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RISVOLTI

Quaderni di linguaggi in movimento

editi dalle Edizioni Riccardi e fondati nel 1998 da Giorgio Moio

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dei redattori:

Carlo Bugli

Pasquale Della Ragione

Giorgio Moio

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n. 15                      

 

Importante: i testi che seguono possono essere tutti riprodotti citandone la fonte e comunicando alla redazione eventuali inserimenti in pubblicazioni di vario genere.


 

Risvolti - Testi creativi

 

 

CARLO BUGLI

Ted Warnell o del CODEPOETRY

(Introduzione all'antologia minima che segue)

 

Il lavoro di Ted Warnell, qui presentato in alcuni significativi esemplari, si inscrive in una tendenza piuttosto recente che conta fuori dall'Italia diversi seguaci: il codework che si riferisce all'uso dei processi idiolettici del computer nella scrittura digitale sperimentale.

Se il linguaggio possiede una analogia formale col mondo, ne mima la struttura logica, l'emergere come contenuto delle strutture poietiche che presiedono la sua gestazione, nel nostro caso sub specie informatica, epifanizza un livello altro della realtà, sconosciuto e nascosto.

Non si esclude che una parte del fascino comportato da queste esperienze, possa ascriversi allo sconcerto indotto dalla sovrapposizione di due ordini linguistici, dei quali il più profondo che agisce operativamente, ma anche non dovrebbe palesarsi, appare come reperto osseo, e, in qualche maniera, fosse consentito l'assurdo, come immagine noumenica.

In Warnell il riferirsi al proprio lavoro come CODEPOETRY non è casuale, dacché il suo discorso comporta costantemente la traduzione-trasfigurazione di testi dati (un suo pensiero, il mondo, l'opera di un altro autore citata come materiale di base o di partenza), nei termini poetici del suo proprio linguaggio, un discorso ampiamente polisemico nei termini della latitudine, compresenza di diversi ordini segnici dall'immagine al suono, quanto, della longitudine intesa come emersione di livelli profondi operativi ma celati della realtà di cui dà traccia l'idioletto del computer.

Corre l'obbligo di una precisazione, ovvero che questi testi nascono come digitali e che quindi la traduzione qui presentata, in altro formato, in un'altra estensione per usare il linguaggio del computer, è come sempre, una operazione critica dotata di una sua propria violenza.

Inevitabilmente la notevole porzione sonora di alcuni di questi testi non può essere riprodotta su di una rivista cartacea, né rappresentata insieme alle componenti grafiche dei testi.

Il vantaggio, in casi come questo, è che l'opera di prima mano è a disposizione di chiunque sul web, ed è per questo che si sentiamo di invitare chi legge a visitare il sito di Warnell www.warnell.com.

 

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TED WARNELL

Antologia minima

 

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PASQUALE DELLA RAGIONE

Fax dell'ULYSSES ritrovato

 

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GIOVANNI ZIVIELLO

El vals del cholo*

 

Queiero ofrecerte mi destierro

J. Hierro, Cæ el sol

 

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* Il valzer del cholo (meticcio in Perù)

 

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Un tronco per tracciare

delle brezze i frusci:

 

strascichi di vite,

(implosi in terre di nessuno),

apolidi saranno;

come increspi di foglie migranti

ai quattro punti vagheranno…

 

all'onde degli oceani,

e ad un'ascia

promessi…

 

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Bisat*

 

In un immoto tempo

nei fardelli dei secoli

aliti del dialogo

di lande e oceani labili in mosaici

malva ocra ciano antrace

sì soavi m'involucran

voci e voci come àncore

in quel groviglio di meridiani naufraghe

 

s'inabissa la parola nella vertigine

e si denuda fragile

or adorna d'alfabeti nomadi

* In Siria, durante i racconti popolari recitati in pubblico, il narratore usa introdursi attraverso uno speciale componimento chiamato «bisat», ovvero tappeto. Esso consiste in un brano in rozzi versi, una sorta di presentazione dell'argomento che verrà raccontato successivamente.

 

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A mi pueblo

 

Vivimos y morimos muertes y vidas de otros.

Sobre nuestras espaldas pesano mucho los muertos.

Su hondo grito nos pide que muramos un poco,

como murieron todo ellos,

que vivamos deprisa, quemando locamente

la vida que ellos no vivieron.

Josè Hierro, Destino alegre, vv. 9-14

 

Ammucchio di castagni

incre-sparsi di foglie

monti ladroni di giovani raggi

contorni di paesaggi

il mondo in penombra

(calato nell'olvido)…

 

convola a valle un silente sopore

che per le calli mesce e confonde

l'esistenze d'oggi ai fantasmi

 

e raggela i respisri raccolti

nel cimitero a grappoli

davanti agli altari in mugoli

 

l'aria s'inebria e cupa s'ammassa

in una risacca di secoli e giorni

(¡una sbronza chiamata tradizione!).

 

All'alba scivola rgiada

con l'aroma di ieri,

che annichilisce l'autunno,

(ronzii d'iris che più(non conosco),

 

e fiorisco, in fatale prescrizione.

 

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Badya

[il deserto]

[da Leconte de Lisle]

 

Quando sui drappi d'oro della Siria s'allunga

il sole ardente frotte di smunte greggi a ornare

e polveri sabbiose ai venti si concedono

uno stinto mantello culla i sonni del pastore

arresi ora all'esilio diario nell'altrove

 

Rincorronsi visioni di fonti d'acqua viva

o brusii di tende amiche nelle piane

o dei bovi il fruscìo ai pascoli sostare

o cammellieri in ronde ai fuochi ed alla luna

le favole a fugare come faville lievi?

 

Nulla di ciò nell'ore dell'effimero accade

ma dei lunghi tragitti in sella al suo corsiero

su per auguste dune e in un lontano cielo

scortano quelle membra tra le divine ninfe

dalle scure chiome acri come infernali notti

 

Smanioso il folle corpo brancola alla visione

ma per l'anguste briglie or scalpita il cavallo

e d'un sciacallo l'eco affolla la distesa

si torna la chimera alle fiamme e al silenzio

del manto vellutato immenso del deserto!

 

 

 

Risvolti - Testi critici

 

GIORGIO MOIO

Da «Documento-Sud» a «Oltranza».

Tendenze di di alcune riviste a Napoli

- 1958-1995 -

 

13. Gli anni Novanta: ovvero dell'appiattimento

 

Mai come negli anni '80 e inizio dei '90, Napoli ha tenuto a battesimo tanti giovani poeti, molti dei quali vengono ospitati da «La Parola Abitata», quaderno trimestrale di laboratorio letterario (periodicità quasi mai rispettata), diretto da Franco Ceravolo, Enrico Fagnano e Marco Longo. Si tratta, citando a caso e limitandoci qui a presentarne alcuni, di MARISA BRECCIAROLI:

 

alle     soglie     ci      sarò

                       del      tempo

                             e

all'orlo      del     suono  

                        sarò

il fremito     dell'arco

la      concava      musica

di      un      dio     che      sa     piangere

                        e

                     sarò

il      tuo     cenno      silenzioso

              agli addii

(in «La Parola Abitata», n. 2, aprile 1990, p. 6)

 

ANGELO D'ANNA:

 

Posso appoggiarmi ai bianchi

petali del sogno

di questa Notte

ormai giocata

sfiorire e poi cadere

in fiocchi

di stelle sfogliate

fra passi

di Luna rotolante

probabilità

d'un momento

la più lucida desolazione

per afferrare

subire il Giorno

parola che incorona

senza discrezione

due occhi che s'aprono

per germogli

d'una vecchia

e nuova Costellazione.

(ibid., p. 12)

 

NORA CATALANO:

 

l'esatto contrario

definito

compreso

s'annuncia infine al suo destino

segnali

un solo colore negli occhi

                       l'allusione vive soprattutto sulla pagina

(ibid., p. 29)

 

lo stesso MARCO LONGO:

 

Elogio del Mortale

il primo uomo

e l'ultimo

sognano l'universo

infinitamente finito

(ibid., p. 45)

 

GIORGIO FORTE:

 

Della tolleranza

Gli scarafaggi di casa mia

son personaggi molto discreti

si lasciano vedere solo dopo morti;

li raccolgo con un pezzo di carta

e li seppellisco nel cesso.

Si dia onorata sepoltura

a chiunque non rompa le palle.

(in «La Parola Abitata», n. 3, maggio 1991, p. 12)

 

La maggior parte di questi poeti sono amici, si frequentano quasi quotidianamente perché il «grande segreto dello scrittore è il desiderio, il desiderio di dire, il desiderio di narrare, il desiderio di esserci, e, perché no, il desiderio di annullarsi. Ma il desiderio è anche una scommessa: un tentativo di camuffarsi ed un codice da decifrare allo stesso tempo» 1. Ma di quale desiderio si tratta? Quale desiderio desidera il poeta? Non si denota un desiderio ben preciso o accomunante, sono tanti i desideri che rispecchiano un po' l'andamento qualunquista e confusionario di quei tempi. Secondo questi poeti, il desiderio è un viaggio nella memoria e viene prima della parola; è ironia, è guardare le cose semplici della vita e sorridere; «ma il desiderio è anche passione, dolore, nostalgia, paura» 2, desiderio di nominare le cose in modo diverso, con la lingua di un poeta, ovviamente. E ci sembra doveroso inserire in questo discorso almeno i versi di ARIELE D'AMBROSIO 3, poeta della voce, nel senso che D'Ambrosio predilige una poesia come recupero dell'oralità, fatta di filastrocche e stati d'animo dal fascino musicale, estranea alle mode e ai richiami ingannevoli del suo tempo, andando a scovare nei meandri della memoria zone della realtà sulle quali abitare e addentrarvi, spesso in tandem con musicisti più o meno noti, riscoprendo immagini e pensieri inesplosi ma scaricati di contorni inutili o di ripiego:

 

I mostri intellettuali

I mostri intellettuali

ti buttano sotto

cherie

non credono più

negli animali

la controsveglia

diventa un tac-tic

sulla tua palpebra

che si muove da sola

e canta

alla matita claustrofobica

il grigio che odora di colori

 

cercano l'uscita dell'orecchio

i denti del tuo schermo liquefatto

(da Né il sogno né il vero, Ed. Terra del Fuoco, Quarto, 1998, p. 20)

 

Una citazione merita anche la poesia di SALVATORE DI NATALE 4, imperniata su di un linguaggio dialettale e francesizzato, un linguaggio con cui Di Natale tenta di salvarsi dall'oppressione di un quotidiano ormai pietrificato, spostandosi, disarticolandosi, in un'area marginale, fuori dai centri di potere. «Il mondo di Di Natale è barocco e mortuario; il rischio è la morte di un adolescente, da cui ci si salva appena con uno scatto di attività linguistica: il giovane all'orlo dell'angoscia è parnassiano e poliglotta, e le musiche del café chantant gli cantano le soddisfazioni di Napoli città "francese"» 5:

 

Na casa scurdata, addurmuta,

cu' ttutte 'e pperziane 'nzerrate:

'o tiempo nun trase llà ddinto.

 

Na stanza vulesse. Pe' llietto

tappite, cuscine ' ll'oriente

nu tavuliniello vicino.

 

Pe' mme fosse 'o meglio tavuto

e 'a morte sarria sapurita:

na longa, sfizziosa cuntrora.

(da Boîtes, in Aa. Vv., Nuovi poeti italiani n. 3, Einaudi, Torino, 1984, p. 111)

 

Sono versi carichi di melodie, articolazioni plurime, di ritmi sinuosi, di fronte ai quali rimanere impassibili è quasi impossibile - quando non divengono, sia chiaro, fattori di resistenza o di freno alla dinamica dell'alterazione -. Anche se la poesia di questi poeti-amici è di difficile collocazione, la loro presenza va a completare il discorso e a rimarcare la folta colonia di giovani poeti napoletani che operano sul territorio. Alcuni di essi sono costretti, da varie circostanze o da scelte personali, ad "emigrare", trovando ospitalità in riviste non napoletane. È il caso di CARLO BUGLI 6, autore di una poesia che gioca con le parole, che si carica di "frattali disturbi" e alterazioni che si dilatano nei vari meandri della memoria e del tempo fino ad esplodere, quasi in esercizio di piacere, individuando nella disgustosa pubblicità uno dei suoi terreni di scontro: trova spazio sulla rivista torinese «Offerta Speciale», diretta da Carla Bertola e Alberto Vitacchio:

 

a ben pensanti flaccidi di crapa

a ben pensanti mille camomille!

dille, Sorchella, a chi vendesti la tua bella?

a ben pensanti molli coca-cola ammolli

bulbo loro e cornea telefunken,

fosse almeno il grugno e l'odio

e nei frena loro si sgorbiasse il sasso

che almeno serpirebbe un vano vent, allora,

infitti in gelatina nelle vene vane loro.

Conosciamo la via, la verità e filargyria

e la coca-cola è gassoso flemma

e la bile nera di tra quei brutti sporchi.

che almeno serpicasse un vano vento

e infuriasse l'ordo l'odio.

(in «Offerta Speciale», n. 8, Torino, novembre 1991, p. 21)

 

Poesia barocca, questa di Bugli, surrogata da una metrica atipica e innovativa, sospinta da flussi di sistole che ne rinvigoriscono, con l'andare avanti, il ritmo e la sintassi, specie quando questi si accasano nel limbo dell'inerzia, dell'ovvio. Ed è allora che Bugli esce fuori con una fresca vena ironica che si fa strada tra neologismi (tramontaverbo, malaura, azzurgo, arghiosamente, vorgo...) di forte suggestione e carica fonetica che il "poetar barocco" produce lungo il suo percorso di poeta, seppur breve ma di non poco interesse. Un "poetar" (non lirico, ma persino duro) antipoetico, antifrastico, che spesso attinge - come gia detto - dall'attualità, dal mondo ipnotico della pubblicità (coca-cola, telefunken, gelatina, etc.) che dissacra e profana con ordo odio, come dissacra e profana la tradizione poetica anchilosata e pseudoclassicheggiante, degenerata - senza rimedio - in insopportabili piagnistei:

 

Col sorriso astrale del prealcolista

teneva saldo il volante

fràntema nel cranio dondolone

arabava nelle incrinature stanche

e sorrideva mentre subrideva il cranio

arborìa rammentava d'un tempo

e poi affrantoso splànchema

smagava l'occhio, eteràmme e groppo.

"La félica azzurra lo amerà ancora

per questa ultima notte"

disse un albero strano.

Un étile ochìmoro sulla strada poi

e immènto splànchema è coro e relitto d'oro.

(in «Offerta Speciale», n. 5, Torino, maggio 1990, p. 21)

 

Attenta ai mutamenti e alla "costruzione" in progress del linguaggio, la poesia di Bugli si oppone con veemenza all'ipnotismo di una realtà avvilente impegnata nella rimozione di entità non commerciabili e non controllabili: sviluppa un dinamismo multiforme col quale tenta di disarticolare la materia verbale e grafica dall'esasperato appagamento lacrimevole e servile del significato di cui è prigioniera gran parte della poesia odierna.

Anche RAFFAELE PIAZZA 7 trova la sua collocazione in riviste non napoletane. E precisamente in «Arenaria», rivista palermitana diretta da Giovanni Cappuzzo e Lucio Zinna, presentandoci un saggio di quella fresca vena poetica che percorre lungo la memoria paesaggi naturalistici, sensazioni, ansie e stati d'animo, affrancando un fluire che «coglie i fiori e matura / il frutto del nulla» 8:

 

I mostri intellettuali

Ora nei fiori come porte aperte

rivedi il tempo senza velo

memoria distesa dal vento,

e l'onda verde di due anni fa

ti sottende come una vitrea urna

nell'invisivilità del nulla

fino al lume della tua veste equorea

e camminando leggera ne fai un gioco

di ombre se sparita la maria

nel metallo di un cielo che la specchia

nel candido arabesco dei gabbiani

già mi ritorni nella soglia

della trasparenza di un bacio.

(in «Arenaria», n. 19-20, Palermo, agosto 1991, pp. 61-62)

 

Altri, invece, si fanno notare attraverso pubblicazioni personali di tutto rispetto, con una proposta di poesia ascrivibile a quell'area sperimentale che giunge a far collimare la parola col segno, come una specie di centrifuga, che qui a Napoli - come già abbiamo avuto modo di riportare - ha radici ben solide. Succede pure, qui a Napoli, che il critico di turno, nell'occuparsi di qualche poeta che al contempo è anche un valente critico riconosciuto, preferisca occuparsi del secondo aspetto. Ed è un po' il caso, secondo noi, di UGO PISCOPO 9. Nonostante vanti pregevoli pubblicazioni di poesia (p. es. "e" e Jetteratura), è "poco conosciuto" come poeta. Destino e dramma di chi sceglie di mettersi al servizio della parola senza attendersi (né facendo nulla in tal senso) di essere incoronato con l'aureola. Tralasciando il nutrito lavoro di testi critici (e scolastici) e soprattutto la rivalorizzazione di autori trascurati o dimenticati, nonché la riscoperta di movimenti d'avanguardia (p. es. Alberto Savinio, Massimo Bontempelli, Vittorio Pica e il futurismo), per cui ha raccolto - giustamente - molti riconoscimenti e si è fatta "una reputazione", il Piscopo poeta è tutto da scoprire, non solo per la scarsità della produzione poetica rispetto a quella saggistica. In molti casi simili, cioè imbattersi in un critico che si presenta anche come poeta, la "scoperta" non ha nessuna rilevanza, non lascia il segno - per intenderci -, in quanto si tratta di critici "prestati" alla poesia, che non aggiungono quasi nulla ad essa. Nel caso di Piscopo poeta, il discorso va approfondito e studiato con forte considerazione, tutto a beneficio della poesia, in quanto il Nostro ha fatto il percorso all'inverso, cioè dalla poesia è passato alla critica, per farvi ritorno in età matura. Quindi, è una poesia matura, che ha lasciato evidenti tracce di sé e sarebbe una grossa mancanza ignorarla o trascurarla.

In particolare ci s'imbatte in una poesia come analisi critica della realtà (soprattutto quella del rurale sud, sulle orme di Scotellaro e Sinisgalli) e sperimentazione stratificata, fatta di rimandi, citazioni, plurilinguismo, con rime interne e sovrapposizioni che forzano il ritmo di un accumulo verbale antilirico, si fondono per una commistione ideologica e linguistica atta a scuotere le coscienze invischiate in un processo industriale e progressista falsificato, dove l'uomo è sostituito dal consumismo odierno, da un mercato globalizzato dove tutto è merce, persino il pensiero, e la poesia, ovviamente. Come può opporsi il poeta a tutto questo? Con l'unica arma di cui dispone, ossia la parola. Una parola, come per certi aspetti in Piscopo, non intimistica, rimettendo tutto in discussione, anche se stessa, nonostante la sua sia - forse - troppo ancorara alla realtà che finisce per avvilire, sminuire le più nobili intenzioni, ma non per questo abulica nel riconoscere qualcos'altro tra le sue pieghe:

 

[...]

«Non hai fede perciò queste tentazioni del deserto»

mi dici e non sai se ci giochi lo strazio del travaso

delle parole che usi come oggetti belli

da lustrare e disporre secondo i giorni e le stagioni

Non sai che gli oggetti hanno barbe e radici nello spazio

e le parole sono farfalle sotto vetro

e la memoria è un museo dove ogni cosa unica conservo

L'unicità è la mia categoria

perciò son l'ultimo uomo-artigiano

il vecchio sdentato che conserva nel cassetto

i molari gialli caduti e quelli d'oro...

(da Enjambement, in Jetteratura, Manduria, Lacaita, 1984, p. 68)

 

Poesia quasi gnomica, questa di Piscopo, frammista ad un'autoironia del divertissement, nonché allo strazio e al dolore che la lotta all'ipnotismo di una imposizione di fasulle certezze si rassoda nel suo fare poetico. Una coscienza "rigenerata", la sua, che risente fortemente, dunque, di un sentimento socio-politico, dove il linguaggio è sottolineato quale fattore importante nella vita degli individui e della società (come insegna F. de Saussure), ma anche riorganizzazione del proprio tempo, dei luoghi della propria memoria, delle proprie origini di uomo del Sud. Mai patetica, semmai smembrata e frammentaria:

 

dui cilia quatto cilia sei cilia

sicilia silicia silicosi silicato

 

calabria calabritto caladritto

nel cratere di calasetta e calascibetta

 

sfoglia la pula che smaglia che sfoglia

la puglia le lune e i sonagli

 

sotto lo sperone del gallo giallo come la puglia

la crapa crepa de la basilicata tutta bruciata

(De todo hay en el mundo, da M. Sovente, La poesia in Campania I, in «Quinta Generazione», n. 135-136, Forlì, ottobre 1985, p. 79).

 

Anche la poesia di ORAZIO FARAONE 10 proviene dall'area sperimentale grottesca, come sperimentale è stata l'area in cui ha operato come pittore. Arrivato tardi alla poesia, Faraone è andato pubblicando praticamente in proprio due raccolte di testi poetici, Epilogo e Di risentimenti innumerevoli. Artista schivo ed appartato, la sua poesia va ascritta in quel contesto che utilizza le citazioni arcadiche (si pensi a Giordano Bruno), contaminata con la prosa come percorso alternativo assemblato con materiali diversi, dando forma a quello che Stelio M. Martini definisce "brogliaccio". Giunge a far collimare la parola col segno, con l'aspetto visivo in una specie di centrifuga che è anche il modo di allontanarsi dalle sponde del dettato lirico verso cui i suoi testi spesso approdano fino a farsi commozione, cose innumerevoli della quotidianità sprecate, contingenze che sono la somma degli oneri del vivere.

A volte nei testi di Faraone ci si imbatte in un linguaggio franto, ma che sovviene alla «teologia dell'attesa di, che non è altro che quanto si fa sempre - solo che ciascuno deve cominciarlo sempre daccapo -, pur indulgendo volentieri, di quando in quando, al mirabile approccio con il sensibile quotidiano, trasgressione che per lo più va sprecata» 11 fino a sfociare nel compiacimento, nel desiderio amoroso dello svuotamento di se stessi, della sintesi del vivere, sia pure con l'arma della frantumazione-ricomposizione:

 

l'importante è batte     re un sentiero seguendo

labili tracce ni          ente è prefigurabile ne       lla

sostanza ogn         i parola è traccia i          n quanto

afferma og           ni parola è reperto          in quanto nega

qui l'al              goritmo funziona c         ome semplice traspo-

sizion             e per passare da u          na unità a quella

succes             siva si deve supe       rare un testo realizza-

to med                iante una succe    ssione di quiz predi-

sposta                  dal computer ci    ò assicura un suffi-

ciente s                   viluppo temati      co e favorisce la

comprensi                  one dell'unità        è da notare che ogni

prova rela                       tiva alla stes       sa unità è diversa

perché i qu                        esiti sono gene    rati automaticamen-

te durante l'                          esecuzione del     le prove

(da Di risentimenti innumerevoli, op. cit.).

____________________

1) Editoriale, in «La Parola Abitata», n. 3, cit., retro cop.

2) Ibidem.

3) È nato a Firenze nel 1953, ma vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato: Né il sogno né il vero (Ed. Terra del Fuoco, Quarto-NA, 1988); Cavallo Imperatondo (Colonnese, Napoli, 1989). È presente nelle antologie Tangram (Marotta, Napoli, 1985); Poeti degli anni '80 (Edizione Levante, 1993); Le strade per l'India (Edizioni Le Pleiadi, 1993). È stato redattore della rivista "Terra del Fuoco" e vicedirettore di "Pragma". Poeta-performer, ha rappresentato in diverse città italiane, recitals di poesie Né il sogno né il vero (1991), Cavallo Imperatondo (1992), Semaforo Verde e Gelato di Lillà (1995), con musiche di Sandro Cerino, Giorgio Liguori e Alessandro Petrosino.

4) È nato a Napoli nel 1951. Ha trascorso l'infanzia e l'adolescenza in Tunisia, frequentando scuole francesi. Torna a Napoli nel 1965 dove vive e lavora. Con lo pseudonimo di "Sasade" ha pubblicato poesie satiriche sul «Quotidiano dei Lavoratori».

5) Walter Siti, Introd. ad Aa. Vv., Nuovi poeti italiani n. 3, Einaudi, Torino, 1984, p. VII.

6) È nato a Napoli nel 1965. Redattore della rivista «Risvolti», ha pubblicato le raccolte di poesia Noemata (Napoli, 1988), Organon (id., 1990) e con G. Moio L'uomo dagli occhi rosa (Edizioni Riccardi, 2000). Con lo stesso ha ideato e curato una rivista murale, in forma di manifesto di scritture anarkoff e i «Fogli di Risvolti». È presente con la silloge Ierogramma, nel volume pubblicato con P. Della Ragione, lo stesso Moio e M. Papa Ruggiero, Locus solus. La babele capovolta (Ed. Riccardi, 2001).

7) È nato a Napoli nel 1963, dove vive e lavora presso l'Università Federico II come tecnico elaborazione dati. Collabora e ha collaborato con numerosi settimanali, mensili, quotidiani, tra cui «Il Mattino» di Napoli. Ha pubblicato Luoghi visibili (Amadeus, 1993), La sete della favola (id., 1994). Ha inoltre pubblicato poesie su numerose riviste. È presente in numerose antologie, tra cui Melodie della Terra (Crocetti, 1998) e Vertenza Sud (Besa, 2001).

8) Raffaele Piazza, in Luoghi visibili, Amadeus, 1993.

9) È nato a Pratola Serra (AV) nel 1934. È stato professore e preside nei licei, quindi dirigente superiore per i servizi ispettivi del Ministero della Pubblica Istruzione. Per la scuola ha curato vari testi di impianto interdisciplinare, letterario o narrativo (p. es. Antologia di cultura contemporanea, Ed. Palumbo; Noi e gli altri, con C. Salinari, id.; Paese sommerso, id.). È stato 4 anni in Africa alle dipendenze del Ministero degli affari esteri (conoscendo anche il carcere), ha svolto un'ampia attività giornalistica (soprattutto su «Paese Sera»). Inoltre, ha tradotto vari libri, ha fatto il critico d'arte, si è impegnato in attività politiche e sindacali di base (consiglio di distretto, consiglio di quartiere, consiglio comunale) e scritto un testo teatrale, Omaggio a Gramsci. Di poesia, ha pubblicato: Catalepta (Ed. in prorpio, 1963); "e" (La Provincia Editrice,1968); Jetteratura (Lacaita, 1984); Quaderno a Ulpia. La ragazza in mantello di cane (Alfredo Guida, 2002); Haiku del loglio e d'altra selvatica verzura (id., 2003). Di narrativa: Irpinia sette universi cento campanili (ESI, Napoli, 1998); La casa di Santo Sasso (Sellino, 1993); Scuola che sballo (Alfredo Guida, 1997); Torneador e i suoi amici (2001). Di critica: La poesia di Éluard e la cultura italiana; Sistoli e distoli nella Divina Commedia; Alberto Savinio (Mursia, Milano, 1973); Novecento e tradizione (Palumbo, Palermo, 1975); Questioni e aspetti del futurismo. Con un'appendice di testi del futurismo a Napoli (Ferraro, Napoli, 1976); Libero Bigiaretti; Fortune italiane (Ferraro, 1979); Riccardo Ricciardi. Per un'editoria non seriale (Cassitto, Napoli, 1982); Vittorio Pica. La protoavanguardia in Italia (id., 1983); Futurismo a Napoli 1915-1928. Una mappa da riconoscere (id., 1984); Diego Valeri (Edizioni dell'Ateneo, Roma, 1985); Massimo Bontempelli. Per una modernità dalle pareti lisce (ESI, 2001); Capri futurista (Alfredo Guida, 2001).

10) È nato a Caivano (NA) nel 1938, dove ha vissuto prima della sua scomparsa avvenuta nel 2004. Ha studiato all'Accademia di Belle Arti di Napoli e, dal 1965, ha svolto ininterrotta attività di pittore con mostre in Italia e all'estero. Diversi sono i suoi interventi critici di pittura e scrittura: Le avventure di Telemaco e altro (1983); Eloisa e l'utopia dell'arte (1984); Un'estate di Virginie e ancora sull'utopia (1985). Di poesia ha pubblicato: Epilogo (Artepresente, Caserta, 1987); Di risentimenti innumeri (Ed. Terra del Fuoco, Quarto-NA, s.d.).

11) Stelio M. Martini, Lettera, in O. Faraone, Di risentimenti innumeri, op. cit., p. 5.

I dati relativi alle bibliografie dei poeti, in alcuni casi si riferiscono anche dopo il periodo di questa ricognizione,là dove sia stato possibile aggiornarli.

 

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MARIA ARFÈ

A proposito di Orizzonti lontani. Intervista all'autore

 

Orizzonti lontani* è il titolo emblematico del primo libro di Vincenzo Di Bonito, orizzonti lontani nello spazio-tempo del nostro mondo, che Vincenzo ha esplorato con singolare e sapiente curiosità, e che egli ci presenta come un corpo concentrico che si dirama e si diversifica nelle sue accezioni: ambiente, clima, politica, religione, superstizione, sviluppo economico-culturale, senza mai perdere il contatto con il suo principio-scaturigine.

Con un linguaggio semplice e dettagliato il libro sotola il tempo viaggiando negli intriganti canali dell'Archeologia, e spaziando nell'Antrolologia sociologica, con singolare interpretazione.

Potremmo dire che esso si apre a forbice in questi due percorsi evolutivi: archeologico e antropologico.

D. È soprattutto in questo secndo percorso evolutivo, legato alla intelligenza umana, che il tuo libro, rispetto ad altri libri che hanno trattato gli stessi temi, si fa interessante, perché tu tratteggi, analizzi, interpreti e denunci l'operato umano, offrendo interessanti spunti di riflessione. Era, è questo il tuo scopo?

R. Fin da bambino, l'interesse per i viaggi, la curiosità circa le origini della terra e l'evoluzione delle specie viventi, hanno caratterizzato la mia esistenza. Ho studiato Etnologia, Paleontologia, Archeologia, fino a una vera e propria ricerca nell'Antropologia sociale, sustanziando quest'ultima, occupandomi di politica e, soprattutto, viaggiando; ricavando, dalla molteplicità dei miei interessi e dalla mia esperienza in politica, una mia personale analisi che ho racchiuso in questo libro per tutti coloro che vorranno leggermi.

D. Che cosa differenzia un uomo stanziale da un viaggiatore?

R. I miei studi intorno all'uomo mi inducono a pensare che si siano delle differenze genetiche tra l'uomo stanziale e il viaggiatore.

Lo stanziale è persona poco curiosa, legata alle sue abitudini, ai suoi comfort, con una visione limitata e circoscritta del mondo; al contrario, il viaggiatore è dominato da sana irrequietezza e vivace curiosità che lo spingono alla conoscenza di terre e culture diverse, per ampliare i suoi orizzonti e per meglio conoscere se stesso.

D. Ti definisci laico?

R. Se per laico s'intende definire coloro che - non importa se agnostici, atei o credenti -, rifiutano di fondare la politica, le istituzioni, la convivenza civile su basi teologiche, fedeistiche, tutti coloro che nel discorso pubblico fanno proprio un orizzonte etico-culturale non "assoluto" che contempli la pluralità delle religioni, sì, mi definisco laico.

D. Pensi che il culto religioso, o le religioni in generale, costituiscano motivi di oscurantismo e ostacolo nel campo delle ricerche umane e scientifiche?

R. Penso che la risposta si possa ricavare dalla risposta precedente.

D. Nel tuo libro usi la parola "piramide" per definire, con una immagine propria, l'ordinamento gerarchico ed economico-culturale nelle società umane. Possiamo dire, a questo proposito, che New York è la punta della piramide?

R. Penso di sì. Oggi New York rappresenta la forma più avanzata del modello di civiltà occidentale e, tenendo conto della sempre più rapida globalizzazione mondiale, mi sento di affermare che, nel bene e nel male, New York è la punta della piramide.

D. Penso che l'epoca che stiamo attraversando, confusa e con una preoccupante caduta di valori, compreso quello della vita, assomigli a un moderno Medoevo. Sei d'accordo?

R. Se per Medioevo intendiamo un'epoca di transizione, nella quale, tuttavia, sono presenti moti e sussulti di rilevanza artistico-culturali in forma confusa, possiamo allora paragonare la nostra epoca, in bilico tra caduta di valori, terrori e conflitti bellici disseminati nel mondo, a un moderno Medioevo.

D. In questo nostro mondo multiculturale e in rapida trasformazione, verso quale forma sta viaggiando la famiglia?

R. La famiglia si trasforma seguendo i cambiamenti e l'evoluzione dell'assetto sociale. Pensiamo al ruolo della donna oggi, rispetto a quello che aveva agli inizi dello scorso secolo (pilastro della famiglia), e confrontiamo la famiglia di allora con quella odierna: allargata e contaminata da modelli familiari di altre culture. Certamente - e me lo auguro -, che essa, la famiglia, rimanga un microcosmo, il cui concetto si allarghi allo Stato e alla Nazione. Ma, ahimé, in un mondo in rapida trasformazione, è inimmaginabile la forma che avrà la famiglia tra cinquanta, cento e più anni.

D. Il tuo libro abbraccia la storia della terra dal suo inizio fino ai nostri giorni ed appare esaustivo in sé. Di cosa ci parlerà il prossimo?

R. l mio libro parte dalle origini dell'umo e si ferma alla nascita dello Stato. Nei prossimi due (penso a una trilogia), esplorerò il campo delle religioni, della loro matrice, delle differenze tra esse, del variopinto gioco superstizioso ad esse connesso e, soprattutto della loro influenza sulla politica e sullo Stato.

* Edizioni Riccardi, Quarto-Napoli, 2005.

 

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CARLO DI LIETO

Luigi Pirandello pittore: «Seduto davanti al vero, egli analizzava col pennello»

 

«Stupida la natura!

E lei perché la dipinge? gli dissi, rdendo. È già… è

proprio per questo… mi rispose, scrollando più volte il

capo».

Rosso di San Secondo, Pirandello tra i castagni, p. 96

 

Pirandello nutre un grande interesse per le arti figurative e una vera predilezione per la puttura impressionistica. Gaspare Giudice nota che «la pittura e il disegno avevano attratto un tempo Pirandello, che soleva riempire i sui appunti di figure e di paesaggi veristici, e sempre, fin quasi alla morte, godette, durante le pause estive, di tenere i pennelli. Così anche Fausto sembrava essere in qualche modo una continuazione del padre». Emilio Cecchi ci informa che «pochissimi sanno che Pirandello, insieme a tante altre cose, s'applicò anche a dipingere». La sua visione di critico d'arte è, invece, espressa in Saggi, Poesie, Scritti Varii (1973): «Ecco lì un pittore che è affetto da ambliopia isterica, Edoardo Gioja. Ecco un altro, che vede tutto tremolante e sfolgorante, il Cortese, affetto da tremolio della pupilla. E quest'altro qui sembra ammalato di acromatopsia: dipinge tutto col fango […] ritrae in finissimi pastelli le scene più semplici e pure della Natura? Ma perché egli diffonde tanta e così intensa malinconia in qei suoi pastelli viventi, da restarne e con pari intensità, compreso chi li ammiri, quantunque in essi non sia artificio alcuno di colori deprimenti? […] nessuna figura umana; e pur l'uomo c'è nella mestizia del pittore, che egli ha contemplati e ritratti; e questa mestizia par che muova dai laghi, dalla terra, che pur vi sorride innanzi nella sua bellezza. Si direbbe quasi che il pittore abbia ascoltato la voce della terra, una parola d'amore della madre dolente. […] Cerchiamo in lei ciò che ella non può darci: l'amore - ma questo né ci fa ricchi, né ci appaga […] nelle cupe smanie dell'impotenza dispregiamo noi stessi e la terra, che pure ogni anno per noi si rinnova e pare che per noi voglia celar le rughe coi fiori. L'uomo strappa quei fiori e s'incorna di spine […] Non son fatte per noi le primavere». Il giudizio del critico fa inravedere la concezione del pittore: «Il pensiero del pittore è una visione; la logica del pittore è, per così dire, il giuoco espressivo d'una luce che ora splende ora s'attenua, e i suoi sentimenti hanno un colore, una forma, o meglio, il colore e la frma sono per lui sentimenti…».

Il pittre-narratore, ne Il turno, enuclea queste immagini dai suoi paesaggi: «In quella campagna […] Ora vi crescevano gli alberi, intorno ai due templi antichi, soli superstiti; e il loro fruscio misterioso si fondeva col barbagliare continuo del mare in distanza e con un tremolio sonoro incessante, che pareva derivasse dal lume blando della luna nella quiete abbandonata». Il paesaggio riflette, in uno spazio e in un tempo metastorico, il silente stato d'animo dell'autore, colpito da no stato di grazia, la suggestione trasforma le emozioni in un bozzetto pittorico: «E poi del mare sconfinato, in fondo d'un aspro azzurro. Il bosco stormiva agitato sotto le grevi nubi lente, pregne d'acqua, e vibravano in alto, le punte dei colossali cipressi sorgenti in mezzo ai mandorli e agli olivi come un vigile drappello a guardia del tempo antico».

Tutto sfuma nell'indistinto; il vasto scorcio del paesaggio agrigentino, del mare africano, delle argille azzurre e degli olivi saraceni, dà alla natura una visione rassenerante da idillio teocriteo, quasi di una realtà pre-logica. Egli tra/scrive sulla pagina l'incanto del giardino primaverile: «Il vago fermento di sottili profumi e lo splendore del verde nuovo, che dilaga nei prati, brilla con vivacità così eccitante in tutti gli alberi intorno; strani fili di suoni luminosi avviluppano: improvvisi scoppi di luce stordiscono; lampi […], felici invasioni di vertigine» 1. Non c'è alcuna deviazione o divergenza tra la scrittura e la pittura pirandelliana, ma un'osmosi che rivela una sostanziale compenetrazione. L'armonia della natura infonde tranquillità al suo animo tormentato; il giardinetto sottostante al suo studio è così descritto nei Colloqui con i personaggi: «… il mio giardinetto, tutto ridente e squillante, in quei giorni di maggio, di rose galle, di rose bianche, di rose rosse e di garofani e di geranii […] i cipressi e i pini di Villa Torlonia dirimpetto, dorati dal sole, abbagliati sotto l'intenso azzurro del cielo […] il fitto cinguettìo degli uccelli felicemente nati con la stagione e il chiocciolìo della fontanella del mio giardinetto!». In una lettera autobiografica del 1924 Pirandello fa notare: «Insegno, purtroppo, da quindici anni Stilistica nell'Istituto Superiore di Magistero Femminile. Dico purtroppo, non solo perché l'insegnamento mi pesa enormemente, ma anche perché la mia più viva aspirazione sarebbe quella di ritirarmi in campagna a lavorare». La natura, che trasmette serenità, è una costante della sua pittura e traspare da molte novelle: Padron Dio, Il vitalizio, Vittoria delle formiche, Cinci, Chiodo, Fortuna d'essere cavallo; il narratore-pittore rinasce "attimo per attimo". Impedisce che il pensiero si metta «di nuovo a lavorare, e dentro rifaccia il vuoto delle vane costruzioni». Il pensiero dell'artista spazia «in un bel cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo stridio delle rondini  nel vento nuvoloso» e rinasce «nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori» 2. La radicale lontananza da tutto comporta l'immedesimazione nella natura come rifugio ideale e rimedio alla crisi d'identità di tanti personaggi: Il dovere del medico, La ragione degli altri, L'altro figlio, La Sagra del Signore della neve, La Giara, Liolà, e i colori, fortemente connotati, soddisfano un bisogno profondo di serenità nell'identificazione panica della Terra-Madre. Secondo Antonio Alessio, Pirandello si accosta «alla natura non per una benefica, riposante distrazione o per ritrarne la bellezza, ma per interrogarla, coglierne l'anima, il segreto». Quando l'artista si impone "un silenzio di cosa", dal suo io si leva un sentimento forte di attrazione verso una natura pacificatrice e tutta l'esistenza sembra consistere nello stupore di un'estasi contemplativa. Il giovane pittore Elj Nielsen di Trovarsi si ritira, in disparte, per cogliere empaticamente la propria identità nel paesaggio: «Quando sono solo, sul mare, in campagna coi miei colori, insomma e all'aperto - anche se ho contrarietà o c'è rischio di affrontare - non mi perdo, ci vado incontro, e sono lieto. […] i sarà avvenuto qualche volta - non sai come - non sai perché - di vedere all'improvviso la vita, le cose, con occhi nuovi e con l'anima tutta spalancata in un senso di straordinario stupore». Sotto il suo pennello domina un'aura che riempie l'anima dell'osservatore di un'intensa emozione: è un modo di disegnare particolarmente vicino alla pittura degli impressionisti. La realtà non viene mai idealizzata, l'immagine diretta è colta nell'immediatezza naturale attraverso dissolvenze prospettiche; la libertà di esecuzione è quella di un sognatore, che guarda il mondo e tenta di capirlo con l'intensità dell'abbandono. Il languore si espande dagli accordi cromatici, che sono abilmente sfumati in una con/fusione di realtà/finzione; la visione rassicurante della campagna è osservata dal vano di una finestra in Questa sera si recita a soggetto: «una sola, piccola, aperta alla vista della lontana campagna e del mare lontano», oppure all'Uscita, l'Uomo Grasso ricorda: «Vedo ancora il giardinetto della mia casa al sole. Un tappetino verde, alla finestra. La vasca, con lo specchio d'acqua in ombra […] Le piante attorno guardano attonite i circoletti che s'allargano nell'acqua silenziosi. Io sono là, tra il respiro fresco delle nuove foglioline, come una vecchia foglia morta che non sappia ancora staccarsi». La cristallizzazione di un istante di Vita si dilegua in pochi attimi: il colore per Pirandello non è solamente vibrazione di luce, ma materia creatrice di spazi; la sua pittura sembra oltrepassare la tela e il paesaggio possiede una sua corposità di immediata presa psicologica. Talvolta, il pacere derisorio del disegno trascura volutamente il colore, in quanto volti che sbuffano o smorfie grottesche disvelano un attento studio dal vivo, per far risaltare nei volti disincarnati il continuum della Vita al di là della Forma.

La delicata posa dei personaggi, con i loro sguardi penetranti, è dominata da una monocromia di fondo, dove l'introspezione appare negli occhi carichi di perplessità di alcuni ritratti. La sua tecnica si perfeziona con i disegni preparatori delle scenografie teatrali o con gli abbozzi di scena; il ritratto si anima, poi, di una consistente vita interore, pronta a deflagrare con tocchi rapidi e sicuri: la vibrazione psicologica cela un segreto a lungo trattenuto dall'artista. Pirandello non progetta i suoi dipinti, perché intende la pittura come un atto naturale, rapido ed incisivo, accostando i colori alla stessa gamma cromatica della realtà, in modo da conservare la tonalità pura e naturale delle cose rappresentate. Pur riscoprendo la vita attraverso la natura, egli tenta di coglierla fino in fondo, anche se mantiene di fronte ad essa il dovuto distacco; la sua pittura come la sua scrittura colgono nelle immagini gli scenari della memoria e la coscienza divisa dell'io.

L'altrove irrompe come autoriflessione e l'immedesimazione empatica disvela l'universo intenzionale dell'artista e la sua componente proiettiva; l'interazione fantasia/tensione emotiva libera nella pittura "la logica" del fantasma. La tensione tra il reale e l'immaginario produce un forte straniamento, che, talvolta, fa riflettere sulla scarsa affidabilità del reale, ma il ricorso all'irreale esorcizza ciò che si teme e allontana le inquietudini e le insidie del quotidiano. La finzione artistica genera un'associazione di idee, che, per espansione, confluisce nell'atto creativo. Il forte realismo genera una rete di significati, che esplorano il fondo segreto del sé, trasmutando in colori e luce "la disarmonia interiore". Il travestimento nella pittura statuisce una regressione delle capacità sintetiche della coscienza e l'esperienza del ricordo rivela contenuti inconsci dell'artista e un sistema di strutture significanti in cui la vita pre-razionale trova la sua espressione. E.H. Gombrich rileva che Freud ha dato «sempre per scontato che quello che dobbiamo cercare nell'opera d'arte è il massimo contenuto psicologico delle figure stesse. Che questa convinzione non venisse mai meno lo scopriamo nel secondo saggio di Freud sull'arte, lo studio sul Mosé di Michelangelo». Una corrispondenza biunivoca lega la scrittura pirandelliana alla pittura: in essa riappaiono i motivi ricorrenti della sua poetica. Egli lavora con la stessa tecnica del découpage, del ritaglio e dell'accostamento degli opposti. La pittura è un momento di sedmentazione e unitamente alla critica d'arte ha un peso tutt'altro che secondario nella sua formazione; l'esercizio pittorico riemerge, però, trasformato, nella coscienza pirandelliana: tutto sembra diretto da un magico stato di grazia, capace di trasmutare la realtà, perché il contatto immediato che il quadro sa dare, con i suoi effetti di luce, con i suoi colori e le sue linee, trasmette una tensione drammatica che va al dià dell'arcana presenza della natura. Il dramma del pensiero si vanifica e subentra una spazio figurativo che metabolizza la conflittualità psichica.

1) Luigi Pirandello, Visita, in «Novelle per un anno vol II», Newton Compton, Roma, 2001, p. 839.

2) Ibidem, Colloqui coi personaggi, in «Novelle per un anno vol II», op. cit., pp. 11-98-11-99.

 

 

 

Risvolti - Schede

 

ASSUNTA CARDILE

Per una cultura del libro

 

Francesco De Napoli spiega così le ragioni della sua ricerca, intitolata Per una cultura del libro: «Il fatto di prestare servizio, da oltre vent'anni finora, nell'unica struttura pubblica preposta ai servizi culturali in un importante e nevralgico centro in tumultuosa crescita, mi consente di toccare davvero con mano, di sentire costantemente il "polso" della richiesta di cultura sul territorio. [...] Modestamente, amo il lavoro del bibliotecario, perché amo la... cultura. Avendo poi - immodestamente - il dono di possedere una in/discreta sensibilità ed una non innocua penna (secondo il parere di qualche compiacente studioso, bontà sua) iniziai lentamente a guardarmi intorno...».

L'autore pone il dito nella piaga del diffuso lassismo, della superficialità e del qualunquismo che regnano nel mondo delle strutture culturali e delle biblioteche. Da un lato, imperano il pressappochismo e la faciloneria dei pubblici funzionari, dall'altro esiste un inquietante disinteresse, una drammatica incuria da parte del pubblico. Riguardo al personale addetto, così si esprime De Napoli: «Ho conosciuto bibliotecari i quali ignoravano chi fosse l'autore di Madame Bovary; li ho rivisti dopo qualche anno: hanno imparato ad usare il computer, ma continuano ad ignorare chi abbia scritto Madame Bovary... [...]. Il materiale umano è il bene più raro e prezioso!».

Riguardo agli utenti, poi, egli scrive: «Ebbi modo di rendermi subito conto, con stupore e rammarico, della grande rapidità e facilità con la quale la gente... dimentica. Spesso mi sono interrogato sulle motivazioni segrete di questi stupefacenti fenomeni di oblio collettivo: il fatto è che la partecipazione popolare agli eventi culturali - per quanto importanti siano - è vissuta quasi come un passatempo, come uscire la sera per andare in discoteca o in pizzeria».

Morale della favola, se esistono organismi degni della Biblioteca di Babele (J. L. Borges), è perché il clientelismo politico e partitico crea e nomina dei responsabili che sono, in realtà, dei perfetti... irresponsabili.

Il saggio è rilevante per novità e originalità, con specifici riferimenti alle aberrazioni presenti nel mondo dell'editoria.

Francesco De Napoli, Per una cultura del libro, Edizioni Eva, Venafro-IS, 2003, pp. 52

 

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DONATO DI STASI

Marcha Hacker-risata cyberfreak, un'antologia sine nomine

 

Possono alcune glosse occasionali rendere conto di un'opera magmatica come Marcha Hacker? Come dare l'idea di una scrittura acustica, fitta di voci allarmate, codici coercitivi, gerghi del basso corporeo, frammenti antisublimi, reperti critici che si abbattono a ondate con la loro ressa micidiale sul lettore aduso al sopore e al torpore cultural-mediatico?

Si sa per certo che un autore-cattura-autori ha assemblato materiali disparati per (s)comporre un affresco virulento degli ultimi(?) giorni della globalizzazione: Marcha Hacker si dispone come un lavoro pluricefalo, avanspettacolo letterario alternativo e antagonistico ai vampiri del capitalismo tecnocratico, colpevoli e viziosi, che solo infondatamente sogliono chiamarsi umani.

Con scintillanti apparizioni retoriche, minacciose e vive, un gruppo di stampo blissettiano, arroccato dietro la sigla Elote (mais) e Chiles (peperoncino) promette un'utopia non omologabile contro i pataccari dello spirito e la trista congrega giornalistico-televisiva, impegnata cotidie a raschiare il barile del potente di turno.

Invero dietro questa leggendaria operazione di metacomunicazione poetica si palesano le generalità del critico-scrittore Nino Contiliano, inconsumabile antagonista, resistente, renitente, interferente, ideologica-mente e fattivamente propugnatore di una discontinuità eccedente che buchi, afflosci, misceli, sovverta i rapporti di forza esistenti, misurati secondo il ciclo classico di produzione-consumo.

Scrittura antioraria, dunque, ironicamente affastellata per porre fine alla truffaldina concordanza di menzogne e fole, ammannite dalle èlites.

Nino Contiliano lavora al collage di testi autoctoni e allotri, sciogliendo nell'acido del sarcasmo i due capisaldi della societas odierna, individualismo e massifi-cazione: da un lato ogni partecipante a questo progetto di action-poetrying rinuncia alla sua connotazione, dall'altro il gruppo costituito di autori manifesta una spiccata soggettività, un'identità collettiva frutto di una ripetuta coincidentia oppositorum e di una straripante hybris, avversa alla poesia per anime belle («inculata calda o fredda, con vaselina o senza: / ad libitum», p. 14; «con sevizie intelligenti intelligentemente praticate / ed eventuale senso di colpa per i prossimi / vent'anni della Vs. rispettabilissima vita / di merda, please», pp. 14-15).

In un luogo scrittorio post-grammaticale, battuto in ordine dal fonosimbolismo pascoliano, dal futurismo, dal dadaismo e dal primo surrealismo, oltre che dal mortifero Gruppo '63, Nino Contiliano si dimostra un massimalista, non si lascia frenare da alcun rispetto per la tradizione, tanto meno dal gioco avanguardistico fine a se stesso, id est esequie sintattiche spacciate per scrittura verbovisiva.

La complanarità di linguaggi pregrammaticale, grammaticale e postgrammaticale determina l'uso di elementi sprovvisti di semanticità, immotivati, anticon-venzionali, i quali, attraverso i loro stessi dati fonici scivolano in una intertestualità materiale e antagonistica («allora, marka Echelon, cookies / più tazze (wc/ Wto) cri-cri / Guantanamo (né guanto né panda) / torneò quanti quanta e quanti / e dell'arrivo alla vigilia / nettezza tornò barbiere / di Siviglia e rasoio senza / Ockham asino di Buridano», p. 17).

Si tratta, come si può osservare, di congiunzioni eretiche (la filosofia scolastica e l'organizzazione mondiale del commercio), non canoniche, un partito dialetticamente misto da mettersi sul piano di una nuova possibile rivoluzione, consistente nel rompere le paratie stagne, non più fra generi letterari, ma fra autori: «in tuta relativa / candidi asfodeli vezzose ortiche / e in gemma forti / quest'epoca di killer / in proprio & su commissione», p. 32 (si allude alla poetessa romana Gemma Forti e alla sua originale ricerca linguistica tra un apparente liberty e un sostanziale contemptus mundi).

Cancellato come istituzione letteraria, l'autore rivive in una diversa condizione, rapsodica, corale, nel tentativo di fondere nella rappresentazione linguistica toni variegati, stili poco o molto sovrapponibili, in sostanza l'esperimento wagneriano di uccisione del melodramma e di fusione di wort (parola), ton (musica) e drama (spettacolo).

La sortita del Nostro sembra alquanto rischiosa e procede in quale direzione: una lingua babelica prima di ogni altro linguaggio (Derrida), un bisogno di oralità per il tramite di coreuti e corego, oppure un'altra hegeliana evocazione della morte della poesia?

Credo che la risposta possa fornirla ciascun lettore, quando si disponga non a una lettura silenziosa dei versi in questione, ma a una declamazione altisonante per lasciare uscire dalla propria gola, come da quella degli autori assemblati, tutto il veleno che la società dei mass me(r)dia riesce a depositare al fondo della mente («L'avatar si presenta con / il volto tranquillo di chi / conosce il futuro, / viene dal passato, / non accetta il presente / perché è sempre in fuga, / perché è sempre più avanti, / davanti a te / e non conosce tregua, / non conosce attesa, / non conosce tormento / né rimpianto», pp. 34-35). In quest'epoca di idiozia sociale sia reso onore all'intelligenza dei poeti che hanno filmato singole scene della nostra fraudolenta apocalisse e al regista che ha saputo inquadrare e ripercorrere la cultura occidentale/orientale con una tale ricchezza e velocità di montaggio da lasciare interdetti; per tutti valgano gli esempi dei Patriot (massime di Marziale, Pascal, Spinoza, Goethe, Marx, Nietzsche, Weber, Mao, Einstein, Peirce, Rilke, Klee, Bacon) e dell'ode lorda e metafisica, combinata fra l'arché eracliteo e la Lega Nord («e ne è convinto anche il salumiere che non ha letto / Eraclito né Musil e non sa cos'è la Cacania / e la Padania e la Papania / e crede che l'ombelico del mondo passi / per Casalpurga», p. 18).

Il ciceroniano viaggiatore delle lettere, Nino Contiliano, ha raccolto per questa marcia sbellicata degli hacker i seguenti nomi: Filippo Bettini, se stesso, Gemma Forti, Mario Lunetta, Giorgio Moio, Francesco Muzzioli, Giuseppe Panella, Emilio Piccolo, Sandro Sproccati.

In chiusura due altre comunicazioni: in primis la versione elettronica di Marcha Hacker è sfogliabile al sito www.vicoacitillo.it; in secundis i proventi del testo cartaceo saranno usati per sostenere il progetto "una laurea per i poveri" a favore dei campesinos dell'Ecuador. Hasta la poesia siempre!

Nereidi, 16 gennaio 2006

Elote e Chiles, Marcha Hacker - risata cyberfreak, Promopress 2005, Palermo, pp. 40

 

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FRANCESCO MANDRINO

Timebox

 

Com'erano belle le bagnanti di Ingres, le ballerine di Toulouse-Lautrec, ma poi la pittura perse gradatamente la figura e le rimasero solo la forma e il colore: davanti all'astratto mi parve non ci fosse più nulla da guardare. Invece, pur non essendo io un critico d'arte bensì un panettiere vercellese, mi accorsi che mentre non ricordavo un solo quadro cubista né il nome di un autore, mi rimanevano stranamente impresse le composizioni di Kandinsky e mi attraevano gli studi di Mondrian, che pure mi turbavano. Eppure tutto questo non mi lasciò neppure immaginare cosa sarebbe successo nel momento in cui la poesia avrebbe perso il racconto, e poi anche la proposizione di situazioni reali, fino a restare solamente parola e ritmo.

Pasquale Della Ragione in questo libro, di cui la copertina mi sembra introduttiva forse più del risvolto, non giunge a tanto; la proposizione di situazioni più o meno reali rimane ma in modo a volte ostentatamente disorientativo (disarticolante?) da negare il racconto e lasciare il lettore in balia di sensazioni, emozioni, sentimenti a volte forti quanto apparentemente immotivati.

Così come nel verso gli accenti cadono su alcune sillabe evidenziandole in questa silloge vi sono alcune sollecitazioni che paiono messe in evidenza, anche per la loro reiterazione: si tratta di quanto pertiene, anche attraverso una grande quantità di collegati e derivati, al concetto di liquidità, di acqua, di mare. A questo elemento anche il lettore meno attento non può sfuggire.

Altro concetto che viene evidenziato con lo stesso sistema è quello di luce, con tutto il suo corredo di collegati, biancore-lucentezza, occhio-pupilla e avvampa-scintilla-candela. Con lo stesso sistema l'autore sovverte anche il senso di evanescenza insinuato nello stesso concetto attraverso un successivo sbiadimento dei colori, uno smorzarsi verso il grigio, uno spegnersi nel buio. La presenza dei termini luna e stelle potrebbe lasciar intendere il riferimento ad un tramonto ma io credo che abbiano invece soltanto una funzione accessoria nel sottolineare il passaggio al buio, altrimenti si dovrebbe pensare ad un'immagine piuttosto trita nella letteratura poetica del passato: liquidità-vastità del mare, smorzamento-tramonto, buio-stelle; immagini piuttosto scontate e bucoliche, troppo umanizzate o umanizzanti. Invece non si avverte alcuna presenza umana ma solo la coscienza d'esistere di colui che compie l'osservazione, la considerazione: lo scrivente e di riflesso il lettore. Tuttavia la considerazione non è avulsa dall'umanità ma solo lontana dal contesto umano in senso fisico. Alcuni riferimenti al concetto di violenza collettiva, come elmo sciabola corazza pirotecnica rovine corpi immobili, potrebbero lasciar pensare al contrario tuttavia la totale mancanza di riferimenti all'avidità e al denaro li rendono meno umanizzati, mentre riferimenti di altro tipo, come atollo, gran cerchio liquido sull'orlo, la nuvola di facciata che evapora e cade, riconducono al concetto di violenza verso l'elemento natura nel suo complesso, molto presente invece, anche se in modo non così concettuale come quelli descritti prima.

Nel suo complesso quindi la considerazione di Pasquale Della Ragione mi sembra rimanere sospesa, in perenne oscillazione ma senza avvicinarsi troppo alla crosta terrestre né rischiare di perdersi negli spazi siderali.

Qua e là, alcuni gruppi di versi sembrano mostrare lievi tracce di racconto (figura) che però subito si dissolve nella parola (colore) e lascia vaghi accenni nell'insieme. La rigida divisione in brani, composti da versi al limite della lunghezza canonica, divisi a loro volta in strofe di quattro e tre versi con una coda composta da un verso isolato (forma), tengono la silloge legata all'idea della tradizionale poesia civile, allontanandola da sperimentazioni a volte divagatorie verso l'introspe-zione. Su tutto sembra dominare un senso drammatico, se non tragico, con qualche cenno al risollevamento, e il panorama non appare proprio sconosciuto.

Pasquale Della Ragione, Timebox, Edizioni Riccardi, Quarto-Napoli, 2004, pp. 32

 

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FRANCESCO MUZZIOLI

L'universo poetico di Moriconi

 

Nel quadro della poesia italiana, Alberto Mario Moriconi occupa un posto tutto suo. Da un lato non gli si può negare di essere un riscopritore della tradizione, bravo a restituire, senza censure artefatte, una versificazione "dispiegata", e rivolto, con una propensione umanistica, a salvare il passato dall'incultura imperante, nonché a rendere giustizia alla "creatura", ossia al fondo umano straziato dalla storia. Ma al tempo stesso, non gli si può non riconoscere l'allegria vitalizzante del comico e, quindi, con essa la volontà di mettere in questione tutti i valori e tutti gli idoli (anche letterari, perché no?), facendo sprizzare dalle parole le scintille dell'ironia e disperdendo per tale via i patrimoni culturali riveriti. Ugualmente, la sua "drammaticità" e il suo pathos si rispecchiano in una "vocazione teatrale" condotta alla agitazione plurilinguista; e la sua "forma buona", solidamente ritmata, trova il corrispettivo nella variazione e nella sperimentazione parodistica.

Un autore, dunque, con diverse "facce" che, pur facendo parte per diritto acquisito della vivace e assai prolifica area napoletana, conserva suoi tratti originali. Un autore che ha al suo attivo un articolato percorso e che ha ricevuto nel tempo un cospicuo quantitativo di lavori critici, provenienti - questo è significativo rilevarlo - da posizioni anche assai dverse. E i lavori sono in corso, come dimostra una nuova recente monografia dedicatagli da Giuseppina Scognamiglio, con il titolo L'universo poetico di Moriconi, edita dall'editore Liguori. Il libro della Scognamiglio si avvale di una serie di approcci convergenti: i primi capitoli entrano nell'"universo poetico" dell'autore e nel suo laboratorio linguistico; successivamente vengono illustrati (e poi riportati per intero nel testo) gli interventi su Moriconi di alcuni importanti scrittori napoletani, e precisamente La Capria, Marotta, Rea, Rugarli e Striano; una sezione ospita le dichiarazioni dirette dell'autore, rese in varie sedi d'intervista; ultimo ma non meno importante viene l'ampio e accurato aggiornamento bibliografico. Un libro, dunque, che offre materiali molto utili per la conoscenza della poesia moriconiana e per l'approfondimento di alcuni suoi aspetti, tra i quali soprattutto quello relativo al linguaggio (interessanti pagine sono riservate al plurilinguismo e alla dialettica tra lingua e dialetto) e allo stile (esemplificato a dovere nella schedatura delle occorrenze di alcune figure retoriche rilevanti). Pure assai opportuno è il passaggio attraverso le proposte interpretative della critica, che serve a focalizzare le direzioni di ricerca possibili e a mettere in luce le formulazioni più stimolanti, riprese qui con ampie citazioni, che vanno alla indicazione del Moriconi "poeta civile" (Occhipinti e Minore), alla glossa di Patrizi sul nesso tra "astuzia e ironia, tensione sperimentale e candore ludico", all'evidenza data da Lunetta all'"espressionismo filosofico, si potrebbe anche dire, di questa poesia spigolosa e mobilissima".

Proprio il richiamo alle figure della retorica potrebbe rivelarsi illuminante. Infatti, la retorica sottintende un "saper fare" e su questo fronte Moriconi non teme rivali, quanto all'esecuzione e al "ri-uso" dei procedimenti ereditati. Giustamente la Scognamiglio parla di "duttilità" stilistica e usa per l'universo poetico del nostro autore il termine "atelier", indicante un alto artigianato. Tuttavia, la retorica segnala anche quella torsione pratica che la particolare intenzione di chi scrive imprime al linguaggio: pure in questo secondo senso le credenziali dell'autore sono a posto, avendo egli cura di scegliere sempre pour cause i propri obiettivi e i propri mezzi. Questo doppio risvolto ce lo conferma lui stesso, nei brani sollecitati dalle interviste. La sua poetica è, sì, quella del poeta-umanista (oserei dire "umanitario", se questa parola non fosse oggi inflazionata a coprire di tutto e di più), e precisamente «un umanista che ha conosciuto l'uomo e la vita nei suoi svolgimenti e nei suoi viluppi più drammatici, più miseri e più beffardi», ma tale prospettiva non può non inverarsi in chiave polemica nel ritratto di un poeta che - afferma Moriconi - nel mentre «esprime se stesso» manifesta «avversioni» e «odii» contro la violenza che lo circonda, un poeta che nel suo linguaggio deve lasciar trasparire «tutta la carica di resistenza e d'irrisione» di cui è capace.

Insomma, se Moriconi, nella sostanza autobiografica dei suoi testi (che la Scognamiglio sottolinea fin dall'inizio), dimostra di cogliere la sorte riservata alla poesia oggi, che è quella di isolare la vita dal consumo e di strapparla alla massificazione volgare della società-spettacolo, per sottoporla a un bagno di analisi rigenerante e liberante; tuttavia ci fa anche chiaramente toccare con mano come questa operazione di critica e scavo dell'identità, di recupero dell'io (il poeta "minatore", dice qui Moriconi), che potrebbe sembrare affatto personale, invece, essendo fatta con e sul linguaggio, continua, per forza, a riguardare tutti noi e la nostra collettiva "ragione sociale".

Giuseppina Scognamiglio, L'universo poetico di Moriconi, Liguori ed., Napoli, 2004, pp. 148

 

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GIORGIO MOIO

Oltre i deserti

 

Nel leggere l'opera prima di Serena Stefani, Caverne, si riscontra in essa, con piacere, un non trascurabile potenziale che fa ben sperare per il suo futuro di poeta. Quando si ha tra le mani un'opera prima la cosa che più dovrebbe incuriosire per una lettura critica è non tanto la preparazione dell'autore, l'appartenenza a qualche modello o corrente, ma come sostiene Mario Lunetta nell'introduzione, quali «incertezze, ingenuità, pentimenti visibili, approssimazioni» (p. 7), coinvolgimenti, senza le arroganti certezze di chi la sa lunga, riesce a trasmetterti.

Caverne è lastricato di incertezze, d'ingenuità, di dubbi, di pentimenti visibili, e ci sembra pure una poesia matura, vista l'età abbastanza giovane che si ritrova l'autrice: si tratta di una poesia basata su temi plurali, di grossa sensibilità umana. Più precisamente quello che ci colpisce di più, ad una prima lettura (quella a caldo, non calcolatoria, non rapportandola a nessun parametro ideologico o di tendenza poetica) è il "viaggio" mentale che l'autrice affronta, attraverso le plaghe della condizione umana, distorta e messa al muro dal nostro cinico "umanesimo" occidentale, portandosi fino alle origini, alla nascita della specie, alla procreazione (vedi l'accostamento lessicale utero/caverna), nel tentativo nobile non di preservare la razza umana dal punto di vista materno/semantico, ormai smarritasi chissà dove, ma maternamente concepirne quasi un'altra, più umana: «... Quando sarò lontanissima / oltre i deserti letterali (senz'altra retorica / che il patto sociale) i passi / della mia razza parranno soltanto / le rughe di un vecchio vizioso (il loro destino) / peccato che il mondo non cambi da sé» (p.17). E non a caso le sue poesie hanno, nella maggior parte di esse, come tema l'Africa dove sono state rinvenute le prime tracce umane - la culla della razza umana, secondo la teoria darwiniana, sostenuta, come sappiamo, dal ritrovamento di resti dell'Australopithecinae del Transvaal, ma anche dell'Atlanthropus mauritanicus in Algeria e Marocco, nonché dell'uomo di Saldanha, di Eyasi, dell'homo rhodesiensis, di Neanderthal e Sapiens -, ma che oggi è la parte del mondo, anche se la meno popolata (che ingrato destino!), più sfruttata dagli stessi suoi "figli", l'emblema della sofferenza tragica e inumana, fatta di pregiudizi, soprusi, ingiustizie. Dunque, ci sembrano accettabili i binomi Africa/madre, Africa/vita. Già questo assunto dovrebbe farci riflettere e comportarci con rispetto nei suoi confronti, con altruismo, senza retorica e moralismi, un comportamento da estendere, però, a tutta quella gente bisognosa di crescere, di sentirsi orgogliosa di appartenere alla razza umana: «... A lungo abbiam riposato ed ora il risveglio / è pieno di cose viventi che pressano, parlano / a cenni. Ed appartengono a noi» (p. 77).

Tutto questo si denota nel volume della Stefani, e poco importa se linguisticamente lo racconta con una certa vena fabulatoria, con un canto lirico e pieno di pathos, quasi trascendentale, e a volte descrittivo, ma che sa farsi curioso, grido di denuncia, sostanza passionale sì, ma non lamentosa, essendo carica di quella valenza allegorica del reale, decisamente misteriosa - come afferma giustamente Lunetta nell'introduzione - «che presuppone, più che vicende autobiografiche, strati di saggezza continuamente frustrata ma che pure non si dà per vinta, anzi chiama il lettore a un'assunzione di responsabilità, quasi di complicità nell'avventura che presuppone l'utopia di un altro assetto possibile, nel caos sociale e nella leggerezza della fabula» (p. 8).

È anche un viaggio alla riscoperta del proprio io, del proprio ruolo di donna, della propria origine; più in generale alla riscoperta dell'essere, portando l'attenzione (ancora pasolinianamente, perché no?) sui diseredati della propria condizione umana, sugli oppressi, anche se per ora possiamo solo immaginarci e auspicarci una felice conclusione, una salvazione dell'intera umanità: «... Un giorno saremo colonne o baleni / che il suolo non fermerà» (p. 79).

Serena Stefani, Caverne, Edizioni Gazebo, Firenze 2005, pp. 84

 

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GIORGIO MOIO

La Ratio di Luciano Nanni, ovvero viaggiare nella memoria

Ratio, di Luciano Nanni, volume che raccoglie una quindicina di racconti, nel suo insieme è un bel "viaggio" attraverso le plaghe della memoria, alla riscoperta di "come eravamo", di quei valori genuini e altruisti dimenticati. Stesso discorso per le cose, gli oggetti, le sensazioni e i momenti della nostra vita passata che oggi ci appaiono distanti e distorti, momenti che vorremmo averli almeno vissuti diversamente. In questo libro di Nanni, invece, non c'è nulla di tutto questo; ossia non c'è rivisitazione, in quanto la realtà del passato di cui è stato protagonista l'autore, e quella di oggi, sembrano fondersi e integrarsi: insomma l'una rinvigorisce l'altra in modo che si possa ancora ben sperare per il futuro:

La memoria trattiene ogni suo lineamento, a volte con la punta delle dita le sfioro le labbra o accarezzo l'onda pietrificata dei capelli: la donna ideale a cui aspiravo la trovo realizzata in un'opera d'arte, però non mi sono mai chiesto chi l'ha scolpita e perché si trova qua, in un punto che ho scoperto per caso, solamente io so come arrivarci fra balze e stretti varchi (RATIO, La casa eterna, p. 66)

Non c'è nostalgia né moralismo nel descrivere luoghi e situazioni già vissute, in quanto, pur trattandosi di un'analisi dei ricordi, essa si combina con il racconto della realtà di oggi - appunto -, nel tentativo di renderla più umana. Anzi, l'autore si serve anche di un linguaggio semplice, per certi versi, senza ricercare chissà quali artifici, semplice come lo era la vita di qualche tempo fa. A volte la realtà diventa onirica, surreale, e ne esce fuori una specie di "processo associativo", intenzionale, un unicum tra memoria e corpo: nel senso che il passato si vorrebbe reale e la realtà - specie quella odierna - spedirla chissà dove. Ci sembra di capire che valga il motto "stavamo meglio quando stavamo peggio", che l'autore tenta di ribaltare ripristinando la ratio, il pensare alla vita, all'essere in quanto entità, che l'umanità - negli ultimi tempi; ma tutto il vecchio occidente è colpevole - ha smarrito in favore della politica affaristica, l'appiattimento del pensiero, la pacificazione culturale, tutto esclusivamente a vantaggio dell'economia più vieta:

In ogni persona esiste, anche se inconscia, un'ideologia; e nei giorni seguenti si precisò quella del vecchio: la vita consisteva nelle cose, nello scoprire la dimensione finale in cui erano immerse e che il sovrapporsi di usi e filosofie aveva oscurato. Mi sentii tornare a una realtà antica, quando corpo e idea erano una cosa sola (Ivi, Inverno, p. 51)

Luciano Nanni, Ratio, Panda Edizioni, Padova, 2005, pp. 78

 

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GIORGIO MOIO

Andare qui, al di là del senso ovvio delle cose

Nel suo ultimo libro di poesie, Andare qui, Piera Oppezzo (Torino, 1934) fa parlare i viventi, li fa pensare, li fa sognare, li fa domandare, fissando nello spazio del vivere quegli strumenti necessari per preservare la materia della vita, i segni di un tracciato rappresentativo di eventi mobili da abitare, nonostante siano ustionati nella mente dal presente impedito dal consumismo sfrenato. O meglio. Il pensiero vorrebbe allungarsi e portarsi al di là del senso ovvio delle cose (e spesso con fatica ci riesce) ma s'impasta nelle fessure dell'attesa a guardarsi intorno, barcollando nell'abitudine del presente che non rivela che somiglianze di andature di esercizi destituiti dell'Essere. Così come il sogno, va avanti per segmenti che rasentano formule di silenzi in corteo, tra degenerazioni di un quotidiano che manca di diversità.

E il vivente si assenta tra i detriti dell'umanità, postulando la sua "presenza", mentre le parole (quando si pronunciano) non domandano e le domande vengono formulate senza attendersi risposte. Quasi uno scenario di "fine umanità" (come non darle ragione!):

Vivente fissa i colori del suo orizzonte.

Scatto. Attesa. Dice di fianco bastava un secondo

Osserva le trame del traffico a convegno permanente.

Ricerca rumori. Abbassa pensieri. Attraversa

 

Decolla su un serpente illustrato. Esselunga

A suo tempo snodava libellule o piselli?

Spinta dopo spinta un portafoglio. Già aveva.

Vivente ci converte in cronaca cittadina.

[...]

(Vivente e il suo orizzonte, p. 36)

Sono decisi a non mollare, però, a non soccombere, pur nel silenzio, nel disagio di una vita grama, e a niente di proprio sono disposti a rinunciare la parola, il pensiero, il sogno di questi viventi: tra frammenti di realtà quasi rarefatte che i viventi s'affaticano a respirare, ed "... esplodono importanze che non..." sapevano che esistessero. Nonostante lo scenario soccombente:

[...] Dal vivo disastro

che già altre volte ha animato

tra sé e se stessa

fa arretrare l'aridità che l'aveva interrata

 

Eretica e convinta del suo disaccordo

controlla la vertigine sullo spazio degli assenti.

Il corpo unendosi

allea flussi di presenze. Per loro

avvia un'epoca.

(Pieno giorno, p. 45).

 

Piera Oppezzo, Andare qui, Manni, Lecce, 2003, pp. 64

 

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VITTORIO PANNONE

A proposito di Estatica, personale di Michele De Luca

 

Caro Michele De Luca,

ieri ho visto le tue opere dal vivo nello Studio "Tra le Volte", apprezzando l'effetto luce sulla lamiera. L'idea originaria non è cambiata, anzi si è solidificata con la verifica diretta. Hai il dono di rivelare "la presenza", che soventemente si oblia. Il punto-luce bianco serve a rendere la presenza dell'essere, che oramai sfugge a qualsiasi coglimento. Potrei togliere il contorno, ma il risultato non cambia. È raro trovare un artista che si sia cimentato in un così alto scopo, nella diretta e palesemente, senza nascondersi in scusanti di giustificazioni. Molti artisti hanno reso la luce-presenza, ma affrontando motivi altri. Hai preso di petto la luce e la costringi a rivelare la sua essenza-mistero. Fiat lux. Creazione. L'eterno buio. Mistero. I tanti perché non risolti e rimandati. Ad un certo punto dal "profondo buio" sorge la luce rischiarante, che fa essere le cose tutte. Le cose possono esistere, ma se non "illuminate" restano nell'oblio del non essere: la notte dell'esistenza.

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Michele De Luca, Estatica, 2004, olio, metallo, legno, cm. 220 x 40 x 32

La luce riporta in vita il tutto. Ma, ma luce custodisce in sé la presenza, rendendola non coglibile per il troppo bagliore. L'artista superiore fa sorgere il cavallo della presenza all'interno del grande bagliore lucente: la presenza supera il bagliore della luce. Nell'assoluta luce si delinea la presenza. Non è facile assolutizzare la luce. La presenza rivela la consistenza del mondo, ci illumina sulla essenza delle cose. La presenza è il sorgimento-fondamento tanto cercato e mai trovato. È l'uscita dalla eterna assenza, che decide di superarsi: il buio che totalizza la sua buità. Nel buio più buio, all'improvviso si rischiara a se stesso ed emette un bagliore: sorge la luce. L'assenza si assenta a se stessa: presenza. Coscienza di sé totalizzata. Questo è il momento primo delle cose o della cosa. Anzi, la cosa decide di superarsi, assolutizzarsi, totalizzarsi; la spinta finale la conduce in un mondo altro rispetto alla condizione della cosa: nasce il fenomenico-alonatico. La cosa in sé è tutto, anche coscienza totale di sé; ma non può essere altro da sé. Sorge lo spasmodico bisogno di essere "altro". Implode a tal punto che genera l'"altro", autonomo e indipendente da se stessa: nasce il mondo fenomenico, caratterizzato dall'alone lucente.

La cosa è al buio, non ha bisogno di specchi: è e sa di essere. Il nuovo mondo creato è totalmente indipendente, ma non avrà coscienza del suo fondamento originario. Il creato dovrà ignorare la creazione. Però ci dovrà essere un legame spezzato tra la cosa in sé ed il suo creato: "la presenza". Essere. Io sono. Il dono dell'essere. La vita. Il creato è. La presenza è il tempo. Il tempo rende una cosa presente. Tempo. Presenza. Mistero risolto. Anima. La presenza è la presenza della cosa in sé nel mondo fenomenico, senza influenzarlo. La cosa in sé si rende visibile con "la presenza", ma non condiziona la materia del mondo essendo "pura luce assoluta", che supera la sua essenza fotonica. La presenza è il brillamento dei fotoni che vanno a morire, liberandosi della propria materialità. "Luce assoluta" liberata dai fotoni annullandosi. Lo spirituale-immateriale nel fenomenico.

Caro Michele, stai lavorando in questi ambiti primi, rivelando il mistero dell'esistenza. Complimenti di cuore.

Fondi, giovedì 7 aprile 2005, h. 12,00

Michele De Luca, Estatica, Associazione Culturale "TRAleVOLTE", Roma, 19 febbraio - 9 aprile 2005

 

 

 

Risvolti - Biblioteca

a cura di Pasquale Della Ragione

 

 

Paolo Badini, Il Signore dei Testimoni Blu, Anterem Edizioni, via Zambelli 15, Verona, 2001, pp. 56

 

XIV

 

Fianco a fianco

Nel mezzo del sentiero

Con le spade sguainate

Concentrati sulle parole

Uno sforzo enorme per tendere

Mani che si toccano

Il sortilegio che si spezza

Cadendo in frantumi.

 

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Antonino Contiliano, Terminali e Muquenti / Paradossi, Promopress, s.i., Palermo, 2005, pp. 70

 

Alchimia

 

dei modelli ribelle l'alchimia

degli elettroni lascia la danza

e le nubi spettinate di vento

rovesci del cielo staccano nomadi

accordi alla memoria della luna,

quel giorno della note dove brilla

del gioco il caso la mina della cosa

e la tua pelle fiocco di neve curva

libera le vampate delle risonanze

tra dis-astri e de-siderii farfalla

 

odore di dune il tempo della bocca

intona frangenti canti di spin le onde

e giù la gola immola i nodi della geometria

sulla rete ardente dei buchi del vapore

ora che il calendario la navigazione

procede tra un urlo e il silenzio

del tonfo della lingua nell'infanzia

gennaio 2001

 

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Claudio Gallico, Poesia seconda, Edizioni Gazebo, via San Zenobio 36, Firenze, 2005, pp. 36

 

Lanugine impigliata nel rovo

la parola cola nella cosa,

dispone volenterosa

un tracciato di simulacri,

sprona correnti di probabilità

inquiete lingue di fiamma.

 

I ritagli della lingua vivente

congiunti in matasse oratorie

scorrono sopra una piattaforma

vacillante,

chiazze di reminiscenze

terrose, collezione di sedimenti,

deposito segnato

dall'indice del tempo.

 

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Cosimo Flavio Gioia, Il canto del Mediterraneo, Scrittura & Scritture, via Burali d'Arezzo 9, Napoli, 2005, pp. 48

 

Calma del mare

 

Come specchio nello sgualcìo

disegno dell'antico mare

si riflettono i pensieri.

 

Brucia

ai raggi dell'accecante sole

il sudato sguardo.

 

Stanche le vele

nel pigro cullare

smuovono le accaldate vesti

disegnando venti fatui.

 

Tuffo nel silenzioso scenario

la desiderata voglia di frescura.

 

Attendo dall'infinito orizzonte

inquiete increspature.

 

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Francesco Mandrino, M'innamorai lo riconosco, Edizioni Tracce, via Ravasco 54, Pescara, 2004, pp. 104

 

Canzone ebbra

 

Amo lo sai, anima mia, i miei posacenere,

moribondi spaccati, riattaccati con cura.

Io li guardo e contendo all'artista,

creatore dell'utili forme sì belle,

del prestigio il piacere e la gioia.

Vero; non ho plasmato le piacevoli curve,

né ho saputo spalmare i ridenti colori!

Ma del bello ho raccolto gli inutili cocci

e con fare paziente come sagge parole

io li ho resi capaci di puntare di nuovo

allo scopo ch'esalta la loro bellezza,

del motivo strappato della loro esistenza

li ho saputi rifare padroni assoluti

col mio tempo e fatica, parte della mia vita.

Ancor oggi lo sai, mio morbido amore,

gode questa mia vita della loro esistenza

e destino ha impedito, almeno finora,

che il raccolto da terra cadesse di nuovo.

 

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Daniele Poletti, Ipotesi per un ipofisario, Marco Del Bucchia ed., c.p. 11, Massarosa, 2005, pp. 76

 

La complessione (Achiría II)

 

Nella destra scorre

tra le dita incapienti la sabbia

nella sinistra, l'acqua scorre

tra le dita incapienti.

Se la mano secca

riemerge dall'acqua, è presto perso

il ricordo; se la mano bagnata

interroga la sabbia presto sarà ricordo

la numerabilità del desiderio.

Accadde adesso, nel cospirare di graffi

appresi dalla levagione che la pianta

mi muoia tra le mani; che il roco guaito

in cui riconoscono voci familiari

risillabi l'interrogazione.

Un dentro del corpo

di pochi organi sparuti

foglieggia. Fnché affievoliscono

sul lenzuolo le finestre del febbraio.

 

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Alberto Rizzi, La luce lo specchio, prod. in proprio, s.i., Ceregnano (RO), 2005, pp. 58

 

Di quegli uccelli in alto al filo

non ricordo le tracce

e nulla da perdere si presagiva

nei richiami degli uomini più in là

 

ma un gallo così lontano

da sembrare un lamento

 

Però dovendo essere qui

                                  siccome sono e fui

so di non avere scampo

                                  ma solo una speranza

e nient'affatto cieca

 

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Claudia Manuela Turco, L'età dell'oro e della ruggine, Laboratorio delle Arti, via Tartini 38, Milano, 2005, pp. 60

 

Eclisse di sole

 

Cividale,

vago ancora tra le tue vie,

per rivedere l'ipogeo celtico

e il Tempietto longobardo;

ancora scivolano, i miei pensieri,

sulle onde del Natisone

e avvolgono il Ponte del diavolo.

Indifferente all'eclisse di sole,

mi aggiro per le desertiche strade,

rapita da un campanile

che offre giaciglio

a un pino temerario.

 


NOTIZIARIO

Eventi di settembre 2005 - settembre 2006

Napoli, 9-10-11 settembre. Al Belvedere-Teatro del "Parco dei Camaldoli", a cura della Multimedia Edizioni/Casa della poesia, nell'ambito di Napolipoesia nel Parco, si sono svolte alcune serate di poesia internazionale, con recitals dei poeti Francisca Aguirre (Spagna), Maram al Massri (Siria), Annina Baraka (Spagna), Michel Cassir (Libano), Jack Hirschman (U.S.A.), Josip Osti (Albania), Carmen Yanez (Cile), Dane Zajc (Slovenia) e i napoletani Mariano Baino, Gabriele Frasca e Wanda Marasco.

Ravello (SA), 10 settembre. Nel "Chiostro Inferiore" di Villa Rufolo, con testi di Ada Masoero, Osvaldo Patani e di Victor De Circasia, si è inaugurata la mostra Nelle stanze ritrovate di Villa Rufolo, opere di Aldo Rota. • Firenze, 14 settembre. Nel giardino della libreria "Libriliberi", si è presentato il volume La Pissera degli autori Carlo Lapucci, Rosaria Lo Russo, Maria Pia Moschini, Liliana Ugolini. Hanno letto alcuni brani Cristina Moschini, Tiziano Pecchioli, Giada Primavera.

Crema (CR), 17 settembre. Il "Circolo Poetico Correnti", diretto da Alberto Mori, nell'ambito della "Poesia a Strappo", in piazza Duomo ha organizzato La rue est enorme.

Bologna, 22 settembre. In occasione della 2a edizione del Festival del Libro d'Arte-Artelibro, nel Museo Civico Archelogico, Renato Barilli ha curato la mostra Il Libro d'Artista in Emilia-Romagna.

Bologna, 23 settembre. A "Villa delle Rose", Lorenzo Sassoli De Bianchi, Gianfranco Maraniello e Andrea Albertini, hanno presentato, a cura di Valerio Dehò, la mostra Brazil, opere di Ralph Gibson. Il giorno dopo, nella Cappella Farnese di Palazzo d'Accursio, Dehò e Maraniello hanno presentato invece il volume omonimo di Gibson, con la presenza dell'autore.

Gallarate, 24 settembre. Si è inaugurata, presso la "On the road Art Gallery", la mostra collettiva Mail Art allo specchio, curata da Ruggero Maggi. Durante l'inaugurazione Marisa Zattini ha presentato "Graphie", rivista trimestrale di arte e letteratura.

• Mouans - Sartoux (Francia), 7-8-9 ottobre. La rivista "Offerta Speciale" di Torino, ha presentato, al "Salon de la Cote d'Azur", nell'ambito del 18° "Festival du Livre", sue edizioni e libri oggettuali degli artisti Anela Aliotis, Carla Bertola, Mariella Bogliacino, Anna Boschi, Rosa Bosco, Vèronique Champollion, Mariapia Fanna Roncoroni, Vittorio Fava, Oronzo Liuzzi, Olga Maggiora, Fernando Montà, Gloria Persiani, Eugenia Serafini, Alberto Vitacchio.

• Sordevolo (BI), 8 ottobre. Ideato e coordinato da Francesco Conz, si è tenuto un reading dal titolo Il verbo Fluxare in onore di Lawrence Ferlinghetti che è intervenuto su due serie complete di 33 serigrafie su tessuto di grandi dimensioni realizzate dall'Archivio F. Conz. Il poeta della beat generation ha letto poi alcuni suoi testi e presentato un suo film, The Coney Island, mentre il poeta torinese Arrigo Lora Totino ha presentato e letto i testi italiani di Ferlinghetti. Altri reading nel segno di Ferlinghetti, sempre ideati da Conz, intitolati Oltre la Beat Generation, si sono inaugurati il 14 ottobre al Teatro Sociale di Trento e il 15 ottobre alla Biblioteca Civica di Rovereto (TN).

• Pozzuoli (NA), 21 ottobre. Alla Galleria "Riflessi" - Centro Arte & Comunicazione, Mario Costa ha presentato la mostra Tsunami. Architettura di un'onda anomala, opere di Peppe Pappa, a cura di Franco Canale.

• Lisbona (Portogallo), 27 ottobre. Nell'ambito delle iniziative internazionali dedicate alla "Settimana della lingua italiana nel mondo", l'Istituto Italiano di Cultura di Lisbona, diretto da Giovanni Biagioni, ha organizzato un primo reading poetico di autori contemporanei impegnati in una ricerca espressiva di particolare qualità e originalità stilistica. I poeti Antonella Doria, Alberto Mori e Andrea Rompianesi hanno letto loro testi.

• La Spezia, 29 ottobre. Presso il Circolo Culturale "Il Gabbiano" - Arte Contemporanea, con catalogo a cura di Mara Borzone, si è inaugurata la mostra collettiva di libri d'artista Fiat voluptas tua, di Andolcetti, Bobò, Borrini, Boschi, Canè, Caprini, Carrozzini, Cassaglia, Cerisola, Cimino, Commone, De Luca, Diotallevi, Fanna Roncoroni, Gennai, Gordon, Gualdo, Gut, Maggi, Magro, Manfredi, Nava, Negri, Olivari, Pecci, Pellegrino, Persiani, Pignotti, Rachini, Roffi, Salvoni, Savoi, Simini, Sonnino, Sordi, Torelli, Tulumello, Vitone.

• Napoli, 11 novembre. Con il patrocinio del Comune di Napoli - Assessorato ai Grandi Eventi, presso "Palazzo Crispi", Dario Giugliano ha presentato la mostra Cieli, di Clara Rezzuti.

• Milano, 18 novembre. Presso la "Corsia dei Servi - Sala Verde", con interventi di Andrea Rompianesi (editore di Scrittura Creativa Edizioni) e Adam Vaccaro (presidente dell'Associazione Culturale Milano Cosa), è stato presentato il libro di Alberto Mori, Utópos (Scrittura Creativa Edizioni), con letture e videoproiezioni dell'autore.

• Napoli, 18 novembre. Al Teatro Sannazzaro si è dato vita a Canzone per Nejra tra guerra e terrorismo, videoconcerto di Ariele D'Ambrosio, musiche originali di Sandro Cerino, canzoni di Paolo Frescura e Giorgio Liguori.

• Napoli, 15 dicembre. Presso la libreria Guida di via Merliani, Giorgio Agnisola e Antonio Spagnuolo hanno presentato il volume di poesie Alla riva del tempo, di Giuseppe Napolitano (Ed. Guida).

• Roma, 16 dicembre. Si è presentata, presso la Biblioteca Comunale "Elsa Morante", la mostra collettiva Dialogue Artist and networks, con opere di Massimo Bedini, Ousmane Cissé, Marco Di Giuseppe, Aleksandra Kasperek, Antonietta La Rocca, Michela Lenzi, Mariza Pereira Pauluk, Rinaldo Romani.

• Napoli, 17 dicembre. Allo "Studio Vip" di Carla Viparelli, nell'ambito di "Vivere in pace", si è tenuta una performance dal titolo trENTAdueANTE, con parole, suoni e immagini di Eugenio Lucrezi, Geremia Tierno, Carla Viparelli e Alfredo Vitelli, presentati da Lucia Scalise.

• Pozzuoli (NA), 17 dicembre. Al Palazzo Migliaresi del Rione Terra, Carlo Bugli, Nicola Magliulo e Oscar Poerio, con la partecipazione dell'assessore alla Cultura del Comune di Pozzuoli e introduzione di Alma D'Onofrio, hanno presentato il volume Orizzonti lontani di Vincenzo Di Bonito (Edizioni Riccardi).

• Andria (BA), 18 dicembre. Al Castello del Monte, sotto la direzione scientifica di Achille Bonito Oliva e a cura di Giusy Caroppo (curatore generale) e Rossella Meucci Reale (curatore esecutivo), si è inaugurata Intramoenia Extrart degli artisti Francesco Arena, Marc Bauer, Elisabetta Benassi, Carlo Benvenuto, Pedro Cabrita Reis, Sarah Ciracì, Enzo Cucchi, Domenico Mangano, Bill Viola, Sislej Xhafa.

• La Spezia, 7 gennaio. Presso il Circolo Culturale "Il Gabbiano" - Arte Contemporanea, si è inaugurata la mostra The show must go on di Nadia Nava.

• La Spezia, 4 febbraio. Presso il Circolo Culturale "Il Gabbiano" - Arte Contemporanea, si è inaugurata la mostra dello svizzero Urs Lüthi, Mille rose rosse, installazioni che si collocano nella variegata arte concettuale, a partire dalla Body Art.

• Gallarate, 19 febbraio. La "Civica Galleria d'Arte Moderna" ha esposto opere dell'archivio di Mail Art di Gino Gini acquisito dalla stessa Civica Galleria nel 2003. In particolare sono state mostrate le cartoline più significative del progetto di Mail Art The Mythical Image, iniziato nel 1979 e concluso nel 1983. In questo ambito è stato invitato Ruggero Maggi con il progetto Underwood, a cura di Emma Zanella.

• Belluno, 23 febbraio. Con interventi del critico d'arte Antonella Alban, dell'assessore alla Cultura Marco Perale e del direttore dell'Unità Operativa di Psichiatria della ULSS n. 1, si è inaugurata la mostra curata da Alfonso Lentini Segnali irregolari, esperienza artistica degli utenti del Centro Diurno, in collaborazione con le educatrici Katia Trento e Rita Polloni.

• Haifa (Israele), 18 marzo. Presso l'Istituto Italiano di Cultura di Haifa, si è inaugurato l'incontro con l'arte contemporanea Il silenzio del mare, alla presenza dell'artista Avraham Eilat e del direttore dell'Istituto Edoardo Crisafulli. Molti gli artisti italiani e israeliani invitati, tra cui Abed Abdi, Hanna Abu-Hanna, Fernando Andolcetti, Bruno Cassaglia, Menashe Kadishman, Oronzo Liuzzi, Arrigo Lora-Totino, Francesco Mandrino, Enzo Miglietta, Zohar Nir-Amitin, Michele Perfetti.

• Milano, 21 marzo. A cura di Donatella Airoldi alla Galleria "Quintocortile" si è inaugurata la mostra FIORI/Fiori con opere di Michele Cannaò, Carla Crosio, Mavi Ferrando, Caterina Morelli, Roberto Origgi, Tina Parotti, Sergio Sansevrino, Stefano Sevegnani, Paola Venezia.

• Benevento, 25 marzo. Nell'ambito dell'inaugurazione di "Palazzo Paolo V", sotto la direzione artistica di Petra Joos sono state curate le mostre collettive Alla luce del tempo e Progettare nella storia, con opere di Manuel Aires Mateus, Carmen Andriani, Arcangelo, Ronnie Cutrone, Odile Decq, Barbara Eichhorn, Yves Dana, Urs Lüthi, Antonio Monestiroli, Miquel Navarro, Roberto Serino, Guillermo Vasquez Consuegra e un omaggio a Piero Dorazio.

• La Spezia, 25 marzo. Presso il Circolo Culturale "Il Gabbiano" - Arte Contemporanea, si è inaugurata la mostra di poesia visiva e libri d'artista Tuttilibri di Fernando Andolcetti.

• Napoli, 22 aprile. Nel complesso museale di "Santa Chiara Chiostro Maiolicato", si è inaugurata la mostra di Davide Orler, La Bibbia, a cura di Giampaolo Trotta, alla presenza di Giulia Parente (assessore allo Sport e ai Grandi Eventi del Comune), mons. Eduardo Parlato (direttore Ufficio Beni Culturali dell'Arci-diocesi), Alfredo Scotti (direttore Accademia di Belle Arti), Gennaro Matino (docente di Storia del Cristianesimo), don Renato Laffranchi (artista) e Giuseppe Reale (presidente del Complesso Museale di Santa Chiara).

• La Spezia, 22 aprile. Presso il Circolo Culturale "Il Gabbiano" - Arte Contemporanea, si è inaugurata la mostra Geometrie di segni di Delio Gennai, piccole installazioni di espositori di vetrini da laboratorio, usati in citologia, cubi-sculture e libri d'artista che si aprono a fisarmonica.

• Napoli, 24 aprile. Nella piazzetta Miraglia, nell'ambito della III rassegna della piccola e media editoria AltroLibro 2006, percorsi di resistenza e liberazione a cura delle librerie Jamm & Perditempo, è stato presentato l'Almanacco Odradek 2006 di scritture antagoniste (Odradek Edizioni), con interventi dei curatori del volume, Mario Lunetta e Francesco Muzzioli, letture di Lorenzo Durante e Sergio Lambiase.

• Napoli, 16 giugno 2006. L'associazione di Uomini e Progetti "Oltre il Chiostro", presso il Complesso Museale di S. Chiara, si è inaugurata la mostra Oltre il Ponte, installazioni e sogni di Riccardo Dalisi.

• Serdevolo (BI), 17 giugno 2006. Presso la "Serra dei leoni" di Villa Cernigliaro per arti e culture, con il contributo della Regione Piemonte, Provincia di Biella, Città di Biella, Comune di Sordevolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, Associazione italiana progettisti (Aiap) sono state presentate opere di Henri Chopin, Graph poemachines, un'iniziativa progettata e presentata da Zero gravità & Archivio F. Conz di Verona.

• Prato, 6 settembre 2006. Il Comune di Prato, con il patrocinio Fondazione Mario Luzi "La barca" di Pienza, Provincia di Macerata, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e del Comune di Firenze, si è inaugurata, presso le "Antiche Stanze di Santa Caterina", Il Segno, la piega, il taglio, il colore, mentre, nella stessa giornata, presso la Biblioteca "A. Lazzerini", la mostra Arte e Poesia di Paolo Gubinelli, opere su carta 1973-2006 con toni e gesti acquerellati, accompagnate da poesie dei maggiori poeti italiani. Il catalogo, con testi, è stato firmato da Bruno Corà.

• Napoli, 21 settembre 2006. Alla galleria di arti visive "Franco Riccardo", è stata allestita la mostra "Webality" di Marcello Mazzella.