GIORGIO MOIO
Da
«Documento-Sud» a «Oltranza».
Tendenze
di di alcune riviste a Napoli
-
1958-1995 -
13. Gli anni Novanta:
ovvero dell'appiattimento
Mai come negli anni '80 e inizio dei '90, Napoli ha tenuto a battesimo
tanti giovani poeti, molti dei quali vengono ospitati da «La Parola Abitata», quaderno
trimestrale di laboratorio letterario (periodicità quasi mai rispettata), diretto da
Franco
Ceravolo, Enrico Fagnano e Marco Longo. Si tratta,
citando a caso e limitandoci qui a presentarne alcuni, di MARISA BRECCIAROLI:
alle
soglie ci sarò
del tempo
e
all'orlo
del suono
sarò
il
fremito dell'arco
la
concava musica
di
un dio che
sa piangere
e
sarò
il
tuo cenno
silenzioso
agli addii
(in
«La Parola Abitata», n. 2, aprile 1990, p. 6)
ANGELO D'ANNA:
Posso
appoggiarmi ai bianchi
petali
del sogno
di
questa Notte
ormai
giocata
sfiorire
e poi cadere
in
fiocchi
di
stelle sfogliate
fra
passi
di
Luna rotolante
probabilità
d'un
momento
la
più lucida desolazione
per
afferrare
subire
il Giorno
parola
che incorona
senza
discrezione
due
occhi che s'aprono
per
germogli
d'una
vecchia
e
nuova Costellazione.
(ibid.,
p. 12)
NORA CATALANO:
l'esatto
contrario
definito
compreso
s'annuncia
infine al suo destino
segnali
un
solo colore negli occhi
l'allusione vive soprattutto sulla pagina
(ibid.,
p. 29)
lo stesso MARCO
LONGO:
Elogio
del Mortale
il
primo uomo
e
l'ultimo
sognano
l'universo
infinitamente
finito
(ibid.,
p. 45)
GIORGIO FORTE:
Della
tolleranza
Gli
scarafaggi di casa mia
son
personaggi molto discreti
si
lasciano vedere solo dopo morti;
li
raccolgo con un pezzo di carta
e li
seppellisco nel cesso.
Si dia
onorata sepoltura
a
chiunque non rompa le palle.
(in
«La Parola Abitata», n. 3, maggio 1991, p. 12)
La maggior parte di
questi poeti sono amici, si frequentano quasi quotidianamente perché il «grande segreto
dello scrittore è il desiderio, il desiderio di dire, il desiderio di narrare, il
desiderio di esserci, e, perché no, il desiderio di annullarsi. Ma il desiderio è anche
una scommessa: un tentativo di camuffarsi ed un codice da decifrare allo stesso tempo» 1.
Ma di quale desiderio si tratta? Quale desiderio desidera il poeta? Non si denota un
desiderio ben preciso o accomunante, sono tanti i desideri che rispecchiano un po'
l'andamento qualunquista e confusionario di quei tempi. Secondo questi poeti, il desiderio
è un viaggio nella memoria e viene prima della parola; è ironia, è guardare le cose
semplici della vita e sorridere; «ma il desiderio è anche passione, dolore, nostalgia,
paura» 2, desiderio di nominare le cose in modo diverso, con la lingua di un
poeta, ovviamente. E ci sembra doveroso inserire in questo discorso almeno i versi di ARIELE
D'AMBROSIO 3, poeta della voce, nel senso che D'Ambrosio predilige una
poesia come recupero dell'oralità, fatta di filastrocche e stati d'animo dal fascino
musicale, estranea alle mode e ai richiami ingannevoli del suo tempo, andando a scovare
nei meandri della memoria zone della realtà sulle quali abitare e addentrarvi, spesso in
tandem con musicisti più o meno noti, riscoprendo immagini e pensieri inesplosi ma
scaricati di contorni inutili o di ripiego:
I
mostri intellettuali
I
mostri intellettuali
ti
buttano sotto
cherie
non
credono più
negli
animali
la
controsveglia
diventa
un tac-tic
sulla
tua palpebra
che si
muove da sola
e
canta
alla
matita claustrofobica
il
grigio che odora di colori
cercano
l'uscita dell'orecchio
i
denti del tuo schermo liquefatto
(da Né
il sogno né il vero, Ed. Terra del Fuoco, Quarto, 1998, p. 20)
Una citazione merita
anche la poesia di SALVATORE DI NATALE 4, imperniata su di un
linguaggio dialettale e francesizzato, un linguaggio con cui Di Natale tenta di salvarsi
dall'oppressione di un quotidiano ormai pietrificato, spostandosi, disarticolandosi, in
un'area marginale, fuori dai centri di potere. «Il mondo di Di Natale è barocco e
mortuario; il rischio è la morte di un adolescente, da cui ci si salva appena con uno
scatto di attività linguistica: il giovane all'orlo dell'angoscia è parnassiano e
poliglotta, e le musiche del café chantant gli cantano le soddisfazioni di Napoli città
"francese"» 5:
Na
casa scurdata, addurmuta,
cu'
ttutte 'e pperziane 'nzerrate:
'o
tiempo nun trase llà ddinto.
Na
stanza vulesse. Pe' llietto
tappite,
cuscine ' ll'oriente
nu
tavuliniello vicino.
Pe'
mme fosse 'o meglio tavuto
e 'a
morte sarria sapurita:
na
longa, sfizziosa cuntrora.
(da Boîtes,
in Aa. Vv., Nuovi poeti italiani n. 3, Einaudi, Torino, 1984, p. 111)
Sono versi carichi di melodie, articolazioni plurime, di ritmi sinuosi, di
fronte ai quali rimanere impassibili è quasi impossibile - quando non divengono, sia
chiaro, fattori di resistenza o di freno alla dinamica dell'alterazione -. Anche se la
poesia di questi poeti-amici è di difficile collocazione, la loro presenza va a
completare il discorso e a rimarcare la folta colonia di giovani poeti napoletani che
operano sul territorio. Alcuni di essi sono costretti, da varie circostanze o da scelte
personali, ad "emigrare", trovando ospitalità in riviste non napoletane. È il
caso di CARLO BUGLI 6, autore di una
poesia che gioca con le parole, che si carica di "frattali disturbi" e
alterazioni che si dilatano nei vari meandri della memoria e del tempo fino ad esplodere,
quasi in esercizio di piacere, individuando nella disgustosa pubblicità uno dei suoi
terreni di scontro: trova spazio sulla rivista torinese «Offerta Speciale», diretta da Carla Bertola e Alberto Vitacchio:
a ben
pensanti flaccidi di crapa
a ben
pensanti mille camomille!
dille,
Sorchella, a chi vendesti la tua bella?
a ben
pensanti molli coca-cola ammolli
bulbo
loro e cornea telefunken,
fosse
almeno il grugno e l'odio
e nei
frena loro si sgorbiasse il sasso
che
almeno serpirebbe un vano vent, allora,
infitti
in gelatina nelle vene vane loro.
Conosciamo
la via, la verità e filargyria
e la
coca-cola è gassoso flemma
e la
bile nera di tra quei brutti sporchi.
che
almeno serpicasse un vano vento
e
infuriasse l'ordo l'odio.
(in
«Offerta Speciale», n. 8, Torino, novembre 1991, p. 21)
Poesia barocca, questa di Bugli, surrogata da una
metrica atipica e innovativa, sospinta da flussi di sistole che ne rinvigoriscono, con
l'andare avanti, il ritmo e la sintassi, specie quando questi si accasano nel limbo
dell'inerzia, dell'ovvio. Ed è allora che Bugli esce
fuori con una fresca vena ironica che si fa strada tra neologismi (tramontaverbo,
malaura, azzurgo, arghiosamente, vorgo...) di forte
suggestione e carica fonetica che il "poetar barocco" produce lungo il suo
percorso di poeta, seppur breve ma di non poco interesse. Un "poetar" (non
lirico, ma persino duro) antipoetico, antifrastico, che spesso attinge - come gia detto -
dall'attualità, dal mondo ipnotico della pubblicità (coca-cola, telefunken,
gelatina, etc.) che dissacra e profana con ordo odio, come dissacra e
profana la tradizione poetica anchilosata e pseudoclassicheggiante, degenerata - senza
rimedio - in insopportabili piagnistei:
Col
sorriso astrale del prealcolista
teneva
saldo il volante
fràntema
nel cranio dondolone
arabava
nelle incrinature stanche
e
sorrideva mentre subrideva il cranio
arborìa
rammentava d'un tempo
e poi
affrantoso splànchema
smagava
l'occhio, eteràmme e groppo.
"La
félica azzurra lo amerà ancora
per
questa ultima notte"
disse
un albero strano.
Un
étile ochìmoro sulla strada poi
e
immènto splànchema è coro e relitto d'oro.
(in
«Offerta Speciale», n. 5, Torino, maggio 1990, p. 21)
Attenta ai mutamenti e alla "costruzione" in progress del
linguaggio, la poesia di Bugli si oppone con veemenza
all'ipnotismo di una realtà avvilente impegnata nella rimozione di entità non
commerciabili e non controllabili: sviluppa un dinamismo multiforme col quale tenta di
disarticolare la materia verbale e grafica dall'esasperato appagamento lacrimevole e
servile del significato di cui è prigioniera gran parte della poesia odierna.
Anche RAFFAELE
PIAZZA 7 trova la sua collocazione in riviste non napoletane. E
precisamente in «Arenaria», rivista palermitana diretta da Giovanni Cappuzzo e Lucio
Zinna, presentandoci un saggio di quella fresca vena poetica che percorre lungo la memoria
paesaggi naturalistici, sensazioni, ansie e stati d'animo, affrancando un fluire che «coglie
i fiori e matura / il frutto del nulla» 8:
I
mostri intellettuali
Ora
nei fiori come porte aperte
rivedi
il tempo senza velo
memoria
distesa dal vento,
e
l'onda verde di due anni fa
ti
sottende come una vitrea urna
nell'invisivilità
del nulla
fino
al lume della tua veste equorea
e
camminando leggera ne fai un gioco
di
ombre se sparita la maria
nel
metallo di un cielo che la specchia
nel
candido arabesco dei gabbiani
già
mi ritorni nella soglia
della
trasparenza di un bacio.
(in
«Arenaria», n. 19-20, Palermo, agosto 1991, pp. 61-62)
Altri, invece, si fanno notare attraverso pubblicazioni personali di tutto
rispetto, con una proposta di poesia ascrivibile a quell'area sperimentale che giunge a
far collimare la parola col segno, come una specie di centrifuga, che qui a Napoli - come
già abbiamo avuto modo di riportare - ha radici ben solide. Succede pure, qui a Napoli,
che il critico di turno, nell'occuparsi di qualche poeta che al contempo è anche un
valente critico riconosciuto, preferisca occuparsi del secondo aspetto. Ed è un po' il
caso, secondo noi, di UGO
PISCOPO 9. Nonostante vanti pregevoli pubblicazioni di poesia (p.
es. "e" e Jetteratura), è "poco conosciuto" come
poeta. Destino e dramma di chi sceglie di mettersi al servizio della parola senza
attendersi (né facendo nulla in tal senso) di essere incoronato con l'aureola.
Tralasciando il nutrito lavoro di testi critici (e scolastici) e soprattutto la
rivalorizzazione di autori trascurati o dimenticati, nonché la riscoperta di movimenti
d'avanguardia (p. es. Alberto
Savinio, Massimo
Bontempelli, Vittorio Pica e il futurismo), per cui ha
raccolto - giustamente - molti riconoscimenti e si è fatta "una reputazione",
il Piscopo poeta è tutto da scoprire, non solo per la scarsità della produzione
poetica rispetto a quella saggistica. In molti casi simili, cioè imbattersi in un critico
che si presenta anche come poeta, la "scoperta" non ha nessuna rilevanza, non
lascia il segno - per intenderci -, in quanto si tratta di critici "prestati"
alla poesia, che non aggiungono quasi nulla ad essa. Nel caso di Piscopo poeta, il discorso va approfondito e studiato con forte considerazione,
tutto a beneficio della poesia, in quanto il Nostro ha fatto il percorso all'inverso,
cioè dalla poesia è passato alla critica, per farvi ritorno in età matura. Quindi, è
una poesia matura, che ha lasciato evidenti tracce di sé e sarebbe una grossa mancanza
ignorarla o trascurarla.
In particolare ci s'imbatte in una poesia come analisi critica della
realtà (soprattutto quella del rurale sud, sulle orme di Scotellaro e Sinisgalli) e sperimentazione
stratificata, fatta di rimandi, citazioni, plurilinguismo, con rime interne e
sovrapposizioni che forzano il ritmo di un accumulo verbale antilirico, si fondono per una
commistione ideologica e linguistica atta a scuotere le coscienze invischiate in un
processo industriale e progressista falsificato, dove l'uomo è sostituito dal consumismo
odierno, da un mercato globalizzato dove tutto è merce, persino il pensiero, e la poesia,
ovviamente. Come può opporsi il poeta a tutto questo? Con l'unica arma di cui dispone,
ossia la parola. Una parola, come per certi aspetti in Piscopo,
non intimistica, rimettendo tutto in discussione, anche se stessa, nonostante la sua sia -
forse - troppo ancorara alla realtà che finisce per avvilire, sminuire le più nobili
intenzioni, ma non per questo abulica nel riconoscere qualcos'altro tra le sue pieghe:
[...]
«Non
hai fede perciò queste tentazioni del deserto»
mi
dici e non sai se ci giochi lo strazio del travaso
delle
parole che usi come oggetti belli
da
lustrare e disporre secondo i giorni e le stagioni
Non
sai che gli oggetti hanno barbe e radici nello spazio
e le
parole sono farfalle sotto vetro
e la
memoria è un museo dove ogni cosa unica conservo
L'unicità
è la mia categoria
perciò
son l'ultimo uomo-artigiano
il
vecchio sdentato che conserva nel cassetto
i
molari gialli caduti e quelli d'oro...
(da Enjambement,
in Jetteratura, Manduria, Lacaita, 1984, p. 68)
Poesia quasi gnomica, questa di Piscopo,
frammista ad un'autoironia del divertissement, nonché allo strazio e al dolore che la
lotta all'ipnotismo di una imposizione di fasulle certezze si rassoda nel suo fare
poetico. Una coscienza "rigenerata", la sua, che risente fortemente, dunque, di
un sentimento socio-politico, dove il linguaggio è sottolineato quale fattore importante
nella vita degli individui e della società (come insegna F. de Saussure), ma anche
riorganizzazione del proprio tempo, dei luoghi della propria memoria, delle proprie
origini di uomo del Sud. Mai patetica, semmai smembrata e frammentaria:
dui
cilia quatto cilia sei cilia
sicilia
silicia silicosi silicato
calabria
calabritto caladritto
nel
cratere di calasetta e calascibetta
sfoglia
la pula che smaglia che sfoglia
la
puglia le lune e i sonagli
sotto
lo sperone del gallo giallo come la puglia
la
crapa crepa de la basilicata tutta bruciata
(De todo hay en el
mundo, da M. Sovente, La poesia in Campania I, in «Quinta Generazione», n.
135-136, Forlì, ottobre 1985, p. 79).
Anche la poesia di ORAZIO FARAONE 10 proviene
dall'area sperimentale grottesca, come sperimentale è stata l'area in cui ha operato come
pittore. Arrivato tardi alla poesia, Faraone è andato pubblicando praticamente in proprio
due raccolte di testi poetici, Epilogo e Di risentimenti innumerevoli.
Artista schivo ed appartato, la sua poesia va ascritta in quel contesto che utilizza le
citazioni arcadiche (si pensi a Giordano Bruno), contaminata con la prosa come percorso
alternativo assemblato con materiali diversi, dando forma a quello che Stelio M. Martini definisce "brogliaccio". Giunge a far collimare la parola col
segno, con l'aspetto visivo in una specie di centrifuga che è anche il modo di
allontanarsi dalle sponde del dettato lirico verso cui i suoi testi spesso approdano fino
a farsi commozione, cose innumerevoli della quotidianità sprecate, contingenze che sono
la somma degli oneri del vivere.
A volte nei testi di
Faraone ci si imbatte in un linguaggio franto, ma che sovviene alla «teologia dell'attesa
di, che non è altro che quanto si fa sempre - solo che ciascuno deve cominciarlo
sempre daccapo -, pur indulgendo volentieri, di quando in quando, al mirabile approccio
con il sensibile quotidiano, trasgressione che per lo più va sprecata» 11
fino a sfociare nel compiacimento, nel desiderio amoroso dello svuotamento di se stessi,
della sintesi del vivere, sia pure con l'arma della frantumazione-ricomposizione:
(da Di risentimenti
innumerevoli, op. cit.).
____________________
1) Editoriale,
in «La Parola Abitata», n. 3, cit., retro cop.
2) Ibidem.
3) È nato a Firenze nel
1953, ma vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato: Né il sogno né il vero (Ed.
Terra del Fuoco, Quarto-NA, 1988); Cavallo Imperatondo (Colonnese, Napoli, 1989).
È presente nelle antologie Tangram (Marotta, Napoli, 1985); Poeti degli anni
'80 (Edizione Levante, 1993); Le strade per l'India (Edizioni Le Pleiadi,
1993). È stato redattore della rivista "Terra del Fuoco" e vicedirettore di
"Pragma". Poeta-performer, ha rappresentato in diverse città italiane, recitals
di poesie Né il sogno né il vero (1991), Cavallo Imperatondo (1992), Semaforo
Verde e Gelato di Lillà (1995), con musiche di Sandro Cerino, Giorgio
Liguori e Alessandro Petrosino.
4) È nato a Napoli nel
1951. Ha trascorso l'infanzia e l'adolescenza in Tunisia, frequentando scuole francesi.
Torna a Napoli nel 1965 dove vive e lavora. Con lo pseudonimo di "Sasade" ha
pubblicato poesie satiriche sul «Quotidiano dei Lavoratori».
5) Walter Siti, Introd.
ad Aa. Vv., Nuovi poeti italiani n. 3, Einaudi, Torino, 1984, p. VII.
6) È nato a Napoli nel 1965. Redattore della rivista «Risvolti», ha
pubblicato le raccolte di poesia Noemata (Napoli,
1988), Organon (id., 1990)
e con G. Moio L'uomo dagli occhi rosa (Edizioni Riccardi, 2000). Con lo stesso ha ideato e curato una rivista
murale, in forma di manifesto di scritture anarkoff e i «Fogli di Risvolti». È presente
con la silloge Ierogramma, nel volume pubblicato con P. Della Ragione, lo stesso Moio e M. Papa Ruggiero, Locus solus. La babele capovolta (Ed. Riccardi, 2001).
7) È nato a Napoli nel
1963, dove vive e lavora presso l'Università Federico II come tecnico elaborazione dati.
Collabora e ha collaborato con numerosi settimanali, mensili, quotidiani, tra cui «Il
Mattino» di Napoli. Ha pubblicato Luoghi visibili (Amadeus, 1993), La sete
della favola (id., 1994). Ha inoltre pubblicato poesie su numerose riviste. È
presente in numerose antologie, tra cui Melodie della Terra (Crocetti, 1998) e Vertenza
Sud (Besa, 2001).
8) Raffaele Piazza, in Luoghi
visibili, Amadeus, 1993.
9) È nato a Pratola
Serra (AV) nel 1934. È stato professore e preside nei licei, quindi dirigente superiore
per i servizi ispettivi del Ministero della Pubblica Istruzione. Per la scuola ha curato
vari testi di impianto interdisciplinare, letterario o narrativo (p. es. Antologia di
cultura contemporanea, Ed. Palumbo; Noi e gli altri, con C. Salinari, id.; Paese
sommerso, id.). È stato 4 anni in Africa alle dipendenze del Ministero degli affari
esteri (conoscendo anche il carcere), ha svolto un'ampia attività giornalistica
(soprattutto su «Paese Sera»). Inoltre, ha tradotto vari libri, ha fatto il critico
d'arte, si è impegnato in attività politiche e sindacali di base (consiglio di
distretto, consiglio di quartiere, consiglio comunale) e scritto un testo teatrale, Omaggio
a Gramsci. Di poesia, ha pubblicato: Catalepta (Ed. in prorpio, 1963); "e"
(La Provincia Editrice,1968); Jetteratura (Lacaita, 1984); Quaderno a Ulpia.
La ragazza in mantello di cane (Alfredo Guida, 2002); Haiku del loglio e d'altra
selvatica verzura (id., 2003). Di narrativa: Irpinia sette universi cento
campanili (ESI, Napoli, 1998); La casa di Santo Sasso (Sellino, 1993); Scuola
che sballo (Alfredo Guida, 1997); Torneador e i suoi amici (2001). Di
critica: La poesia di Éluard e la cultura italiana; Sistoli e distoli nella
Divina Commedia; Alberto Savinio (Mursia, Milano, 1973); Novecento e
tradizione (Palumbo, Palermo, 1975); Questioni e aspetti del futurismo. Con
un'appendice di testi del futurismo a Napoli (Ferraro, Napoli, 1976); Libero
Bigiaretti; Fortune italiane (Ferraro, 1979); Riccardo Ricciardi. Per un'editoria
non seriale (Cassitto, Napoli, 1982); Vittorio Pica. La protoavanguardia in
Italia (id., 1983); Futurismo a Napoli 1915-1928. Una mappa da riconoscere
(id., 1984); Diego Valeri (Edizioni dell'Ateneo, Roma, 1985); Massimo
Bontempelli. Per una modernità dalle pareti lisce (ESI, 2001); Capri futurista
(Alfredo Guida, 2001).
10) È nato a Caivano
(NA) nel 1938, dove ha vissuto prima della sua scomparsa avvenuta nel 2004. Ha studiato
all'Accademia di Belle Arti di Napoli e, dal 1965, ha svolto ininterrotta attività di
pittore con mostre in Italia e all'estero. Diversi sono i suoi interventi critici di
pittura e scrittura: Le avventure di Telemaco e altro (1983); Eloisa e
l'utopia dell'arte (1984); Un'estate di Virginie e ancora sull'utopia
(1985). Di poesia ha pubblicato: Epilogo (Artepresente, Caserta, 1987); Di
risentimenti innumeri (Ed. Terra del Fuoco, Quarto-NA, s.d.).
11) Stelio M. Martini, Lettera,
in O. Faraone, Di risentimenti innumeri, op. cit., p. 5.
I dati relativi alle
bibliografie dei poeti, in alcuni casi si riferiscono anche dopo il periodo di questa
ricognizione,là dove sia stato possibile aggiornarli.
MARIA ARFÈ
A
proposito di Orizzonti lontani. Intervista all'autore
Orizzonti lontani* è il titolo
emblematico del primo libro di Vincenzo Di Bonito, orizzonti lontani nello spazio-tempo
del nostro mondo, che Vincenzo ha esplorato con singolare e sapiente curiosità, e che
egli ci presenta come un corpo concentrico che si dirama e si diversifica nelle sue
accezioni: ambiente, clima, politica, religione, superstizione, sviluppo
economico-culturale, senza mai perdere il contatto con il suo principio-scaturigine.
Con un linguaggio semplice e dettagliato il
libro sotola il tempo viaggiando negli intriganti canali dell'Archeologia, e spaziando
nell'Antrolologia sociologica, con singolare interpretazione.
Potremmo dire che esso si apre a forbice in
questi due percorsi evolutivi: archeologico e antropologico.
D. È soprattutto in questo secndo
percorso evolutivo, legato alla intelligenza umana, che il tuo libro, rispetto ad altri
libri che hanno trattato gli stessi temi, si fa interessante, perché tu tratteggi,
analizzi, interpreti e denunci l'operato umano, offrendo interessanti spunti di
riflessione. Era, è questo il tuo scopo?
R. Fin da bambino, l'interesse per i
viaggi, la curiosità circa le origini della terra e l'evoluzione delle specie viventi,
hanno caratterizzato la mia esistenza. Ho studiato Etnologia, Paleontologia, Archeologia,
fino a una vera e propria ricerca nell'Antropologia sociale, sustanziando quest'ultima,
occupandomi di politica e, soprattutto, viaggiando; ricavando, dalla molteplicità dei
miei interessi e dalla mia esperienza in politica, una mia personale analisi che ho
racchiuso in questo libro per tutti coloro che vorranno leggermi.
D. Che cosa differenzia un uomo
stanziale da un viaggiatore?
R. I miei studi intorno all'uomo mi
inducono a pensare che si siano delle differenze genetiche tra l'uomo stanziale e il
viaggiatore.
Lo stanziale è persona poco curiosa, legata
alle sue abitudini, ai suoi comfort, con una visione limitata e circoscritta del mondo; al
contrario, il viaggiatore è dominato da sana irrequietezza e vivace curiosità che lo
spingono alla conoscenza di terre e culture diverse, per ampliare i suoi orizzonti e per
meglio conoscere se stesso.
D. Ti definisci laico?
R. Se per laico s'intende definire
coloro che - non importa se agnostici, atei o credenti -, rifiutano di fondare la
politica, le istituzioni, la convivenza civile su basi teologiche, fedeistiche, tutti
coloro che nel discorso pubblico fanno proprio un orizzonte etico-culturale non
"assoluto" che contempli la pluralità delle religioni, sì, mi definisco laico.
D. Pensi che il culto religioso, o
le religioni in generale, costituiscano motivi di oscurantismo e ostacolo nel campo delle
ricerche umane e scientifiche?
R. Penso che la risposta si possa
ricavare dalla risposta precedente.
D. Nel tuo libro usi la parola
"piramide" per definire, con una immagine propria, l'ordinamento gerarchico ed
economico-culturale nelle società umane. Possiamo dire, a questo proposito, che New York
è la punta della piramide?
R. Penso di sì. Oggi New York
rappresenta la forma più avanzata del modello di civiltà occidentale e, tenendo conto
della sempre più rapida globalizzazione mondiale, mi sento di affermare che, nel bene e
nel male, New York è la punta della piramide.
D. Penso che l'epoca che stiamo
attraversando, confusa e con una preoccupante caduta di valori, compreso quello della
vita, assomigli a un moderno Medoevo. Sei d'accordo?
R. Se per Medioevo intendiamo
un'epoca di transizione, nella quale, tuttavia, sono presenti moti e sussulti di rilevanza
artistico-culturali in forma confusa, possiamo allora paragonare la nostra epoca, in
bilico tra caduta di valori, terrori e conflitti bellici disseminati nel mondo, a un
moderno Medioevo.
D. In questo nostro mondo
multiculturale e in rapida trasformazione, verso quale forma sta viaggiando la famiglia?
R. La famiglia si trasforma seguendo
i cambiamenti e l'evoluzione dell'assetto sociale. Pensiamo al ruolo della donna oggi,
rispetto a quello che aveva agli inizi dello scorso secolo (pilastro della famiglia), e
confrontiamo la famiglia di allora con quella odierna: allargata e contaminata da modelli
familiari di altre culture. Certamente - e me lo auguro -, che essa, la famiglia, rimanga
un microcosmo, il cui concetto si allarghi allo Stato e alla Nazione. Ma, ahimé, in un
mondo in rapida trasformazione, è inimmaginabile la forma che avrà la famiglia tra
cinquanta, cento e più anni.
D. Il tuo libro abbraccia la storia
della terra dal suo inizio fino ai nostri giorni ed appare esaustivo in sé. Di cosa ci
parlerà il prossimo?
R. l mio libro parte dalle origini dell'umo e
si ferma alla nascita dello Stato. Nei prossimi due (penso a una trilogia), esplorerò il
campo delle religioni, della loro matrice, delle differenze tra esse, del variopinto gioco
superstizioso ad esse connesso e, soprattutto della loro influenza sulla politica e sullo
Stato.
*
Edizioni Riccardi, Quarto-Napoli, 2005.

CARLO DI LIETO
Luigi
Pirandello pittore: «Seduto davanti al vero, egli
analizzava col pennello»
«Stupida
la natura!
E lei perché la dipinge? gli dissi, rdendo. È
già
è
proprio per questo
mi rispose, scrollando
più volte il
capo».
Rosso
di San Secondo, Pirandello tra i castagni, p. 96
Pirandello nutre un grande interesse per le arti figurative e una vera
predilezione per la puttura impressionistica. Gaspare Giudice nota che «la pittura e il
disegno avevano attratto un tempo Pirandello, che soleva riempire i sui appunti di figure
e di paesaggi veristici, e sempre, fin quasi alla morte, godette, durante le pause estive,
di tenere i pennelli. Così anche Fausto sembrava essere in qualche modo una continuazione
del padre». Emilio Cecchi ci informa che «pochissimi sanno che Pirandello, insieme a tante
altre cose, s'applicò anche a dipingere». La sua visione di critico d'arte è, invece,
espressa in Saggi, Poesie, Scritti Varii (1973): «Ecco lì un pittore che è
affetto da ambliopia isterica, Edoardo Gioja. Ecco un altro, che vede tutto tremolante e
sfolgorante, il Cortese, affetto da tremolio della pupilla. E quest'altro qui sembra
ammalato di acromatopsia: dipinge tutto col fango [
] ritrae in finissimi pastelli le
scene più semplici e pure della Natura? Ma perché egli diffonde tanta e così intensa
malinconia in qei suoi pastelli viventi, da restarne e con pari intensità, compreso chi
li ammiri, quantunque in essi non sia artificio alcuno di colori deprimenti? [
]
nessuna figura umana; e pur l'uomo c'è nella mestizia del pittore, che egli ha
contemplati e ritratti; e questa mestizia par che muova dai laghi, dalla terra, che pur vi
sorride innanzi nella sua bellezza. Si direbbe quasi che il pittore abbia ascoltato la
voce della terra, una parola d'amore della madre dolente. [
] Cerchiamo in lei ciò
che ella non può darci: l'amore - ma questo né ci fa ricchi, né ci appaga [
]
nelle cupe smanie dell'impotenza dispregiamo noi stessi e la terra, che pure ogni anno per
noi si rinnova e pare che per noi voglia celar le rughe coi fiori. L'uomo strappa quei
fiori e s'incorna di spine [
] Non son fatte per noi le primavere». Il giudizio del
critico fa inravedere la concezione del pittore: «Il pensiero del pittore è una visione;
la logica del pittore è, per così dire, il giuoco espressivo d'una luce che ora splende
ora s'attenua, e i suoi sentimenti hanno un colore, una forma, o meglio, il colore e la
frma sono per lui sentimenti
».
Il pittre-narratore, ne Il
turno, enuclea queste immagini dai suoi paesaggi: «In quella campagna [
] Ora
vi crescevano gli alberi, intorno ai due templi antichi, soli superstiti; e il loro
fruscio misterioso si fondeva col barbagliare continuo del mare in distanza e con un
tremolio sonoro incessante, che pareva derivasse dal lume blando della luna nella quiete
abbandonata». Il paesaggio riflette, in uno spazio e in un tempo metastorico, il silente
stato d'animo dell'autore, colpito da no stato di grazia, la suggestione trasforma le
emozioni in un bozzetto pittorico: «E poi del mare sconfinato, in fondo d'un aspro
azzurro. Il bosco stormiva agitato sotto le grevi nubi lente, pregne d'acqua, e vibravano
in alto, le punte dei colossali cipressi sorgenti in mezzo ai mandorli e agli olivi come
un vigile drappello a guardia del tempo antico».
Tutto sfuma nell'indistinto; il vasto scorcio del
paesaggio agrigentino, del mare africano, delle argille azzurre e degli olivi saraceni,
dà alla natura una visione rassenerante da idillio teocriteo, quasi di una realtà
pre-logica. Egli tra/scrive sulla pagina l'incanto del giardino primaverile: «Il vago
fermento di sottili profumi e lo splendore del verde nuovo, che dilaga nei prati, brilla
con vivacità così eccitante in tutti gli alberi intorno; strani fili di suoni luminosi
avviluppano: improvvisi scoppi di luce stordiscono; lampi [
], felici invasioni di
vertigine» 1. Non c'è alcuna deviazione o divergenza tra la scrittura e la
pittura pirandelliana, ma un'osmosi che rivela una sostanziale compenetrazione. L'armonia
della natura infonde tranquillità al suo animo tormentato; il giardinetto sottostante al
suo studio è così descritto nei Colloqui con i personaggi: «
il mio
giardinetto, tutto ridente e squillante, in quei giorni di maggio, di rose galle, di rose
bianche, di rose rosse e di garofani e di geranii [
] i cipressi e i pini di Villa
Torlonia dirimpetto, dorati dal sole, abbagliati sotto l'intenso azzurro del cielo
[
] il fitto cinguettìo degli uccelli felicemente nati con la stagione e il
chiocciolìo della fontanella del mio giardinetto!». In una lettera autobiografica del
1924 Pirandello fa notare: «Insegno, purtroppo, da quindici anni Stilistica nell'Istituto
Superiore di Magistero Femminile. Dico purtroppo, non solo perché l'insegnamento mi pesa
enormemente, ma anche perché la mia più viva aspirazione sarebbe quella di ritirarmi in
campagna a lavorare». La natura, che trasmette serenità, è una costante della sua
pittura e traspare da molte novelle: Padron Dio, Il vitalizio, Vittoria
delle formiche, Cinci, Chiodo, Fortuna d'essere cavallo;
il narratore-pittore rinasce "attimo per attimo". Impedisce che il pensiero si
metta «di nuovo a lavorare, e dentro rifaccia il vuoto delle vane costruzioni». Il
pensiero dell'artista spazia «in un bel cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo stridio
delle rondini nel vento nuvoloso» e rinasce «nuovo e senza ricordi: vivo e intero,
non più in me, ma in ogni cosa fuori» 2. La radicale lontananza da tutto
comporta l'immedesimazione nella natura come rifugio ideale e rimedio alla crisi
d'identità di tanti personaggi: Il dovere del medico, La ragione degli altri,
L'altro figlio, La Sagra del Signore della neve, La Giara, Liolà,
e i colori, fortemente connotati, soddisfano un bisogno profondo di serenità
nell'identificazione panica della Terra-Madre. Secondo Antonio Alessio, Pirandello si accosta «alla natura non per una benefica,
riposante distrazione o per ritrarne la bellezza, ma per interrogarla, coglierne l'anima,
il segreto». Quando l'artista si impone "un silenzio di cosa", dal suo io si
leva un sentimento forte di attrazione verso una natura pacificatrice e tutta l'esistenza
sembra consistere nello stupore di un'estasi contemplativa. Il giovane pittore Elj Nielsen
di Trovarsi si ritira, in disparte, per cogliere empaticamente la propria identità nel
paesaggio: «Quando sono solo, sul mare, in campagna coi miei colori, insomma e all'aperto
- anche se ho contrarietà o c'è rischio di affrontare - non mi perdo, ci vado incontro,
e sono lieto. [
] i sarà avvenuto qualche volta - non sai come - non sai perché -
di vedere all'improvviso la vita, le cose, con occhi nuovi e con l'anima tutta spalancata
in un senso di straordinario stupore». Sotto il suo pennello domina un'aura che riempie
l'anima dell'osservatore di un'intensa emozione: è un modo di disegnare particolarmente
vicino alla pittura degli impressionisti. La realtà non viene mai idealizzata, l'immagine
diretta è colta nell'immediatezza naturale attraverso dissolvenze prospettiche; la
libertà di esecuzione è quella di un sognatore, che guarda il mondo e tenta di capirlo
con l'intensità dell'abbandono. Il languore si espande dagli accordi cromatici, che sono
abilmente sfumati in una con/fusione di realtà/finzione; la visione rassicurante della
campagna è osservata dal vano di una finestra in Questa sera si recita a soggetto:
«una sola, piccola, aperta alla vista della lontana campagna e del mare lontano», oppure
all'Uscita, l'Uomo Grasso ricorda: «Vedo ancora il giardinetto della mia casa al sole. Un
tappetino verde, alla finestra. La vasca, con lo specchio d'acqua in ombra [
] Le
piante attorno guardano attonite i circoletti che s'allargano nell'acqua silenziosi. Io
sono là, tra il respiro fresco delle nuove foglioline, come una vecchia foglia morta che
non sappia ancora staccarsi». La cristallizzazione di un istante di Vita si dilegua in
pochi attimi: il colore per Pirandello non è solamente vibrazione di luce, ma materia
creatrice di spazi; la sua pittura sembra oltrepassare la tela e il paesaggio possiede una
sua corposità di immediata presa psicologica. Talvolta, il pacere derisorio del disegno
trascura volutamente il colore, in quanto volti che sbuffano o smorfie grottesche
disvelano un attento studio dal vivo, per far risaltare nei volti disincarnati il
continuum della Vita al di là della Forma.
La delicata posa dei personaggi, con i loro
sguardi penetranti, è dominata da una monocromia di fondo, dove l'introspezione appare
negli occhi carichi di perplessità di alcuni ritratti. La sua tecnica si perfeziona con i
disegni preparatori delle scenografie teatrali o con gli abbozzi di scena; il ritratto si
anima, poi, di una consistente vita interore, pronta a deflagrare con tocchi rapidi e
sicuri: la vibrazione psicologica cela un segreto a lungo trattenuto dall'artista. Pirandello non progetta i suoi dipinti, perché intende la
pittura come un atto naturale, rapido ed incisivo, accostando i colori alla stessa gamma
cromatica della realtà, in modo da conservare la tonalità pura e naturale delle cose
rappresentate. Pur riscoprendo la vita attraverso la natura, egli tenta di coglierla fino
in fondo, anche se mantiene di fronte ad essa il dovuto distacco; la sua pittura come la
sua scrittura colgono nelle immagini gli scenari della memoria e la coscienza divisa
dell'io.
L'altrove
irrompe come autoriflessione e l'immedesimazione empatica disvela l'universo intenzionale
dell'artista e la sua componente proiettiva; l'interazione fantasia/tensione emotiva
libera nella pittura "la logica" del fantasma. La tensione tra il reale e
l'immaginario produce un forte straniamento, che, talvolta, fa riflettere sulla scarsa
affidabilità del reale, ma il ricorso all'irreale esorcizza ciò che si teme e allontana
le inquietudini e le insidie del quotidiano. La finzione artistica genera un'associazione
di idee, che, per espansione, confluisce nell'atto creativo. Il forte realismo genera una
rete di significati, che esplorano il fondo segreto del sé, trasmutando in colori e luce
"la disarmonia interiore". Il travestimento nella pittura statuisce una
regressione delle capacità sintetiche della coscienza e l'esperienza del ricordo rivela
contenuti inconsci dell'artista e un sistema di strutture significanti in cui la vita
pre-razionale trova la sua espressione. E.H. Gombrich rileva che Freud ha dato «sempre per scontato che quello che dobbiamo cercare nell'opera
d'arte è il massimo contenuto psicologico delle figure stesse. Che questa convinzione non
venisse mai meno lo scopriamo nel secondo saggio di Freud
sull'arte, lo studio sul Mosé di Michelangelo». Una corrispondenza biunivoca lega la
scrittura pirandelliana alla pittura: in essa riappaiono i motivi ricorrenti della sua
poetica. Egli lavora con la stessa tecnica del découpage, del ritaglio e
dell'accostamento degli opposti. La pittura è un momento di sedmentazione e unitamente
alla critica d'arte ha un peso tutt'altro che secondario nella sua formazione; l'esercizio
pittorico riemerge, però, trasformato, nella coscienza pirandelliana: tutto sembra
diretto da un magico stato di grazia, capace di trasmutare la realtà, perché il contatto
immediato che il quadro sa dare, con i suoi effetti di luce, con i suoi colori e le sue
linee, trasmette una tensione drammatica che va al dià dell'arcana presenza della natura.
Il dramma del pensiero si vanifica e subentra una spazio figurativo che metabolizza la
conflittualità psichica.
1) Luigi
Pirandello, Visita, in «Novelle
per un anno vol II», Newton Compton, Roma, 2001, p. 839.
2)
Ibidem, Colloqui coi personaggi, in «Novelle per un anno vol II», op. cit., pp.
11-98-11-99.
Risvolti
- Schede
ASSUNTA CARDILE
Per
una cultura del libro
Francesco
De Napoli spiega così le ragioni della sua ricerca, intitolata Per una cultura del
libro: «Il fatto di prestare servizio, da oltre vent'anni finora, nell'unica
struttura pubblica preposta ai servizi culturali in un importante e nevralgico
centro in tumultuosa crescita, mi consente di toccare davvero con mano, di sentire
costantemente il "polso" della richiesta di cultura sul territorio.
[...] Modestamente, amo il lavoro del bibliotecario, perché amo la... cultura.
Avendo poi - immodestamente - il dono di possedere una in/discreta sensibilità ed una non
innocua penna (secondo il parere di qualche compiacente studioso, bontà
sua) iniziai lentamente a guardarmi intorno...».
L'autore
pone il dito nella piaga del diffuso lassismo, della superficialità e del qualunquismo
che regnano nel mondo delle strutture culturali e delle biblioteche. Da un lato, imperano
il pressappochismo e la faciloneria dei pubblici funzionari, dall'altro esiste un
inquietante disinteresse, una drammatica incuria da parte del pubblico. Riguardo al
personale addetto, così si esprime De Napoli: «Ho conosciuto bibliotecari i quali
ignoravano chi fosse l'autore di Madame Bovary; li ho rivisti dopo qualche anno:
hanno imparato ad usare il computer, ma continuano ad ignorare chi abbia scritto Madame
Bovary... [...]. Il materiale umano è il bene più raro e prezioso!».
Riguardo
agli utenti, poi, egli scrive: «Ebbi modo di rendermi subito conto, con stupore e
rammarico, della grande rapidità e facilità con la quale la gente... dimentica. Spesso
mi sono interrogato sulle motivazioni segrete di questi stupefacenti fenomeni di oblio
collettivo: il fatto è che la partecipazione popolare agli eventi culturali - per
quanto importanti siano - è vissuta quasi come un passatempo, come uscire la sera per
andare in discoteca o in pizzeria».
Morale
della favola, se esistono organismi degni della Biblioteca di Babele (J. L.
Borges), è perché il clientelismo politico e partitico crea e nomina dei responsabili
che sono, in realtà, dei perfetti... irresponsabili.
Il
saggio è rilevante per novità e originalità, con specifici riferimenti alle aberrazioni
presenti nel mondo dell'editoria.
Francesco
De Napoli, Per una cultura del libro, Edizioni Eva, Venafro-IS, 2003,
pp. 52

DONATO DI STASI
Marcha
Hacker-risata cyberfreak, un'antologia sine nomine
Possono
alcune glosse occasionali rendere conto di un'opera magmatica come Marcha Hacker?
Come dare l'idea di una scrittura acustica, fitta di voci allarmate, codici coercitivi,
gerghi del basso corporeo, frammenti antisublimi, reperti critici che si abbattono a
ondate con la loro ressa micidiale sul lettore aduso al sopore e al torpore
cultural-mediatico?
Si sa
per certo che un autore-cattura-autori ha assemblato materiali disparati per (s)comporre
un affresco virulento degli ultimi(?) giorni della globalizzazione: Marcha Hacker
si dispone come un lavoro pluricefalo, avanspettacolo letterario alternativo e
antagonistico ai vampiri del capitalismo tecnocratico, colpevoli e viziosi, che solo
infondatamente sogliono chiamarsi umani.
Con
scintillanti apparizioni retoriche, minacciose e vive, un gruppo di stampo blissettiano,
arroccato dietro la sigla Elote (mais) e Chiles (peperoncino) promette
un'utopia non omologabile contro i pataccari dello spirito e la trista congrega
giornalistico-televisiva, impegnata cotidie a raschiare il barile del potente di
turno.
Invero
dietro questa leggendaria operazione di metacomunicazione poetica si palesano le
generalità del critico-scrittore Nino
Contiliano, inconsumabile antagonista, resistente, renitente, interferente,
ideologica-mente e fattivamente propugnatore di una discontinuità eccedente che buchi,
afflosci, misceli, sovverta i rapporti di forza esistenti, misurati secondo il ciclo
classico di produzione-consumo.
Scrittura
antioraria, dunque, ironicamente affastellata per porre fine alla truffaldina
concordanza di menzogne e fole, ammannite dalle èlites.
Nino
Contiliano lavora al collage di testi
autoctoni e allotri, sciogliendo nell'acido del sarcasmo i due capisaldi della societas
odierna, individualismo e massifi-cazione: da un lato ogni partecipante a questo progetto
di action-poetrying rinuncia alla sua connotazione, dall'altro il gruppo
costituito di autori manifesta una spiccata soggettività, un'identità collettiva frutto
di una ripetuta coincidentia oppositorum e di una straripante hybris, avversa
alla poesia per anime belle («inculata calda o fredda, con vaselina o senza: / ad
libitum», p. 14; «con sevizie intelligenti intelligentemente praticate / ed eventuale
senso di colpa per i prossimi / vent'anni della Vs. rispettabilissima vita / di merda,
please», pp. 14-15).
In un luogo scrittorio
post-grammaticale, battuto in ordine dal fonosimbolismo pascoliano, dal futurismo, dal
dadaismo e dal primo surrealismo, oltre che dal mortifero Gruppo '63, Nino Contiliano si dimostra un massimalista, non si lascia frenare da alcun rispetto per
la tradizione, tanto meno dal gioco avanguardistico fine a se stesso, id est
esequie sintattiche spacciate per scrittura verbovisiva.
La complanarità di linguaggi
pregrammaticale, grammaticale e postgrammaticale determina l'uso di elementi sprovvisti di
semanticità, immotivati, anticon-venzionali, i quali, attraverso i loro stessi dati
fonici scivolano in una intertestualità materiale e antagonistica («allora, marka
Echelon, cookies / più tazze (wc/ Wto) cri-cri / Guantanamo (né guanto né panda) /
torneò quanti quanta e quanti / e dell'arrivo alla vigilia / nettezza tornò barbiere /
di Siviglia e rasoio senza / Ockham asino di Buridano», p. 17).
Si
tratta, come si può osservare, di congiunzioni eretiche (la filosofia scolastica e
l'organizzazione mondiale del commercio), non canoniche, un partito dialetticamente misto
da mettersi sul piano di una nuova possibile rivoluzione, consistente nel rompere le
paratie stagne, non più fra generi letterari, ma fra autori: «in tuta relativa / candidi
asfodeli vezzose ortiche / e in gemma forti / quest'epoca di killer / in proprio
& su commissione», p. 32 (si allude alla poetessa romana Gemma Forti e alla sua
originale ricerca linguistica tra un apparente liberty e un sostanziale contemptus
mundi).
Cancellato
come istituzione letteraria, l'autore rivive in una diversa condizione, rapsodica, corale,
nel tentativo di fondere nella rappresentazione linguistica toni variegati, stili poco o
molto sovrapponibili, in sostanza l'esperimento wagneriano di uccisione del melodramma e
di fusione di wort (parola), ton (musica) e drama (spettacolo).
La
sortita del Nostro sembra alquanto rischiosa e procede in quale direzione: una lingua
babelica prima di ogni altro linguaggio (Derrida), un bisogno di oralità per il tramite
di coreuti e corego, oppure un'altra hegeliana evocazione della morte della poesia?
Credo
che la risposta possa fornirla ciascun lettore, quando si disponga non a una lettura
silenziosa dei versi in questione, ma a una declamazione altisonante per lasciare uscire
dalla propria gola, come da quella degli autori assemblati, tutto il veleno che la
società dei mass me(r)dia riesce a depositare al fondo della mente («L'avatar si
presenta con / il volto tranquillo di chi / conosce il futuro, / viene dal passato, / non
accetta il presente / perché è sempre in fuga, / perché è sempre più avanti, /
davanti a te / e non conosce tregua, / non conosce attesa, / non conosce tormento / né
rimpianto», pp. 34-35). In quest'epoca di idiozia sociale sia reso onore all'intelligenza
dei poeti che hanno filmato singole scene della nostra fraudolenta apocalisse e al regista
che ha saputo inquadrare e ripercorrere la cultura occidentale/orientale con una tale
ricchezza e velocità di montaggio da lasciare interdetti; per tutti valgano gli esempi
dei Patriot (massime di Marziale, Pascal, Spinoza, Goethe, Marx, Nietzsche, Weber, Mao,
Einstein, Peirce, Rilke, Klee, Bacon) e dell'ode lorda e metafisica, combinata fra
l'arché eracliteo e la Lega Nord («e ne è convinto anche il salumiere che non ha letto
/ Eraclito né Musil e non sa cos'è la Cacania / e la Padania e la Papania / e crede che
l'ombelico del mondo passi / per Casalpurga», p. 18).
Il
ciceroniano viaggiatore delle lettere, Nino Contiliano, ha raccolto per questa marcia
sbellicata degli hacker i seguenti nomi: Filippo Bettini, se stesso, Gemma Forti, Mario Lunetta, Giorgio Moio, Francesco Muzzioli, Giuseppe Panella, Emilio Piccolo, Sandro Sproccati.
In
chiusura due altre comunicazioni: in primis la versione elettronica di Marcha Hacker
è sfogliabile al sito www.vicoacitillo.it;
in secundis i proventi del testo cartaceo saranno usati per sostenere il progetto
"una laurea per i poveri" a favore dei campesinos dell'Ecuador. Hasta
la poesia siempre!
Nereidi,
16 gennaio 2006
Elote e Chiles,
Marcha Hacker - risata cyberfreak, Promopress 2005, Palermo, pp. 40

FRANCESCO MANDRINO
Timebox
Com'erano
belle le bagnanti di Ingres, le ballerine di Toulouse-Lautrec, ma poi la pittura perse
gradatamente la figura e le rimasero solo la forma e il colore: davanti all'astratto mi
parve non ci fosse più nulla da guardare. Invece, pur non essendo io un critico d'arte
bensì un panettiere vercellese, mi accorsi che mentre non ricordavo un solo quadro
cubista né il nome di un autore, mi rimanevano stranamente impresse le composizioni di
Kandinsky e mi attraevano gli studi di Mondrian, che pure mi turbavano. Eppure tutto
questo non mi lasciò neppure immaginare cosa sarebbe successo nel momento in cui la
poesia avrebbe perso il racconto, e poi anche la proposizione di situazioni reali, fino a
restare solamente parola e ritmo.
Pasquale Della Ragione in questo libro, di cui la copertina mi sembra introduttiva forse più
del risvolto, non giunge a tanto; la proposizione di situazioni più o meno reali rimane
ma in modo a volte ostentatamente disorientativo (disarticolante?) da negare il racconto e
lasciare il lettore in balia di sensazioni, emozioni, sentimenti a volte forti quanto
apparentemente immotivati.
Così
come nel verso gli accenti cadono su alcune sillabe evidenziandole in questa silloge vi
sono alcune sollecitazioni che paiono messe in evidenza, anche per la loro reiterazione:
si tratta di quanto pertiene, anche attraverso una grande quantità di collegati e
derivati, al concetto di liquidità, di acqua, di mare. A questo elemento anche il lettore
meno attento non può sfuggire.
Altro
concetto che viene evidenziato con lo stesso sistema è quello di luce, con tutto il suo
corredo di collegati, biancore-lucentezza, occhio-pupilla e avvampa-scintilla-candela. Con
lo stesso sistema l'autore sovverte anche il senso di evanescenza insinuato nello stesso
concetto attraverso un successivo sbiadimento dei colori, uno smorzarsi verso il grigio,
uno spegnersi nel buio. La presenza dei termini luna e stelle potrebbe lasciar intendere
il riferimento ad un tramonto ma io credo che abbiano invece soltanto una funzione
accessoria nel sottolineare il passaggio al buio, altrimenti si dovrebbe pensare ad
un'immagine piuttosto trita nella letteratura poetica del passato: liquidità-vastità del
mare, smorzamento-tramonto, buio-stelle; immagini piuttosto scontate e bucoliche, troppo
umanizzate o umanizzanti. Invece non si avverte alcuna presenza umana ma solo la coscienza
d'esistere di colui che compie l'osservazione, la considerazione: lo scrivente e di
riflesso il lettore. Tuttavia la considerazione non è avulsa dall'umanità ma solo
lontana dal contesto umano in senso fisico. Alcuni riferimenti al concetto di violenza
collettiva, come elmo sciabola corazza pirotecnica rovine corpi immobili, potrebbero
lasciar pensare al contrario tuttavia la totale mancanza di riferimenti all'avidità e al
denaro li rendono meno umanizzati, mentre riferimenti di altro tipo, come atollo, gran
cerchio liquido sull'orlo, la nuvola di facciata che evapora e cade, riconducono al
concetto di violenza verso l'elemento natura nel suo complesso, molto presente invece,
anche se in modo non così concettuale come quelli descritti prima.
Nel suo complesso
quindi la considerazione di Pasquale Della Ragione mi
sembra rimanere sospesa, in perenne oscillazione ma senza avvicinarsi troppo alla crosta
terrestre né rischiare di perdersi negli spazi siderali.
Qua e
là, alcuni gruppi di versi sembrano mostrare lievi tracce di racconto (figura) che però
subito si dissolve nella parola (colore) e lascia vaghi accenni nell'insieme. La rigida
divisione in brani, composti da versi al limite della lunghezza canonica, divisi a loro
volta in strofe di quattro e tre versi con una coda composta da un verso isolato (forma),
tengono la silloge legata all'idea della tradizionale poesia civile, allontanandola da
sperimentazioni a volte divagatorie verso l'introspe-zione. Su tutto sembra dominare un
senso drammatico, se non tragico, con qualche cenno al risollevamento, e il panorama non
appare proprio sconosciuto.
Pasquale
Della Ragione, Timebox, Edizioni Riccardi, Quarto-Napoli, 2004, pp. 32

FRANCESCO
MUZZIOLI
L'universo poetico di Moriconi
Nel quadro della poesia
italiana, Alberto
Mario Moriconi occupa un posto tutto suo. Da un lato non
gli si può negare di essere un riscopritore della tradizione, bravo a restituire, senza
censure artefatte, una versificazione "dispiegata", e rivolto, con una
propensione umanistica, a salvare il passato dall'incultura imperante, nonché a rendere
giustizia alla "creatura", ossia al fondo umano straziato dalla storia. Ma al
tempo stesso, non gli si può non riconoscere l'allegria vitalizzante del comico e,
quindi, con essa la volontà di mettere in questione tutti i valori e tutti gli idoli
(anche letterari, perché no?), facendo sprizzare dalle parole le scintille dell'ironia e
disperdendo per tale via i patrimoni culturali riveriti. Ugualmente, la sua
"drammaticità" e il suo pathos si rispecchiano in una "vocazione
teatrale" condotta alla agitazione plurilinguista; e la sua "forma buona",
solidamente ritmata, trova il corrispettivo nella variazione e nella sperimentazione
parodistica.
Un autore, dunque, con
diverse "facce" che, pur facendo parte per diritto acquisito della vivace e
assai prolifica area napoletana, conserva suoi tratti originali. Un autore che ha al suo
attivo un articolato percorso e che ha ricevuto nel tempo un cospicuo quantitativo di
lavori critici, provenienti - questo è significativo rilevarlo - da posizioni anche assai
dverse. E i lavori sono in corso, come dimostra una nuova recente monografia dedicatagli
da Giuseppina Scognamiglio, con il titolo L'universo poetico di Moriconi, edita dall'editore Liguori. Il libro della
Scognamiglio si avvale di una serie di approcci convergenti: i primi capitoli entrano
nell'"universo poetico" dell'autore e nel suo laboratorio linguistico;
successivamente vengono illustrati (e poi riportati per intero nel testo) gli interventi
su Moriconi di alcuni importanti scrittori napoletani, e precisamente La Capria,
Marotta, Rea, Rugarli e Striano; una sezione ospita le dichiarazioni dirette dell'autore,
rese in varie sedi d'intervista; ultimo ma non meno importante viene l'ampio e accurato
aggiornamento bibliografico. Un libro, dunque, che offre materiali molto utili per la
conoscenza della poesia moriconiana e per l'approfondimento di alcuni suoi aspetti, tra i
quali soprattutto quello relativo al linguaggio (interessanti pagine sono riservate al
plurilinguismo e alla dialettica tra lingua e dialetto) e allo stile (esemplificato a
dovere nella schedatura delle occorrenze di alcune figure retoriche rilevanti). Pure assai
opportuno è il passaggio attraverso le proposte interpretative della critica, che serve a
focalizzare le direzioni di ricerca possibili e a mettere in luce le formulazioni più
stimolanti, riprese qui con ampie citazioni, che vanno alla indicazione del Moriconi "poeta civile" (Occhipinti e Minore), alla glossa di Patrizi
sul nesso tra "astuzia e ironia, tensione sperimentale e candore ludico",
all'evidenza data da Lunetta
all'"espressionismo filosofico, si potrebbe anche dire, di questa poesia spigolosa e
mobilissima".
Proprio il richiamo
alle figure della retorica potrebbe rivelarsi illuminante. Infatti, la retorica
sottintende un "saper fare" e su questo fronte Moriconi
non teme rivali, quanto all'esecuzione e al "ri-uso" dei procedimenti ereditati.
Giustamente la Scognamiglio parla di "duttilità" stilistica e usa per
l'universo poetico del nostro autore il termine "atelier", indicante un
alto artigianato. Tuttavia, la retorica segnala anche quella torsione pratica che
la particolare intenzione di chi scrive imprime al linguaggio: pure in questo secondo
senso le credenziali dell'autore sono a posto, avendo egli cura di scegliere sempre pour
cause i propri obiettivi e i propri mezzi. Questo doppio risvolto ce lo conferma lui
stesso, nei brani sollecitati dalle interviste. La sua poetica è, sì, quella del
poeta-umanista (oserei dire "umanitario", se questa parola non fosse oggi
inflazionata a coprire di tutto e di più), e precisamente «un umanista che ha conosciuto
l'uomo e la vita nei suoi svolgimenti e nei suoi viluppi più drammatici, più miseri e
più beffardi», ma tale prospettiva non può non inverarsi in chiave polemica nel
ritratto di un poeta che - afferma Moriconi - nel mentre
«esprime se stesso» manifesta «avversioni» e «odii» contro la violenza che lo
circonda, un poeta che nel suo linguaggio deve lasciar trasparire «tutta la carica di
resistenza e d'irrisione» di cui è capace.
Insomma, se Moriconi, nella sostanza autobiografica dei suoi testi (che la Scognamiglio
sottolinea fin dall'inizio), dimostra di cogliere la sorte riservata alla poesia oggi, che
è quella di isolare la vita dal consumo e di strapparla alla massificazione volgare della
società-spettacolo, per sottoporla a un bagno di analisi rigenerante e liberante;
tuttavia ci fa anche chiaramente toccare con mano come questa operazione di critica e
scavo dell'identità, di recupero dell'io (il poeta "minatore", dice qui Moriconi), che potrebbe sembrare affatto personale, invece, essendo fatta
con e sul linguaggio, continua, per forza, a riguardare tutti noi e la nostra
collettiva "ragione sociale".
Giuseppina Scognamiglio, L'universo
poetico di Moriconi, Liguori ed., Napoli, 2004, pp. 148

GIORGIO MOIO
Oltre
i deserti
Nel leggere
l'opera prima di Serena Stefani, Caverne, si riscontra in essa, con piacere, un
non trascurabile potenziale che fa ben sperare per il suo futuro di poeta. Quando si ha
tra le mani un'opera prima la cosa che più dovrebbe incuriosire per una lettura critica
è non tanto la preparazione dell'autore, l'appartenenza a qualche modello o corrente, ma
come sostiene Mario Lunetta nell'introduzione,
quali «incertezze, ingenuità, pentimenti visibili, approssimazioni» (p. 7),
coinvolgimenti, senza le arroganti certezze di chi la sa lunga, riesce a trasmetterti.
Caverne
è lastricato di incertezze, d'ingenuità, di dubbi, di pentimenti visibili, e ci sembra
pure una poesia matura, vista l'età abbastanza giovane che si ritrova l'autrice: si
tratta di una poesia basata su temi plurali, di grossa sensibilità umana. Più
precisamente quello che ci colpisce di più, ad una prima lettura (quella a caldo, non
calcolatoria, non rapportandola a nessun parametro ideologico o di tendenza poetica) è il
"viaggio" mentale che l'autrice affronta, attraverso le plaghe della condizione
umana, distorta e messa al muro dal nostro cinico "umanesimo" occidentale,
portandosi fino alle origini, alla nascita della specie, alla procreazione (vedi
l'accostamento lessicale utero/caverna), nel tentativo nobile non di preservare la razza
umana dal punto di vista materno/semantico, ormai smarritasi chissà dove, ma maternamente
concepirne quasi un'altra, più umana: «... Quando sarò lontanissima / oltre i deserti
letterali (senz'altra retorica / che il patto sociale) i passi / della mia razza parranno
soltanto / le rughe di un vecchio vizioso (il loro destino) / peccato che il mondo non
cambi da sé» (p.17). E non a caso le sue poesie hanno, nella maggior parte di esse, come
tema l'Africa dove sono state rinvenute le prime tracce umane - la culla della razza
umana, secondo la teoria darwiniana, sostenuta, come sappiamo, dal ritrovamento di resti dell'Australopithecinae
del Transvaal, ma anche dell'Atlanthropus mauritanicus in Algeria e Marocco,
nonché dell'uomo di Saldanha, di Eyasi, dell'homo rhodesiensis, di
Neanderthal e Sapiens -, ma che oggi è la parte del mondo, anche se la meno popolata (che
ingrato destino!), più sfruttata dagli stessi suoi "figli", l'emblema della
sofferenza tragica e inumana, fatta di pregiudizi, soprusi, ingiustizie. Dunque, ci
sembrano accettabili i binomi Africa/madre, Africa/vita. Già questo assunto dovrebbe
farci riflettere e comportarci con rispetto nei suoi confronti, con altruismo, senza
retorica e moralismi, un comportamento da estendere, però, a tutta quella gente bisognosa
di crescere, di sentirsi orgogliosa di appartenere alla razza umana: «... A lungo abbiam
riposato ed ora il risveglio / è pieno di cose viventi che pressano, parlano / a cenni.
Ed appartengono a noi» (p. 77).
Tutto questo
si denota nel volume della Stefani, e poco importa se linguisticamente lo racconta con una
certa vena fabulatoria, con un canto lirico e pieno di pathos, quasi trascendentale, e a
volte descrittivo, ma che sa farsi curioso, grido di denuncia, sostanza passionale sì, ma
non lamentosa, essendo carica di quella valenza allegorica del reale, decisamente
misteriosa - come afferma giustamente Lunetta nell'introduzione -
«che presuppone, più che vicende autobiografiche, strati di saggezza continuamente
frustrata ma che pure non si dà per vinta, anzi chiama il lettore a un'assunzione di
responsabilità, quasi di complicità nell'avventura che presuppone l'utopia di un altro
assetto possibile, nel caos sociale e nella leggerezza della fabula» (p. 8).
È anche un
viaggio alla riscoperta del proprio io, del proprio ruolo di donna, della propria origine;
più in generale alla riscoperta dell'essere, portando l'attenzione (ancora
pasolinianamente, perché no?) sui diseredati della propria condizione umana, sugli
oppressi, anche se per ora possiamo solo immaginarci e auspicarci una felice conclusione,
una salvazione dell'intera umanità: «... Un giorno saremo colonne o baleni / che il
suolo non fermerà» (p. 79).
Serena
Stefani, Caverne, Edizioni Gazebo, Firenze 2005, pp. 84

GIORGIO MOIO
La Ratio
di Luciano Nanni, ovvero viaggiare nella memoria
Ratio,
di Luciano Nanni, volume che raccoglie una quindicina di racconti, nel suo insieme è un
bel "viaggio" attraverso le plaghe della memoria, alla riscoperta di "come
eravamo", di quei valori genuini e altruisti dimenticati. Stesso discorso per le
cose, gli oggetti, le sensazioni e i momenti della nostra vita passata che oggi ci
appaiono distanti e distorti, momenti che vorremmo averli almeno vissuti diversamente. In
questo libro di Nanni, invece, non c'è nulla di tutto questo; ossia non c'è
rivisitazione, in quanto la realtà del passato di cui è stato protagonista l'autore, e
quella di oggi, sembrano fondersi e integrarsi: insomma l'una rinvigorisce l'altra in modo
che si possa ancora ben sperare per il futuro:
La memoria
trattiene ogni suo lineamento, a volte con la punta delle dita le sfioro le labbra o
accarezzo l'onda pietrificata dei capelli: la donna ideale a cui aspiravo la trovo
realizzata in un'opera d'arte, però non mi sono mai chiesto chi l'ha scolpita e perché
si trova qua, in un punto che ho scoperto per caso, solamente io so come arrivarci fra
balze e stretti varchi (RATIO, La casa eterna, p. 66)
Non c'è
nostalgia né moralismo nel descrivere luoghi e situazioni già vissute, in quanto, pur
trattandosi di un'analisi dei ricordi, essa si combina con il racconto della realtà di
oggi - appunto -, nel tentativo di renderla più umana. Anzi, l'autore si serve anche di
un linguaggio semplice, per certi versi, senza ricercare chissà quali artifici, semplice
come lo era la vita di qualche tempo fa. A volte la realtà diventa onirica, surreale, e
ne esce fuori una specie di "processo associativo", intenzionale, un unicum tra
memoria e corpo: nel senso che il passato si vorrebbe reale e la realtà - specie quella
odierna - spedirla chissà dove. Ci sembra di capire che valga il motto "stavamo
meglio quando stavamo peggio", che l'autore tenta di ribaltare ripristinando la
ratio, il pensare alla vita, all'essere in quanto entità, che l'umanità - negli ultimi
tempi; ma tutto il vecchio occidente è colpevole - ha smarrito in favore della politica
affaristica, l'appiattimento del pensiero, la pacificazione culturale, tutto
esclusivamente a vantaggio dell'economia più vieta:
In ogni
persona esiste, anche se inconscia, un'ideologia; e nei giorni seguenti si precisò quella
del vecchio: la vita consisteva nelle cose, nello scoprire la dimensione finale in cui
erano immerse e che il sovrapporsi di usi e filosofie aveva oscurato. Mi sentii tornare a
una realtà antica, quando corpo e idea erano una cosa sola (Ivi, Inverno, p. 51)
Luciano
Nanni, Ratio, Panda Edizioni, Padova, 2005, pp. 78

GIORGIO MOIO
Andare
qui, al di là del senso ovvio delle cose
Nel suo ultimo
libro di poesie, Andare qui, Piera Oppezzo (Torino, 1934)
fa parlare i viventi, li fa pensare, li fa sognare, li fa domandare, fissando nello spazio
del vivere quegli strumenti necessari per preservare la materia della vita, i segni di un
tracciato rappresentativo di eventi mobili da abitare, nonostante siano ustionati nella
mente dal presente impedito dal consumismo sfrenato. O meglio. Il pensiero vorrebbe
allungarsi e portarsi al di là del senso ovvio delle cose (e spesso con fatica ci riesce)
ma s'impasta nelle fessure dell'attesa a guardarsi intorno, barcollando nell'abitudine del
presente che non rivela che somiglianze di andature di esercizi destituiti dell'Essere.
Così come il sogno, va avanti per segmenti che rasentano formule di silenzi in corteo,
tra degenerazioni di un quotidiano che manca di diversità.
E il vivente
si assenta tra i detriti dell'umanità, postulando la sua "presenza", mentre le
parole (quando si pronunciano) non domandano e le domande vengono formulate senza
attendersi risposte. Quasi uno scenario di "fine umanità" (come non darle
ragione!):
Vivente fissa i colori del
suo orizzonte.
Scatto. Attesa. Dice di
fianco bastava un secondo
Osserva le trame del
traffico a convegno permanente.
Ricerca rumori. Abbassa
pensieri. Attraversa
Decolla su un serpente
illustrato. Esselunga
A suo tempo snodava
libellule o piselli?
Spinta dopo spinta un
portafoglio. Già aveva.
Vivente ci converte in
cronaca cittadina.
[...]
(Vivente e
il suo orizzonte, p. 36)
Sono decisi a
non mollare, però, a non soccombere, pur nel silenzio, nel disagio di una vita grama, e a
niente di proprio sono disposti a rinunciare la parola, il pensiero, il sogno di questi
viventi: tra frammenti di realtà quasi rarefatte che i viventi s'affaticano a respirare,
ed "... esplodono importanze che non..." sapevano che esistessero. Nonostante lo
scenario soccombente:
[...] Dal vivo disastro
che già altre volte ha
animato
tra sé e se stessa
fa arretrare l'aridità che
l'aveva interrata
Eretica e convinta del suo
disaccordo
controlla la vertigine
sullo spazio degli assenti.
Il corpo unendosi
allea flussi di presenze.
Per loro
avvia un'epoca.
(Pieno giorno, p.
45).
Piera Oppezzo, Andare qui, Manni, Lecce, 2003, pp. 64

VITTORIO PANNONE
A
proposito di Estatica, personale di Michele De Luca
Caro Michele
De Luca,
ieri ho visto
le tue opere dal vivo nello Studio "Tra le Volte", apprezzando l'effetto luce
sulla lamiera. L'idea originaria non è cambiata, anzi si è solidificata con la verifica
diretta. Hai il dono di rivelare "la presenza", che soventemente si oblia. Il
punto-luce bianco serve a rendere la presenza dell'essere, che oramai sfugge a qualsiasi
coglimento. Potrei togliere il contorno, ma il risultato non cambia. È raro trovare un
artista che si sia cimentato in un così alto scopo, nella diretta e palesemente, senza
nascondersi in scusanti di giustificazioni. Molti artisti hanno reso la luce-presenza, ma
affrontando motivi altri. Hai preso di petto la luce e la costringi a rivelare la sua
essenza-mistero. Fiat lux. Creazione. L'eterno buio. Mistero. I tanti perché non risolti
e rimandati. Ad un certo punto dal "profondo buio" sorge la luce rischiarante,
che fa essere le cose tutte. Le cose possono esistere, ma se non "illuminate"
restano nell'oblio del non essere: la notte dell'esistenza.

Michele
De Luca, Estatica, 2004, olio, metallo, legno, cm. 220 x 40 x 32
La luce
riporta in vita il tutto. Ma, ma luce custodisce in sé la presenza, rendendola non
coglibile per il troppo bagliore. L'artista superiore fa sorgere il cavallo della presenza
all'interno del grande bagliore lucente: la presenza supera il bagliore della luce.
Nell'assoluta luce si delinea la presenza. Non è facile assolutizzare la luce. La
presenza rivela la consistenza del mondo, ci illumina sulla essenza delle cose. La
presenza è il sorgimento-fondamento tanto cercato e mai trovato. È l'uscita dalla eterna
assenza, che decide di superarsi: il buio che totalizza la sua buità. Nel buio più buio,
all'improvviso si rischiara a se stesso ed emette un bagliore: sorge la luce. L'assenza si
assenta a se stessa: presenza. Coscienza di sé totalizzata. Questo è il momento primo
delle cose o della cosa. Anzi, la cosa decide di superarsi, assolutizzarsi, totalizzarsi;
la spinta finale la conduce in un mondo altro rispetto alla condizione della cosa: nasce
il fenomenico-alonatico. La cosa in sé è tutto, anche coscienza totale di sé; ma non
può essere altro da sé. Sorge lo spasmodico bisogno di essere "altro". Implode
a tal punto che genera l'"altro", autonomo e indipendente da se stessa: nasce il
mondo fenomenico, caratterizzato dall'alone lucente.
La cosa è al
buio, non ha bisogno di specchi: è e sa di essere. Il nuovo mondo creato è totalmente
indipendente, ma non avrà coscienza del suo fondamento originario. Il creato dovrà
ignorare la creazione. Però ci dovrà essere un legame spezzato tra la cosa in sé ed il
suo creato: "la presenza". Essere. Io sono. Il dono dell'essere. La vita. Il
creato è. La presenza è il tempo. Il tempo rende una cosa presente. Tempo. Presenza.
Mistero risolto. Anima. La presenza è la presenza della cosa in sé nel mondo fenomenico,
senza influenzarlo. La cosa in sé si rende visibile con "la presenza", ma non
condiziona la materia del mondo essendo "pura luce assoluta", che supera la sua
essenza fotonica. La presenza è il brillamento dei fotoni che vanno a morire, liberandosi
della propria materialità. "Luce assoluta" liberata dai fotoni annullandosi. Lo
spirituale-immateriale nel fenomenico.
Caro Michele,
stai lavorando in questi ambiti primi, rivelando il mistero dell'esistenza. Complimenti di
cuore.
Fondi,
giovedì 7 aprile 2005, h. 12,00
Michele
De Luca, Estatica, Associazione Culturale "TRAleVOLTE", Roma,
19 febbraio - 9 aprile 2005
Risvolti
- Biblioteca
a cura di Pasquale Della
Ragione
Paolo Badini, Il Signore dei Testimoni Blu, Anterem Edizioni, via Zambelli
15, Verona, 2001, pp. 56
XIV
Fianco a fianco
Nel mezzo del sentiero
Con le spade sguainate
Concentrati sulle parole
Uno sforzo enorme per
tendere
Mani che si toccano
Il sortilegio che si spezza
Cadendo in frantumi.

Antonino Contiliano, Terminali e Muquenti / Paradossi, Promopress, s.i., Palermo,
2005, pp. 70
Alchimia
dei modelli ribelle
l'alchimia
degli elettroni lascia la
danza
e le nubi spettinate di
vento
rovesci del cielo staccano
nomadi
accordi alla memoria della
luna,
quel giorno della note dove
brilla
del gioco il caso la mina
della cosa
e la tua pelle fiocco di
neve curva
libera le vampate delle
risonanze
tra dis-astri e de-siderii
farfalla
odore di dune il tempo
della bocca
intona frangenti canti di
spin le onde
e giù la gola immola i
nodi della geometria
sulla rete ardente dei
buchi del vapore
ora che il calendario la
navigazione
procede tra un urlo e il
silenzio
del tonfo della lingua
nell'infanzia
gennaio 2001

Claudio Gallico, Poesia seconda, Edizioni Gazebo, via San Zenobio 36, Firenze,
2005, pp. 36
Lanugine impigliata nel
rovo
la parola cola nella cosa,
dispone volenterosa
un tracciato di simulacri,
sprona correnti di
probabilità
inquiete lingue di fiamma.
I ritagli della lingua
vivente
congiunti in matasse
oratorie
scorrono sopra una
piattaforma
vacillante,
chiazze di reminiscenze
terrose, collezione di
sedimenti,
deposito segnato
dall'indice del tempo.

Cosimo
Flavio Gioia, Il canto del Mediterraneo, Scrittura & Scritture, via
Burali d'Arezzo 9, Napoli, 2005, pp. 48
Calma del mare
Come specchio nello
sgualcìo
disegno dell'antico mare
si riflettono i pensieri.
Brucia
ai raggi dell'accecante
sole
il sudato sguardo.
Stanche le vele
nel pigro cullare
smuovono le accaldate vesti
disegnando venti fatui.
Tuffo nel silenzioso
scenario
la desiderata voglia di
frescura.
Attendo dall'infinito
orizzonte
inquiete increspature.

Francesco Mandrino, M'innamorai lo riconosco, Edizioni Tracce, via Ravasco 54,
Pescara, 2004, pp. 104
Canzone ebbra
Amo lo sai, anima mia, i
miei posacenere,
moribondi spaccati,
riattaccati con cura.
Io li guardo e contendo
all'artista,
creatore dell'utili forme
sì belle,
del prestigio il piacere e
la gioia.
Vero; non ho plasmato le
piacevoli curve,
né ho saputo spalmare i
ridenti colori!
Ma del bello ho raccolto
gli inutili cocci
e con fare paziente come
sagge parole
io li ho resi capaci di
puntare di nuovo
allo scopo ch'esalta la
loro bellezza,
del motivo strappato della
loro esistenza
li ho saputi rifare padroni
assoluti
col mio tempo e fatica,
parte della mia vita.
Ancor oggi lo sai, mio
morbido amore,
gode questa mia vita della
loro esistenza
e destino ha impedito,
almeno finora,
che il raccolto da terra
cadesse di nuovo.

Daniele Poletti, Ipotesi per un ipofisario, Marco Del Bucchia ed., c.p. 11,
Massarosa, 2005, pp. 76
La complessione
(Achiría II)
Nella destra scorre
tra le dita incapienti la sabbia
nella sinistra, l'acqua
scorre
tra le dita incapienti.
Se la mano secca
riemerge dall'acqua, è
presto perso
il ricordo; se la mano
bagnata
interroga la sabbia presto
sarà ricordo
la numerabilità del
desiderio.
Accadde adesso, nel
cospirare di graffi
appresi dalla levagione che
la pianta
mi muoia tra le mani; che
il roco guaito
in cui riconoscono voci
familiari
risillabi l'interrogazione.
Un dentro del corpo
di pochi organi sparuti
foglieggia. Fnché
affievoliscono
sul lenzuolo le finestre
del febbraio.

Alberto Rizzi, La luce lo specchio, prod. in proprio, s.i., Ceregnano (RO),
2005, pp. 58
Di quegli uccelli in alto
al filo
non ricordo le tracce
e nulla da perdere si
presagiva
nei richiami degli uomini
più in là
ma un gallo così lontano
da sembrare un lamento
Però dovendo essere qui
siccome sono e fui
so di non avere scampo
ma solo una speranza
e nient'affatto cieca

Claudia Manuela Turco, L'età dell'oro e della ruggine, Laboratorio delle Arti, via
Tartini 38, Milano, 2005, pp. 60
Eclisse di sole
Cividale,
vago ancora tra le tue vie,
per rivedere l'ipogeo
celtico
e il Tempietto longobardo;
ancora scivolano, i miei
pensieri,
sulle onde del Natisone
e avvolgono il Ponte del
diavolo.
Indifferente all'eclisse di
sole,
mi aggiro per le desertiche
strade,
rapita da un campanile
che offre giaciglio
a un pino temerario.
NOTIZIARIO
Eventi di
settembre 2005 - settembre 2006
Napoli,
9-10-11 settembre. Al Belvedere-Teatro del "Parco dei Camaldoli",
a cura della Multimedia Edizioni/Casa della poesia, nell'ambito di Napolipoesia nel Parco,
si sono svolte alcune serate di poesia internazionale, con recitals dei poeti Francisca
Aguirre (Spagna), Maram al Massri (Siria), Annina Baraka (Spagna), Michel Cassir (Libano),
Jack Hirschman (U.S.A.), Josip Osti (Albania), Carmen Yanez (Cile), Dane Zajc (Slovenia) e
i napoletani Mariano Baino, Gabriele Frasca e Wanda Marasco.
Ravello
(SA), 10 settembre. Nel "Chiostro Inferiore" di Villa Rufolo, con
testi di Ada Masoero, Osvaldo Patani e di Victor De Circasia, si è inaugurata la mostra Nelle
stanze ritrovate di Villa Rufolo, opere di Aldo Rota. Firenze, 14 settembre.
Nel giardino della libreria "Libriliberi", si è presentato il volume La
Pissera degli autori Carlo Lapucci, Rosaria Lo Russo, Maria Pia Moschini, Liliana Ugolini. Hanno letto alcuni brani Cristina Moschini, Tiziano Pecchioli, Giada
Primavera.
Crema (CR), 17 settembre. Il "Circolo Poetico Correnti",
diretto da Alberto Mori, nell'ambito
della "Poesia a Strappo", in piazza Duomo ha organizzato La rue est enorme.
Bologna, 22 settembre. In occasione della 2a edizione del Festival del
Libro d'Arte-Artelibro, nel Museo Civico Archelogico, Renato Barilli ha curato la mostra Il
Libro d'Artista in Emilia-Romagna.
Bologna, 23 settembre. A "Villa delle Rose", Lorenzo Sassoli
De Bianchi, Gianfranco Maraniello e Andrea Albertini, hanno presentato, a cura di Valerio
Dehò, la mostra Brazil, opere di Ralph Gibson. Il giorno dopo, nella Cappella
Farnese di Palazzo d'Accursio, Dehò e Maraniello hanno presentato invece il volume
omonimo di Gibson, con la presenza dell'autore.
Gallarate, 24 settembre. Si è inaugurata, presso la "On the road
Art Gallery", la mostra collettiva Mail
Art allo specchio, curata da Ruggero Maggi.
Durante l'inaugurazione Marisa Zattini ha presentato "Graphie", rivista
trimestrale di arte e letteratura.
Mouans - Sartoux (Francia), 7-8-9 ottobre. La rivista "Offerta
Speciale" di Torino, ha presentato, al "Salon de la Cote d'Azur",
nell'ambito del 18° "Festival du Livre", sue edizioni e libri oggettuali degli
artisti Anela Aliotis, Carla Bertola, Mariella
Bogliacino, Anna Boschi, Rosa Bosco, Vèronique Champollion, Mariapia Fanna Roncoroni,
Vittorio Fava, Oronzo Liuzzi, Olga Maggiora,
Fernando Montà, Gloria Persiani, Eugenia Serafini, Alberto Vitacchio.
Sordevolo (BI), 8 ottobre. Ideato e coordinato da Francesco Conz, si è
tenuto un reading dal titolo Il verbo Fluxare in onore di Lawrence Ferlinghetti che è
intervenuto su due serie complete di 33 serigrafie su tessuto di grandi dimensioni
realizzate dall'Archivio F. Conz. Il poeta della beat generation ha letto poi alcuni suoi
testi e presentato un suo film, The Coney Island, mentre il poeta torinese Arrigo Lora Totino ha presentato e letto i testi italiani di Ferlinghetti. Altri reading nel
segno di Ferlinghetti, sempre ideati da Conz, intitolati Oltre la Beat Generation, si sono
inaugurati il 14 ottobre al Teatro Sociale di Trento e il 15 ottobre alla Biblioteca
Civica di Rovereto (TN).
Pozzuoli (NA), 21 ottobre. Alla Galleria "Riflessi" - Centro Arte
& Comunicazione, Mario Costa ha presentato la mostra Tsunami. Architettura di
un'onda anomala, opere di Peppe Pappa, a cura di Franco Canale.
Lisbona (Portogallo), 27 ottobre. Nell'ambito delle iniziative
internazionali dedicate alla "Settimana della lingua italiana nel mondo",
l'Istituto Italiano di Cultura di Lisbona, diretto da Giovanni Biagioni, ha organizzato un
primo reading poetico di autori contemporanei impegnati in una ricerca espressiva di
particolare qualità e originalità stilistica. I poeti Antonella Doria, Alberto Mori e Andrea Rompianesi hanno letto
loro testi.
La Spezia, 29 ottobre. Presso il Circolo Culturale "Il Gabbiano" - Arte Contemporanea, con catalogo a cura di Mara Borzone, si è
inaugurata la mostra collettiva di libri d'artista Fiat voluptas tua, di Andolcetti, Bobò, Borrini, Boschi, Canè, Caprini, Carrozzini, Cassaglia, Cerisola,
Cimino, Commone, De Luca, Diotallevi, Fanna Roncoroni,
Gennai, Gordon, Gualdo, Gut, Maggi, Magro, Manfredi, Nava, Negri,
Olivari, Pecci, Pellegrino,
Persiani, Pignotti, Rachini, Roffi, Salvoni, Savoi, Simini, Sonnino,
Sordi, Torelli, Tulumello, Vitone.
Napoli, 11 novembre. Con il patrocinio del Comune di Napoli - Assessorato ai
Grandi Eventi, presso "Palazzo Crispi", Dario Giugliano ha presentato la mostra Cieli,
di Clara Rezzuti.
Milano, 18 novembre. Presso la "Corsia dei Servi - Sala Verde",
con interventi di Andrea Rompianesi (editore di
Scrittura Creativa Edizioni) e Adam Vaccaro (presidente dell'Associazione Culturale Milano
Cosa), è stato presentato il libro di Alberto Mori, Utópos (Scrittura Creativa Edizioni), con letture e
videoproiezioni dell'autore.
Napoli, 18 novembre. Al Teatro Sannazzaro si è dato vita a Canzone per
Nejra tra guerra e terrorismo, videoconcerto di Ariele D'Ambrosio, musiche originali
di Sandro Cerino, canzoni di Paolo Frescura e Giorgio Liguori.
Napoli, 15 dicembre. Presso la libreria Guida di via Merliani, Giorgio
Agnisola e Antonio Spagnuolo hanno
presentato il volume di poesie Alla riva del tempo, di Giuseppe Napolitano (Ed.
Guida).
Roma, 16 dicembre. Si è presentata, presso la Biblioteca Comunale
"Elsa Morante", la mostra collettiva Dialogue Artist and networks, con
opere di Massimo Bedini, Ousmane Cissé, Marco Di Giuseppe, Aleksandra Kasperek,
Antonietta La Rocca, Michela Lenzi, Mariza Pereira Pauluk, Rinaldo Romani.
Napoli, 17 dicembre. Allo "Studio Vip" di Carla Viparelli,
nell'ambito di "Vivere in pace", si è tenuta una performance dal titolo trENTAdueANTE,
con parole, suoni e immagini di Eugenio Lucrezi, Geremia
Tierno, Carla Viparelli e Alfredo Vitelli, presentati da Lucia Scalise.
Pozzuoli (NA), 17 dicembre. Al Palazzo Migliaresi del Rione Terra, Carlo Bugli, Nicola Magliulo e Oscar Poerio, con la partecipazione dell'assessore
alla Cultura del Comune di Pozzuoli e introduzione di Alma D'Onofrio, hanno presentato il
volume Orizzonti lontani di Vincenzo Di Bonito (Edizioni Riccardi).
Andria (BA), 18 dicembre. Al Castello del Monte, sotto la direzione
scientifica di Achille Bonito Oliva e a cura di Giusy Caroppo (curatore generale) e
Rossella Meucci Reale (curatore esecutivo), si è inaugurata Intramoenia Extrart degli
artisti Francesco Arena, Marc Bauer, Elisabetta Benassi, Carlo Benvenuto, Pedro Cabrita
Reis, Sarah Ciracì, Enzo Cucchi, Domenico Mangano, Bill Viola, Sislej Xhafa.
La Spezia, 7 gennaio. Presso il Circolo Culturale "Il Gabbiano" - Arte Contemporanea, si è inaugurata la mostra The show must go on
di Nadia Nava.
La Spezia, 4 febbraio. Presso il Circolo Culturale "Il Gabbiano" -
Arte Contemporanea, si è inaugurata la mostra dello svizzero Urs Lüthi, Mille rose
rosse, installazioni che si collocano nella variegata arte concettuale, a partire
dalla Body Art.
Gallarate, 19 febbraio. La "Civica Galleria d'Arte Moderna" ha
esposto opere dell'archivio di Mail Art di Gino Gini acquisito dalla
stessa Civica Galleria nel 2003. In particolare sono state mostrate le cartoline più
significative del progetto di Mail Art The Mythical Image, iniziato nel 1979 e
concluso nel 1983. In questo ambito è stato invitato Ruggero Maggi con il progetto Underwood, a cura di Emma Zanella.
Belluno, 23 febbraio. Con interventi del critico d'arte Antonella Alban,
dell'assessore alla Cultura Marco Perale e del direttore dell'Unità Operativa di
Psichiatria della ULSS n. 1, si è inaugurata la mostra curata da Alfonso Lentini Segnali irregolari, esperienza artistica degli utenti del Centro
Diurno, in collaborazione con le educatrici Katia Trento e Rita Polloni.
Haifa (Israele), 18 marzo. Presso l'Istituto Italiano di
Cultura di Haifa, si è inaugurato l'incontro con l'arte
contemporanea Il silenzio del mare, alla presenza dell'artista Avraham Eilat e
del direttore dell'Istituto Edoardo Crisafulli. Molti gli artisti italiani e israeliani
invitati, tra cui Abed Abdi, Hanna Abu-Hanna, Fernando Andolcetti, Bruno Cassaglia, Menashe Kadishman, Oronzo Liuzzi, Arrigo Lora-Totino, Francesco Mandrino, Enzo Miglietta, Zohar Nir-Amitin, Michele Perfetti.
Milano, 21 marzo. A cura di Donatella Airoldi alla Galleria
"Quintocortile" si è inaugurata la mostra FIORI/Fiori con opere di
Michele Cannaò, Carla Crosio, Mavi Ferrando, Caterina Morelli, Roberto Origgi, Tina Parotti, Sergio Sansevrino, Stefano Sevegnani,
Paola Venezia.
Benevento, 25 marzo. Nell'ambito dell'inaugurazione di "Palazzo Paolo
V", sotto la direzione artistica di Petra Joos sono state curate le mostre collettive
Alla luce del tempo e Progettare nella storia, con opere di Manuel Aires
Mateus, Carmen Andriani, Arcangelo, Ronnie Cutrone, Odile Decq, Barbara Eichhorn, Yves
Dana, Urs Lüthi, Antonio Monestiroli, Miquel Navarro, Roberto Serino, Guillermo Vasquez
Consuegra e un omaggio a Piero Dorazio.
La Spezia, 25 marzo. Presso il Circolo Culturale "Il Gabbiano" -
Arte Contemporanea, si è inaugurata la mostra di poesia visiva e libri d'artista Tuttilibri
di Fernando
Andolcetti.
Napoli, 22 aprile. Nel complesso museale di "Santa Chiara Chiostro
Maiolicato", si è inaugurata la mostra di Davide Orler, La Bibbia, a cura
di Giampaolo Trotta, alla presenza di Giulia Parente (assessore allo Sport e ai Grandi
Eventi del Comune), mons. Eduardo Parlato (direttore Ufficio Beni Culturali
dell'Arci-diocesi), Alfredo Scotti (direttore Accademia di Belle Arti), Gennaro Matino
(docente di Storia del Cristianesimo), don Renato Laffranchi (artista) e Giuseppe Reale
(presidente del Complesso Museale di Santa Chiara).
La Spezia, 22 aprile. Presso il Circolo Culturale "Il Gabbiano" -
Arte Contemporanea, si è inaugurata la mostra Geometrie di segni di Delio
Gennai, piccole installazioni di espositori di vetrini da laboratorio, usati in citologia,
cubi-sculture e libri d'artista che si aprono a fisarmonica.
Napoli, 24 aprile. Nella piazzetta Miraglia, nell'ambito della III rassegna
della piccola e media editoria AltroLibro 2006, percorsi di resistenza e liberazione a
cura delle librerie Jamm & Perditempo, è stato presentato l'Almanacco Odradek
2006 di scritture antagoniste (Odradek Edizioni), con interventi dei curatori del
volume, Mario Lunetta e Francesco Muzzioli, letture di Lorenzo Durante e Sergio Lambiase.
Napoli, 16 giugno 2006. L'associazione di Uomini e Progetti "Oltre il
Chiostro", presso il Complesso Museale di S. Chiara, si è inaugurata la mostra Oltre
il Ponte, installazioni e sogni di Riccardo Dalisi.
Serdevolo (BI), 17 giugno 2006. Presso la "Serra dei leoni" di
Villa Cernigliaro per arti e culture, con il contributo della Regione Piemonte, Provincia
di Biella, Città di Biella, Comune di Sordevolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Biella,
Associazione italiana progettisti (Aiap) sono state presentate opere di Henri Chopin, Graph
poemachines, un'iniziativa progettata e presentata da Zero gravità & Archivio F. Conz
di Verona.
Prato, 6 settembre 2006. Il Comune di Prato, con il patrocinio Fondazione
Mario Luzi "La barca" di Pienza, Provincia di Macerata, Biblioteca Nazionale
Centrale di Firenze e del Comune di Firenze, si è inaugurata, presso le "Antiche
Stanze di Santa Caterina", Il Segno, la piega, il taglio, il colore, mentre,
nella stessa giornata, presso la Biblioteca "A. Lazzerini", la mostra Arte e
Poesia di Paolo Gubinelli, opere su carta 1973-2006 con toni e gesti acquerellati,
accompagnate da poesie dei maggiori poeti italiani. Il catalogo, con testi, è stato
firmato da Bruno Corà.
Napoli, 21 settembre 2006. Alla galleria di arti visive "Franco
Riccardo", è stata allestita la mostra "Webality" di Marcello Mazzella.