioni in tutti i vicoli, ma
anche nelle miniere più antiche, purché abbia il coraggio di penetrare nelle gallerie in
rovina». Trattasi verosimilmente della medesima concezione che aveva Eliot della poesia
vista come una vivente unità di tutte le poesie che sono state scritte.
Contro lomologazione della poesia
koinè, voluta e imposta come appiattimento della cultura, con conseguente
addomesticamento degli operatori di poesia, è necessario contrapporre il dissenso e
lantagonismo, cercando di agire con la qualità e la ricerca, senza fossilizzarsi in
forme e contenuti di dubbia consistenza, cambiando un poco le regole del gioco e i luoghi
culturali, fino alla contrapposizione di un progetto duraturo e credibile, potenzialmente
rivoluzionario. È un percorso difficile da realizzare, ma percorribile nelle diverse
esperienze acquisite, per uscire dalla terra dei morti separando così la pula dal grano.
3) Tra i tanti modi di scrivere versi, la poesia-racconto offre uno spazio
dilatato rispetto alla fumisteria e allapnea poetica. È un genere letterario che ha
avuto nel passato nomi illustri da Mallarmé con Il pomeriggio di un fauno, a Pascoli dei Poemi conviviali,
da Pavese di Lavorare stanca, a Lee Masters, da Whitman a Pound, da Garcìa Lorca a Neruda, da Majakovskij a
Ginsberg di Kaddish ecc.
In effetti lampio registro verbale
lega il lettore ad una struttura linguistica più esuberante e impegnata. Se
poi la poesia-racconto riesce ad essere anche un contenitore di tematiche sociali,
esistenziali, filosofiche, meditative, politiche ecc. in relazione alle cosiddette
figure grammaticali individuate da Hopkins, allora "luniverso del
discorso"che caratterizza questa poesia, ha una sua valenza, sempre che non
degeneri nella colliquazione logorroica e nella celebrazione dellIo,
monografico e psicosomatico.
4) Operare in un ambiente periferico,
geograficamente marginale sul piano della presenza culturale esautorata dalla politica
locale, anche se esistono nel territorio molisano centri universitari che fanno formazione
senza interagire con le categorie private produttrici di attività multidisciplinari, è
estremamente difficile, per via di un certo individualismo che chiude nella marginalità
qualsiasi iniziativa, lasciando spazi vuoti nella vita comunitaria. Negli anni
Sessanta-Settanta esisteva una più stretta sinergia fra cultura e politica. Oggi questo
rapporto si è venuto ad annullare rimanendo impossibile qualsiasi approccio
interlocutorio tra le parti.
Il disagio e la solitudine sono enormi e non
sempre eliminabili con la produzione letteraria e poetica che si riesce a collocare in un
mercato asfittico, fatto di crescente apatia.
5-6) La poesia visiva si esprime attraverso la rappresentazione eterogenea
di segni iconici e tipografici, parole, simboli del consumismo, slogans e figure
geometriche nella interrelazione di messaggi e di letture parificate. Il rischio maggiore
cui potrebbe andare incontro è lautolesionismo che sublima e ideologizza (nella
sostanza e nella forma) lesclusività dei suoi caratteri nellera del
postmoderno. Bisognerebbe trovare altre soluzioni integrative, collocandole in un
contesto più vasto e progettuale, fuori dalle maglie troppo strette di una produzione
localistica e di bandiera, per fondersi con altri linguaggi e simboli multietnici, non
solo della cultura mediterranea ma anche di altre aree del "villaggio globale".
Le linee guida di codesto progetto non dovrebbero discostarsi molto da quelle indicate da
Stelio Maria Martini quando chiarisce «che lelemento visivo, a parità di diritto con
quello verbale, va considerato complementare di questo perché rappresenta, meglio di
quanto non farebbe la parola, da sola, il sostrato fantastico e sentimentale che sottende
uno schema verbale (e viceversa, naturalmente)», per non lasciare nelle mani dei mercanti
darte o dei fotografi dellimmagine, la mistificazione del prodotto e il
ribaltamento della realtà.

Alfonso Lentini
1) La domanda in un certo senso sottintende
già una risposta: chi potrebbe sostenere apertamente che la letteratura finalizzata
unicamente a far quattrini debba "interessare" il poeta? La prego, signora,
queste sconcezze non le dicono neanche nei peggiori reality. Semmai... si fa, ma
non si dice. Un po di "bon ton", please! "Letteratura
spettacolare"? Lo "spettacolo" della letteratura, se cè, va cercato
nella letteratura stessa, il resto sono festoni di carnevale. Il consenso poi...
2) Penso che la scrittura, se sganciata da
finalità consumistiche e/o conformistiche, sia di per sé una forma di ricerca, un
terreno di sperimentazione. Questa però non può essere unidirezionale (cioè solo verso
il "nuovo"): anche riattraversando il passato (la "tradizione",
perché no?) si può essere sperimentali, mentre in certi casi la ricerca ossessiva del
nuovo può risultare stucchevole e ripetitiva. Il problema non è la direzione, ma la
capacità di uscire da orizzonti definiti. Ecco perché, "visto i tempi blandi in cui
siamo costretti a vivere", credo sia ancora fondamentale puntare su una qualche
funzione di antagonismo. La scrittura o è azione turbativa, configurandosi come una forma
del collidere, oppure perde la sua effettiva significanza. Il termine
"avanguardia", però, lo trovo ormai un po logoro e sicuramente non mi
interessa lavanguardia come gabbia concettuale. Potrebbe interessarmi invece
unazione "davanguardia" nel senso letterale (e "dolce",
per quanto non "buonista") di un saper "guardare avanti", uscire dagli
schemi, rifiutare i condizionamenti.
3) Anche nella mia esperienza di poeta
visivo, credo di non aver mai perso di vista lidea che alle spalle di ogni scrittura
vi sia una forte componente narrativa. Si tratta poi di vedere cosa si intende per
"racconto". Si può narrare una storia anche solo attraverso una pennellata o un
graffio nellaria. Si può trovare più "racconto" in un ready made
di Duchamp che nellopera omnia della Mazzantini.
Del resto scrittura e componente biologica
non possono essere scisse. Se la poesia si modella sui ritmi della respirazione (e la
poesia visiva è forse il "disegno" di un respiro), allora la fisicità, e per
estensione anche leventuale implicazione autobiografica, sono ad essa connaturate.
Chi scrive non può fare a meno di "rischiare la pelle".
Per quanto mi riguarda, anche se qualche
volta mi capita di praticarla, non ho particolare interesse per la poesia autobiografica
in senso stretto, ma resto convinto che la mia soggettività sia chiamata in causa
comunque, non fosse altro che come filtro, polmone attraverso cui transita laria
sonora dei versi.
4) Sono nato in Sicilia e vivo a Belluno: due
luoghi estremi e sia pure con diverse caratteristiche profondamente
"insulari". Lambiente in cui vivo mi consente di attraversare
consapevolmente, sino in fondo e con la massima naturalezza, lesperienza della
marginalità. Posso permettermi il lusso di guardare da lontano. Certo, la globalizzazione
tende ad annullare sempre di più le differenze fra centro e periferia, ma
lesperienza della marginalità non è solo un fatto geografico, può essere anche
unoperazione mentale per quanto sollecitata dal territorio. Aggiungo, en passant,
che in Sicilia come a Belluno ho sempre percepito un retrogusto di estraneità, di cui
confusamente e voracemente ho cercato di approfittare come artista. Sentirsi "fuori
luogo", essere "fuori luogo" fa soffrire da cani, ma è uno stimolo
salutare per la creatività. Come per molti della mia generazione, la "politica"
è stata allorizzonte della mia formazione umana prima ancora che intellettuale; ed
ancora oggi, per quanto possibile, credo che si debba ricercare una maniera di essere
politicamente "contro". Ma gli spazi si restringono sempre di più, diventa
sempre più difficile.
Del resto credo che rivendicare ad alta voce
alla poesia una funzione "civile" sia oggi piuttosto rischioso non perché non
ci sia più bisogno di impegno, ma perché la poesia (nelle sue forme antispettacolari) ha
ormai perduto forza e visibilità: bisogna fare i conti con il mondo della comunicazione
per come funziona oggi e riconoscere che nellattuale società culturalmente povera,
ma linguisticamente iperstratificata e ipercomplessa, la poesia stenta a svolgere una sua
qualsiasi "funzione" (men che meno "civile") essendo di suo una lingua
troppo aliena e incompatibile con i flussi e i fruscii della comunicazione di massa.
Compatibile con un pubblico vasto lo è stata forse in passato e in particolari momenti
storici. Ma oggi non credo che sia più in grado di trascinare le folle, né di dialogare
con un pubblico di massa. Ogni tentativo in questo senso (vedi i penosi sforzi di far
parlare i poeti nei talk show) rischia di risultare stonato o velleitario.
Del resto penso che anche senza alcun
esplicito riferimento allultima bomba deficiente di Bush o allultima
pagliacciata di Berlusconi, la dissonanza dellarte, della scrittura, della poesia,
possa essere di per sé un gesto di valenza politica. Importa poco esserne consapevoli. La
poesia, in quanto linguaggio patologico, alieno e inaddomesticabile, ha in sé comunque
qualcosa di pericoloso e destabilizzante.
5) Mah, la poesia visuale nel mio caso è
solo uno dei canali attraverso i quali cerco di praticare lespressività. Non sono
in grado di manifestare posizioni definite né di circoscrivere il campo, semmai vorrei
allargarlo. Il rapporto con le gallerie: è un vecchio problema. Trasformare i
luoghi
Sono pienamente daccordo: bisognerebbe strappare la poesia visiva (ma
anche tutte le forme di ex-posizione artistica o poetica) "ad un contesto di pura
esposizione di sé", cioè ai classici luoghi deputati. Uscire dai gusci, trasformare
in "spazio espositivo" ogni spazio, compresi i non-luoghi. Non bisogna avere
preclusioni, la poesia può sedimentarsi dovunque: pagina di libro, parete, tronco
dalbero, monitor, stazione di metropolitana
Qualche volta, se capita, vanno
bene anche le "gallerie" (perché no?). E poi i tunnel, i sottopassaggi
dellautostrada, le rotte interplanetarie... Insomma: il problema è trovare le
aggregazioni giuste, saper stare dentro alle situazioni comunicative davvero stimolanti...
6) Il problema mi coinvolge relativamente: io
cerco semplicemente di praticare la "scrittura" allinterno della gamma
espressiva più vasta. Nella mia ricerca la scrittura rimane prima di tutto gesto, azione.
Dunque può tranquillamente mantenere la sua autonomia significante e sedimentarsi nelle
pagine di pubblicazioni tradizionali, ma nello stesso tempo può virare verso le più
estreme derive "antiverbali" e sconfinare nel visivismo puro. Parole, frammenti
di parole, inserti "tipografici", immagini, cromatismi, oggetti, tutto può
concorrere alla costruzione della comunicazione artistica.

Oronzo
Liuzzi
1) La poesia non è morta, anche se il
mercato letterario da una parte, e critici accademici mummificati dallaltra, stanno
causando quasi un annullamento della letteratura. Tuttavia, grazie allevoluzione
della tecnologia (vedi Internet), la poesia sembra poter avere un grande avvenire.
Affinché ciò possa accadere, è necessario seguire schemi ben precisi che caratterizzano
lattuale realtà contemporanea, impegnandosi così a dar vita ad un nuovo linguaggio
e ad una nuova estetica del linguaggio.
2) Anche la ricerca letteraria, proprio come
gli altri tipi di ricerche, ha una sua importanza. Ciò che conta è seguire non le mode
del momento bensì i cambiamenti del linguaggio, della forma e della struttura. Bisogna
lavorare seriamente con grande impegno, seguendo linee parallele che stimolino la cultura.
3) La "vocazione" della poesia
contemporanea dovrebbe innanzitutto consistere nel fotografare la realtà, e quindi anche
lessere umano, nella sua interiorità, portando così la gente a riflettere e
pensare. In secondo luogo, dovrebbe dissentire dal "capitalismo culturale", che
vuole imporre le sue leggi di mercato e di consumo a discapito dei valori morali e delle
ideologie, per poter rivalutare a pieno la figura dellessere umano e anche la sua
vita. Una poesia dolcificata e dolcificante, invece, che si basa solo sul sentimentalismo
da canzonetta radiofonica, porta ad estraniare lindividuo dal nostro sistema
sociale, che si dimostra soffocatore dei veri principi vitali e liberali. Non bisogna
quindi drogare lindividuo ma renderlo responsabile.
4) Il mio rapporto con lambiente e la
politica è alquanto ambiguo e privo di interesse.
5) La poesia visuale, secondo il mio punto di
vista, non è un movimento letterario ma un movimento artistico, che rispecchia i canoni
dellarte. Ogni artista è libero di esprimere le proprie idee e la sua creatività,
senza essere schiavo del mercato. Non tutti i poeti sono artisti, né tantomeno tutti gli
artisti sono poeti. I mezzi tecnologici a nostra disposizione sono a tal punto infiniti,
tanto da portare la nostra creatività a non essere chiusa solo in un libro ma a poter
essere proiettata verso altre dimensioni, per non perdere così la piena libertà
creativa. La poesia visuale, per essere considerata vitale non deve fare a meno di
utilizzare tutti i mezzi messi a disposizione dalla realtà contemporanea.
6) Per prima cosa bisogna stabilire cosa si
intende per poesia visuale/visiva. Se usiamo solo la Parola rientriamo nella poesia
concreta. Per poter parlare di poesia visuale è necessario ricorrere a qualche altro
sistema che non sia la parola o la semplice scrittura: bisogna innanzitutto allargarne i
confini, altrimenti si rischierebbe di far morire la poesia visuale o rimanere dei
nostalgici di un movimento ormai privo di energia. Le varie contaminazioni sono
importanti. Del mercato mi interessa ben poco. È da sottolineare un concetto
fondamentale: la poesia visuale è arte o letteratura? Se si usa solo il verbum si fa
letteratura. Se si vuole "fare arte" bisognerà invece fare i conti con tutti i
meccanismi tipici dellarte contemporanea, nel bene e nel male.

Francesco Mandrino
Mercato Nero
Non credo che la questione sia se negare alla
poesia, o allintervento artistico in genere, una funzione spettacolare, spettacolare
ripeto, non decorativa; credo piuttosto che il punto sia non lasciarne il monopolio di
gestione al mercato. Al "grande stile" non interessa davvero la morte della
poesia, neanche il suo oscuramento effettivo e totale, le basta soltanto dichiararla
fallita nel salotto buono dei media, convinta comè che ciò che non passa in
televisione non esiste, le basta che tale dichiarazione di fallimento sgombri il campo da
presenze che potrebbero distrarre il target, lasci libero il terreno da ogni
proposta che potrebbe risultare alternativa (non è questo il libero mercato? Se non si
riesce a fare un cartello si soffoca la concorrenza con tutti i mezzi). Alcuni cartelli
già si stanno formando intorno agli esigui spazi venutisi a creare nei media a grande
diffusione per la poesia e la scrittura in genere (anche nelleditoria i giochi sono
cambiati da quando anche i grandi nomi del passato, ora ridotti ad appendice di marchi
meno conosciuti ma più potenti, si sono affacciati a quella che fino a ieri era chiamata
con commiserazione "editoria a pagamento"). Finalmente si è creato un
discrimine percepibile fra la poesia che tutti potevano sentire nella serata alla
Biblioteca Comunale e quella che si ascolta alla televisione o alla radio, magari non
proprio in prima serata: fra il libro che chiunque poteva farsi stampare, pagando, e gli
altri, quelli che prevedono una campagna pubblicitaria attraverso un circuito di realtà
connesse sul territorio, che hanno costi più elevati e possono vantare il marchio più
famoso. Tutto quanto non riesce a sopportare i ritmi di volta in volta imposti dai
maggiorenti scade, non appare più e viene considerato morto (come la classe operaia). Al
contrario, un qualsiasi burattino, con parecchie ore di teleschermo allattivo, viene
investito del necessario per presentare una manifestazione che distribuisce premi e
presenze in video, e subito una schiera di interessati lo osanna come se avesse un passato
da mecenate. Così i grandi protagonisti si mettono in fila per partecipare alla grande
manifestazione (che nel frattempo è diventata "culturale"), e ringraziano
pubblicamente il grande presentatore (che nel frattempo è diventato
"organizzatore") il quale, alla prossima occasione, andrà a dirigere qualcosa:
un TG, un settore cultura, un progetto giovani o chissà che (poiché reduce dalla grande
manifestazione culturale ecc. ecc.). Dopotutto un brevetto di pilota da teleschermo è
più che sufficiente anche per pubblicare un libro di successo, e se si sceglie
letichetta giusta si può contare anche su di un eminente (e felino) critico di
qualche quotidiano che lo paragoni al Gattopardo.
Io credo che sia necessario rifarsi agli
esempi reali: il maestro Dario Fo, spente le luci del Nobel, torna ad essere quello di
prima, per lui niente stadi gremiti o passerelle da oscar, ancora teatri dalle dimensioni
umane, ancora giovani a sedere sul palcoscenico, ancora la provincia e ancora, forse, le
difficoltà di prima. Eppure era spettacolo prima e lo è stato dopo, e dove cera
poesia prima è rimasta uguale dopo. Perché dunque nessun paradiso per lui? Non gli è
stato forse proposto, non lo ha accettato, oppure non cè stato chi ha avuto il
coraggio di proporglielo. Magari domani torneranno allattacco, per fare con lui
quello che stanno facendo con Giorgio Gaber. Il messaggio è sempre quello: «Se non
scegli la parte sbagliata puoi sperare di venire scelto da quella giusta». Quindi darsi
allavanguardia sperimentale o al nazional popolare comporta rischi di segno diverso
ma della stessa intensità: la negazione o la fagocitazione in alternativa alla
commercializzazione.
Quello che manca è lo strato intermedio e non impermeabile che mantenga
in comunicazione le due parti. Un processo poco specialistico ma sufficientemente
acculturato da saper rendere fruibile nella pratica la teoria enunciata, prima che cada
nel vuoto per venire poi riesumata e snaturata dai creativi in termini meramente
pubblicitari. È accaduto a Leopardi ed a DAnnunzio, a Picasso
ed a Kandinskij, ma anche a qualcuno di molto meno conosciuto ed in tempi molto più
brevi. Qualche anno fa, a "Creativa", ho proposto una
performance-installazione in cui il pubblico era costretto, attraverso un passaggio
obbligato, a calpestare libri di poesia incollati su di un manifesto contro
lindifferenza; poco tempo fa, negli uffici postali, la stessa idea è stata
sfruttata per un lancio pubblicitario . In questi termini è facile creare
confusione fra il creativo e lartista, fra il cantante ed il poeta, lo scrittore ed
il comico, il presentatore ed il critico. Ancor più facile se si è dimenticato cosa
siano la poesia e la prosa, la prosa poetica la poesia prosastica la prosa poetastrica, e
la differenza fra tutto questo e la grafomania terapeutica o lautobiografia
incensatoria (un editore mi disse non molto tempo fa: «
è un grande poeta
ha
avuto una vita travagliata
cliniche psichiatriche
tentati suicidi
». Il
genio presenta certificazione medica della sua follia). Nessuno stupore, quindi, se in
questo "ambiente" chi non si adatta a certi usi e costumi viene guardato con
sospetto, come se si avesse paura di allevarsi una serpe in seno. La stessa cosa accade
nel rapporto con la burocrazia amministrativa. La politica che io conoscevo è fallita
(hanno annunciato), quando arriverà quellaltra ne riparleremo.
Se apparire è meglio che essere, vendere è
più conveniente che costruire, come può limmagine non essere
"più-meglio" del testo; senza contare che è molto più facile raccogliere
critiche imbecilli presentando un testo, poiché "tutti sono poeti" (anzi, tutto
è poesia, anche un secchio vuoto), mentre "per fare i pittori bisogna essere
capaci" (il numero di coloro che esordiscono con "quella roba lì sono capace di
farla anchio" è piuttosto limitato e di scarsissimo rilievo statistico). Il
meccanismo è perverso: uno scrive una lettera per comunicare con un altro, poi qualcuno
considera interessante tale corrispondenza e la pubblica con qualche successo, subito
qualcunaltro trova la cosa intrigante e pensa di scrivere libri in tale forma, di
conseguenza un mucchio di gente pensa di scrivere lettere apposta per partecipare a
concorsi (le lettere le abbiamo scritte tutti, che diamine) e si aspettano che i loro
scritti abbiano un valore letterario (perché a me mi è successo davvero) o quanto meno
che possano farli diventare famosi (non conosciuti o popolari, famosi), se poi cè
sotto un caso umano è possibile che vengano scelti da uno scrittore "famoso
davvero" per partecipare ad una trasmissione televisiva, ed allora la fama (i cinque
minuti di rito) è assicurata.
I lettori della poesia, invece, non si
misurano nella foto istantanea di una statistica ma nella loro capacità di perdurare nel
tempo, perché leffetto della poesia è nel tempo che si misura; se i versi di Omero
hanno ancor oggi effetto su lettori che neppure sanno immaginare quale fosse la vita
nellAntica Grecia è perché quei versi hanno saputo cogliere, di quella vita, gli
elementi (i sentimenti?) che lhanno resa comune a quella posteriore, nonostante le
mode e gli sconvolgimenti, e chi scrive poesia oggi ne saprà cogliere gli stessi nei
quali gli uomini si riconosceranno nel tempo, finché tempo ci sarà. Solo questo
soddisferà il loro bisogno di tramandare la sofferenza per la vita causata loro
dallamore per la vita stessa.
Che colpa può avere chi scrive ancora
lettere agli amici, usando carta penna e calamaio, se cè chi pensa che un quadro
sia mera esposizione di sé, quando non addirittura un elemento di decorazione o un
materiale darredo (lampade e soprammobili darchitettura hanno prezzi da far
impallidire i musei di provincia), che colpa se milioni di "amanti dellarte
vorrebbero appendere in salotto dei girasoli o un urlo e solo pochi ci vorrebbero i
reticoli di Mondrian. Daltronde se i pittori fanno quadri chiamandoli poesia (non lo
sanno loro che cè unenorme differenza fra poesia e poetica) e nessuno mai ha
chiamato pittura un testo stampato o manoscritto, che ci possiamo fare. Viviamo in una
società dove uninfinità di persone aspirano a vestire parlare e comportarsi come i
personaggi che appaiono in televisione, costruiti in modo che tutti vi si possano
riconoscere, dove lespressione latina "aut aut" viene tradotta in
scrittura con "OUT-OUT", ed il termine "plus" viene
letto "plass" (?); a tutta questa gente far parte di tale immagine
collettiva dà una sensazione di eccellenza per il fatto di sentirsi nei panni della
modella, del calciatore o dellattore ai quali "Ei fu siccome immobile"
ricorda solo una lapide funeraria. Che ne può sapere questa gente di scrittura, che ne sa
di lingua, e in fondo a cosa servirebbe loro, basta che sappiano riconoscere i simboli sui
quali "clickare". Come spiegare loro che gli ossimori non sono dolcetti per la
festa di halloween né lacrotonico un aperitivo da happy hour.

Enzo Miglietta
1) Purtroppo, come sempre, oggi di più,
editori, pubblicisti, gallerie devono essere per il rumore elegante, a giorno e
incantevole, il fantastico inventivo coi tempi, e gli autori, artisti (nellampio
significato delle indicazioni di oggi), poeti e scrittori, se sono "affamati di
fama", devono rifarsi agli "affamati di fama e denaro" padroni. Solo se si
accontentassero di produrre in silenzio, di rivelarsi, di manifestarsi prima e soprattutto
a se stessi, verrebbero avanti veri autori e opere. Eppure nel marasma attuale cosa mai si
va a cercare, di "veramente", di fronte ai nuovi mezzi interspaziali?
Io, Enzo Miglietta, sono stato sempre, da piccolo a vecchio, contro il bello "pro domo
sua" e, a metà strada, contro il poeta o lartista che si fa bello per essere
ammirato, lui, dimenticando che il mondo, tutto, attorno a lui, è più importante di egli
stesso; imbrogliando e imbellettandosi a modo di una vecchia signora, per affabulare sia
con la tecnica che con lidea, al solo scopo di salire, egli crede. Certo, un
po di queste intenzioni e mezzi cè sempre e in tutti; lIo non
manca a nessuno, non deve mancare a nessuno, ma a misura e volto al servizio più
che al potere, deve essere.
Già nel 1978 scrivevo, e pubblicavo, contro
il "leggere e scrivere come via al potere". Negli anni sessanta, scrivevo, e
pubblicavo nel 1993: "Non credete ai poeti / come non alle donne nude"...
eccetera. È bello e ci piace, certo, larte o la poesia, quanto più invitanti e
libere sono; ma, dopo il "grande incontro" di esso resta qualcosa al
"lettore comune" (al Professore o al Maestro o al Gallerista sì, per essi è
fatto tutto) se non cè la possibilità di confermare il lettore anchegli in
se stesso? Una poesia di comunione, in comune deve essere. Il motto del "Laboratorio
di Poesia" a Novoli L. P. N., dal 1978, è: la poesia nella scrittura
totale (risalendo allo Spatola della "Poesia totale"): il mondo come
libro, da leggere e da scrivere innanzi tutto.
2) Io, sì, sono stato, e sarò sempre, (vivo
o morto!!!) fuori del "bello solito" e contro. Non è piacevole, essere fuori e
soli. È importante cercare e non cullarsi nel trovato. Così, è vero, non si chiude mai,
sempre si rompe, si vede che può andare oltre
oltre e
non si arriva mai
Non è redditizio questo, lattuarsi in continuo silenzio e continua domanda, sì, ma
ciascuno è fatto a suo modo. E pure così dovrebbe essere ed è sempre stato: ciò che fa
rumore è la scoperta, il nuovo modo di gridare personale, sì, ma per dopo
Quelli
che gridano per il presente, falsi sono, imbroglioni.
3) Penso che lautobiografia, palese o
nascosta, sia una condizione di tutti. Il racconto-poesia non va, per me, se pure è il
più fantasioso e attraente. Finzione, falso, sarà artistico e poetico, ma non
"vitale".
Come detto prima: non è realistico.
Realismo! Oggi? Col consumismo e la velocità in voga? Il volo???? Si può parlare di
realismo? È vero, lo specchio dei tempi è il volo; eppure, per noi
"occidentale" più o meno ma è lumanità tutta che vive
realmente insieme il brutto e il bello, il bene e il male, il falso e il vero: non si
dovrebbe tener conto di questo?
4) Il mio rapporto con lambiente in cui
opero, scrivendo e tramite il "Laboratorio di poesia - Novoli", (a parte il
rapporto professionale che fu del geometra a tempo pieno) è provocatorio e quindi non
accetto, nella massa dei contenti schiavi del Consumismo. Il mio rapporto sta nella
diversità, non nella serie, e quindi
anche la domanda è per me: così, si serve?
Forse no, certo: non sono esente da peccato. Per questo nei tempi diversi, nelle mie
"male scritture", sia verbo-lineari (1945-1965), che verbo-visuali ( 1970-2004),
termino "quasi" sempre tra il "silenzio" o "silence" (più
largo) e il mio grafico-mano-scrivere, china a colori: "vivere insieme".
5) Io da trentanni ho sempre e solo
scritto coi pennini del geometra e inchiostri di china, su carta e cartoncini, pannelli a
muro e quaderni o libercoli, ultimamente su scatole e oggetti e superfici diverse da
spazzatura e ho sempre detto: io non faccio quadri; il mio è un discorso linguistico, sul
come si può comunicare, con parole e cose, immagini e suoni, eccetera, nel mondo comune a
tutti, cercando la propria strada, certo, diversa, che vorrebbe imporsi??? Ecco, è lì
che occorre la misura. È sacrificio la misura, ma
è meglio così. Certo fama e
denaro non se ne fanno in tal modo.
Ma al computer con cui stai scrivendo
non sei tu? Mi si può chiedere.
6) No, limmagine, il colore, il
rattoppo diverso, sì, ma non lo scopo: vendita. La maggiore scuola in questo è stata fin
qui, la Mail Art
Ma
fin quando? E fin come? Forse gli scrittori, pubblicisti,
eccetera, convegnisti e mostre
mostre
non si stanno facendo belli
dellarte "non per fini di lucro"?
Lartista, o il poeta, che produce solo
per vendere, non è tale. Forse lo è lartista, per uso accreditato, ma il poeta
proprio no. Sì, è vero, come detto prima, è la Galleria, e pure lEditore, che ti
"serve" e tu "devi servire", se ci tieni al nome, alla fama. Si fa per
arrivare a essi, no? Ma a che serve un nome da vivo? Per farti montare in
"Corona"? Per salire al "potere"? Per gonfiarti dillusione? Ma
quando sarai morto, rimarrà qualcosa sopra la tanta roba che si produce oggi, anche
grazie ai nuovi strumenti, per cui oggi ci sono più scrittori che lettori, più artisti
che fruitori? La globalizzazione è pure per larte e per la poesia? Certo. Ma quali?
La gran parte del pubblico "schifa" i "diversi", che si dicono poeti e
artisti (eccetto scuole e gallerie). Essa è una massa di "nuovi schiavi", servi
proprio, del televisore, del telefono, dellautomobile, insieme del CONSUMSMO
NO?!

Francesco
Muzzioli
1) Stiamo assistendo, io credo, al sempre
maggiore divaricarsi di due letterature: quella per il mercato (che, a somiglianza
di quanto accade nella musica, chiamerei "letteratura leggera"), contratta ormai
nei ritmi della produzione stagionale e, per essere smaltita subito, sempre più allineata
agli standard e ai generi correnti; e quella di ricerca, in pratica clandestina,
"invisibile", eppure, malgrado tutto, ancora molto vitale, più di quanto
sarebbe ragionevole pensare.
Certo, cè linvadenza della
società dello spettacolo che monopolizza le vetrine e ormai anche gli scaffali delle
librerie. Da un lato direttamente con i libri scritti dai divi momentanei della TV
(letteratura come dependance e sfizio dei "comunicatori": comici,
sindaci, atleti, profetesse, ecc.); dallaltro lato indirettamente, come
condizionamento e fine ultimo della narrativa (enfasi sullo scrittore-personaggio, oppure
romanzi-sceneggiature: mi è capitato di assistere alla presentazione di un romanzo
presenti il regista e lattrice della futura trasposizione filmica). Data per persa
la "guerra dei media", il libro si adatta ormai a fare da provincia colonizzata,
unappendice al carro dei vincitori, il parente povero che vive delle briciole di
ricasco.
Eppure, se sono veri alcuni segnali (come, ad
esempio, ladesione alla mostra dei piccoli editori tenuta di recente a Roma) un
circuito alternativo e un mercato altro, sia pur marginali, sarebbero possibili.
Questo è lobiettivo di una strategia strutturale di lungo termine.
Per quanto riguarda, invece, limmediato
delle scelte concrete degli scrittori, non vedo poi tanti rischi di
"corteggiamento" e di corruzione da parte del mercato. Se conveniamo sulla
progressiva separazione delle due letterature, diventa sempre più difficile e raro
il passaggio o losmosi tra luna e laltra. Gli scrittori per il mercato
nascono già tali: né gli scrittori di ricerca possono snaturarsi più di tanto
quando ci provano riescono solo a rimanere a metà strada, scontentando tutti .
Semmai il problema è il restringersi dellattrazione per la ricerca presso le nuove
generazioni. Anche in questo caso si può fare un confronto con la musica: la scarsità
del pubblico giovane rivolto alla musica "non-leggera" coincide con la scarsa
pubblicizzazione della ricerca musicale contemporanea. Di contro al consumo rischia di
rimanere soltanto il grande classico, la nostalgia del passato perento; una sorta di
combattimento già deciso in partenza tra lideale e il reale. Infatti, la
dichiarazione di fallimento comminata alla poesia è incontrovertibile, se guardiamo le
cose con lottica del computo delle vendite nellattuale sistema (che poi la
poesia possa vendersi, in condizioni diverse, è altro discorso, come ho detto). Ma è
inutile che la poesia si arrocchi a ribadire lantico valore, disatteso
dallincuria del materialismo imperante; sarebbe moralismo umanistico destinato a
parlare ai sordi. La poesia ha da farsi "ricerca" e cioè mettere in gioco i
suoi valori in una continua contraddizione tra il suo eccesso immaginativo e il suo
risibile impatto. Ritirarsi nella contemplazione del prestigio perduto sarebbe errore
contrario e coincidente al lasciarsi sedurre dalle sirene della "letteratura
spettacolare".
2) Opporsi alla tradizione è oggi fuori
luogo, dicono. Tanto essa si trova emarginata nella cultura delleterno presente
postmoderno che, di fronte a una eventuale contestazione, potrebbe rispondere con il
celebre detto "tu uccidi un uomo morto". Eppure, io credo ancora nella mossa
illuminista che rifiuta il ragionamento-non ragionate della tradizione (la logica del
"si fa così perché si è sempre fatto così"). Quindi credo ancora
nellutilità del conflitto "interno" con i modelli pregressi e, come
dicevo già nella risposta precedente, diffido della alternativa puramente difensiva e
conservatrice del culto umanistico dei classici, del Grande Artista, divino creatore, o
del Grande Critico, superlettore. Tradizione e ricerca costituiscono, di nuovo, due letterature;
e questo modo di vedere le cose fa guadagnare, a mio parere, un duplice vantaggio: per un
verso, anima un territorio che altrimenti, preso per buono in blocco, finirebbe intasato
dalluniforme confusione, perdendo così le già evanescenti chances di
coinvolgimento; per un altro verso, va contro latmosfera ovattata dei "tempi
blandi" odierni, alle loro fittizie fraternità, fornendo il modello (e verificandolo
sul linguaggio) di un atteggiamento di insoddisfazione, anticonformismo e critica
radicale.
La letteratura oggi è uno dei pochi spazi
che sono in grado di concedere ospitalità allantagonismo, al dissenso e allo
spirito critico, cioè a quei gesti che non hanno cittadinanza riconosciuta nel mondo
performativo, dove si tratta solo di far bene ciò che "si deve fare". La
letteratura, invece, è fatta bene quando trasgredisce le sue regole, e fa quello che non
si deve fare. Ma allora non può ritenersi alternativa se non intacca e sperpera le forme
di cui dispone. Di conseguenza, non deve rinchiudersi nellimpegno sui contenuti o
nel ruolo (pur commendabile) di testimonianza, pronto a confluire, alle somme, nella
"diretta" delle vittime. La scrittura si fa veicolo di critica quando giunge
allautocritica, mettendo in questione la propria forma convenzionale corrente.
3) La "poesia racconto" ha avuto il
suo momento doro con il Pavese di Lavorare stanca. In quellepoca, di
fronte alle poetiche del lirismo ermetico, aveva senso scendere nel basso della
prosaicità, anche nel quotidiano di mestieri servili e vite perdute. Oggi la situazione
è diversa e la poesia intesa come diario minimalista finisce per confermare il senso più
comune che ci sia.
Se sussiste, infatti, una sopravvivenza della
poesia anche presso i giovani, è proprio nella forma invalsa di espressione tutta
privata. Si rafforzano così i capisaldi della visione tradizionale (con i suoi attributi
di sublime, armonia, incanto, ecc.), fondata su almeno tre elementi irrinunciabili:
lio, il vissuto (meglio se dolente), la natura partecipe.
La resistenza di questa configurazione può
anche essere compresa in base al fatto che la poesia, scacciata dalla vetrina libraria,
tende a diventare, più che una pratica o una tecnica, una "forma di vita" tout
court. Ma, anche in questo senso, la "poesia autobiografica" non è
lunica soluzione possibile: anzi, proprio quando viene a stringersi al
mondo-della-vita e a diventare immediatamente esistentiva, la poesia può ancora
riuscire a essere immoderata e a immergersi con forza nella contraddizione vitale
e a mettervi in questione radicalmente le forme acquisite, il cui rispetto non è più
controllato, a questo punto, da alcuna istituzione. Si può raggiungere, in questo caso,
la liquidazione dei tre elementi-base e del loro ruolo eminentemente consolatorio:
lio si rivela una pluralità stratificata e lidentità costitutivamente
provvisoria e in crisi; il vissuto si scinde in schegge frammentarie e materiali
compositi; la natura slitta nellambiente artificiale e nella semiotica delle cose,
oppure in quellunica espressione davvero naturale (e opaca) che è la sonorità
irriducibile.
Insomma, ritengo che la poesia debba
incentivare di contro alla banalità narrativa la sua caratteristica di
linguaggio complesso e debba spingersi, semmai, nella fuga per la tangente. Non la
comunicazione del vissuto (che comincia stereotipi), ma la singolarità sintomatica, cioè
l"elaborazione folle".
4) Da una parte, ho sempre seguito lo slogan
per cui "tutto è politica", usando allora il termine "politica" in
senso ampio. Oggi, allo stesso modo, si potrebbe dire che "tutto è economia",
in quanto in ogni attività è questione della "riproduzione del valore". Con
queste formule, però, potremmo giustificare qualsiasi cosa, perché dovunque troveremmo
un secondo senso politico od economico. Per precisare meglio, mettiamola in un altro modo,
pensando invece alla politica non come il "medium" onnicomprensivo, ma come
l"esterno". Uno dei caratteri dellarte, la sua potenza
"magica", è di trasformarsi in un mondo-a-parte, un cerchio protettivo. Ciò
avviene sulla base di un rapporto forma-contenuto per cui certi modi e certi temi sono
ritenuti appropriati (nel nostro caso, naturalmente poetici). Per non rimanere
asfissiati nel rifugio ideologico bisogna allora romperne i confini e far entrare
lesterno. Ecco che la dura realtà politico-economica può diventare significativa
se fa irruzione nella poesia, in qualità di "tema escluso", e la scombina e
disarticola. Per altro, ciò presupporrebbe lidea di un testo fatto di elementi
inconciliati, frammentario ed eterogeneo, fatto a pezzi (un testo "non
organico", ha detto Bürger).
Ma, da unaltra prospettiva, vedo la
poesia come contraltare della politica ufficiale. La politica dellimmagine, oggi
vigente, ripropone con forza la figura leaderistica, il personaggio vincente e senza
esitazioni, insomma si ammanta dellaura del trionfalismo e dellalone
simbolico. La poesia, in quanto luogo ai confini del sistema (mi è capitato di dire che
il poeta è un homeless: senza casa
editrice), può lavorare, in senso
opposto al trionfalismo dominante, minando alla base il proprio stesso valore simbolico. E
facendo di tale auto-scoronamento una tendenziosa allegoria: allegorie del caos, della
contraddizione, del fallimento, della catastrofe e dellorrore, sono le varianti che
incontriamo nei migliori esiti della letteratura mondiale.
La domanda "politica" (in realtà
ricattatoria) dell"a chi si parla?", deve essere giustamente ignorata,
perché ipotizzare un destinatario su cui parametrare il proprio livello significa
rinunciare in partenza a ogni ricerca. Si può anche "parlare ai muri", perché
no? Anche i muri qualche volta, politicamente, crollano
5-6) Mi pare che le direzioni della poesia
"visuale" e della poesia "sonora" abbiano indicato da tempo la via
duscita dalle secche della politica libraria ed abbiano tenuto in vita, in anni di
riflusso, lo spirito di sperimentazione dellavanguardia. Non credo però che queste
sperimentazioni abbiano da spingersi ancora più al di fuori del campo letterario; ritengo
piuttosto che debbano mantenere aperta la loro correlazione al linguaggio. Non si tratta,
ipotizzo, di recuperare una pura esteticità degli elementi visivi o sonori della parola,
in quanto si finirebbe in un culto della percezione autonoma, non distante dalla
fantasmagoria del consumo fine a se stesso. Mantenere il visivo e il sonoro a contatto con
il linguaggio in quanto costruzione del significato (quindi produzione di valori sociali),
vuol dire mettere a fuoco il contrasto irrisolto tra lutopia sinestetica
dellincentivazione contemporanea di tutti i sensi e la visione negativa della
regressione e della crisi "globale". Ottimismo dei significanti e pessimismo dei
significati: è in questo gesto duplice e contraddittorio che si coglie oggi
lallegoricità dellarte al suo livello massimo.
Per di più, questa divergenza corrisponde,
paradossalmente, a una convergenza: rimanendo legati al linguaggio, il "visuale"
e il "sonoro" si indirizzano a quel luogo di resistenza delle arti che è oggi
il teatro. Cè infatti necessità di una modalità espressiva in cui pittura, musica
e poesia possano, non tanto sommarsi, quanto connettersi in tensioni multiple e esplosive.
Questo luogo è il teatro; oppure, in futuro forse, il video multimediale.
Come si vede, la tendenza antagonista, che
avevamo prima considerato ai margini del pubblico, nei pressi del deserto della vita
privata, si proietta di nuovo e con carica implacata, proprio verso il centro del sistema
dello spettacolo.
Ce nè di che tentare nuovi confronti,
alleanze, collaborazioni, esperimenti (quella che io chiamo red web, la rete
rossa): nuove "utopie disperate".

Giuseppe
Panella
1) Credo che lepoca della letteratura
spettacolare sia finita. I grandi momenti di coinvolgimento del "pubblico della
poesia" mediante i riti e i miti dei media sono ormai alle nostre spalle.
Castelporziano et similia non sono più possibili. Così come ritengo che la
letteratura non produca più consenso in quanto questultimo arriva (quando arriva)
da altre direzioni e attraverso altri strumenti (la televisione, prima fra tutte). In un
tale contesto chi vuole fare denaro non si rivolgerà certo alla poesia o alla critica
letteraria ma cercherà di fare il "buffone di corte" in TV. Di questa nuova
(fino a un certo punto) e attuale categoria merceologica gli esempi sono lampanti e non
credo sia necessario soffermarsi in maniera troppo analitica su di essa. Semmai contro
di essa andrebbe condotta una campagna più incisiva, una messa alla gogna
ironico-critica in primo luogo, un attacco serrato pubblico (e privato) in secondo luogo,
una nuova riflessione critico-teorica generale in terzo luogo.
2) Entrambe. La tradizione ha oggi il
valore di conservazione della memoria, la ricerca serve a farle fare quel salto di
qualità che altrimenti non avrebbe la possibilità di realizzare da sola. Che poi la
scrittura (non tanto la poesia quanto proprio la scrittura poetica) debba porsi
antagonisticamente nei confronti dei linguaggi vulgati (e volgari) dei media è fuori
dubbio. Solo che non può più farlo da sola servendosi della propria "lingua
speciale" come ha tradizionalmente fatto almeno a partire dalla tradizione
romantica quanto utilizzando tutti i linguaggi di cui può disporre e/o
impadronirsi per "colonizzarne" la valenza comunicativa. La lingua della poesia,
insomma, non può rimanere lì ferma ad aspettare che il Tir della comunicazione globale
lo investa ma deve ritagliarsi uno spazio (né venale né di messa in vendita dei propri
valori) al suo interno. Magari alla cabina di guida (anche se non lo trovo realistico).
3) La poesia non può avere regole troppo
precise e delimitanti, non può avere steccati troppo alti altrimenti torniamo indietro
allArcadia e ai sonetti caudati (anche se spesso sono pregevoli). Tutto è lecito in
poesia (massima libertà) purché sia poesia. E il sospetto è, invece, che in molti dei
poeti del momento si sia di fronte alla prosa mascherata da poesia dei poemi crepuscolari,
dei racconti dei fatti accaduti nella propria cucina e nel proprio tinello, della
descrizione della propria "anima bella". Non ho mai scritto poesia
autobiografia e continuerò a farlo.
4) La poesia dovrebbe muoversi con agio e
familiarità in tutti gli ambienti a condizione di comunicare se stessa e le
proprie emozioni. Non trovo contraddizioni tra il mio scrivere poesia e il mio studiarla
come critico e storico. Sono (a mio avviso) due facce della stessa medaglia. In quanto
alla politica, non credo sia più il tempo in cui i poeti facevano da tamburino agli
eserciti in lotta sia a quello del Re che a quello della Classe. La militanza
politica oggi mi sembra meglio indirizzata contro i media, i loro linguaggi e i loro
padroni (che non vivono ovviamente soltanto in Italia) ma hanno i loro consigli di
amministrazione, i loro servi salariati e i loro servi sciocchi (e quanti che sono!) in
tutto il mondo occidentale.
5) Non ho mai fatto poesia visiva né visuale
né credo la farò. Sono molto legato alla poesia lineare che giudico (ma è un mio
parere) difficilmente sostituibile. La spettacolarizzazione del visivo, comunque, mi
sembra un suo impoverimento. Se rinuncia al rapporto privilegiato con il lettore e alle
pagine di un libro tanto vale farla scrivere a un pittore (che oltretutto potrebbe o
dovrebbe saper disegnare meglio)...
6) Credo che i codici della poesia visuale
debbano essere quelli della poesia e non del marketing. Altrimenti è pittura o
pubblicità. Credo altresì che la "tradizionale" poesia visiva debba cercare di
raggiungere un livello più alto di comunicazione emozionale di quanto oggi accada. Deve
coinvolgere non i consumatori ma i fruitori di unesperienza estetica straniante
rispetto ai "linguaggi" codificati dai media "della
tribù" (per dirla ancora con Mallarmé).

Vittorio Pannone
Caro Giorgio Moio, Pasquale Della
Ragione, Carlo Bugli, vengo ai quesiti posti, ma non
risponderò singolarmente, bensì con una visione dinsieme. Il problema
"mercantile" non sussiste per chi fa "vera cultura", che è sempre
nobile, altruista, al di sopra delle meschinità umane, compresa la "vanitas"
culturale. Chiaramente, con questo criterio, rimangono pochi operatori autentici. La
cultura non ha finalità, lucro, onori e prebende varie; è "povera", seria,
discreta ma reale.
La cultura, come la verità, porta pochi
amici. Si rimane soventemente soli per la fedeltà operativa. Ma, anche luomo di
cultura dovrebbe poter vivere col suo "lavoro", e avere un minimo ritorno
economico per la sua stessa sopravvivenza. Rientra tra i "sacer-doti laici" che
assistono la società: categorie ancora "non-riconosciute". Laltra cultura
ha pochi proseliti, tra cui vige lo scambio culturale.
Il problema economico resta uno dei tanti
insoluti. Ognuno deve farsi carico del proprio sostentamento economico. La vendita di
qualche poesia visuale non risolve; così come la vendita di qualche opera darte o
dei pochi libri di poesia, prosa, saggistica varia (i non distribuiti dalla grande
editoria industriale, quindi i molti prodotti "artigianali"). Dovremmo ripulire
il sistema dalla miriade di dilet-tanti, purtroppo le troppe amicizie bloccano la
"tangentopoli culturale". Gli amici superano i professionisti, che sono
costretti a giustificare molte presenze inopportune. Ci sono troppi "ronzini"
fatti passare per "cavalli da corsa"; ed affinché non si corre, possono essere
camuffate le posizioni identitarie. Occorre un po di coraggio a mettere
"ordine" allimbroglio generalizzato. Lélite culturale deve
assumersi limpegno a "giudicare" gli aspiranti "uomini di
cultura", e senza tergiversare nelle bocciature, consci delleventuale errore
nei confronti di qualcuno. Non tutti possono rivestire ruoli alti, non hanno le qualità;
molti rivestirebbero ruoli medi e bassi, dando sempre un valido contributo alla cultura.
Le doti non si creano, sono un "dono" e come tali vanno trattate.
Luomo di cultura "dotato"
dovrà dedicarsi strenuamente allo sviluppo del proprio patrimonio, dovrà lavorare molto
per metterle a frutto: non potrà cavarsela con la sufficienza. Sacrificherà molto tempo
ed energia della sua vita per questo scopo: la cultura. Non avrà tempo per sollazzi vari,
e presenze pubbliche di successo. Il vestito della cultura è sempre parco, sobrio, non
appariscente, semplice: lindispensabile. Andrà avanti o indietro, dove ritiene ci
sia del nettare da portare fuori. Può usare tutto: limportante che sia sempre
cultura, e non passatempo "analogico". Deve far scomparire lo
spettatore-fruitore presente in esso. La sua produzione deve essere autonoma, e non
finalizzata ad alcun consenso o divulgazione. Produrrà per la cultura, e proporrà al
pubblico i risultati senza preoccuparsi di niente. Altri dovranno spiegare, divulgare,
renderlo comprensibile ai molti. Periodicamente renderà pubblici i propri risultati.
Potrà rimanere anche molti anni in silenzio operativo.
Non è facile produrre "autentica
cultura", occorrono anni dinvecchiamento e la freschezza dellattimo che
passa, e prenderlo al volo. Lattimo e il tempo lungo sono sulla stessa gamma
donda. Infatti, tale uomo (umano) non si preoccupa del tempo: ha moltissimo tempo a
disposizione. Purtroppo, voi tre siete "uomini di cultura" e di natura
"elitaria", che devono selezionare altri. Tutti gli uomini vogliono un
"potere", e quando sanno di averlo, giustamente, "tremano" per la
responsabilità esistenziale. Anche questo è previsto, tanto che si dà una lunga
formazione culturale per poi calare addosso al malcapitato la "varda" del potere
(dote eccelsa). Lasino di turno dovrà sobbarcarsi la "varda" e condurla a
compimento. Auguri a tutti noi, miseri uomini di potere (culturale).

Lamberto Pignotti
È un deciso segno di vitalità, e anche di
coraggio, quello che mi appare dal presente questionario di "Risvolti", visto
che le riviste in questi ultimi anni hanno disdegnato e disdegnano di affrontare problemi
artistici e letterari che non siano più o meno riferibili al "mercato".
Mi ha confermato questa sensazione la
raccolta di mie risposte a interviste e questionari che vanno dal 1962 al 2002 pubblicate
laltro anno da Campanotto sotto il titolo Identikit di unidea: nei
primi anni le mie erano risposte sollecitate maggiormente dalle riviste, nei più recenti
esse sono comparse in tesi di laurea, di dottorato o di specializzazione. Sembra insomma
che i problemi culturali autentici da generalmente pubblici siano diventati perlopiù
privati e quasi clandestini.
Detto questo, e per rispondere più
specificamente al primo punto, mi pare ovvio e scontato che lunico scopo
dellartista e del poeta non dovrebbe essere quello di "far quattrini". Per
altro il mercato della poesia non cè mai stato qualche sparuto focherello di
paglia è semmai alimentato dalle redazioni editoriali e quello dellarte,
come ho avuto modo di scrivere in altre sedi, si è trasformato in "finanza
dellarte", con tanto di quotazioni da seguire nei listini di borsa.
Tradizione o ricerca? La tradizione non
esclude la ricerca; la ricerca può includere la tradizione. Una linea sperimentale come
quella globalmente verbo-visiva ad esempio si giova non solo di esperienze
primo-novecentesche ma anche di tradizioni lontanissime. In particolare ciò avviene
quando si usano più codici, il verbale e il visivo, o si ricorre alla sollecitazione e
allimpiego di tutti e cinque i sensi.
Spesso, proprio attingendo a tradizioni
lontanissime e dimenticate e rileggendole opportunamente si può far sì che
ciò che mercantilmente si definisce come morte della poesia e dellarte si riveli il
seme di qualcosa che germoglierà di lì a poco.
Processi del genere non piacciono certo né
agli estetologi, né agli industriali che fabbricano le culture di massa, tutta gente che
per diversi motivi ha interesse a etichettare e inscatolare parole e immagini facilmente
smerciabili. A costoro dà fastidio perfino che la poesia faccia il verso alla prosa, che
la pittura faccia locchiolino alla scrittura, che il verbum si presenti sotto
le mentite spoglie dellimago.
Quando poi si parla di
"sinestesia", di arte e poesia aperte in tutti i sensi, apriti cielo
Ad
ogni modo tutto viene travisato volutamente o cialtronescamente
dall"ambiente" in cui ci troviamo ad operare. È un
"ambientaccio", quello della odierna società di massa che è molto diversa da
quella degli Anni Sessanta.
Allora uno come il sottoscritto poteva ancora
pensare e argomentare di poesie ed esempio lette negli stadi o stampate sulle scatole dei
fiammiferi. Oggi non proprio quelle ma altre similari cose si fanno, per esempio
attraverso la televisione e anche sulle fiancate degli autobus. A me non interessa più
farlo; lo fanno svariati operatori che usano simili modalità come potrebbero usarne altre
ormai ammesse e consolidate dalluso. Succede del resto assai spesso che coloro che
hanno unintuizione o fanno una scoperta o danno luogo a uninvenzione non siano
quelli che ne profittano. Sono sempre altri che sanno mettere in pratica certe formule.
Anche per questo, oggi, mi sento meno demo-cratico e più demo-critico di un tempo... Il
senso del discorso è insomma quello che larte di ricerca, poesia visiva, arte
multimediale o altre non codificate forme darte vanno avanti, ma delle formule sono
pronte ad impossessarsene i media, la pubblicità, la moda
Ciò che oggi possiamo definire cultura, non
di massa, ma data in pasto alle masse, è un fenomeno da cui lartista autentico deve
prendere le distanze e differenziarsi nettamente. Non è mica però sempre facile, dal
momento che cè, pronta per luso e a portata di mano, anche larte
davanguardia del best-seller, dellautore (del libro, del quadro
) più
venduto. La critica del sistema fa appunto questo deprecabile servizio.
Quando leggo pagine di poesia di autori nuovi
o guardo opere di artisti giovani e ci scorgo delle potenzialità espressive chiaramente
diverse che mi danno da pensare, penso anche a quanto debba lavorare la critica ora
menzionata su queste opere perché le deve prontamente inscatolare, porre sul piano di una
libreria o predisporre per una categoria pittorica.
Il critico interpreta e classifica larte a maggior gloria della
tranquillità borghese, diceva Roland Barthes. Similmente si esprimeva anche Susan Sontag, scomparsa proprio in questi
giorni. Il borghese, visto infatti un quadro o letta una poesia vuol sapere dove
collocarli e quindi se ne vuole in qualche modo sbarazzare. Però se è poesia che fa sul
serio, se è arte come si deve, se è un fatto culturale autentico, subentra nella mente
del borghese lidea di trovarsi di fronte a qualcosa che gli sfugge, che lo mette in
crisi. Non volendo ammettere il proprio scacco e la propria crisi egli dirà allora che a
essere in crisi è la poesia. Magari andrà oltre dicendo che tutta larte è morta.
Non bisogna dissuadere il borghese da questa
idea. Anche perché suo malgrado è nel giusto. In ogni momento, in questo preciso
momento, larte e la poesia sono in crisi e muoiono, ma perché devono rinascere il
giorno dopo. A costo di rischiare un accanimento terapeutico.
Roma, dicembre
2004

Franco Piri
Focardi
1) Primo, nel cercare se stessi e
lessenza della poesia! Lo so si può anche finire fuori strada e fuori di testa
poiché il poeta conosce e accetta la libertà. È questo un punto di difficile
districazione. Ed una "certezza" del falso, apre i vuoti più spaventevoli
sullabisso del senso. Anche se non si può trascurare leredità, che in fondo
siamo noi dicenti, da questa bisogna mantenere una certa distanza, proprio per avere uno
spazio dove poter operare con la realtà che noi siamo e dare una voce allepoca che
stiamo vivendo, quindi tutti coloro che si difendono dietro il "grande stile"
sono in realtà non poeti. La letteratura spettacolare poi non ha nulla da spartire con la
poesia, poiché si basa su meccanismi di conferma di uno stato di potere, una costruzione
di gerarchie nemmeno tanto nascosta fatta di logiche semplici e di molti effetti speciali.
Sono infatti frutto di strategie di mercato (e non solo!) che mirano a tenere un ceto
medio prigioniero delle sue certezze, delle sue fobie, dei suoi sogni proibiti.
2) Indubbiamente la ricerca, per chi prova a
leggere il contemporaneo, è dobbligo e naturale insieme. E la tradizione
beh,
senza lapporto della ricerca si ridurrebbe ad un avvitamento su se stessa fino al
conseguente autostrangolamento!
Avere una definizione della poesia sarebbe
già una morte per imbalsamazione della stessa. In realtà noi non sappiamo cosè la
poesia, ma possiamo dire che per noi "è" la sua ricerca. Ovvero, è cercando di
fare poesia che noi mettiamo in moto il nostro bisogno di capire il mondo e le relazioni
che intercorrono fra gli uomini. Questo ci fa diventare per forza contrari allo stato
attuale delle cose e quindi contro tutti quei poeti che vorrebbero definire la poesia per
gestirla in maniera tale che diventi innocua. La poesia, fa male, nel senso che pungola
continuamente il nostro spirito e gli impedisce di riposare sugli allori e lo richiama
fortemente ai suoi principi. Cosè un poeta che cerca il consenso e celebra il
potere? Non è altro che un "io" che abdica ad altri il suo essere uomo libero.
Ed una poesia che vuol godere gli allori del mondo attuale? Un insieme di parole vuote,
una struttura destinata a svanire sotto la sua inutilità.
3) Non penso niente della poesia racconto,
come della poesia tout court, perché le vedo insieme a tutte le altre, una forma di
espressione. Io penso che possa esserci buona poesia, ovvero spunti di riflessione
interessanti per sé e per gli altri anche nella poesia racconto, come nella poesia tout
court. Insomma non è la forma a rendere buona o cattiva una composizione.
4) Dopo anni ed anni di lavoro praticamente
sotterraneo, oggi mi trovo ad avere un buon rapporto con il mio ambiente, frutto anche del
lavoro di ricerca e selezione delle persone con cui portare avanti lavori e discussioni.
Ricerca e selezione avvenute in modo quasi automatico e senza troppi traumi.
Con la politica il problema è ben
differente, perché mantenere le mie posizioni cercando nel contempo di realizzarle mi
porta allo scontro. Scontro che talvolta cerco proprio per saggiare i miei interlocutori.
In senso astratto, la mia idea è troppo radicale rispetto agli struggimenti
dellazione politica, per cui preferisco operare con larte.
5) Non credo che il fine della poesia visuale
sia quello della spettacolarizzazione del modo di comunicare, anche se gli scivoloni ci
possono essere. Ma poi ogni poeta o artista che dir si voglia, non abbandona luso
della parola per limmagine o viceversa perché "sa" che in quel modo può
più facilmente catturare lattenzione del pubblico. Ma lo fa perché
"sente" che quel linguaggio gli permette di comunicare qualcosa di non
diversamente comunicabile. Quindi nella propria "officina" ognuno utilizzerà
quello che più gli serve. Certamente non è impegnandosi nella ricerca che si ottiene una
notorietà e di conseguenza un mercato ed un facile guadagno! Ma mi chiedo, se qualcuno
cerca queste cose come può sentirsi un libero spirito poetico? E di conseguenza: che cosa
ha da dividere con noi? Se ha di queste velleità sintrufoli nel mercato fra i
pubblicitari così non avrà davanti il vuoto dei grandi quesiti ma i concreti bilanci
societari!
6) Anche su questo non sono daccordo.
Non è per vendersi meglio (almeno per me) che la poesia visuale rasenta la pura immagine,
ma è per quel tendere dei linguaggi, ormai dallinizio dellaltro secolo, verso
una contaminazione ed una comunicazione complessa e complessiva. Io lo vedo come un bagno
rigeneratore per le varie discipline che erano ormai in cammino ognuna sul proprio
binario, mentre il mondo della comunicazione per i vari apporti della tecnologia aveva
bisogno di nuovi strumenti per essere decodificato. Può sembrare il caos, in realtà
cè tanto movimento, incroci, sovrimpressioni, scarti, ecc. che aprono vie e
possibilità di nuova espressione e spazio per nuovi soggetti. Lo sento una ricchezza,
perché in tutto questo movimento la parola non ha perso senso e neppure la poesia
lineare, siamo solo su un terreno diverso dove tutte possono coabitare in un arricchimento
reciproco. E qui occorre un "poeta".
20/12/2004

Lidia
Pizzo
1) Prima di dare qualsiasi risposta a questa
prima domanda, vorrei chiarire il concetto di opera darte, di poesia, ecc
Per
me è opera darte in senso lato e quindi anche di poesia tutto ciò che servendosi
di codici linguistici condivisi, ne altera quando non ne scardina i nessi
significante-significato per riorganizzarli in una visione, in caso contrario è
artigianato più o meno raffinato. Può accadere che il "mestiere" dia un
aiutino
ma non sempre. Es.: lurlo di Munch quanto a tecnica fa arricciare il
naso ai più raffinati... ma quale mondo ha spalancato? Certamente ha scardinato un modo
di essere dellarte di quel periodo. Ora, in tale contesto è possibile pensare
allaura mitologica basata sul consenso? Sicuramente no, se il consenso è dato dalla
massa che accetta solo codici linguistici riconoscibili e condivisi e scarta quelli che
non riconosce perché riorganizzati in una nuova visione. Quindi, pensare allaura
del consenso per la vera opera di poesia è inutile anche se risulta spiacevole per tutti
noi che vorremmo su questa terra un minimo di "riconoscimenti"! La cosa è anche
più sgradevole se lopera darte diventa "letteratura spettacolare".
Pertanto, secondo me, la vera arte vive del silenzio anche se non in silenzio perché un
minimo di divulgazione magari nei cenacoli letterari, nelle piccole selezionate agorà,
unita ad una buona dose di disincanto è necessaria. A volte, ma non sempre, la storia fa
giustizia! (Una spiegazione per favore: cosa significa "certezze di un falso
paradiso"?!?!?! Se è falso quale la certezza?)
2) La ricerca non può prescindere dalla
tradizione, altrimenti che ricerca è? Io sono per la ricerca a larghissimo raggio.
Purtroppo per me questi non sono "tempi blandi", ma così pieni e ricchi di
nuove visioni, di prospettive inedite, di nuovi linguaggi e stili, di nuove ed inedite
percezioni, che non sappiamo più orientarci. Il secolo si è chiuso e con esso gli ismi
basati sulla qualità, come tutti sanno, il postmoderno privilegia la quantità e a quanto
pare alle coscienze più avvedute questo non basta, quale altrimenti il senso di questo
questionario? Le manifestazioni di avanguardia vecchia maniera o nuova maniera hanno fatto
il loro tempo. Una nuova visione del mondo si impone attraverso le nuove tecnologie. Il
mondo umanistico è fermo agli ismi mentre Bill Gates va a gonfie vele. Mi spiace dirlo
perché sono una cultrice delle scienze umane, ma da sempre lumanesimo non ha
cambiato nessuna visione, è andato a rimorchio del cambiamento di prospettive imposto
dalla scienza. Un esempio per tutti. Galileo e compagni dimostrarono che non era la terra
al centro del sistema solare e che le armoniose sfere celesti e quantaltro erano
solo costruzioni umane, e quindi fu molto duro cambiare una visione ed una simbolizzazione
(Dante e compagni) vecchissima di secoli. Allora perché la "benemerita"
Inquisizione condannò lottantenne scienziato ai tratti di corda e a ritrattare?
Oggi, a mio modesto avviso, con le nuove tecnologie ci troviamo nella stessa situazione.
È cambiata la percezione spazio-temporale e con essa tutto un sistema culturale dovrebbe
essere rivoluzionato dalle fondamenta prendendo coscienza di questa semplice intuizione,
per non parlare poi di internet, cd, dvd, cellulari, ecc
e del nostro "occhio
ciclopico" come io definisco oggi il nostro sguardo in rete che porta il mondo nelle
nostre case, per cui al "punto di vista" che lascia lo spettatore fuori dalla
scena, si sostituisce il "punto di essere" centrale in ogni parte ci si trovi.
Dalle mie modestissime intuizioni deduco che
luomo non rotola più dal centro verso lincognita, ma si trova al centro del
mondo, un mondo però immateriale e con esso dobbiamo fare i conti, con quella che
io definisco non più "Civiltà delle Macchine" di sinisgalliana memoria ma
"Civiltà dei Byte". Dovrei avere molto più spazio per articolare meglio il mio
pensiero, mi basta aver dato qualche input per fare capire come si sta chiudendo o si è
chiusa unepoca, se ne sta aprendo unaltra. Purtroppo noi siamo ancora
"gettati" nella prima con Heidegger e compagni. In che termini operare?
Certamente cercando di tenere a mente le famose domande di kantiana memoria: Che cosa
posso conoscere? Che cosa debbo fare? Che cosa posso sperare?
3) Qualunque opera a mio avviso è sempre
autobiografica. Io non dividerei in schemi rigidi, tutto il segreto sta nel decodificare
lo sguardo della Gorgone che vive in noi, darle vita e ritmo e quindi parola, perché la
parola è ritmo non solo esteriore ma anche interiore.
4) Io ho pochi rapporti culturalmente
approfonditi col mio ambiente e in politica mi armerei di bazooka e, come se fossi in
rete, col mio Occhio Ciclopico colpirei in ogni direzione, a raggi spianati
Arte e
politica non credo siano mai andati daccordo, forse neanche ai tempi dei
mecenati
illuminati!
5-6) Quanto al mercato credo di essermi espressa nella prima domanda a
proposito dei codici linguistici. Certo la commistione dei linguaggi non è che mi
dispiaccia ma con un distinguo: larte visiva ricorre ad un sistema di codici
iconograficosimbolici immediati, mentre la parola non può farlo (Magritte lo aveva capito benissimo quando scrisse: Questa non è una pipa o
Questa non è una mela, ecc
) non può definire un oggetto se non girandogli
intorno, la poesia è la più astratta delle arti, non troviamo certo la parola in natura
come il suono o il colore, per cui può solo girare intorno alloggetto senza poterlo
definire ed in questo senso si manifesta più come un vuoto che come un pieno. Ora se si
riuscisse a contemperare le due cose non è che sarebbe poi tutto questo grande male. Solo
che si dovrebbe essere Leonardo per attuarla! Di commistione tra le due cose ne vedo qua e
là ma poco che mi entusiasmi, perché se è difficile essere un discreto poeta ed è
difficile essere un discreto pittore, come può essere facile entrambe le cose insieme?
Blake, Leonardo, possono dire qualcosa! Tuttavia, perché non tentare, perché non
sperimentare, un Leonardo potrà sempre nascere. Dico una cosa scontata: il grande artista
non nasce come un fungo, sono gli altri, i mediocri che gli danno sempre una mano
"santa" e quella afferra il genio, allora che genio sarebbe? Lideale per
me, relativamente alla poesia visiva, sarebbe mettere insieme un poeta e un pittore
veramente capaci e farli interagire. Qualche volta io lo faccio. A volte riescono cose
molto belle, altre volte meno. Quanto al mercato che sembra essere la costante di questo
questionario mi sono espressa in merito. Oggi a nessuno mancano vestiti, pane e
companatico, perché allora non dedicarsi a fare le cose seriamente? Lasciando da parte il
mercato, il gallerista, ecc
ma rivolgendosi solo ad una élite che è poi quella che
conta. Dobbiamo finirla con la cultura di massa, che per carità deve pure esistere, ma se
facciamo ricerca seria la massa, per motivi di cui sopra, non può recepire. Io vedo da
parte di tanti solo ansia, desiderio di essere citati, accarezzati, vezzeggiati, magari
essere chiamati in TV. Ma questo soddisfa veramente chi lavora sul serio? A quanto pare
adesso son io che faccio le domanda!!!!!!!!!!!
Pictura ut poesis? Poesis ut pictura? Sempre
la parola dipinge e il colore parla quando è vera opera darte. Non comprendo bene
"sublimarla fino a renderla (in molti casi) pura immagine per "potersi" (o
poterla?) vendere meglio? Se è pura immagine non siamo in pittura?

Alberto
Rizzi
1) Credo che mai come in questo particolare
momento storico, chi "produce comunicazione" debba schierarsi; e i fronti sono
molto chiari e lo sono sempre di più. Cè una parte dellumanità impegnata
nellinseguimento di un potere materiale che porta allautodistruzione ed
unaltra che tenta di sopravvivere proponendo lequilibrio fra materiale e
spirituale, comunque si voglia intendere questultimo termine.
Oltretutto, mai come in questo momento
storico sono reperibili tutte le notizie che possono servire per avere le idee chiare,
riguardo a quel che stiamo vivendo: basta unattenta ricerca in rete, o
lacquisto di certi libri (anche se questi ultimi non compaiono certo nelle
classifiche dei più venduti
); ma forse proprio per questo (nulla è più nascosto
di ciò che è sotto gli occhi di tutti?) la confusione impera ovunque: anche fra noi
scrittori.
Ad ogni modo, tutte le volte che ho potuto
parlare o scrivere sulla questione, ho sempre fatto notare come chi scrive portando valori
positivi, sempre meno trovi referenti (a tutti i livelli, sia di potere che di massa)
nella società così come è strutturata: e, di conseguenza, sempre più debba andarseli a
trovare in nicchie esterne, fra i gruppi "antagonisti" in generale.
Lalternativa è in sostanza fra un impegno profondo e per nulla remunerativo
offrendo "conforto" e "vie da seguire" a quelli che si oppongono a
questa società ed un autoreferente girotondo fra buffet ricchi di cocktail e
tartine, fra le quali ben si confondono le ovvietà su cui si basa, appunto, il modello
vincente di società attuale.
Ovvio che gli "ismi" si trovino da
questultima parte, visto che le etichette sono funzionali a tale logica di potere;
eccezion fatta per quanti (vi è qualche caso nellArte Postale, ad esempio) fondano
qualche "ismo" con intenti satirici, posto che ciò ancora serva.
Credo, oltretutto, che sia buona regola
diffidare di chi afferma che, in un certo campo, è "stato detto" o "stato
fatto" tutto: queste espressioni servono soltanto a nascondere la mancanza di idee di
chi le dice, oltre che il suo disimpegno; o, peggio, giustificano il rifugiarsi nel non
fare più nulla: tanto utile a chi vuole mantenere le cose come stanno.
2) Non sono mai stato un ricercatore, nemmeno
in altri campi, come la pittura astratta nella quale esordii. Sono piuttosto un autore che
sfrutta le sperimentazioni altrui.
In un momento come questo, segnato spesso
dalleccesso in un senso o nellaltro, sono per lintegrazione; e spero che
dai miei testi questo traspaia.
Beninteso, non cè nulla di male nel
porsi allavanguardia, credo che sia prima di tutto questione di carattere.
Rimane il fatto che le avanguardie poetiche
sono arrivate dritte allafasia. Se lartista è uno che interpreta la società,
questo va benissimo: perché lattuale società non ha nulla da dire, o quasi, e il
suo rumore che tutto copre maschera questo vuoto. Ma se lartista è uno che
"indica una via da seguire", allora ci sarebbe molto da riflettere, su chi si
presenta come tale.
Ad ogni modo sono convinto anche per
quello che ho scritto allinizio che se si vuole essere utili, ci si debba
imporre una sorta di "ricerca dellequilibrio", che può avere ricette
molto differenti: un contenuto "tradizionale" con costruzioni letterarie
alternative, o viceversa; un equilibrio fra ricerca e tradizione nei due ambiti, il
compositivo ed il contenutistico, che danno vita allo scritto; e forse se ne potrebbero
citare altre.
Diverso il concetto di ricerca dal punto di
vista puramente tecnico, cioè del supporto e/o del mezzo per scrivere: qui la
sperimentazione si impone, in quanto cifra importantissima del fare comunicazione.
Sperimentazione che si è vista peraltro benissimo già da molti anni col computer (ad
esempio) e che va applicata senza indugio a qualunque nuovo mezzo di comunicazione si
affacci sul mercato: penso ad esempio ai telefonini, con SMS ecc.
Alla fin fine, non dobbiamo dimenticare un
fatto fondamentale: qualsiasi comunicazione artistica (in particolare la poesia, visto che
si basa sulle parole, ovvero sul mezzo di comunicazione più usato fra gli umani) deve
essere rivolta a tutti. Ma se pochi poi la capiscono, la responsabilità deve
ricadere in linea di massima su chi non si è messo nella posizione di recepire il
messaggio, non su chi lha diffuso.
3) Non so se sia vero, non ho strumenti in
grado di verificare se "quantitativamente" tenda a prevalere questa forma. Posto
che sia così, è un segno dei tempi, che io potrei leggere come una manifestazione
dinsicurezza: chi scrive, cioè, si fa autoreferenziale per presunta inadeguatezza
nei confronti dellesterno e, dallaltro lato, nella ricerca di un consenso
da parte di quanti sono come lui che lo fortifichi. O perlomeno questo è il
rischio che intravedo in tale scelta.
Se è così, non è un buon segno; perché
come ho detto fin dallinizio chi fa comunicazione artistica dovrebbe
essere prima di tutto un indicatore di vie da percorrere e un sostegno per gli altri: e
chi si dimostra insicuro di se stesso, non può tenere questo ruolo. Diversamente, se la
logica fosse quella di offrire una parte di sé, per indicare al lettore lutilità
del "guardarsi dentro", ciò sarebbe positivo; anche se non sempre, in questo
modo, si arriva al nocciolo del problema: cioè quello di suggerire, se non proprio
indicare, soluzioni.
Rimane il fatto che, in qualsiasi operazione
artistica, si parte sempre dal personale, dalle proprie esperienze dirette, dal proprio
vissuto: ben badando che uno degli indicatori che determinano il salto di qualità fra un
volenteroso dilettantismo e la professionalità, è proprio la capacità di passare dalla
"interiorità consolatoria" al messaggio condivisibile per la crescita di tutti
i potenziali lettori.
4) Ohhh
Qui potrei scrivere, dopo
trentanni di attività, pagine e pagine ricche di date, nomi, circostanze e
aneddoti! Comunque
In sostanza bisogna mettere in chiaro alcune
cose, alle quali in parte ho già almeno accennato:
questa società, basata
sullutile immediato, non ha bisogno dellarte pura; la tollera quando porta,
appunto, un utile sotto forma di denaro, cioè quando può farne mercato;
se è vero che le dittature tendono ad
eliminare fisicamente chi è portatore di dissenso, anche la democrazia(?) rappresentativa
ha un suo stile ben preciso al riguardo: che è il silenzio, il far finta che la
"voce fuori dal coro" non esista; o, se si preferisce, dar spazio solo a quelle
voci che confermano la "positività" dello status quo: secondo
linteressante ragionamento che non dici "quello che vuole la maggioranza della
gente", dunque "ciò che fai è sbagliato", dunque "non merita di
essere diffuso". Ripeto, potrei scrivere pagine e pagine al riguardo
Detto questo, avrete capito che il
sottoscritto si è sempre trovato circondato da un muro di gomma di indifferenza, dove è
stato sempre difficile trovare crepe, attraverso le quali trovare un po di spazio,
di visibilità. Posso anche testimoniare (con prove precise) che non è una questione di
schieramento politico: entrambe le parti nelle quali si divide, grossolanamente, la scena
politica, sono funzionali al modello di potere libero-mercantilista che bene stiamo
imparando a sperimentare sulla nostra pelle. E questo implica che non cè grande
differenza nemmeno fra "pubblico" e "privato": cambiano i metodi di
attuazione, non i contenuti (almeno nella loro generalità); e la vicenda della
destrutturazione della scuola italiana dovrebbe fornire, ad esaminarla bene, molte
conferme a quello che ho appena scritto.
Daltronde vorrei far notare come la
politica sia sempre stata terreno infido, per le arti, anche quando esse ne venivano
portate in palmo di mano: "LEneide" nasce come opera di adulazione e di
servilismo politico che di più non si può; e i Medici (prototipi del mecenatismo
moderno) vanno al potere dopo quella che oggi sarebbe definita senza mezzi termini una
guerra di mafia.
Il problema è che allora vi era la coscienza
di quanto servisse implementare la cultura, anche se magari per secondi fini (perché chi
deteneva il potere era lui per primo anche uomo di cultura) ed il consenso delle masse non
era indispensabile; mentre oggi, con la struttura capitalistica, questo bisogno, nella
classe dirigente è caduto, affidandosi sul consenso di chi colto non è (che può
facilmente venire indotto a credere di contare qualcosa a livello decisionale), anziché
sulla qualità della minoranza che della cultura fa tesoro.
5-6) Ho frequentato pochissimo la poesia
visiva, e più che altro per curiosità; ci sono un paio di mie opere nelle quali
limmagine è fondamentale, ma è pur sempre complementare al testo: tanto da poter
affermare che si tratta più che altro di "poesia illustrata"; poi ce nè
una (Una giornata nella vita, di Ivano De Nisso), nella quale si alternano poesie
lineari e visive, con una netta prevalenza di questultime: ma è stata
leccezione che conferma la regola.
Vero è che, come Artista Postale, molte mie
partecipazioni si possono anche considerare (vista la compresenza di testi, lettere e
immagini) poesie visive.
Così, non mi sento molto "esperto"
sulla questione, per poter esprimere pareri precisi: posso solo tornare a dire che, in
questo periodo di grande confusione in ogni campo, di rimescolamenti se volete, la
contaminazione è norma. E forse non è il caso di perdersi in discussioni se la parte
"scritta" debba pesare di più di quella visuale o viceversa, per stabilire
categorie ed appartenenze.
Certo, un quadro di Picasso, nel quale
appaiono alcuni segni fonetici per pure motivazioni estetiche, non è poesia, rimane
quadro. Però mi sembra (a me che dalla poesia visuale sono alquanto lontano, per
sensibilità) che porsi un problema del genere, porti al rischio di finire col far la
punta agli spilli.
In una
società che sempre più va verso il meticciato, le contaminazioni dovrebbero essere
lultima preoccupazione.
Risvolti
- Schede
(letture e riletture
critiche, ma non recensorie, che riguardano volumi, letterati, artisti, mostre, integrate
- nel caso - da lettere significative e di qualche interesse letterario inviate dai nostri
lettori)
Maria Arfè
A
Gloria
Erede di un tempo infinito, dove il mondo
diviene fabula, lartista iscrive nei suoi testi lincanto dellistante e i
circoli del divenire. Magia che circoscrive la dimensione fortuita e il suo ritorno:
oscillazione che permette, come spesso accade un corto circuito fra tendenza regressiva e
proiezioni avveniristiche.
In questo non-luogo o isola atemporale,
respira larte di Gloria Pastore. Il suo lavoro è caratterizzato
dallintenzione di dar vita ad immagini cariche di significato e, al contempo, ricche
di associazioni sensoriali. La ricerca sfocia in una complessa alfabetizzazione il cui
centro è costituito dalla compresenza di diverse realtà.
Da un magma di materia mnemonica si genera un
linguaggio intessuto di immagini non riducibili a puri momenti descrittivi. È un
linguaggio che allude alla tensione di stati esistenziali, che stacca frammenti di ricordo
per fame un tessuto vivo, connettivo di passato e presente senza tuttavia perdere il
"sentimento" del centro nel suo duplice significato: principio del tutto e
appartenenza al proprio luogo di nascita. Esperienza che cerca, nello stretto legame tra
lavoro manuale ed elaborazione concettuale, il proprio fondamento a la propria identità.
Unimmersione profonda che consente al lavoro di indicare, nel movimento del
divenire, la propria significazione vera.
Lartista, in una sua recente mostra, ci
indica, come lautonomia del singolo elemento, che è già unopera in sé a
tutti gli effetti, si accresce e dilata il proprio senso comunicativo nella pluralità
delle presenze, in una sorta di interazione tra diverse etnie. Le immagini, le sculture
metonimiche, i disegni classicheggianti, gli oggetti che occhieggiano come sinestesie del
corpo sociale, o come icone dellimmaginario collettivo, non sostituiscono la
realtà, ma la ironizzano.
Le apparizioni sono totalmente artificiali,
non vogliono e non competono con la realtà; non la richiamano, sono simiglianti, sono
presenti, ma non pretendono di entrare in sistemi di riferimento.
Spezzata via la scansione del tempo che
irrompe senza cronologie, anche il referente scompare. Attraverso gli artifici del
riprodurre, loriginale annega, svanisce nellimpressione. Un processo, questo,
di costruzione dellopera come narrazione del celato, dellinvisibile e che al
tempo stesso produce trasparenza, levità e lo slittamento in un altrove spaziale degli
oggetti. Su tutto sembra aleggiare una componente giocosa unita alla volontà di digitare
il mondo affinché vi interagisca lalta comunicazione del pensiero.
Dal profondo lartista risale alla
superficie e dilaga nello spazio senza perdere il centro. Doppio registro, dunque, che
rende il gioco più ambiguo ed affascinante.

Domenico Cara
ORONZO
LIUZZI: etica del nuovo epigramma
Lélan comico svolge, nellarea del consumo poetico-visuale di
questo genere di poesia, uno slancio assai attiguo allimmagine (e al senso)
dellepigramma. Ci sono nei testi, anzi nelliconografia, istanze in parte
combuste, in parte costruite su una morfologia in versi e quasi in anti-versi, elementi di
assenza esplicita ed implicita allinsieme sofferente, bende geometriche per la
salute del ductus e della visione. Contano molto i gorghi in cui la parola si annuncia
clamorosa con un maiuscoletto, alcune volte concepito in grassetto tipografico, le
parentesi e i punti che diffondono ciò che ancora non è stato scritto, i seni verticali,
luso sia pur rarefatto di un codice informatico, teso ed espresso per osservare
lironia che Oronzo Liuzzi comunica alla medesima
libertà di una scrittura che inizia la sua pronuncia come divertissement non
convenzionale, contratto, scomposto. Inoltre il clima del dialogo prospetta un possibile
theatrum di voci e di icone referenziali. Nel flusso degli interrogativi e delle sequenze
vocali, ed in altri fermenti grafici, si addiziona la verve contestativa, su ciò che si
ascolta nel mondo comune come discorso mozzo, citazione duplicata, commento del vivere e
morire, di un po opaco e un po drammatico (e, ovviamente, parodico). Così la
poesia civile si rappresenta, non soltanto sfiorata dalla diversificazione canonica ma
opposta al suo abituale gradimento (e maniera). Tutti i ritagli della parola sono ripresi
dalleco o dai suoi tic strategici, per essere ricomposti in una globale combine che
tesse una ragione di essere, tra azioni e sensi che la sostituiscono, in formulazione
multimediale, in accorto collage interlocutivo e per movimenti informali, non aggiogati
allinteriorità o a logica psichica. Nella stessa simulazione (di reato) la
funzionalità comunicativa è attiva, reagisce per farsi riorganizzata, severa,
linguisticamente fiabesca; si alza verso un suo cielo, in un en plan air elegante se non
maestoso o manifestato per la protesta. Gli stessi deragliamenti illuminano su un cosmo
epigrammatico, in più punti allusivo, in un dire alfabetizzato e diverso, le cose della
quotidianità, le cronache-eventi attuali, come didascalie tese, raccontate per balbettii
e per dubbio fòmite sullo spessore di lessici dei nostri anni, in una struttura stanca
che qui diventa oasi alquanto falsata, campo minato e mimetico dellespressione
adottata e finto-elitaria:«... ricordati che siamo testimoni/ di un mondo fortemente/
frantumato,/ e,/ fatto,/di,/ pregiudizi,/ intolleranze,/ di,/ separatismi,/ di,...»
(p.10, CHAT_VOCE_ICONA). Le diverse cifre del tema CHAT vivono in simbiosi con la serie di
riflessioni a impatto umano, che di tanto in tanto, sulla pagina, risucchia
larmamento e laggiornamento iconografico delle poesie che rimettono in
questione casi e fantasmi dellinfermità mediatica, dello stesso diario morfologico
di Liuzzi, il cui punto di partenza potrebbe essere corpus di una modalità
post-sperimentale. In effetti si carica di significati etici e civili, di situazioni
conflittuali brucianti, che accrescono il dissidio non il gioco della dissoluzione del
dire e del non dire o londata monca della definizione imprecisa o a cognizione
elettronica. Lesteriorità vezzosa resta nel percorso riflessivo in
inquieto equilibrio fra il dettato amaro delle contingenze e la pigiata solfa (e sigla) di
provocazioni, di trasgressioni grammaticali aperte. E questo è un dono di una ricerca
emotiva e socio-culturale prepotente (strategie durto, ritmi necessari, lenti,
ipotizzazioni espunte da topoi risaputi, in cruda verticalità), invasa peraltro da non
tenui ricordi, legami turbinosi con la memoria, e una molteplicità raggiunta per intarsi
scritti al computer. Poesia nuda, quindi, operativa, dialettica, ostentatamente
allegorica, che balza dalle deviazioni delle illusionistiche teorie dellidillio, non
per avere lo stesso nome, ma per le metamorfiche sorprese in cui lintero frammento
si estende come un amore incerto e la temeraria vita.

Antonino Contiliano
Una scuola di "geometria etica" per
i titolari dell'ordine neoliberista e imperiale
"Aristotele
e i fondamenti assiomatici della geometria" di Imre Toth
Nessun matematico può
essere un vero
matematico, se non è un
po poeta
Karl Weierstrass
Eravamo abituati a pensare che la nascita, il
dibattito e lassiomatizzazione delle geometrie non-euclidee e dellaritmetica
fossero soprattutto prodotti del XIX e XX secolo. Imre Toth, però, dietro
unaccurata rilettura e interpretazione del corpus delle opere aristoteliche e
delle opere dello stesso Platone, testimonia che il pensiero greco aveva già posto e
discusso, in un appassionato dibattito, il problema dellassiomatizzazione (euclidea
o non-euclidea) della geometria e dellaritmetica (pitagorica o non-pitagorica,
eudossiana) come epistemologia filosofica della razionalità scientifico-matematica; e che
il dibattito sullassiomatizzazione della razionalità geometrica (in questo
intervento è il solo che tocchiamo, rimandano il lettore, per il "pitagorico" e
il "non-pitagorico", direttamente allexcursus di Toth) come
indicato nelle stesse opere di Platone e di Aristotele avviene attraverso una
scelta singolare e originale: quella etica o del soggetto libero che, senza costrizione
alcuna, sceglie e decide tra larché geometrica euclidea e/o non-euclidea.
Lalternativa è come conseguenza dellunicità o meno della verità del
postulato V delle parallele di Euclide tra la somma degli angoli di un triangolo
uguale a due retti o non uguale a due retti, per cui nello «spazio etico di Aristotele,
si può dire che la geometria risulta una geometria more ethico constructa» (p.
137), in quanto essa richiede un atto di "deliberazione" tra due opposti
egualmente evidenti, razionali e indecisi. Ciò che accomuna (anticipando linverso
di Spinoza dellEtica come ordine geometrico demostranda) il sapere e
la praxis delletico e del geometrico, per Aristotele, dunque, è la libertà
di scegliere tra due ipotesi egualmente razionali e prive di contraddizioni.
Nellalternativa, teoreticamente indecidibile, lopposizione "euclideo-non
euclideo", infatti, non costituisce né un necessario (leuclideo), né un
impossibile (il non-euclideo). «Quello che hanno in comune letico e il geometrico,
e che permette, anzi impone con costrizione, di paragonarli luno a laltro, è
la libertà, che in ambedue gli ambiti costituisce la fonte, la condizione
necessaria e sufficiente, della scelta delle archai specifiche nei rispettivi ambiti.
[
] Inizio e origine dellazione geometrica sono, evidentemente, le archai.
Di fronte al soggetto della geometria, sta quindi a priori, per necessità, una
coppia biforcata di asserti fra loro opposti. Essi formano unalternativa indecisa e
teoreticamente indecidibile. Altrimenti, non si prenderebbe nella più lontana
considerazione di far sostenere ad una simile alternativa, sul palcoscenico
delletica, il ruolo principale di modello della libera scelta e decisione del
soggetto. Lesempio di alternativa aperta citato da Aristotele, qui come in altri
passi a proposito, è costituito dallopposizione di due proposizioni, delle quali
luna affermi che "la somma degli angoli del triangolo è uguale a due angoli
retti", e laltra che "la somma degli angoli del triangolo non è uguale a
due angoli retti". Diventano, rispettivamente, arché di unulteriore
azione geometrica, solo dopo che il soggetto abbia compiuto una scelta e abbia deciso di
accettare luna, e rifiutare laltra. Il soggetto non è, ovviamente, sottoposto
a nessunissima costrizione morale, che gli imponga di scegliere luna, e di rifiutare
laltra, e leventuale costrizione dellempiria non viene presa da
Aristotele in alcuna considerazione, neanche nella Grande Etica o nellEtica
Eudemia, come forza corruttrice del giudizio» (p. 135).
Tra Platone e Aristotele, a questo punto,
però bisogna dire che vige una differenza: la scelta etica di Aristotele, diversamente da
quella platonica, non lega la scelta della verità geometrica a quella che discrimina il
"bene" dal "male" e alla preesistenza metafisica di idee sostanziali
degli stessi, ma ne fa una scelta sulla base delleguale indipendenza logica e
ontologica. Nello specifico, la scelta riguarda lunicità della verità del
postulato/assioma V di Euclide (due rette tagliate da una terza, se formano angoli alterni
interni uguali a due retti, allora non sintersecano e sono parallele) o della
possibilità, egualmente razionale e non contraddittoria, di altri due valori: angoli
ottusi o acuti.
Loriginalità dello Stagirita è
nellaver posto, infatti, la questione allinterno, soprattutto, delle sue opere
di etica Etica Eudemia, Etica Nichomachea, Grande Etica , oltre che
negli Analitici primi e secondi e nella Metafisica, facendone la
scelta di un soggetto libero che, di fronte ad una assenza di contraddizioni logiche sia
di tipo euclideo che non euclideo, al riparo delle emozioni e dei sentimenti di piacere o
dispiacere, deve decidere e scegliere fra le alternative poste: triangoli con angoli
retti, ottusi, acuti.
Lopera in cui Imre Toth documenta e
sostiene, cucendo i vari frammenti e rimandi alla luce anche delle acquisizioni degli
studiosi del XIX e XX secolo, è Aristotele e i fondamenti assiomatici della geometria.
Prolegomeni alla comprensione dei frammenti non-euclidei nel "Corpus
Aristotelicun" (Vita e Pensiero, Milano, 1997-1998). Essa porta
lintroduzione di Giovanni Reale che, sintetizzando lo schema tematico e procedurale
del lavoro di Toth, ha cura però di sottolineare il nesso ineludibile che lega teoria e
prassi insieme alle conseguenze che ne derivano: «Nel capitolo sulla libertà dellEtica
Eudemia, dove Aristotele definisce luomo come lunico essere libero di
scegliere tra il bene e il male, lunico esempio che egli porta non è un esempio
etico-politico: fare la guerra o fare la pace, contrarre matrimonio o no, pagare e o non
pagare. "Per illustrare più intuitivamente egli dice testualmente è
bene fare ricorso ad un parallelo preso dal campo geometrico". E il suo esempio è
lopposizione: somma degli angoli interni di un triangolo uguale a due retti contro
la somma degli stessi angoli non uguali a due retti, supponendo un atto iniziale, come arché,
una scelta preferenziale, una decisione fra due alternative, come se fosse un campo della praxis.
Se larché è "la somma interna degli angoli di un triangolo è uguale a
due retti" vi sono alcune conseguenze, ma se larché è "la somma
interna degli angoli di un triangolo non è uguale a due retti" ve ne sono altre»
(p. 19).
Conseguenze, come è visibile, egualmente
coerenti; esse sono, infatti, effetti di assiomi logicamente indipendenti e,
teoreticamente, egualmente indecidibili perché indimostrabili e inconfutabili; e, però,
sono altrettanto veri come valore di verità assegnato. E lassegnazione non è
derivabile dalla sillogistica delle proposizioni ma dalla capacità del soggetto di
decidere quale modello privilegiare e agire liberamente nel mondo isomorfo degli oggetti
costruitivi, e senza la cui decisione non ci sarebbe nessuno soggetto che transiterebbe le
possibilità verso il reale ontologico. «La geometria euclidea nasce però se e solo se
si decide ciò che di per sé è indecidibile, e di assegnare alla proposizione E il
valore logico di verità. Questa geometria viene fondata con la seguente figura del modus
ponens:
1. E è vera; e indipendentemente dalla
verità di E
2. È vero che dalla proposizione E seguono
proposizioni a loro volta euclidee.
3. Dunque, le proposizioni euclidee sono
vere.
Parallelamente allassegnazione della
verità alla proposizione E, luniverso euclideo abbandona la condizione modale della
possibilità e viene innalzato allo stato ontico dellessere attuale» (p. 583).
La decisione è il risultato di una scelta
preferenziale etico-politica (e in assenza di costrizione) del soggetto, e
Aristotele la tratta con un esempio geometrico lalternativa fra un
triangolo euclideo (somma degli angoli uguale a due retti) e un triangolo non-euclideo
(somma degli angoli non uguale a due retti: maggiore e o minore) piuttosto che con
esempi tratti dalla vita morale, sociale e politica che renderebbero piuttosto
problematica loggettività delle posizioni "razionali", anche se questo
non può escludere a priori le relazioni che il razionale intrattiene con istanze altre e
logiche diverse. Lalternativa fra triangolo euclideo e non-euclideo è però
«chiaramente a priori indecisa. Altrimenti non potrebbe essere introdotta come esempio, e
tanto meno come unico esempio, per illustrare la scelta preferenziale, o più
precisamente, la libertà del soggetto» (p. 584).
Il soggetto teoretico, così, vista
lindecidibilità, lindimostrabilità, linconfutabilità, il permanere
della coerenza interna ad ogni ipotesi e la loro stessa indipendenza logica, non può
decidere se un teorema non sopperisce e colma la lacuna di giudicare
"falsa" la geometria non-euclidea solo perché, ideologicamente, creduta
"male" metafisico e morale. Tuttal più, sfruttando un ossimoro,
Aristotele dice Analitici secondi (p. 338) che il "falso"
della nuova ipotesi geometrica potrebbe essere etichettato come "geometria
non-geometrica"; perché in questa maniera si eviterebbe, infatti, di confondere i
piani e di trattare lopposizione logica far le geometrie a confronto che
ricorrono a fondamenti diversi come se si trattasse di un conflitto tra il bene e
il male.
Platone, dal canto suo, però, nel tentativo
di far uscire il fondamento della matematica dallimmanenza e dalla coerenza (Cratilo)
del linguaggio e dalla corrispondenza biunivoco-reversibile tra proposizioni e oggetti
matematici, in difesa dellunicità dellessere parmenideo, affronta la stessa
questione scartando la geometria non-euclidea perché "male"; essa è opera di
un "demiurgo" malefico che vuole sviare le anime dallunica verità della
geometria euclidea. In Platone le decisioni teoretiche sembrano sottostare a precise prese
di posizioni che rispecchiano la morale corrente e dominante; una morale che il filosofo,
non sempre indubitabilmente convincente, difende contro le stesse ragioni che la mettono
in discussione. «Nel Cratilo, Platone attribuisce proprio a un demiurgo malvagio
il compito di porre unipotesi falsa a fondamento di una dimostrazione
geometrica. Ma nella sua discussione della geometria non-geometrica, Aristotele non fa
nessun uso di un demiurgo, come del resto in ogni luogo dei suoi scritti. Di certo gli
risultavano profondamente ripugnanti non solo le Idee, ma anche la mitologia di
Platone, tanto colma di umor nero. Però, come abbiamo già accennato, in Aristotele manca
qualsiasi assegnazione esplicita del valore logico falso alla proposizione che
afferma lincidenza di parallele; ed egli si limita a qualificare questa
proposizione, e altre simili, con lintelligente ossimoro di geometria
non-geometrica, assegnando loro esplicitamente il predicato etico del male. Nel Cratilo,
invece, il predicato etico del male viene associato in modo esplicito e senza indugio al
valore logico del falso» (pp. 338-39).
Il problema, quasi a sottolineare, con
insistenza, malgrado la differenza di posizione fra le due grandi scuole, che non ci fosse
questione teoretica che non avesse i suoi risvolti pratici, etico-politici, da Platone, è
affrontato anche in altre opere, quali, per esempio, Teeteto, Lettera VII, Repubblica.
E ciò perché il problema verità della geometria euclidea e/o rigetto di quella
non-euclidea comportava sempre una scelta etica (non teoretica) da parte del
soggetto cognitivo; dal momento che il postulato V delle parallele di Euclide (rette che
non si incontrano perché attraversate da una perpendicolare che forma solo angoli retti)
era altrettanto indimostrabile e inconfutabile teoreticamente quanto quello delle
parallele che si incontrano (ipotesi dellesistenza di angoli ottusi), la decisione
preferenziale, infatti, non poteva appartenere che alla libera scelta del soggetto e
secondo motivazioni non necessariamente in contraddizione fra loro.
Di fronte allindecidibilità logica
della verità degli assiomi e alla loro intrinseca coerenza logica, il soggetto (non
corruttibile, come qualifica Aristotele, da questioni psicologiche ed empiriche), per lo
Stagirita, non può decidere che affidandosi ad una scelta libera (libero
arbitrio o deliberazione) quanto razionalmente inconfutabile fra due alternative che si
escludono per genesi assiomatica diversa, ma altrettanto coerenti sul piano delle
assunzioni e delle rispettive induzioni logiche.
Chiudendo questa breve presentazione e
lettura del testo di Toth, nellattuale momento storico omologante
sullappiattimento del modello del pensiero unico occidentale-americano e sfruttante
limbonimento e limposizione della scelta tra bene (la civiltà occidentale e
nordamericana) contro il male (la civiltà non-occidentale o mussulmana) , e senza
ignorare o meno la questione della temporalità o a-cronicità della logica e della logica
matematica, ci sembra opportuno porre a contro-esempio le argomentazioni e le scelte della
scuola aristotelica. «Lanatomia delluomo [...] chiave per capire
lanatomia della scimmia» (K. Marx), così è pure chiave per afferrare le
deformazioni operanti dei signori della globalizzazione neoliberista mistificante,
violenta, oppressiva e guerrafondaia per scelta e vocazione. Il nuovo ordine
"imperiale" dellorganizzazione global-neoliberista del capitalismo e i
suoi "maestri" di guerra e manipolazione delirante dovrebbero andare a scuola
presso la filosofia e la prassi etico-politica suggerita da Aristotele, esempio
paradigmatico di un pensiero e di unazione che, prima di tutto, salvaguarda la
libertà del soggetto singolo o collettivo come atto di deliberazione tra alternative
razionali piuttosto che ideologiche; alternative che, per il fatto che si oppongono per
indipendenza logica di modello, non per questo, infatti, sono da porre e proporre come
lotta del bene contro il male, e come obbligo e dovere del "bene" di sconfiggere
il "male". I modelli di un soggetto possono essere bollati di falso, ma non per
questo lopposto è necessariamente il bene, il vero e il solo titolare indiscusso e
indiscutibile che si arroga il potere e il diritto di disporre della vita e della morte
secondo la logica dellaut aut: se non sei con me, sei contro di me
Dopo tutto Cratilo stesso evidenziava
che la presenza della stessa coerenza interna a un linguaggio e al suo un mondo non
significava sua condizione sufficiente né di verità, né di esistenza e diritto
esclusivo al dominio incontrastato.

Giorgio Moio
Di
alcuni volumi usciti di recente
Un sentimentale ed intimo ricordo di René
Maria Rilke si dispiega in Aprile. Memorie su Rilke di Lou Andreas Salomé (Via del
Vento Ed., Pistoia, 2003), amica del poeta. E si dispiega come una lunga lettera del
ricordo, scritta dopo la morte del poeta, dove, oltre che lintenso trentennio di
unione e damore che i due hanno vissuto (si conobbero nel 1897 a Monaco,
intrecciando una relazione amorosa che durò per tutta la vita), emerge la figura del
Rilke sentimentale, la sua potenza interiore rivolta a Dio: unurgenza che «si
scioglie infine in inno, in preghiera» (p. 9). Oltre alle cose che i due avevano in
comune, si fa la conoscenza col primo Rilke (Rainer, come lo ribattezzò Salomé), con una
poesia ancora in costruzione, non ancora in possesso di quel valore artistico e forza
umana che ne faranno un grande poeta. Ma anche del viaggio nella natale Russia di Salomé,
che, secondo quando ci descrive lautrice, fu la svolta come poeta di Rilke, sia pure
di una poesia ancora da limare, e dello «sforzo per raggiungere, in qualunque cosa o
circostanza, la dimensione mitica, mistica, cercata in modo simile ad un tentativo di
anestesia, per far scivolare via i dolori e le angosce» (pp. 10-11):
... Gli anni successivi tu li chiamasti a
ragione "il nostro soggiorno in Russia" anche se in effetti non
lavevamo ancora fatto. E, guardando adesso indietro, proprio questa circostanza mi
pare qualcosa dincantevole. Infatti proprio in questo modo potemmo approfondire
sotto tutti gli aspetti quello che noi chiamavamo Russia: soprattutto attraverso uno
studio puntuale ed una paziente preparazione, sui quali si stagliava unattesa,
temporalmente ancora incerta e indefinita, che doveva sfociare solo alla fine nella
conoscenza diretta e nella vita personale. Comunque era già come se stringessimo in mano
ogni cosa, col suo corpo; qualcosa già urgeva prepotente allinterno della tua
poesia, anche se allinizio ancora privo di consapevolezza; tutto questo ci preparò
a provare finalmente sotto il cielo russo il presagito simbolismo arrivato come
dono. (pp. 8-9).
In un altro volumetto, sempre edito dalle
Edizioni Via del Vento (2003), dal titolo Langelo e altre poesie, che
raccoglie alcuni testi di Rilke, il traduttore e curato del volumetto, Roberto Carifi, ci
dice nella Nota al testo che "Rilke si è assunto il compito poetico di amare
e di disperare, di svuotarsi per consentire alle cose di essere nel cuore della parola,
per preservarle con il suo affetto. Anche per questo ogni amata è già perduta
"im Voraus", è gia perduta prima del tempo, è anzi colei che non è mai
venuta. Non solo perché gli amanti sono destinati a perdersi, motivo peraltro non
secondario nellopera rilkiana, ma soprattutto perché la passione poetica ha
decisamente il primato su tutto, ed il poeta che ha scelto di essere "puro e
cieco strumento" non può che trasformare il suo cuore in una torre e solitario
abitarne la cima. In una lettera a Lou Salomè del 28 dicembre 1911 Rilke scriveva: «Cara
Lou, le cose sono messe male per me, quando aspetto qualcuno, ho bisogno di qualcuno,
cerco qualcuno: ciò mi spinge ancor più nel torbido e nella colpa; perché quel qualcuno
non può sapere quanto poco in fondo io mi curi di lui, e di quali indifferenze io sia
capace". Non si pensi a una manifestazione di volgare egoismo, si tratta in realtà
dellopposto. Rilke ha incarnato come pochi [...] la condizione del poeta chiamato a
dire, a nominare, a farsi eco interiore del mondo, quasi a salvarlo e a renderlo eterno
custodendolo nella propria anima» (p. 28). Anche in questo Aprile. Memorie su Rilke
emerge il poeta chiamato a dire, a farsi eco interiore del mondo, un tormento esistenziale
che attanagliava Rilke, quasi leopardianamente, una tragicità umana con la coscienza di
essere una piccola entità del cosmo, affetta da crisi dangosia e prostrazione
fisica, da solitudine e disperazione di non riuscire ad «afferrare il sogno
dellelemento più indicibile, e di celebrarlo» (p. 16), dilaniata dallo sforzo di
comprendere gli uomini, senza riuscirci («Per sempre sono fedele ai ricordi; agli
uomini non lo sarò mai», p. 18):
... Simili pericoli apparivano nel momento in
cui non ti riusciva la residuale formazione artistica di unimpressione: non
subentravano disincanto, autorimprovero, delusione come per la media delle persone
normali, ma esplodevano in te sentimenti che si tramutavano in una mostruosa, enorme
inquietudine - come se fossi stato preda di una costrizione dalla quale dovevi lasciarti
sopraffare fino in fondo, esattamente come avveniva, in modo speculare, nel caso di uno
sforzo produttivo felice. Tu la chiamavi la tua produttività sviata dallangoscia,
ed era come un surrogato disperante della volontà di creazione che ti era sfuggita di
mano. (p. 14)
Una problematica che lo indusse a lodare
poeticamente il mondo, caparbiamente a scrutare dentro lanima, «nella quale ogni
cosa giace priva di pretese di tempo e in quiete perfetta» (p. 16), dove citando
ancora dalla Nota di Carifi «la poesia, la morte e il silenzio divengono
una cosa sola» (p. 29), una trilogia dellindicibile che è stata la sua fortunata
intuizione di poeta.
*
Dopo il fallimento della poesia, la poesia è lunico
"rimedio". Sembra dirci essenzialmente questo Le asine di Saul di Tiziano
Salari. Più dettagliatamente, nonostante la limitatezza delle pagine (ma poi
perché un libro ben argomentato e ben fatto deve per forza essere una specie di toma?) e
la disposizione "simpatica" in estratti (dando lidea della precarietà
anche del pensiero. Leggiamo, poi, nella Nota posta alla fine del volume, che gli
estratti, qui proposti con titoli, altro non è che unintroduzione a «una più
ampia ricerca che porta il titolo Poesia e senso dellessere. Escursione non
convenzionale nella poesia italiana del Novecento, secondo un criterio di lettura
innovativo» (p. 61), si traccia in esso a nostro modesto modo di vedere un
percorso filosofico-letterario della modernità e della contemporaneità, nel segno di
Leopardi e contro lintuizione tutta gonfiata di quel pallone gonfiato del Croce e di
tutta quella critica asservita. Leggiamo volentieri che si rivaluta tutta quella scuola di
pensiero dei vari Conti, Rensi, Tilgher; che Leopardi non va considerato come poeta
idillico dalla "vita strozzata"; che (finalmente qualcuno che la pensa come me!)
il male della poesia italiana del Novecento, almeno di quella parte che si è bagnata per
decenni nel fiumicello dellermetismo e/o assoggettata ad una poetica della
regolarità e della sicurezza anacronistiche (mentre nel resto dellEuropa si dava
corpo ad una "poesia caotica") lo si deve a Le occasioni di Montale, Il
sentimento del tempo di Ungaretti e Parole di Saba, con la complicità del
devastante crocianesimo quale immagine compiaciuta della provincia, impedendo ogni
infrazione mentale, riducendo a irrazionalisti i poeti "dinamici" (che hanno poi
tracciato la via della Poesia) e, appunto, il grande Leopardi a poeta idillico. Cè
voluta poi tutta la forza di quella poesia che considera il fare poetico come
interrogazione dellessere per aprire nuovi spazi alla poesia, relegando il Croce e
compagni a poveri provinciali. O per limitare i danni, p. es., luso di un linguaggio
"minore" e contingente, lontano dai centri di potere, da una visione pietistica
e addolcita della realtà, in contrapposizione al Grande Stile, al populismo (o
neorealismo). In più, tutto Le asine di Saul, dallinizio alla fine, verte
sul fatto che il critico moderno italiano, sia esso critico di professione o
critico-poeta, si è sempre distaccato dalla vita, facendoci comprendere la sua verità,
senza interessarsi secondo Salari di individuare una poesia come ricerca
della verità: «In genere, i poeti italiani hanno sviluppato lelzeviro dove hanno
raggiunto anche brillanti risultati, come Montale o il Pasolini di Descrizione di
descrizioni, ma è mancata ai critici professionisti, per i quali il lato
specialistico del discorso ha teso a sopraffare quello della Ricerca di Verità, che pulsa
nelle pagine della grande saggistica europea da Benjamin a Lukas, da Benn a Thomas Mann,
da Simmel a Heidegger, da Dilthey ad Adorno, senza distinzione di specialismi filosofici o
letterari» (pp. 48-49). Questo volume non deve essere interpretato come lo sfogo di un
intellettuale contro una certa critica di mestiere. È anche uno sfogo, sia ben chiaro,
uno sfogo argomentato e pungente su larga scala (Salari spara a raffica, certo, sulla
scarsità della cultura italiana, che ammicca ancora allarcadia), ma è soprattutto
unanalisi accurata che non riconosce il ritorno allintuizione e sensibilità
poetiche crociane o alle pascoliane "piccole cose quotidiane", a discapito di
una poesia basata sul concetto di contraddizione. E concludiamo questo breve scritto
sullanalisi filosofica del linguaggio poetico alla ricerca della vita-verità,
presente in questo interessante volume di Salari, con
una chiosa tratta dal capitoletto La critica ermetica: «LItalia è da tempo
immemorabile la patria del Realismo e del cinismo intellettuale, quale specchio del
realismo e del cinismo di un popolo. Non ci sono stati, dopo il Medioevo, costruttori di
cattedrali. Il grande romanzo moderno, la filosofia e la musica e la pittura, nelle loro
più alte manifestazioni, sono nate altrove. Anche a livello poetico (canonico) si è
sempre teso a fissare il limite, a recintare il perimetro di Arcadia, a farlo diventare un
boschetto di delicate sensibilità, tenendone al di fuori rotture ed eccessi. Anzi della
poesia è stata esclusa [
] la domanda sul senso dellessere» (p. 41). Di
conseguenza si è operato «di più alla fossilizzazione di un canone che
allapertura conoscitiva, alla recinzione di un codice piuttosto che al superamento
dello specifico letterario» (p. 62), con la società spettacolo a farla da padrone, con
conseguenze a di poco disastrose che ancora oggi, in questo inizio di nuovo millennio,
siamo costretti a fare i conti.
*
Contro le conseguenze a dir poco disastrose di certa poesia e della
politica di partito, ormai sullorlo del fallimento, si schiera anche il secondo Almanacco
Odradek di scritture antagoniste (Odradek Edizioni, Roma, 2004), a cura di Mario Lunetta, Francesco Muzzioli e Sandro Sproccati. Il punto centrale di questo Almanacco, dove sembra convergano i
tre saggi introduttivi dei curatori (con un unico titolo in comume, Il disordine del
discorso), è la ricerca del valore-uomo, una posizione antagonista contro il
ripristino del dominio di pochi potenti a discapito di molti, contro tutto ciò che si è
cercato di modificare, in questi ultimi anni, per preparare una classe di nuovi
capitalisti reazionari, senza scrupoli e senza bandiera che non sia quella del denaro. Per
esempio prendiamo la guerra in Iraq di questi ultimi mesi, che si può, in primis,
definire una nuova colonizzazione. Credete davvero che centri il terrorismo come
minaccia globale del mondo? Che agli americani interessava stanare il terrorismo e di
conseguenza destituire Saddam Hussein per fare un piacere umanitario agli irakeni? Non
dimentichiamo che lIraq è il primo produttore di petrolio, e sappiamo quanto conti
oggi il petrolio e la sua monopolizzazione. Lattacco alle torri gemelle è stato un
attacco allarroganza degli americani, alla loro prepotenza, un ammonito del mondo
arabo ormai stufo di vedersi sfruttare dalloccidente senza che questi avesse pensato
minimamente di risolvere lannosa questione dellintifada.
La conseguenza di ciò, come afferma Muzzioli,
a proposito del valore-uomo, nella macchina produttiva, è che luomo è buono solo a
far da terminale al consumo. Dove solo con la "finzione", cioè col mutarsi in
personaggi il più "finti" possibile, si ha la convinzione di sentirsi
pienamente esistenti, «mentre chi non è dentro una "storia" non esiste
affatto» (p. 11). Ovviamente in questo clima il personaggio-uomo è diventato
personaggio-merce. E valga ancora la citazione di Giacomo Debenedetti: «È dunque già
cominciata, per il personaggio-uomo, una vita grama: lo si trova intatto solo nel punto in
cui il circolo chiude il circolo e linizio coincide con la fine. Egli appare, gli
viene imposto un nome e uno stato civile, poi si dissolve in una miriade di corpuscoli che
lo fanno sloggiare dalla ribalta, è richiamato solo nel momento in cui serve a incollare
i suoi minutissimi cocci» (da Il personaggio uomo, Il Saggiatore, Milano, 1970, p.
21).
Con la scomparsa delluomo come uomo, sul piano del linguaggio, delle
proposte editoriali, le cose non stanno di certo meglio. Ancora, con laiuto di Muzzioli, possiamo dire che il lettore-consumatore, visto «come la peggiore
creatura che esista, ignorante, rozzo, un po frustrato, emotivamente labile, affatto
ingenuo, mezzo addormentato da aver bisogno di sensazioni forti, lunatico [
],
sebbene però sempre pronto a commuoversi come si deve, perché dotato di unanima,
perbacco
[
] dovrebbe offendersi di essere così concepito e previsto, nel
mercato-letteratura» (p. 12). Ecco, questo Almanacco, il secondo di una lunga
serie si spera si propone proprio questo: sucitare nel lettore
unoffesa che lo svegli dal sonno e acquisisca quella dignità di lettore capace di
saper e poter scegliere con la propria testa; demolire le abitudini consolidate, aprirsi
allavventura della scrittura, del segno multiplo dove il lettore è costretto
per il suo bene, proprio in funzione di quellauspicato risveglio di pocanzi,
di quel farsi culturalmente furbo ad indagare, a percorrere più direzioni di »una
scrittura letteraria dotata di qualche legittimo senso (e di nessun valore) nella
vacuità della koiné paratelevisiva in cui siamo immersi [con la quale è
obbigato] [
] a misurarsi se vuole conservare un minimo di intelligenza delle
cose e dei fantasmi, e un minimo di decenza. Che è poi ciò che ancora e di nuovo
ci piace definire con laggettivo antagonista» (M. Lunetta, p. 11).
Il confronto che qui i testi vogliono esprimere, a partire dal ripristino
dellavanguardia contro il razzismo »di ritorno, carri armati, raffiche di mitra
sugli inermi, nuovo colonialismo sfrontato e vigliacco, soppressione dei più deboli,
prospettiva di genocidio» (S. Sproccati, p. 7), è un
parlare «ad alta voce, come Majakovskij esigeva dovesse fare qualsiasi artista
degno di dirsi tale» (ibidem, p. 8). Speriamo che il messaggio arrivi a destinazione e
che luomo riprenda il proprio cammino di uomo, libero di poter scegliere, di
ritrovarsi in questa selva oscura.

Giuseppe
Panella
Viandanti
della rivoluzione
A
proposito di "Compagni di strada caminando"
"To think I did all
that;
And may I say - not in a
shy way,
"No, oh no not me,
I did it my way"
Frank Sinatra
Compagni di strada caminando (edito a Quarto-Napoli dalle Edizioni
Riccardi nel 2003) è un libro singolare; singolare proprio perché plurale. Senza
citazione di autori manifesti che risultano soltanto vari (ma scritto, in realtà, da
almeno quarantuno poeti che lo dichiarano nella quarta di copertina senza suddividersi
versi e strofe, oneri e onori, parole e suoni, voci e riflessi), senza differenza di
contenuto all'interno tra parole e immagini, con ampia diversità di caratteri e di
impostazioni grafiche, con ampia libertà grafematica e fonetica, connotato da
unampia riarticolazione-disarticolazione dei contenuti ideologici e politici che
mostra nel corso del suo sdipanarsi, senza inizio e senza fine, questo libro coordinato e
fortemente voluto da Nino Contiliano è un piccolo
prodigio dal punto di vista del funzionamento morale. Perché andando al fondo
della proposta che in esso è contenuta è proprio alla dimensione etica di ognuno
dei suoi possibili e fragili lettori che esso si rivolge. E, infatti, cerca di colpirli in
quello che è sicuramente il punto debole della cattiva coscienza dell'uomo occidentale:
il suo essersi assuefatto al proprio benessere, al proprio privilegio, al proprio essere
cittadino dell'Impero al cui "pensiero unico" egli è asservito ma che lo
ricompensa facendolo diventare socio del proprio esclusivo Country Club di consumatori
coatti e di teledipendenti forzati.
Come scrive Giorgio Moio nella Nota
delleditore che prelude al libro: «Un unico testo in pratica, un ibrido tra
poesia e prosa, per accumulo verbale, smisurato e aperto all'accoglimento e alla
formicolante spinta di una vasta verbalità indiscriminata quanto programmatica,
idealmente a firma collettiva , da dedicare "al popolo palestinese" e a tutti i
popoli oppressi dal capitalismo del pensiero unico, intrecciato è proprio il caso
di dire da testi interi o frammenti di essi, antagonistici, materialistici,
allegorici, dissacratori, autoironici, dilatati, inquietanti, etc. Il tutto, chiuso in
modo ironico e "ribelle", oltre che giocoso (tracce evidenti si riscontrano
anche nelle immagini inserite nel testo, dilatate fino a renderle diverse dalla forma
originale), scardinando la forma chiusa e "lineare" di un certo operare poetico
che addirittura, ultimamente, sfocia nella prosa e nel dettato del proprio squallido
quotidiano» (pp. 7-8).
Il titolo, poi, viene adottato provocatoriamente dal movimento degli
zapatisti messicani e dalle loro lotte contro il potere centrale e vuole cogliere in
maniera decisa e non formale il carattere dinamico del libro stesso, una dialettica e una
mobilità che aderiscono come un guanto al progetto di Contiliano e Moio di riunire organicità e
libertà espressiva, territorializzazione della scrittura e deterritorializzazione del
pensiero, forma e sua dismisura conclamata. Contro ogni egemonia teorica e materiale, il
libro vuole essere, dunque, un elogio delleresia praticata, della forma liberata e
liberante, del desiderio come esplosione della "macchina celibe" della pratica
poetica. Scrive ancora Moio: «Agire e pensare,
incontrarsi e scontrarsi con laltro, contaminando e facendosi contaminare per un
plurimo movimento creativo e di lotta, per un processo di alterazione, resistente alla
stupidità e volgarità del presente, che si apra alle vere ragioni del mondo, ad una
dinamica visione di esso» (p. 9).
Il suo obiettivo si rivela, alla fine, quello
di coniugare la grande utopia della poesia come conquista del mondo che sembra resisterle
in maniera ostinata e crudele (il sogno di Rimbaud e Verlaine negli anni della loro grande
"amicizia") e la possibilità di ampliare i confini dell "eletta
schiera" che vorrebbe battersi corpo a corpo con le difficoltà a realizzare il
proprio sognato obiettivo.
Di esso, allora, mi sembra giusto mettere in
evidenza tre aspetti di poetica che mi sembrano esaltanti e, nello stesso tempo,
ineludibili e verificati dalla prassi della scrittura: a) il ritorno al frammento; b) la
socializzazione delle esperienze; c) la fine del primato dellAutore (sulla scia
delle teorizzazioni poi rientrate e mai esplicitate degli anni Sessanta e
ormai soltanto rintracciabili e consegnate in alcuni testi magistrali di Michel Foucault e
Roland Barthes).
Il recupero del frammento come disseminazione
della scrittura comporta la possibilità di capovolgere il piano assiale della tenuta del
testo e restituirlo alla sua natura di tessuto e di composizione liberandolo dall'assunto
della sua necessaria monoliticità; attraverso la frantumazione delle esperienze creative
e del piano obbligato delle loro inferenze è possibile sottrarsi ad una valutazione
esclusivamente gerarchica del luogo della poesia e allargarne la possibile fruizione a una
dimensione ben più vasta e diversamente dislocata. Ladozione e lutilizzazione
della forma-frammento permettono a questo libro una liberazione delle sue possibilità
espressive che sarebbe stata altrimenti impossibile. La socializzazione delle esperienze
svolge una funzione analoga: la poesia risulta in questo modo svincolata dalla sua
dimensione isolata e (apparentemente) privilegiata per farsi pratica sociale
dellantagonismo e della contestazione linguistica dellassurdità e della
ferocia del presente. In tal modo, sia lAutore che si assume e definisce come tale
che lintellettuale che si vuole ancora portatore di un "mandato sociale"
sempre più in declino sono costretti a dismettere la propria più volte celebrata e
conclamata cauda pavonis per accettare il loro carattere di produttori di
linguaggio e di cultura e ritornare a battersi (o almeno a mostrarsi) sui bastioni più
avanzati e socialmente necessari della resistenza contro la sua negazione. Per questo
motivo, il libro si affida ai suoi lettori con caratteri inusitati per la cultura poetica
italiana e ne costituisce un hapax non facilmente confrontabile con fenomeni che si
vorrebbero analoghi e un elemento produttivo di lacerazione ideologica, di forte sconcerto
ideale e di lucida trasgressione politica nel panorama della scrittura letteraria italiana
contemporanea. Si presenta, in sostanza, come una sorta di avamposto nel deserto del
Sahara di oggi, un posto avanzato nella "terra desolata" che sembra aspettarci
tutti al varco, una "pattuglia sperduta" che sembra aver perso ogni chance di
ritorno ma che proprio per questo suo carattere di esperimento (e di sostanziale
isolamento accademico-istituzionale) sembra alludere ad una possibilità non illusoria di
speranza non solo per la poesia ma per il mondo che ci aspetta e per ora ci atterrisce.
«Su questa terra hanno diritto su questa
terra alla vita: il dubbio di aprile, il profumo del pane nellalba, le idee di una
donna sugli uomini, le opere di Eschilo, il dischiudersi dellamore, un'erba su una
pietra, madri in piedi sul filo del flauto, la paura di ricordare negli invasori. Hanno
diritto su questa terra alla vita: la fine di settembre, una signora quasi quarantenne in
tutto il suo fulgore, lora di sole in prigione, nuvole che imitano uno stormo di
creature, le acclamazioni di un popolo a coloro che sorridono alla morte, la paura dei
canti negli oppressori. Su questa terra hanno diritto alla vita, su questa terra, signora
alla terra, la madre dei principi madre delle fini. Si chiamava Palestina si chiama
Palestina. Mia signora ho diritto, ché sei mia signora, ho diritto alla vita» (pp.
49-50).
Dedicato infatti alla lotta del popolo palestinese di oggi, Compagni di
strada caminando è un crogiuolo nel quale i poeti che alla sua stesura hanno
partecipato hanno gettato qualcosa di loro e delle loro energie hanno fatto dono alla
realizzazione del prodotto collettivo e finale convinti del fatto che solo unendo le
proprie forze è possibile produrre innovazione nella scrittura e il necessario choc
morale che ne consegue nella proposta ideologica e politica. La poesia è diritto alla
vita e lotta per lallargamento della sua fruizione a tutti quelli che se la vedono
negare dalla violenza del profitto e della sua macchina culturale di distruzione del
dissenso e della negazione. Per questo motivo questa impresa di alta caratura teorica e
pratica (saggiamente e anarchicamente voluta da Contiliano e Moio) danno alla poesia
dellavvenire una nuova chance, una nuova carica morale e intellettuale di cui aveva
da tempo bisogno.

Marisa Papa Ruggiero
"Le
linee impure del limite" di Andrea Sparaco
Itinerari di "forme in
gestazione" sullo spartito pluririflettente e composito del vissuto e della
memoria, questa recente tappa espositiva di scultura e grafica di Andrea Sparaco al
Castello Ducale di Sessa Aurunca (maggio 2004) che, per alcuni versi, sembra proseguire il
disegno tematico della non lontana "Caravella dellimmaginario", memorabile
installazione dei maturi anni 90 sulle mura della città di Gaeta.
Il percorso si carica, ora, di più sottili e
spinose sollecitazioni autoriflessive, calibrate sulla scorta di una investigazione
estetico-operativa di forte rilevanza, come sempre aperta ad una vitale e personalissima
idea di sperimentazione e di ricerca. Ma ciò che innanzitutto emerge dalla complessa e
ariosa intelaiatura iconica è il sotteso rimando metafisico che ne innerva intensamente
il discorso, il suo offrirsi alla percezione immediata come evento, accadimento che, col
titolo emblematico di "Transiti" elabora in termini spaziali e concettuali, una
singolare esperienza di limite.
Non è tuttavia, né recente, né casuale per
il nostro autore, lavventurarsi sul tema arrischiato e cangiante del limite. Sia,
inteso come diaframma, sempre oscillante, tra polarità contrapposte: (interno/esterno,
presenza/assenza, gravità/levità, passato/futuro, etc.) sia, come varco problematico
sospeso tra possibilità e dubbio, sia, infine, come condizione paradigmatica di un
paradosso continuamente da sfidare, esso è in ogni caso, problema relazionale teso a un
fitto gioco di interazioni, di rimandi, di contaminazioni tra forme spaziali transitorie.
Ma si sa, è la linea, per lartista, il
primo elemento del discorso, segno confinario per definizione che congiunge e separa, che
comprende entrambe le percorrenze di luoghi antagonisti, che visualizza nella stessa
espressione contenimento e sconfinamento, così come riesce a mettere in relazione
prossimità e distanza assecondando la complessa e inesauribile dinamica della realtà
stessa. È dunque, la linea, la visualizzazione grafica del principio stesso di irrequietezza,
non sono delle forme ma dei significati. Ben al di là del fattore formalmente
connotativo, la strada a ulteriori implicazioni segniche, articolate in rapporto al senso,
è così aperta.
Che ogni forma trovi definizione nel concetto
di limes (appartenenza, nominabile, ad un sistema di misure) non è altro che il
dato ovvio di partenza: ciò che allartista interessa, in realtà, è il modo e il
momento in cui parte la contraddizione e lintera gamma delle trasgressioni già in
essa forma contenute al suo primo apparire, o dallistante in cui la si pronuncia. E
non si può che trovarsi daccordo con Blanchot sul suo modo di pensare il limite
quando sostiene che: (esso) «afferma la limitazione del senso e contemporaneamente la
contraddice
».
Lo stesso Sparaco, indagando tra "le
linee impure del limite", non fa che andare a cercare ciò che accade tra i segni,
resi visibili in questo transito, in questo passaggio, in questo passare at-TRA-verso.
Si tratta di risemantizzare i due campi inter-ferenti, intuirne le potenziali
contaminazioni, farle collidere, vedere cosa producono. Sparaco sa che ciò che attende di
essere visto o udito può divenire presenza solo mediante quel varco, quel passaggio
indicibile.

La cifra stilistica non corteggia il limite:
lo sfida. Ma se di sfida si può parlare, questa è tutta nella potenza espressiva capace
di coniugare la puntuale sottigliezza del metodo, la ricerca rigorosa, incisiva con la
tensione alta del sentire, raggiungendo quella che Orazio Faraone definisce «la più
ardua commistione di civile impegno e slancio creativo». E non può essere che così: la
più ardua delle commistioni si traduce, per un artista come Sparaco, in una perfetta e
coerente sintesi tra le esigenze logico-comunicative (ma anche eminentemente etiche,
filosofiche, sempre molto presenti e stringenti), con le ragioni proprie dellarte.
La stessa perizia tecnica, già di per sé
più che accreditata, ampiamente trascende il regime e i vincoli del rappresentato, per
direzionare il proprio scandaglio creativamente critico nelle pieghe dei segni, ora
ironici, ora amari di una disgregata civiltà delluomo tra squarci di ribellione e
lucida partecipazione. Da qui egli scaglia le sue (le nostre) interrogazioni, sfida i
segni a comparire, a pronunciarsi, li costringe al dialogo. Li costringe a ricordare.
Una fitta tessitura ideografica di lacerante
problematicità scarica magnetismi e corrispondenze nel campo visivo per disseminarsi in
plurime risonanze psichiche. La forma si avventura oltre i codici sistematizzati del
sapere comune, ne sovverte le strutture simulacrali esponendosi in circuiti non ancora
praticati ma possibili, gravidi di una intenzionalità comunicante.
"I recinti saltano": non
cè rappresentazione, al di là di uno schermo metaforico; la scena è qui, e tutto
ci riguarda. Nessuna sosta, nessuna immobile soglia. Si intersecano nuovi piani
comunicazionali pronti a forzare sinesteticamente altri limiti della percezione, altri
approcci mnemonici "dialoganti" tra gli odori, gli umori antichi dei legni
intagliati, e le nostre percezioni. Va da sé che nulla è più distante, qui, dalla
facile replicabilità e interscambiabilità di apparati formali care a certe strategie
inventariali di ordinario consumo.
È nellesperienza memoriale che il
percorso ritrova le sue peculiari linee di forza nei termini di una scansione di senso
delle diverse direttrici temporali che attraversa: il presente "reca in memoria"
non solo il nostro passato, ma quanto dal futuro ancora ci distanzia, o ci appartiene. O
addirittura ci preclude. Il trans-ire, in questo caso, può divenire un guardarsi dentro,
nel "video" stratigrafico di una comune coscienza.
Commistioni indecifrabili di organismi come
prosciugati in un lentissimo processo di condensazione ci ragguaglierebbero di quale
limite? già presso di noi, o di là da venire? Ancora una volta un limes,
paradigma di una norma che sembra aver già codificato lesclusione di una
individuale soggettività, lasciandone sul campo poco altro che reperti devitalizzati e
dispersi. Le figurazioni, ambiguamente antropomorfe, estratte dalla materia ricca e
sensibile del legno, o ricavate dal tratto sapiente della grafite sulla porosità della
carta, sono prossime a traslitterare in forme stravolte e grevi di una vicenda terminale,
esposte ora perentoriamente a una possibilità ultima di dialogo, o ad un definitivo
silenzio.
Il confine, allora, rischia di essere un non
luogo, quello della spettrale sospensione, ben noto a tutte le aporie; in ogni
caso non più transitabile in quanto profondamente deprivato di voce come memoria, a cui
lartista può solo contrapporre la dura necessità del fare, la traccia tangibile di
un proprio ordine, ovvero marcare di sé uno spazio, compiere un gesto di fondazione.
Mostrando, in particolare, i segni, le possibili linee interstiziali di residui energetici
da cui una fondazione può ancora, nonostante tutto, avere luogo.
Al di là di una consapevole fondazione,
transire non può essere che un continuo perdersi nella illimitatezza
spersonalizzante di un viaggio labirintico, trovarsi spiazzati da segnaletiche
disorientanti in unaffollata parodia di struttura allucinatorie, paradossali nella
loro incongruità, ingeneranti alterità e sconcerto. Ecco le grandi "macchine"
lignee, inquietanti autocitazioni della privazione e dellinerzia, cui fa riscontro
linsistita ricorrenza alla levità di segni alfabetici, ovunque disseminati,
vorticanti per forza propria contro i relitti della contemporaneità, quando non sono
divenuti relitti essi stessi, senza possibile riscatto, esposti allinsignificanza
del caos.

La
biblioteca di Risvolti
a cura di
Pasquale Della Ragione
Carla Paolini, Modulati,
con un disegno di Bruno Conte, postfazione di Gio Ferri,
Anterem Edizioni, via Zambelli 15, Verona, 2004, pp. 48
Segno
Inizia per indicazione
degenera in sfrego poi
ferisce a graffio
trapassa fra orma e traccia
diverge da figura
decorre con immagine
emblema simbolo
si supera al contrassegno
affonda in tacca
dimpronta
investito con testimonianza
su prova
distinto è connotato
per carattere
non presume avvisaglie
allindizio
insegue linea fino al
limite
spia avvertimenti sospetti
sigillo alla cicatrice
grado di misura
marchio a meta finale (p.
31)

Ugo Piscopo, Haiku
del loglio e daltra selvatica verzura, nota di Giuliano Manacorda, Alfredo
Guida editore, via PortAlba 19, Napoli, pp. 88
fiore
di aconito
per party amaro
gocce e gocce di viola
e azzurro oblio (p. 9)

Mirko Servetti, Quotidiane
seduzioni, postfazione di Alessandro Raffi, Edizioni del Leone, Spinea (VE), 2004,
pp. 84
Le torri saracene fino a
ieri,
gli ossigeni splendenti in
mare aperto,
acquaioli e bruni
contrabbandieri
sapevano decifrare i
deserti.
Gli altri erano sempre gli
altri, lesperto
di maree confidava che i
filari
Dio divenne, poi, un
prezioso reperto
sputassero un mosto da
capogiri.
Il deserto è una notte che
non basta
nominare e vedere da
vicino,
i profughi portano a spalla
paesi
interi; alcuni con aria
entusiasta
raccolgono acqua e notte in
un catino
riuscendo a sognare per
mesi e mesi (p. 18)

Antonio Spagnuolo, Corruptions,
con testo a fronte in inglese tradotto da Luigi Bonaffini, Gradina Publications, p.o. box
831, Stny Brook, New York, pp. 72
IV
Ancora è qui sospesa la
mia inquietudine.
Nel labirinto di stanze
immagino lo strappo del cielo,
imploro il mulinello del
buio per meraviglie.
Nel fervore di sguardi
ritorno senza voce,
spine allinganno
inquieto del cammino.
Così come il tempo al mio
corpo dissocia carezze
di sogno,
così come le impreviste
corrosioni del seme. (p. 18)

Notiziario
(in questo spazio sono riportate notizie di
alcuni eventi culturali, spedite alla Redazione di "Risvolti". Esse riguardano
mostre, premiazioni, incontri culturali, presentazioni di volumi, etc., già realizzati.
Bologna, 16 settembre 2004.
AllArtelibro, presso la Sala Borsa, è stato inaugurato il Festival del Libro
dArte, a cura di Philippe Daverio. Al Festival, che ha proposto un ricco
programma culturale, erano presenti circa 90 editori, produttori di libri darte.
Guardia Lombardi (AV), 18-19
settembre 2004. Lungo le strade del caratteristico centro irpino, si è
svolta la II edizione de Le strade della poesia, con lesposizione di testi
poetici. Il tema di questa edizione era "Poesia dellacqua". I testi
esposti sono stati poi pubblicati in unantologia, con prefazione di Ugo Piscopo e
nota a margine di Domenico Cipriano, coordinatore della manifestazione, che ha visto la
partecipazione di una ottantina di poeti, tra cui Franco Capasso, Eugenio Lucrezi,
Pasquale Maffeo, Alfonso Malinconico, G. Battista Nazzaro, Antonio Spagnuolo.
Acireale (CT), 7 ottobre 2004.
Presso la galleria "Credito Siciliano" è stata inaugurata una mostra di Arturo
Martini, Sculture dalla collezione Credito Valtellinese, ventidue bronzi
provenienti da unedizione tirata nel 1989 dai gessi originali. Le opere di medie e
grosse dimensioni, sono state realizzate dallartista tra il 1921 e il 1943, come
quelle del periodo cosiddetto "Valori Plastici".
Salerno, 5-6-7 novembre 2004.
Nella Sala Conferenze dellex Convento di San Lorenzo si è svolto lincontro
internazionale Salernopoesia. La manifestazione è stata organizzata e curata dalla
Multimedia Edizioni/Casa della poesia, con la partecipazione di Michael Horovitz, Etel
Adnan, Francisca Aguirre, Yvon Le Men, Jack Hirschman, Giancarlo Majorino, Tomaz Salamun,
Agneta Falk, Susan McMaster, Sinan Gudzevic, Ada Salas, Jochen Kelter, Saadi Yousef,
Mariano Bàino, Giancarlo Cavallo.
Ottaviano (NA), 20 novembre
2004. Presso la galleria "Metart - Arte contemporanea", è stata
inaugurata la mostra personale di Giulio De Mitri, Sguardo alchemico, curata da
Gaetano Romano. La mostra raccoglie la più recente produzione dellartista pugliese
(opere, installazioni, video) che propone una attenta e rigorosa riflessione sulla
materia, sullimmaterialità e sul mutamento.
Alessandria, 20 novembre - 5
dicembre 2004. Per la XII edizione della Biennale di Poesia - sez.
Corrispondenza dArtista, si è svolta, presso la Sala Espositiva del Comune, una
mostra dal titolo Verità e Dubbio, fra arti e artisti del segno visivo e di parola
(una settantina, tra i quali Andolcetti, Argnani, Cena, De Tora, Diotallevi, Gut, Liuzzi,
Manfredi, Meneghetti, Persiani, Serafini, Spena), presentata da Elvira Mancuso.
Baronissi (SA), 13 dicembre
2004. Nella sede di "Casa della Poesia", si è tenuto un incontro
con il poeta statunitense Jack Hirschman, in Italia per la pubblicazione di due suoi nuovi
volumi, 12 Arcani (Multimedia Edizioni) e Volevo che voi lo sapeste (id.),
tradotti da Raffaella Marzano e da lei curati insieme a Sergio Iagulli.
Roma, 25 novembre - 15
dicembre 2004. Presso la biblioteca "Angelica", Mirella Bentivoglio
ha curato Il non gruppo. Testi-immagini a Roma negli anni Sessanta, una esposizione
di opere di quindici artisti verbovisuali, presenti negli anni 60 a Roma (Nanni
Balestrini, Gianfranco Baruchello, Marco Balzarro, Mirella Bentivoglio, Sebastiano Carta,
Bruno Conte, Mario Diacono, Luigi Di Sarro, Lia Drei, Giovanni Fontana, Magdalo Mussio,
Luca Patella, Giovanna Sandri, Emilio Villa, Carlo Vincenti).
Firenze, 1 dicembre 2004.
Al Caffè storico letterario "Giubbe Rosse", nellambito degli Incontri
letterari alle Giubbe Rosse, a cura di Massimo Mori, Cecilia Bello ha presentato I
territori della poesia sonora, incontro con Giovanni Fontana, autore dei volumi La
Voce in Movimento (Harta Performing & Mono) e Poesia della Voce e del Gesto
(Archivio del "900", Sonetti), audizione di brani storici di poeti e interventi
diretti di Paolo Albani, Giovanni Fontana, Eugenio Miccini e Massimo Mori.
Roma, 21 gennaio 2005.
Nellambito del convegno Le ragioni della poesia e le poetiche del pensiero,
organizzato dallInstituto Cervantes di Roma, si è tenuta presso la saletta
conferenze del Sindacato Nazionale Scrittori, lincontro di poeti e filosofi italiani
e spagnoli. Ha presieduto Mario Lunetta e moderato Emilio Coco.
Bari, 22 gennaio - 18 febbraio
2005. Alla Galleria "Spazio-ikonos", a cura di Franco Altobelli, si
è tenuta una mostra di Costantino De Sario, dal titolo I love you, una serie di
lavori incentrati sui principali virus informatici (wrom e trojan). I lavori analizzano le
forme più occulte della comunicazione on line, i virus, appunto, che si insinuano nella
nostra vita, e che rappresentano la metafora della fragilità umana.
Firenze, 26 gennaio 2005.
Sergio Givone e Giorgio Luti, hanno presentato, a Palazzo Giugni, lultima raccolta
di poesie di Franca Bacchiega, dal titolo Aelia Laelia.
Roma, 2 febbraio 2005.
Al Centro Culturale Libreria Bibli, a Trastevere, Claudia Maria Messina, Piero Sanavio e
Fabio Troncarelli hanno presentato i volumi Hai perso, Commissario Marè di Mario
Quattrucci e Figure lunari di Mario Lunetta, entrambi editi da Robin Edizioni.
Sempre nello stesso luogo, il 4 febbraio si è presentato, invece, il volume Parole
come colori di Giulia Battaglia (Edizioni dellElefante), con interventi di Maria
Clelia Cardona, Fabio Mauri e Giorgio Patrizi, presieduti da Elio Pecora.
Napoli, 7 febbraio 2005.
Presso lIstituto Italiano per gli Studi Filofofici si è presentato il volume Il
discorso sospeso - sul corpo dellarte di Dario Giugliano (Vallecchi), presentato
da Luigi Caramiello, Iain Chambers, Aldo Masullo e Riccardo Notte.
Napoli, 10 febbraio 2005.
Presso la saletta verde della Libreria Guida di via Merliani, Antonio Filippetti, Felice
Piemontese e Ciro Vitiello, hanno presentato il volume Per lembi di Antonio
Spagnuolo (Manni). Ha coordinato Marisa Pumpo Pica dellAssociazione Cosmopolis.
Roma, 23 febbraio 2005.
Presso il Sindacato Nazionale Scrittori, si è presentato il volume di Franco Falasca, Nature
improprie (poesie 1976-2000). Sono intervenuti Francesco Muzzioli e Mario Lunetta,
presidente del Sindacato.
Si segnalano, infine, alcuni siti web:
www.pippoburro.com
www.andrevallias.com/poemas/index.htm#
http://douweosinga.com/projects/visualpoetry
www.ruggeromaggi.it
www.h5.dion.ne.jp/~cohen/info/italy.htm
http://www.heterogenesis.com/
http://www.patapart.it/
www.ubu.com
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