GIORGIO MOIO
Da
«Documento-Sud» a «Oltranza».
Tendenze
di di alcune riviste a Napoli
-
1958-1995 -
14. Le riviste nascono e
muoiono per mancanza di autenticità
Con gli anni
Novanta la scrittura - specie quella poetica - viaggia nel misterioso, nell'effimero
intimismo, con un'etichetta mitologica e ipnotica, frenata da un vissuto di tipo "usa
e getta". «Manca nelle riviste che oggi si occupano di poesia - dirà il compianto Luciano Caruso - ma
anche spesso nelle altre, un nucleo di idee, un progetto lucidamente perseguito di messa
in discussione del mondo sia pure sub specie aestheticitatis, che riteniamo sia
stata la lezione più autentica che la poesia moderna ci ha dato almeno da cento anni a
questa parte. Dopo i professionisti in poesia moderna sono venuti i professorini in poesia
moderna, così invece di andare oltre, vincere e superare il limite dell'esistente, che
era stata l'unica indicazione possibile venuta dalla sperimentazione abortita degli ultimi
decenni, si è definitivamente perduta la capacità e la propensione al dispendio che è
propria della poesia» 1.
Cosa aggingere
di più? Il discorso di Caruso non fa una piega, le sue parole sono ancora attualissime in questo
"mare magnum delle lettere" dove si è persa ogni identità, ogni profilo
ideologico in favore del più pratico ma invertebrato interesse merceologico. La maggior
parte delle riviste che si pubblicano negli anni Novanta, con tanto di comitato
scientifico e redazioni di tutto rispetto, non riescono ad abbandonare le coordinate di
riviste-contenitori, in continua ricerca di un proprio linguaggio. Le deiezioni di una
progettualità in grado di articolarsi tra i rivoli di un allure sperimentale, che non
insegua esclusivamente i prodomi di un significato per non prendere decisioni azzardate e
alternative, al contrario per autocompiacersi di un effimero risultato, di un terrificante
qualunquismo - per fare qualche nome - abitano soprattutto in «Il Rosso e il Nero»,
diretta da Edoardo Sant'Elia, «Pragma», diretta da Nando Vitali («Daremo molto spazio
alla prosa, alla speculazione filosofica, e alla ricerca letteraria in senso lato [...].
Ciò nell'interesse di tutti e in ciò saremo pragmatici [ossia, rigorosamente
qualunquisti - appunto -, senza far torto a nessuno] [...]. Accetteremo pertanto le
varie ipotesi e proposte in tutte le possibili forme letterarie [il che è meno di
zero]») 2, senza dimenticare «Nuove Lettere». Quest'ultima, diretta da
un certo Roberto Pasanisi, si avvale di una redazione di tutto rispetto (Giorgio Bàrberi
Squarotti, Vittorio Russo, Paolo Valesio) che non è mai riuscita a darle una densità e
un linguaggio appropriato. L'unica certezza che si ha, sfogliando questa rivista - tra
l'altro di pessima veste tipografica -, è trovarsi davanti a un contenitore di una
letteratura intimista, vecchia e arcisunta, dove emerge la nostalgia per un ritorno al
sublime, a un'origine ordinata del tempo, a una bellezza effimera di un passato
improponibile. Sinceramente ci attendevamo molto di più da una rivista che ha il
"vanto" di avere un direttore autoproclamatosi il maggiore fra i giovani poeti
italiani 3. Viva la modestia!
Che strazio,
dunque, gli anni Novanta! Col ritorno all'antico, ci si privatizza in gruppuscoli/riviste,
in piccoli clan, per cui alla sperimentazione, all'avanguardia, alla letteratura in
genere, si dà un senso casalingo amichevole rasserenante, inspiegabilmente a/sacrificale.
Pertanto non si riesce ad annullare la distanza che ci separa dall'indispensabile azione
poi/etica, da una quotidianità consacrata e riverente, in nome del dio denaro, del più
basso e vieto profitto. Dispiace solo dover annotare, man mano che s'indaghi in questa
babele di riviste, la morte di alcune davvero interessanti o almeno con una progettualità
"non comune". Dunque, questi sono gli anni in cui una rivista progettuale è
destinata a cedere il passo. E allora non può meravigliarci più di tanto se una rivista,
ad es., come «Plural», diretta da Enrico D'Angelo e Gabriele Frasca, che nello spingersi
ben al di là delle apparenze, proponendo tra l'altro incursioni largamente argomentate
nella letteratura araba, quasi del tutto ignorata dai grandi circuiti editoriali
napoletani e no, dà qualcosa di diverso a un ambiente stantio e disattento alla novità,
è costretta a sospendere le pubblicazioni.
Stessa sorte
tocca, ma per motivi diversi, all'ultima rivista di cui ci occupiamo in queste nostre
puntate, «Oltranza», diretta da Ciro Vitiello e pubblicata da Alfredo Guida editore.
Nonostante vanti in redazione elementi che hanno fatto la storia della letteratura degli
ultimi tempi, non solo napoletana (Franco
Capasso, Carlo Felice Colucci, Stelio Maria Martini, Gian Battista
Nazzaro, Antonio Spagnuolo), sostenuti da una propulsione di "giovani " poeti (Alessandro
Carandente, Wanda Marasco, Giorgio Moio, Marisa Papa
Ruggiero), non è andata al di là della pubblicazione di
tre numeri. Con una redazione composta da molte "prime donne" e diversificata
dalle origini antitetiche di alcuni, spesso conflittuali, non si poteva certo andare
lontano. Tutti "professori" e "professorini" di lettere! Sottace una
specie di regola non scritta in seno alla redazione: si attende che l'altro faccia le cose
anche per te, un modo di pensare non distante dall'andamento che circola in città,
un'inerzia che alimenta un accumulo di problemi, soprattutto sociali, di cui oggi siamo
costretti ad affrontare in continuo stato di allerta. Se poi ci aggiungiamo un direttore
presenzialista, egocentrico, il quadro fallimentare è bello che delineato. Eppure le
promesse e le dichiarazioni, sin da subito si presentano lusinghiere e speranzose: «il
terreno dell'avanguardia ci alimenta ancora fecondamente [...] [,] il nostro sguardo è
desideroso di spaziare oltre i limiti dove i tempi ci comprendono, dove i deserti ci
attirano, dove altri sguardi ci lusingano» 4. Solo che lo sguardo pur
desideroso di spaziare oltre i limiti, resta solo un desiderio che non riesce a
comprendere il tempo in cui vive. Dunque, a ben guardare, senza versare benzina sul fuoco,
nonostante - si diceva - l'apporto autorevole e l'esperienza di alcuni valenti redattori,
la rivista non riesce a sintonizzare sulla stessa lunghezza d'onda dei buoni propositi, le
tre sezioni (poesia, critica e inchieste) che suddividono ogni fascicolo. Rattrista vedere
sprecate siffatte energie. L'impressione che si ha è che sia i collaboratori sia alcuni
redattori hanno come scopo principale unicamente ritagliarsi un piccolo o grande spazio
dove poter dar sfogo a quella loro esplosione ormonale - nonostante l'età avanzata -
dell'apparire a tutti i costi, in attesa che arrivi il loro momento di autostoricizzazione
previo un profilo e un'antologia critica, con materiali editi e/o inediti
proposti da essi stessi, come prevede il programma della rivista. I poeti che riescono a
beneficiare di questo "riconoscimento", prima che la rivista chiuda i battenti,
sono Antonio Spagnuolo nel n. 1 (cit.), con un profilo di Gian Battista Nazzaro e scritti di
Mario Pomilio (Linguaggio e inconscio in Candida), Mario Lunetta (Il tempo scalzato),
Silvana Folliero (E la parafrasi del destino umano); Carlo Felice Colucci nel n.
2 (settembre 1993), con un profilo di Carmine Di Biase e scritti di Giorgio Bàrberi
Squarotti (Afasia e ironia tragica), Giacinto Spagnoletti (Il coraggio
d'esprimersi), Giuliano Manacorda (Check-up del vissuto esistenziale),
Giorgio Bassani (Rivolta verso il culto stereotipo dell'io lirico); Franco Capasso nel
n. 3 (maggio 1994), con un profilo di Marcello
Carlino e scritti di Giuliano Manacorda (Il punto
barometrico di Franco Capasso), Gianni Scalia (Poesia come azione del nominare), Matteo
D'Ambrosio (Poesia come necessità biologica: Orme sul lago salato di Franco Capasso),
Giorgio Bàrberi Squarotti (Il monologo come movimento interiore).
Ogni numero
sembra scorrere via come l'"olio", vale a dire senza il gusto della
contraddizione, della polemica, della dinamicità: l'unica dinamicità a cui si è
costretti ad assistere è l'incomprensione tra Spagnuolo e Colucci, quest'ultimo
accusato - giustamente - da Spagnuolo di divismo che lo porta inevitabilmente a pensare solo a se stesso -
cogliendo impreparato persino il direttore Vitiello, incapace di sedare l'attrito tra i
due redattori - che sarà uno dei motivi per cui la rivista cesserà le sue pubblicazioni.
Tra indifferenze e divismo, la sezione che riesce ad allontanarsi da un andamento
abbastanza blando, mantenendo una certa costanza, ritagliandosi uno spazio di grande
spessore (ma nel qualunquismo generale risulterà una magra consolazione), è quella delle
"inchieste" effettuate sul territorio napoletano, posta alla fine di ogni
fascicolo: sulle riviste (nel primo numero), con scritti di Stelio M. Martini (Éngagément e no),
Alessandro Carandente (La letteraura alternativa attraverso le riviste), Giorgio Moio (Sullo
stato di salute della letteratura nell'ultimo ventennio); sui centri ed associazioni
culturali (nel secondo numero), con interventi di Giorgio Moio (Di alcuni recenti
momenti pubblici della poesia a Napoli) e di Marisa Papa Ruggiero (Centri
culturali ed associazioni a Napoli); sull'editoria (nel terzo numero) con
un'intervento di Papa Ruggiero (L'editoria napoletana tra mercato e cultura). Tra la terza
sezione riguardante le inchieste - come riportato poc'anzi - e la prima, dedicata ai testi
poetici, spaventosamente lineari, dove si alternano (di numero in numero), due redattori
(tra i quali le uniche due donne del gruppo, Wanda Marasco e Marisa Papa Ruggiero, di cui
ci occuperemo più avanti unitamente al direttore Ciro Vitiello), si colloca la sezione
che ospita interventi di critica, dove si assiste ad un passaggio di critici di diversi
schieramenti, da quelli più o meno accademici a quelli militanti.
WANDA MARASCO 5
ci presenta una poesia sensuale e surreale, dove il sogno sovente si mescola con la
realtà, creando un campo di magia, di percezioni, che il poeta tenta di superare per
portarsi in attesa, nel tempo dell'attesa. Si tratta di una tessitura di linguaggi e
realtà diverse, al limite della teatralità, dell'alterazione della realtà in un assurdo
e paradossale dispiegamento di suoni febbrili e spigolature di essi, disposti come fiocine
per arpionare l'intrico, la tentazione dell'invisibile - e l'assurdo, appunto - delle
parole nell'involucro della memoria, del mito, della natura trasognata:
II.
Come è orribile dirlo:
Vivere senza la traccia
dello Spazio
che è poi tentazione
dell'Invisibile
(perché poi quante volte
spira sogni
la foglia, perché poi
quante volte
si corre alle piogge e agli
autunni
come al ricordo)
Lei corre in un crine che
frusta
ché ora l'inaria solo il
vento
in torme dei corvi:
Io ti voglio sognare
Questa undicesima notte ti
voglio sognare
Per due bambini che reco in
un Notturno
- illuse lune del mio
ventre -
e per l'ombra che atterra
il volto
all'angolo dei venti...
Qui le nottivaghe
Là il centrisco incarnato
Insieme dove
andiamo-ventriloqui
a ripeterci - i bianchi
enigmi
Vengono le Orifere
Sono lettighe e colori
nunziali
Nelle proporzioni del
destino vengono
sotto una morte che non si
ripeterà
Io ti voglio sognare
Questa undicesima notte ti
voglio sognare
E voglio narrarti nei
cerchi delle piogge
e dei legni, alle sette,
alla terza siepe
dove c'è per una rugosa
fiaba
cavo ad ascoltare
l'Origliere della quercia
(da
Dionisiache, in «Oltranza», n. 1, cit., p. 16)
La poesia di MARISA PAPA RUGGIERO 6 è, invece, una poesia squisitamente labirintica,
intrecciata fra zone interdette della parola, che si dispiega per significanti in
dicotomie fatte di vuoti e di pieni, di dentro e di fuori, di vita e di morte, di follia e
ragione, di amori e disamori, di luci ed ombre che, come per incanto «prendono corpo e si
guardano, per opposti speculari» 7, alla ricerca di quella luce, di
quell'essenza che precedono il nostro cammino, dove per ognuno si realizza o si schianta
il proprio destino:
2.
L'ombra in cammino falcerà
ogni luce.
Là si schiude invisibile:
sei appena un'orma
che striscia dal futuro.
Ti precede.
Ti precede di un passo
nella città sotterranea
nella tana porosa degli
incanti
dove infinita si consuma
la nostra assenza
La Sfera ha venatura e
crepe
nel cristallo...
C'è un'esplosione a tempo
e c'è
un editto, nel bronzo.
Tutto al transito brucia.
(da
Origine inversa, in «Oltranza», n. 2, Napoli, settembre 1993, pp. 14-15)
Rispetto alla
poesia della Marasco, qui ci troviamo di fronte ad un io affabulante che si «doppia,
triplica, si fa grembo di madre, madre della madre, figlia di figlia» 8, ma
anche qui sensuale e magico, con parole inquietanti come i crocevia dell'eros, che
confluiscono sulla carta per "gioco" o per "farsa", fino a farsi
magia, magia sfingea, per aver ragione della condizione di donna costretta a fare i conti
col tempo che la rinnega, trovando la sua dimensione e la libertà attraverso il dono
della vita che rinasce. Sul piano creativo, la scrittura di Papa Ruggiero s'addentra in
labirinti fatti di incognite, di contaminazioni, autoannullandosi per inventarsi
invertendo - è proprio il caso di dire - l'origine delle cose:
7.
L'arcolaio è riverbero
stregato
che mi ciglia nel ventre:
cesellai il mio tempo con
arte di vasaio:
la mia lunga catena è solo
un soffio
al salto che mi tende,
ma il magico
il magico era il mio porto
senza fari...
Al suo tacere sfilai ogni
perla
ogni rapina di me.
Murata viva, nel tempo mai
nato
sono ancora gravida di te.
(ivi,
p. 17)
In
«Oltranza» la monotonia della linearità, che si addice al carattere di alcuni
redattori, si sintonizza con la dichiarazione di Vitiello, che si domanda a «quale
universo ci leghiamo? alla tradizione, all'avanguardia? Crediamo che la ricerca del valore
futuro non possa prescindere né dall'una né dall'altra [...] per far crescere lo spazio
letterario del transmoderno a disfatta del postmoderno» 9. Il che sta a
significare che non si è né carne né pesce. Eppure, come vedremo, Vitiello è
tutt'altro che sgradevole quando veste i panni del poeta. Ammesso che si sappia cosa
voglia significare il termine transmoderno (accettando volentieri la disfatta del
postmoderno), l'innovazione, si sa, viene sempre dopo la tradizione, né può adagiarsi,
ipocritamente, su strade intermedie, con la furberia tipica del maldicente di agganciarsi
sia a destra sia a sinistra. Sennò, è inutile e fuori luogo richiamarsi all'oltranza o
dichiarare che tra «l'appiattirsi o l'azzardare è sempre da preferire l'ultima sorte:
gettarsi nella mischia più sfrenata» 10. C'è poco da fare, la rivista denota
una mancanza di coraggio, di scelta precisa, che non lascia immune - a quanto pare -
nemmeno CIRO VITIELLO 11, nonostante presenti un linguaggio franto, lacerato,
diviso nelle parole, quasi visionario, azzardato, sull'orlo di una crisi esistenziale, di
desolazione, una desolazione che disperde «povere anime incatramante / nella città
abbandonata della notte...» 12. Con Proprium, quasi una liturgia del
tormento, del lamento di parole dilaniate dalle incertezze - che non è detto sia un male
se le certezze spazzano via i sogni dispensando tranelli - tra soffi di vento e salsedine
marine, dispiegato nella luce dell'inganno e del dolore che lascia inesorabilmente il
posto alla notte fonda,
luna spermatica in chiara
velina sono impigliato di nebbia
febbrile e privo del campo
visivo ti scorgo distante
in ruina sospetto o
m'intenebra inganno
lontano dove luce
muo re e notte
fonde
e dilato pupille o
desolazione intendo e covo
dio che ammonisce la fine
dove salto dolore
o scongiuro Carlotte fuoco
tondo in orti incestuosi
fuggo rapido chi resechi il
punto cardinale
o tu ridoni felicità
si va sopra orizzonte marcito
il bene prende i martiri
che non hanno più evo
che in questa guerra
riplani.
(da Proprium, in «Oltranza», n. 3, cit., p. 6)
nonché dello
sforzo dell'io psichico di fronte alla scrittura che mostra uno stato di disagio, di
inquietudine, di fronte ad una storia che si prende gioco dell'essere, il poeta tenta di
ripristinare e/o di strappare al suo infausto destino, fino a lacerarsi - come afferma
anche Vitiello nella nota che accompagna la silloge -, perché lacerato è «l'animo del
soggetto che dice io, non già solo espediente di un artificio quale manipolazione abile
del linguaggio» 13:
Sonata
33 (versus ipertensus)
oh quale terribile
compressione mi prende nelle sue chele il vuoto
della mente congiunto al
vuoto del tempo come mi pietrifi
co e mi diluisco in povere
faville che mi perdono nell'aria ingr
igita, forse di luce che ci
fa andare come i poveri giocolieri
delusi allo strazio
miserando d'un circo spopolato e accidioso,
ogni battito dell'orologio
è uno schiacciamento atroce che stri
tola in questa stanza dove
la poca luce si restringe nelle
volute di topi che salgono
lungo il mio sterno, e io mi guardo
e taccio cadendo
e sfido le fide parole a
trovar succhi e memorare capricci e venture
ment re madi de dissol
venze danno sterpi sili que setole e malevola
è fortuna, e dilegui
biancarosa come in stam pi tem porali e avviliti
silen zi mi feriscono la bo
cca perdu ta mente sono effi mero in viso
e in bi li co polve re
pendo veloce ment e nel market, effigie di io
se vanità o di sognare par
venz a forse in un altro ve bianco reso
conto è qual che voca le
della tolleranza o la salvezza na sce dal Con
gua glio, solo nella calo
tta della mente ciondo lo.
(ivi, p. 14)
____________________
1 Luciano Caruso, La
poesia nelle riviste d'oggi, in «Terra del Fuoco», n. 5-6, s.d., p. 58. 0, pp. 4-5.
2 Editoriale,
in «Pragma», n. 1, Napoli, gennaio 1990, pp. 4-5.
3
Cfr. in «Nuove Lettere», n. 2, Napoli, 1990, p. 34.
4
Ciro Vitiello, Editoriale, in «Oltranza», n. 1, Alfredo Guida Editore, Napoli,
marzo 1993, p. 3.
5
È nata a Napoli nel 1953. Ha pubblicato: Gli strumenti scordati (Vallecchi,
Firenze, 1977); L'attrito agli specchi (Bastogi, Foggia, 1979); Deus inversus
(Manduria, Lacaita, 1980); Le fate e i detriti (id., 1988); Voc e Poè
(Campanotto, Paisan di Prato, 1997). Ha pubblicato anche due romanzi: Madre e figlia
(Ripostes, Salerno, 1994); L'arciere d'infanzia (Manni, Lecce, 2003). Si è
occupata anche di teatro, dopo aver frequentato il corso di regia all'Accademia d'Arte
Drammatica "Silvio D'Amico", sotto la direzione di Ruggero Jacobbi. Per il
teatro ha rivisitato Tutti quelli che cadono di Samuel Beckett (1981), L'asino
d'oro di Lucio Apuleo (1982), Quei fantasmi del presepe di Eduardo De
Filippo (2002).
6
È nata a Roma nel 1943. Dopo aver vissuto l'infanzia a Napoli, si è trasferita a Milano
per circa un ventennio, per poi far ritorno a Napoli dove attualmente vive. Ha pubblicato:
Terra emersa (De Dominicis, Napoli, 1991); Limite interdetto (Ripostes,
Salerno-Roma, 1993); Origine inversa (Alfredo Guida, Napoli, 1995); Campo
giroscopico (Edizioni Riccardi, Quarto-Napoli, 1998); Persephonia (Manni,
Lecce, 2001). Ha collaborato a diverse riviste ed ha partecipato alla fondazione di
«Risvolti» di cui è stata redattrice.
7 Marisa Papa Ruggiero, nota a Origine inversa, op. cit., p. 98.
8
Mariella Bettarini, introd. a Origine inversa, ivi, p. 8.
9
Ciro Vitiello, Editoriale, in «Oltranza», cit., p. 5.
10
Ibidem.
11
È nato a Torre del Greco (NA) nel 1936. Di poesia, ha pubblicato: Se.dizione
(1975); Corpor.azioni (Altri Termini, 1975); Ciclica (Guida, 1979); Apocalipse
quattro (Loffredo, Napoli, 1980); Cantico d'Erugo (Il Bagatto, 1980); Le
resistenze (Glaux, 1983); Didimo (id.); Suite (Guida, 1984); Accensioni
(id., 1991); Rapimenti (Ripostes, 1992); Il gioco degli errori (id.,
1994); Baara (Vimage, 1995); Quisquis o delle solitudini (1996). Di
narrativa: Le voci leggere; Verso occidente (1987). Di critica: Teoria
e analisi del linguaggio poetico (Guida, 1984); La logica letteraria (Glaux,
1984); Teoria e tecnica dell'avanguardia (Mursia, 1984). Ha diretto le collane
"Poeti contemporanei" per Ripostes, "Poesia contemporanea" e
"Idetica" per Guida, "Biblioteca della poesia contemporanea" per
Pironti.
12
Ciro Vitiello, Proprium, in «Oltranza", n. 3, maggio 1994, p. 8. 13 Ivi, p.
5.
I dati
relativi alle bibliografie dei poeti, in alcuni casi si riferiscono anche dopo il periodo
di questa ricognizione, là dove ci sia stato possibile aggiornarli.
CARLO BUGLI
Cyop
& Kaf. Il bestiario di Villa Comunale in Napoli - (della macchina poetica)
[(Ebbene
allora questo non è un muro, né questa la nota via tal dei tali dove Tale
crebbe e divenne Grande, questa, d'altra parte, non è la Città con la sua acropoli e le
sue epichorìe, ma una macchina poetica, è un volumen o piuttosto una
biblioteca. Questa non è la città, dunque, ma la BIBLIOTECA, né
queste, come pure si dice e si crede per anco, sono strade, pareti e mura, ma volumina,
paginae et superposita /interposita scripta.
O si tratta,
che non è cosa diversa, né lontana da quanto sopra, di una mostra infernale, il luogo
dove appaiono esibite le deiezioni (M.E.R.D.A.) di creature virali che
lasciano intendere l'osceno segno del proprio dissenso etico ed estetico.un Contra
$istema semper cano!)]
Cyop
& Kaf. Il bestiario di Villa Comunale in Napoli - (del liber monstrorum in
poetica machina)
Ora una
teratologia è un discorso mostruoso che può penetrare in un insieme come elemento,
magari fondante (nella tragedia greca, negli scritti apocalittici) o produrre un sistema
di monstra, una tassonomia, come nel caso del bestiario, genere cui ci sembra potersi
riferire, almeno in parte, il liber monstrorum della villa comunale di napoli opera di
cyop e kaf.
Ma una istanza
apocalittica è presente nel nostro bestiario, che non è chiaramente una collezione
qualunque di terata, una antologia di biologie prodigiose, chè qui c'è, invece, il
riferimento attuale alla grande meretrice di babilonia, al monstrum Petroldevotum,
quello in grado di produrre il diodegradabile, la perdita mediatica della coscienza, il beheaded
animal cacacellulari, le bestie anutopiche che sottraggono l'idea e la bestia INRI
dagli ingranaggi con sigla basiliconazarena che userebbe accompagnare con le preghiere
cannoni petroldevoti, la cui sorella, affianco, dagli zoccoli fessi, rumina dalla
proboscide monete d'oro...
Cyop
& Kaf. Il bestiario di Villa Comunale in Napoli - (dell'agire politico, della
m.e.r.d.a.)

Il writing,
peraltro in generale degno, comunque, di interesse, spesso non supera un livello
calligrammatico, e rappresenta il versante grafico del senso di appartenenza ad una koinè
metropolitana che esprime con segni noti la propria esclusione dal centro. Risultano e
risaltano subito, quindi, tra le pagine del grande Volumen le scritture di Cyop & Kaf,
che come capita nei casi più felici non abbisognano del contrassegno di una firma o tag
per essere ritenute produzione di una stessa manomente.
Questo non
dipende semplicemente dalle soluzioni squisitamente grafiche, sicuramente originali, del
tandem di autori, quanto dall'esprimere da parte loro e perseguire un orientamento
poetico, un progetto di un violento agire politico, che è noto non soltanto sul versante
della produzione grafica (come quella oggetto di questa breve nota), ma nella promozione
di eventi quali la costituzione da parte dei due del M.E.R.D.A., Museo
Aperto Della Rivolta Est(Etica), che risponde con chiara volontà polemica e
derisoria al Museo d'arte contemporanea Donna Regina del quale tra l'altro, quasi
clona o piuttosto canzona bellamente il logo.

Cyop
& Kaf. Il bestiario di Villa Comunale in Napoli
Ebbene, allora
quanto è dedalica questa vostra merda e quanto istruttiva si mostra, autori miei... se le
deiezioni vostre possano sempre bastare a coprire e per sempre i $emata loro! Altrimenti
restiamo comunque a dirlo con forza.




Risvolti - Schede
CARLO
BUGLI
Un racconto fantapolitico
...La
première phase de la domination de l'économie sur la vie sociale avait entraîné dans
la définition de toute réalisation humaine une évidente dégradation de l'être en
avoir.
La phase
présente de l'occupation totale de la vie sociale par les résultats accumulés de
l'économie conduit à un glissement généralisé de l'avoir au paraître....
Guy Debord,
La Société du Spectacle
Il racconto
fantapolitico, Nucleo accumbens, opera prima di Manila Lo Giudice, edito da
Stampa Alternativa (e liberamente scaricabile nel formato pdf al sito http://www.stampalternativa.it/liberacultura/?cat=7), parrebbe situare il suo elemento fanta-, tutto nella categoria del
grottesco, nella produzione di uno scarto cognitivo, per il quale il mondo che noi diciamo
reale, ma costituito dalla fiction e la deception dei media, viene riflesso in uno
specchio deformante, tale però, (ed è questa la cosa notevole) da comportargli una
distorsione assai curiosa, capace di correggere le illusioni percettive che lo dominano,
quelle operate dal Potere attraverso una capillare, pervasiva violenza mediatica.
Di restituire
il mondo come è:
La finzione
della finzione ristabilisce la verità!
Una
contorsione di tale portata antiplatonica potrebbe indurre a domandarsi, come in un
equivoco gioco di specchi, se il grottesco si situi sul versante narrativo come suo
espediente o più verosimilmente sia elemento distintivo quanto latente nel punto di
partenza, la realtà del Kapitalismo, $istematizzata in maniera globale.
L'anoressia,
soprattutto mentale, allora, produce l'illusione di magnifici e beati sorrisi, il corpo
dell'extracomunitario naufragato tra i bagnanti è un pensiero noioso... ma nemmeno... è
un moto di fastidio che non può raggiungere una coscienza resa prodotto tra gli altri, un
tedio ancora sopportabile, un eventuale argomento di un parlare di un niente tra
mangiatori di gatti.
L'aziendalizzazione
globale ricopre il discorso dato, compreso ossa e nervi degli uomini, del suo logo,
dell'unico $ema previsto dal $istema, dell'unico $enso praticabile.
Chi non ne
possedesse, si troverebbe ai margini del mondo, relegato nel non essere a scontare una
carenza non rimediabile, ontica, tale da renderlo (per scarsezza di sostanza o povertà di
mezzi) solo approssimativamente descrivibile, a mala pena designabile da una breve
paroletta inglìsh: dropp: caduto (fuori dal mondo utile), rigettato come non
utilizzabile o utentizzabile dalle pur onnivore agenzie identitarie, al di sotto di ogni
grado possibile di precariato, ché ancora sarebbe trattenuta, in quel caso, una pur
aleatoria possibilità di collocazione.
In tale
realtà uniforme ed universa, dove pare non esservi alternativa praticabile ai successi
geometrici del sistema capitalistico, può sembrare follia la persistenza di una cellula
combattente per l'affermazione del comunismo cosmico, del Nucleo accumbens, ma in fondo,
tale modalità pervicace, non fa che riproporre la condizione comune a tutte le tendenze
centrifughe nella situazione di stasi attuale: un indeflesso resistere.
[In 1954,
Olds and Milner found that rat with metal electrodes implanted into their nucleus
accumbens would repeatedly press a lever activating this region, and would do so in
preference to eating and drinking, eventually dying of exhaustion]
Lo
Giudice, Manila, Nucleo accumbens, Stampa Alternativa, Viterbo, 2007

NICOLA
MAGLIULO
Parafrasando Cioran. In margine al Sommario di decomposizione
È utile,
quali che siano le nostre esperienze e concezioni esistenziali, specchiarsi sulla misura
così estremamente e lucidamente negativa dell'uomo, della vita, del mondo che emerge dal
capolavoro di Cioran, Précis de décomposition, pubblicato a Parigi nel 1949.
Posare uno
sguardo lucido, impietoso sulle fibre segrete e inconfessabili dell'essere è necessaria
diaconia ad una verità che si oppone ad ogni verità tradizionale, metafisica,
ideologica: verità cruda, anti-filosofica, estranea ad ogni pathos
"umanistico", ma pur sempre verità.
Cioran sgombera il campo da ogni idolo, i suoi pensieri sono rasoiate
anti-idolatriche. Con drastica fierezza conduce il suo scavo genealogico alle radici di
ogni fanatismo: la lebbra lirica che si manifesta oggettivandosi nelle religioni,
nelle idee, in tutti gli assoluti eretti dall'umanità, viene svelata come espressione di
quel fondo bestiale dell'entusiasmo che alberga insopprimibile in ogni cuore
umano.
Tutti si
sforzano di correggere la vita di tutti, schiavi della manìa di predicare, di dirigere i
passi degli altri, dispensando ricette di felicità; non si vuole vedere la realtà quale
è, comprendere che vivere significa ingannarsi sulle proprie dimensioni.
Ogni Assoluto
è un modo di eludere i problemi, di scomparire in Dio; anche il diavolo, scrive
acutamente Cioran, è nome troppo
altisonante per spiegare la mediocrità delle nostre angosce e dei nostri crimini.
In una
eterogenesi dei fini che sempre si ripete, gli uomini che si sentono puri, depositari del
Bene, compiono ogni sorta di crimine, come la storia grondante di sangue delle religioni
mostra. Le verità, scrive Cioran, nelle loro prime manifestazioni entrano in conflitto con la polizia ma
poi finiscono con il servirsene.
Ma anche la
filosofia è incapace di liberarsi davvero degli idoli, di guardare fino in fondo l'abisso
e si conserva amministrando ragionevoli inquietudini: lo mostra l'attività dello spirito
che si oggettiva in formule logiche, spiegazioni, in definizioni che vogliono racchiudere
la cosa; è l'impotenza della rete degli universali che vuole catturare l'enigma della
vita, dare una logica a ciò che non ha senso alcuno. L'universo non lo si discute, lo
si esprime, e la filosofia non può né sa farlo.
La ragione non
ha antidoti contro la disperazione chiara dell'esistere: potere dell'intelligenza è
rendere splendenti le parole: ma esse non cancellano la miseria dell'espressione che nulla
può contro il ripetersi intrascendibile di un immutabile dolore. Il bisogno di arieggiare
le parole, scrive Cioran, produce quel fuoco d'artificio che è la cultura, dietro il quale regna
sovrano il nulla. Quando usciamo dal nostro universo verbale, e non siamo più in
compagnia delle parole, sedotti dal nostro spirito ciarliero, facciamo esperienza
di un essere muto che resiste a tutti i nostri tentativi di catturarlo-padroneggiarlo, di
un evento nudo come la Morte che lacera ogni comprensione.
E abbattuto
l'Io come dogma supremo che resiste ad ogni demolizione, così come la fede nella vita
resiste a tutte le disillusioni, non resta alcun positivo: dalle sue pagine emerge una
radicale inappetenza che toglie ogni desiderio e valore alla gastronomia come alla
metafisica.
La vita si
crea nel delirio e si disfa nella noia e le affinità con Schopenhauer e Leopardi appaiono evidenti:
vivere è progredire nella rivelazione che tutto è nulla e che il nostro esistere
sopravvive solo grazie alle menzogne e alle illusioni. Il gioco continua perché restiamo
asserviti alle ghiandole, a desideri e speranze cieche. Per questo la salute è
solo ripetizione di un'identità superficiale mentre è solo nella malattia che la
dimensione rovinosa dell'essere si mostra.
Senza i nostri
ardori lo spazio in cui siamo gettati sarebbe di ghiaccio, scrive Cioran, ma non c'è scampo
neanche in mitici aldilà: l'eternità vera è rovina e non oltrepassamento del tempo
verso una pienezza felice. Viviamo dimenticando l'immediatezza fugace delle estasi, siamo
tutti esseri decaduti da profondità e stati di grazia, da quel po' di slanci e di
paradiso che avevamo in noi.
Non è in
nostro potere rinascere, convertirci ad una vita nuova; scivoliamo sempre più lontani da
tutto ciò che volevamo essere, da quanto non ha avuto il potere di sollevarci in alto. Perì
l'inganno estremo... echeggia in noi mentre seguiamo l'itinerario di Cioran verso l'estremo
disincanto.
Solo un
nonnulla insensato spinge i mortali a sopravvivere, a non porre fine alle proprie
esistenze.
Cioran,
Emile Michel, Précis de décomposition,
Gallimard, Paris, 1949

FRANCESCO MANDRINO
Equazione
paradigmatica - (suono : lettura = segno : scrittura) in Severino
Bacchin e Giorgio Moio
Il
coinvolgimento della vista in questi due libri appare chiaro fin dalle copertine: Soldati
di carta, di Bacchin, esordisce con un testo in cui la forma richiama decisamente il
tema; Moio è esplicito già nel titolo, Con occhio allegorico. Dunque che l'aspetto di queste composizioni sia primariamente visivo non
stupisce quando ci si trova di fronte ad una gestione non convenzionale delle maiuscole a
confondere la vista lasciando supporre scritture sinistrorse, o addirittura bustrofediche,
in realtà assenti (cfr. S.
Bacchin, op. cit., pp. 16-22-31), che costringe
il lettore ad una sorta di ricostruzione di un testo scritto invece nel modo tradizionale,
né di fronte alla lunga serie di ripetizioni perfettamente incolonnate (cfr. ivi, pp.
7-27-39) che confondono l'occhio nell'immediatezza, il quale non riesce a leggere e vede
solo una forma sulla pagina, poi una parola fuori margine focalizza l'attenzione su di una
riga e il gioco è fatto. Neppure stupisce scoprire che uguale compito di distrarre sia
svolto da vistose variazioni di corpo e stile del carattere (cfr. G. Moio, op. cit., pp. 9-12), nonché con l'introduzione di caratteri
tipici della comunicazione interlinguistica di internet (cfr. ivi, pp. 10-16), i quali,
insieme all'elisione degli apostrofi ed a volte anche degli spazi fra articolo e
sostantivo, alludono alla riduzione del linguaggio a codice ed al suo impoverimento a
segnaletica d'uso.
Nella maggior
parte delle composizioni di Bacchin, la forma descritta dalle parole, o dalle lettere che le compongono, ha
attinenza con il tema trattato, tanto da costituirne un titolo visivo, in questo
riferendosi alle tecniche futuriste più rivolte all'immagine del testo, tuttavia questo
non mi sembra un aspetto determinante, in realtà questa collocazione spiazzata delle
frasi o delle parole credo serva a rallentare la lettura dando più tempo alla
possibilità di assumere il concetto, che spesso non è unidirezionale, a separare le
parole tra loro aumentando la possibilità di apprezzarne riferimenti, rimandi e
collegamenti anche ironici, ed infine, separando le parole per sillabe, a costringere il
lettore ad una sorta di sottolineatura a quella parte del testo. Spesso la forma o le
forme sono un pretesto per organizzare visivamente una contrapposizione e rafforzarla
(cfr. S.
Bacchin, op. cit., p. 31), o l'espressione di
due concetti separati da una linea che altrimenti sarebbe meno riscontrabile (cfr. ivi,
pp. 30-36).
Moio, che
sembra reinterpretare la tecnica futurista attraverso l'uso dei caratteri della
comunicazione veloce (e approssimativa) odierna, agisce la contrap-posizione attraverso
l'inserimento improvviso di testi di grande scrupolosità formale (cfr. G. Moio, op. cit., pp. 11-12), senza ricorsi a punteggiature ironiche,
profondamente poetici e legati rigidamente alle condizioni attuali di chi continua a
scegliere la forma espressiva della scrittura (cfr. testo 5. con 6). Questo risalta ancor
più decisamente in un contesto nel quale l'uso arbitrario (e pretestuoso) delle K, della
& e delle parentesi tende alla autodelegittimazione del testo (cfr. ivi, pp. 17-35)
sul versante della seriosità della proposizione, tanto cara ai palinsesti televisivi.
Altro esempio di come Moio gestisce la forma è
costituito dal testo n. 7 (ivi, pp. 12-13). Lo stratagemma grafico rende difficilissima la
lettura di un testo che, se scritto in modo piano, non presenterebbe alcuna difficoltà,
tautologia neppur tanto recondita di molti discorsi pubblici che sotto un'accurata
costruzione grammaticale nascondono il nulla (nella migliore delle ipotesi). Come le
pressioni rappresentate dalle frecce in identikit e un korp (cfr. ivi,
pp. 38-39), che sembrano voler modificare le curve del korpum, unite alle
grossolane correzioni del testo, nel quale paiono inseriti casualmente i termini - uccelli
volano, forma vomito lingua memoria sgravando migrando, riconducono prepotentemente
al rapporto con il corpo dell'individuo e di una società che non si accettano e cercano
di azzerare la memoria. Altro collegamento parola/forma è la clessidra descritta dal
testo (cfr. ivi, p. 40), che ancora si riferisce alla lingua. «sfiora uno spasmo di
sangue lora | che viene il giorno attende il / tempo delle danze zigzagando / nella
cavità della gola».
Meno
esasperati e meno indicizzati, i riferimenti di Bacchin non evitano le questioni del rapporto fra la scrittura e la realtà
sociale. Nella poesia che fornisce il titolo alla raccolta (cfr. S. Bacchin, op. cit.,
p. 9) il tetto che copre tutti noi sta proprio nelle parole che lo compongono, il sostegno
di questo tetto è il testo sillabato sulla parete, lapidario, e il tutto si fonda sulle
ultime due frasi: «muoiono i soldati di carta / quien lo sabe». Senza
punteggiatura, non ci viene indicato se intenderle come affermative o interrogative,
mentre la frase di per sé interrogativa è scritta in spagnolo, ironia che riconduce
comunque al terzo mondo, fondamento, pavimento calpestato. Fra le composizioni a sfondo
sociale mi pare degna di nota Padre Operaio (ivi, p. 29), la forma suggerisce
qualcosa di meccanico, forse la testa di una biella da cui pende un pistone, nella prima
parte il testo si sviluppa sia in senso orizzontale, protagonista/qualifica, che in senso
verticale, discendenza famigliare, dopo di che le due parti di testo si uniscono nelle
considerazioni che seguono, il tutto, attraverso un filo che esprime un valore temporale
ma quantifica anche una distanza, viene collegato alla forma monolitica e imponente nella
quale vengono espressi i risultati e la considerazione. Bacchin si concede anche qualche deviazione sul sentiero del sentimento, fra
queste la più efficace mi sembra La ruota (ivi, p. 23). Il tempo appare
impantanato nella base, dove il senso scorre fra il rimando dei solchi alle ruote di
ferro, al passato ed al cuore disorientato; senza dubbi l'effetto sortito è sorprendente
in relazione alla carenza del testo, il quale deve aver colpito nel segno il lettore. Moio, su questo tema, non si lascia andare a tanta irruenza, delega il
sentimento più dolce di questa sua raccolta alla parte centrale Altre poesie
(cfr. G. Moio, op. cit., p. 21), quella più visiva. Con l'ausilio di poche
parole scritte a mano, quasi stralci frettolosi con striature di inchiostro fresco, fa
giungere fino all'intimità più nascosta lo sguardo dolce ma pressante dell'occhio che
osserva il lettore da ogni opera; in bilico fra l'allegorico e l'utopico, come può non
ricordarci i nostri amori più appassionati?
Bacchin,
Severino, Soldati di carta, Centro
internazionale della grafica, Venezia, 2005, pp. 48 Moio, Giorgio, Con occhio allegorico,
Edizioni Riccardi, Quarto-Napoli, 2005, pp. 56

UGO PISCOPO
Mario Lunetta o la mappazione della poesia. Ovvero la poesia del mappamondo
La mappa, che
ci consegna Lunetta (Mappamondo & altri luoghi infrequentabili, prefazione di
Giorgio Patrizi), è del mondo osservato né al cannocchiale, né al microscopio, ma su
scala e in presa diretta. Anzi frontalmente, a tu per tu, senza sconti e senza illusioni.
In tutto il suo assordante e ributtante sfasciume avvolto a spirale capovolta, perciò a
vortice, che risucchia all'ingiù la sua magmatica vicenda. Entro questo scenario in
movimento, l'inattualità si rovescia come un guanto in attualità, l'effimero
l'involontario il casuale si legittimano nei loro contrari, mentre l'insieme si rimpasta e
sembra rinnovarsi nel segno di una simultaneità, che dà la vertigine, anzi la nausea. Di
fronte a questa sfida dell'indicibilità e del non-senso, l'autore reagisce da uomo
galileiano, nel significato indicato da Banfi, attrezzandosi a darsi e a dare le coordinate generali, a ricondurre il
brulichio degli eventi alle leggi fenomenologiche, quelle dell'inventario e della
rappresentazione. Per tale via, la babele del reale si lascia ricondurre entro un reticolo
di paralleli e di meridiani, che devono essere tracciati con mano ferma e mente sgombra.
Cioè, in sede di poesia, senza concessioni alla poeticità, come appunto vuole fare e fa Lunetta, ma con estrema disponibilità alla ricchezza e alla varietà
nominalistiche e lessicografiche. Perché, dicendo le parole, se non tutte, almeno nella
maggioranza della loro furiosa lussuria, si può dare il caso che sullo sfondo, dietro la
facciata, se ne sentano altre che appartengono a un altro ordine e rinviano a un mondo
parallelo. Proprio come, parlando delle malefatte senza numero e senza fondo della Roma
abitata e vissuta dal poeta, si evoca concretamente un'alterità primigenia e formidabile.
O come parlando di Io, se ne può riscontrare tutta la futile, fragile arroganza, di
contro a quell'oscuro, irriducibile Lui che lo manipola come un burattino da una sua,
inafferrabile, posizione.
Lunetta, Mario, Mappamondo & altri luoghi infrequentabili, Campanotto,
Paisan di Prato, 2006, pp. 123

UGO PISCOPO
Un poema drammatico di
Malinconico
Nessuno più
di Alfonso
Malinconico era legittimato a mandare in scena, sotto
forma di dramma poematico, la rievocazione delle aberrazioni compiute in nome della
giustizia nei confronti degli untori e delle streghe, perché in nessun altro autore la
lunga e qualificata esperienza del tribunale, in quanto magistrato, si coniuga
strettamente e sinergicamente con la creatività artistica e letteraria. Sugli untori, Malinconico era già intervenuto col dramma Il Canape. Adesso, in un'opera
di vasto respiro, scandita in cinque ampie e avvolgenti sequenze poetiche (Cautio
criminalis, prefazioni di Anna Foa e di Francesco Muzzioli), riprende il tema, intrecciandolo organicamente con le inquisizioni e le
torture, le crudeli manipolazioni del corpo delle donne imputate di commercio col demonio.
In un linguaggio arso, risentito, dove si concede notevole spazio ai prelievi dalla
gergalità tecnica delle relazioni e dei processi e dalle testimonianze in latino, in
tedesco, nell'italiano del Cinque e del Seicento, e in altri idiomi, si dà
rispecchiamento delle distorsioni della ragione e della macchina della giustizia, per
ossessive coazioni di intolleranza e di pregiudizio, oltre che per il bisogno di cercare e
trovare un capro espiatorio a giustificazione delle pulsioni oscure e dei terrori che
insidiano e assediano, insieme con gli individui, i gruppi sociali, le masse, le
istituzioni. Dalla impassibile ed energica mise en abîme delle crudeltà della
rag