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dei redattori:
Carlo Bugli
Pasquale Della
Ragione
Giorgio
Moio |

n.
8
No! War games
Importante:
i testi che seguono possono essere tutti riprodotti citandone la fonte e
comunicando alla redazione eventuali inserimenti in pubblicazioni di vario genere.
Profili
(Una rilettura, una
giusta considerazione ai poeti più importanti del nostro tempo, sempre dell'area
avanguardistica e alternativa alla tradizione, con testimonianze finali.)
GIORGIO MOIO
Editoriale
Dopo sei quaderni e un numero speciale
sulla poesia verbovisiva, "Risvolti" è costretta a mutare limpostazione
titolare in copertina, aspetto tecnico non trascurabile, ma indispensabile per la nostra
idea di letteratura libera, aperiodica, antimercenaria, non vincolante a norme, decreti,
autorizzazioni, etc. Il cambiamento "tecnico", ma non di scelte e tematiche che
finora ci hanno connotati, ha coinvolto soprattutto laspetto tipografico della
copertina, che si va ad aggiungere a qualche cambiamento strutturale già programmato in
precedenza, reso indispensabile come si diceva per rendere queste
pubblicazioni non una testata periodica (vincolabile poi allautorizzazione delle
leggi vigenti per i periodici) ma semplici quaderni di una collana editoriale,
sotto il nome di "Risvolti", un po atipica in quanto,
contrariamente alle altre collane della stessa casa editrice, prevede una redazione e una
collaborazione di più persone, nonché una suddivisione per sezioni.
Dunque, riprendiamo il nostro cammino, al di là degli aspetti tecnici
importanti ma non indispensabili ai fini del nostro discorso letterario ,
dopo aver apportato alcune modifiche strutturali, non già lintroduzione di un
editoriale, il quale sarà riproposto solo in occasioni particolari, convinti che una
pubblicazione senza essere presuntuosi , nel momento in cui annuncia ciò che
contiene, annuncia pure una certa sua debolezza o ripensamenti (daltronde a cosa
serve un editoriale che fa descrizione di ciò che di lì a poco si andrà a leggere?), ma
labolizione della prima sezione I grandi poeti del 900, avendo in
qualche modo esaurita la sua funzione, sostituita con Profili a poeti, altrettanto
importanti dellarea avanguardistica e alternaiva, viventi e ancora operanti, come Carlo Belloli, uno dei massimi esponenti della poesia verbovisuale mondiale; una
diversa denominazione della sezione Presenze/Proposte con Inediti, ospitando
sempre tre generazioni di poeti, e una nuova rubrica Letture - riletture - trac-tric,
che ospiterà scritti critici e polemici (trac-tric) ma non
recensori, che riguardano volumi, artisti, mostre, etc., nonché lettere significative e
di qualche interesse letterario inviate alla redazione dai nostri lettori.
Mai però avremmo voluto
riprendere il nostro cammino, occupandoci di guerra, schierandoci come è logico
che sia quando si sceglie la poesia, la parola, come strumento di dialogo contro di
essa, contro ogni guerrafondaio, ogni prevaricazione; contro ogni egemonia, ogni
annientamento fisico e intelletuale; contro ogni prepotenza e supremazia per accaparrarsi
mercati e traffici (al di là dei conflitti armati del momento in atto nel mondo); contro
ogni arricchimento derivante dallo sfruttamento di uno nei confronti dellaltro:
lunica guerra che riusciamo a concepire è quella delle idee, delle battaglie delle
idee, per una diversità intellettuale e umana, per una lettura critica e un approccio
molto più profondi, in grado di interessarci, allinterno dei paradigmi discorsivi,
a una visione dinamica del mondo, perseverando lintegrità umana e aprendo nuovi e
diversi orizzonti da poter abitare. Dimostrare la ancora fertilità del mito della torre
di Babele, dellumano vivere, dove tutti possono esprimere il proprio pensiero, il
proprio linguaggio, fare le proprie scelte senza che vengano imposte e globalizzate dalla
prevaricazione di pochi.

GIANCARLO PAVANELLO
Carlo Belloli nel futuro del XXI secolo
Sarebbe auspicabile tentarne un approccio esegetico, malgrado qualche
punta dillegittimità, se si è critici, in quanto la poesia stessa di Carlo Belloli è strutturata come un congegno duso gratuito, almeno in apparenza,
concedendo la possibilità di varie interpretazioni ai fruitori comuni e non patentati, in
un primo momento, in realtà costringendo a individuarne la significazione sintetica, tale
e quale, e senza storie.
Infatti, è caratterizzata da una duplice
separatezza: lallontanamento dalle pieghe esistenziali, che di solito influenzano le
scelte contenutistiche e formali di ogni autore, e un allineamento sistematizzato in un
linguaggio critico, con una ricerca parallela ad alcuni filoni artistici, fra i più
astratti e asettici, estranei alla visione realistica. Unarte della parola, ma con
sconfinamenti e insistenze in altre enfasi: soprattutto lanomalia tipografica, il
cromatismo, luso di supporti inusuali [insoliti se confrontati con i libri di poesia
tradizionali]. Unavanguardia perseguita con lucidità, con intrinseca polemica non
rissosa, simile a se stessa da sessanta anni, e altrettanto varia, in unevoluzione
coincidente con nuove soluzioni anticipatrici, tanto da premere per unemersione di
primo piano anche allalba del XXI secolo. Individuando queste premesse, resta
evidente la coincidenza della prassi poetica con la formulazione di una tendenza.
Una produzione, letteraria e artistica, segreta, malgrado la sua vasta
risonanza a livello mondiale negli ambienti intellettuali più prestigiosi: accademie,
università, musei, archivi. In termini chiari e tondi, però, colpisce la diffusione
della sua poesia esclusivamente in libri e/o cartelle [oggetti in esemplare unico o in
tirature limitate], siano essi destinati o no a un allestimento espositivo, introvabili in
quanto già inseriti in collezioni private o pubbliche. Quando si parla di libri di
poesie, vengono in mente gli autori "laureati", per dirla con Eugenio Montale,
ossia pubblicati da Mondadori, Garzanti, Einaudi. Niente di tutto questo per Carlo Belloli, laureato in senso proprio, essendo professore di estetica, dottore in
lettere e filosofia, storico delle arti visive. Per sottolineare una scelta di campo,
quella di una ricerca, poetica quanto critica, estranea al pittoresco di un maledettismo
che, invece, circonda un altro autore, Emilio Villa, comunque
coltissimo, affidatosi a una analoga proliferazione di edizioni alternative, con
sperimentazioni assai diverse, davvero ufficiali nei tempi lunghi e già in questi ultimi
anni, quando le cosiddette grandi case editrici hanno deciso di abbandonare la poesia e la
letteratura di qualità per privilegiare leffimero e il fatturato immediato.
Per il momento, limpossibilità di una
ricognizione esaustiva della sua opera, agevole solo ai collezionisti che labbiano
acquisita nella sua completezza, si scontra con lurgenza di individuare le origini e
gli sviluppi della "poesia concreta", la sigla che più si è imposta
allattenzione, il cui chiarimento storico-critico è suggerito dallautore
stesso in un saggio scritto per una mostra non realizzata, destinata alla Biblioteca
Nazionale di Firenze, prevista per marzo-aprile 1975: «In attesa di uno storico della
letteratura che sistematizzi con severo spirito critico e con metodo logistico del
linguaggio lo studio delle origini di questa tendenza determinante». Tuttavia, proprio la
sua conoscenza frammentaria appare particolarmente significativa e in linea con le
difficoltà epocali della poesia, i cui risultati sono intrecciati con pressanti
teorizzazioni che li generano: per esempio, il "permutazionismo". Avendone
inventato la tecnica, Carlo Belloli lha adottata per la prima volta in parole per
la guerra, 1943, e in testi-poemi murali, 1944: "bimba / bomba",
"mito / meta". Unestrema economia verbale [secondo lautore stesso,
sempre autocritico e critico, una scelta semantica antimetaforica]: continuata con le tavole
visuali, 1948, e con i corpi di poesia [in plexiglas e resine fenoliche], 1952
[date delle edizioni]. Una mini-espressività, una sola parola sdoppiata con lo scarto di
una sola lettera alfabetica, ripresa fino ai tempi recenti [1980 e 1999, e ancora nel
2002], con i "poemi collazionati".
Citando il "Piano Pilota della Poesia
Concreta" del gruppo "Noigandres", Carlo Belloli, ricostruendo gli antefatti, induce a ritenere senza ombra di dubbio che
la formula "poesia concreta", già usata in Svezia, si sta imponendo come poesia
davanguardia, ma seguendo le pratiche delle sue "tavole visuali". Quindi,
è da ritenersi lanticipatore e il principale esponente di un movimento poetico
definibile indifferentemente come "poesia visuale" o "poesia
concreta", già alla sua prima esperienza editoriale ed espositiva, in piena guerra
mondiale, quando nel 1944 F. T. Marinetti laveva
definita "il futuro del futurismo".
Sembrano questioni terminologiche irrilevanti, che hanno suscitato e continuano a
suscitare polemiche più o meno latenti, invece hanno limportanza critica che ogni
novità critica ha in sé [la creatività letteraria intrecciata alla riflessione].
Passando oltre, però, è sempre possibile ribaltarne lenunciato, sorvolando per
attenersi ai risultati testuali e al percorso intellettuale successivo. [Intendendo
"formula" o "sigla", Carlo Belloli parla di "predicato critico".]
Gli anni cinquanta assistono al consenso internazionale di tali
"linguaggi". Carlo Belloli, inserito come
capofila nelle iniziative editoriali [riviste] e nelle antologie, tuttavia, continua a
porre laccento sulla "visualità" più che sul "concretismo",
essendo questo termine troppo legato alle arti plastiche in senso monodirezionale
[ovviamente, unallusione all"arte concreta"], mentre
lattenzione alla "parola-immagine" rende più evidente le caratteristiche
di una poesia alla ricerca di una "sostanza strutturale diversa e originale come
nuovo mezzo di comunicazione estetica interdisciplinare". [La sua
"parola-immagine" non va confusa con la "parola associata
allimmagine" della successiva "poesia visiva", anni sessanta e
settanta. Ancora una questione terminologica, giustificata dal punto di vista degli
autori, ma negletta nelle segnalazioni librarie e nelle iniziative espositive.]
Al di là del predominio di questa o quella sigla, e nei media non elitari
trionfa proprio la "poesia visiva", cè qualcosa che accomuna tutta la
poesia alla ricerca di nuove forme, insofferente della poesia tradizionale, ed è il
tentativo di superare il verso libero, anche questo risolto in una continua realizzazione
da Carlo
Belloli che, giovanissimo futurista, aveva saputo
trasformare le "parole in libertà" nella sintesi della "poesia
visuale", in un"integrazione delle strutture semantiche con quelle
semeiotiche".
Assistiamo a una sorta di furia, implicita o
dichiarata, determinata quanto garbata, contro le "analogie simboliche, metaforiche,
aneddotiche o, comunque, discorsivo-didascaliche", nellevitare qualsiasi
ridondanza. Gli autori e i critici intellettualmente affini ne intuiscono la portata
dirompente, la carica distruttiva contro lesibizione dei sentimenti personali che
hanno determinato la stagnazione poetica ancora troppo invadente nella prassi letteraria,
analoga alliconoclastia. Come una struttura astratta nello spazio, come
unarchitettura a-funzionale, come un gioco tipo-grafico, restando nellambito
semantico e segnico, suscitando un dubbio: assistiamo alla compresenza di una pulsione
taciuta, in bilico?
E non rinuncia allemergenza
dellavvenirismo più fertile, quello che viene realizzato dalle tecnologie a un
ritmo sempre più parossistico, talmente ovvie da meritare di non essere citate: fuori dai
libri, oltre le mostre, "macchine per poesia", "poieteche mobili",
"il pubblico sarà coautore dei videosemantemi da un modulo predisposto
dalloperatore di parole costruite su permutazioni seriali di segnali linguistici
elementari, mentre un monitor visualizzerà lavvenimento cinefonematico
risultante". Il tono è quello, aggiornato, dei manifesti futuristi. Ma se qualcuno
obiettasse che nulla di tutto questo è richiesto dai fruitori dei nuovi mass media e
tantomeno dai cittadini comuni, tutti futuristi senza saperlo, lautore potrebbe
concordare, con un altro scarto, ribadendo la neccessità della poesia per il poeta,
quella che ha ridimensionato lottimismo della scuola marinettiana, la "poesia
visuale".
Con una puntualizzazione più consona, in superamento della poesia
concreta ed evoluzione della poesia visuale, apparso in "bricolage",
antologia in progress, n. 2, quarta serie, ixidem, 1998: il tentativo di imporre ancora
una volta il suo "predicato critico", sottraendolo alla coincidenza fra
"visuale" e "concreto", in ogni caso essendo un
"protoconcretista" del "visualismo". Le sensibilità linguistiche,
grafiche e mediatiche, in rapidissima evoluzione, portano a sconvolgimenti
"futuristi" nella vita quotidiana di tutti, e Carlo Belloli avverte lesigenza di ulteriori riformulazioni, sempre nel solco
iniziale: «Continuiamo a praticarla [la "poesia visuale"] parallelamente alla
poesia collazionata e alla micropoesia ludospaziale». «La ludopoesia spaziometrica sta
ormai eliminando la desuetudine del concretismo e della visualità postmodernista».
Terminando con uno slogan abbastanza imprevedibile: "con colore dei segni / con
calore dei sogni", che lascia trapelare una sommessa disponibilità extra-linguistica
ed extra-semiotica.
Gli anni sessanta iniziano con unaffermazione sempre più netta
della "poesia visuale": intanto, una foto ci mostra Carlo Belloli in compagnia di Ezra Pound nella libreria "Il ferro di cavallo", a Roma, nel 1961, in
occasione della prima esposizione organizzata in Italia sulla "poesia visuale o
concreta", nel cui ambito vengono esposte le tavole originali degli stenogrammi
della geometria elementare [Milano, Scheiwiller, 1960]. Fino alla fine del decennio,
che si chiude con la "mostra di poesia concreta" ordinata dallEnte
Autonomo La Biennale, a cura di Dietrich Mahlow e Arrigo Lora-Totino, a Venezia, nella Sala delle Colonne di Ca Giustinian, nel 1969.
Nel catalogo, fra altri interventi [oltre a una nuova "affermazione" di Carlo Belloli a proposito della "poesia visuale"], figura una dichiarazione
di Franz Mon, il cui incipit recita perentoriamente: "Carlo Belloli nel 1943 scrisse la prima poesia "concreta"". Offrendo
numerosi modelli di composizione di vari autori, ricondotti alla sigla "poesia
concreta", che ormai si è imposta allattenzione, dimostrando quanto sia
difficilmente arginabile il fenomeno della poesia davanguardia, alimentata da accese
diatribe terminologiche. Segue un saggio del curatore italiano, "Poesia da
ascoltare", che pone laccento sulla "poesia fonica", in un
documentato excursus. E di fatto il visitatore della mostra ne ascoltava alcune
esemplificazioni registrate, in una sorta di ambientazione sonora.
A dire il vero, però, Carlo Belloli non ha
insistito sulle sperimentazioni foniche [di ascendenza futurista, ma non solo], benché
più volte abbia ribadito la necessità per la poesia di uscire dal libro per collocarsi
in spazi fruibili dai semplici passanti [la poesia per strada, come manifesti
pubblicitari]. Contraddittoria sembrerebbe perfino la sua polemica contro i libri per
"iniziati": "[la "poesia visuale" non] contribuì a creare
aristocrazie del gusto orientandole verso il vizio delle tirature limitate, delle
piccole serie rare, degli ammenicoli paraculturali per teche dorate", come scrive in
un testo del 1973, per una collocazione della poesia visuale e concreta, riproposto
in omaggio a Carlo Belloli, catalogo stampato in 700 copie in occasione di una sua
mostra, "poesia visuale", Milano, Studio Santandrea, 1977, in cui una selezione
di testi verbo-visivi permette una visione complessiva della sua opera poetica. Una
riproduzione di tavole-incunaboli, in un certo senso, una mini-antologia.
In parole per la guerra, il
"verso" "proiettile prova la vita" è stampato in una linearità
ondulata, le parole "bimba / bomba" formano una X, e forse in entrambi i casi
lautore allude a spunti tragicamente violenti, taciuti. In testi-poemi murali
lesclamazione "achtung" ripetuta diagonalmente fino a coprire tutta la
pagina viene sostituita nellangolo opposto da "un sorriso", in una
denuncia sarcastica. In tavole visuali lenunciato "proibito coltivare
girasoli e illusioni", visualizzato in modo anomalo per darne un incremento di
significazione grafica, potrebbe avere una valenza ideologica, rimossa come superflua, o
velata. In corpo di poesia n. 5, la parola "nubi", stampata su tutta la
superficie di un cubo in plexiglas, circonda "un gabbiano", in unimmagine
verbo-visiva, trasparente e serena.
Come accennato, la poesia di Carlo Belloli aspira a essere fruita perfino dalle masse delle realtà urbane ed
extra-urbane, e più volte egli tenta questa utopia, con realizzazioni qua e là
segnalate, con intuizioni che, a posteriori, danno credito allipotesi di una poesia
anonima, al protagonismo generalizzato attraverso gli strumenti delle comunicazioni
planetarie, contemporanee. Una sola obiezione: la poesia non è al centro degli interessi
comuni, sempre più relegata nella marginalità più segreta, quasi scomparsa
dallorizzonte spirituale dellumanità. In ogni caso, gli accenti declamatori
vengono rivisti e corretti dallautore stesso, cosciente della necessità di una
"depoesia" per gli "uomini attuali", con la loro esigenza di
"vedere sceneggiate le loro letture di concentrati eidetici elementari negli spazi di
percezione allargata", il che, nel 1973, anticipa il successo totalitario di internet
e dei siti di posta elettronica.
Nellopuscolo-catalogo del 1977 figura unintroduzione a largo
raggio di Lúcia Machado de Almeida: attualità di carlo belloli precursore della
poesia visuale e concreta. La scrittrice brasiliana parla di una "rivoluzione
operata da carlo belloli [che] modifica la nozione stessa di poesia, instaurando un
lirismo nuovo senza armatura oratoria", da affrontare senza limitarsi a considerarlo
un semplice e "divertente gioco visivo", "oltre il verso libero, oltre il
paroliberismo, al di fuori del collage linguistico-poliglotta di joyce, ezra pound,
gertrude stein". [Notiamo, en passant, ladeguamento allintransigente
consuetudine di Carlo Belloli a evitare le
maiuscole.]
Nelle sue "coordinate teoriche
essenziali": «La ricerca di belloli è stata quella di un isolato per scelta
volontaria, di un silenzioso operatore della sobrietà verbale, del microverso, della
sintesi semantica, della neutralità espressiva semiologicamente strutturata». «Questa
invenzione tipografico-formale non è solo suggerita dalla qualità e dal tipo dei
semantemi, ma risulta strettamente necessaria alla loro immissione-dislocazione spaziale
bidimensionale [
] o tridimensionale [
], al loro svolgersi avvenimentale,
ideovisuale». «La visualità della poesia di belloli non perviene a un azzeramento
semantico come già la poesia dadaista aveva proposto, né si accontenta di recuperare un
segno-segnale proveniente dalla lettera decostruita come praticato da alcuni operatori
grafici e protoplastici allinsegna di una poesia cosiddetta "visiva",
neosperimentalista». «Brevi parole, frammenti di parole di stupefacente, curiosa,
semplicità il cui risultato connettivo [
] costituiva [
] lelaborazione
di una struttura semanticamente inedita in un quadro situazionale limitato nello spazio e
nel tempo: linesistenza del passato».
Intanto la dimensione critica nella sua poesia si allarga in una parallela
attività critica nellambito delle arti visive [grafica, pittura, architettura],
privilegiando le linee affini al testo visuale: il futurismo nelle sue prosecuzioni lungo
tutta la seconda metà del XX secolo, il "costruttivismo", l"arte
concreta", lo "spazialismo". Basterebbe citare laccertamento del
colore intermaterico: nicolay diulgheroff, Torino, Edizioni dello Studio di
Informazione Estetica, 1972, 150 esemplari numerati e autografati sulle singole tavole,
una voluminosa cartella di dieci serigrafie dellarchitetto e proto-designer, bulgaro
naturalizzato italiano, presentato da Carlo Belloli come un autore
che negli anni venti ha saputo coniugare futurismo e "costruttivismo",
anticipando "lastrattismo" dei pittori della Galleria del Milione e del
"gruppo comasco", ponendosi alle origini del "funzionalismo" e del
"razionalismo" internazionali.
Con unattenzione sempre vigile nei riguardi del futurismo: "80 benedetto 80", numero unico, diretto da Carlo Belloli, Milano, pubblicato dallIstituto Internazionale di Studi sul Futurismo, 1985, per
lottantesimo compleanno del pittore. Come scrive nellintroduzione, "il
maggiore punto di riferimento della pittura futurista italiana, di una ricerca
cromoplastica virtualmente dinamica e in costante evoluzione modale".
Con una verifica continua del filo conduttore tra futurismo e costruttivismo, tra concretismo e cinevisualità,
nella frequentazione dei "nuovi protagonisti". Un esempio, fra i tantissimi: la
piccola brossura su Gianni Colombo, proposte di interventi ambientali: spazio come
azione ludoplastica polisensoriale, per la mostra dellartista milanese, Milano,
Arte Struktura, 1978, "a confermare la vitalità di questa attitudine
allintegrazione delle arti, di questa forma nuova di spettacolo ludovisivo
ambientale".
Ma anche riscoprendo e segnalando aspetti non
sufficientemente valutati di autori variamente trasgressivi o davanguardia: oswald
de andrade incisore e poeta antropo-fagico, pieghevole pubblicato in occasione della
mostra dedicata allautore brasiliano, Milano, Centro Culturale Brasiliano, 1994:
"i suoi poemi suscitano solari risate, istigano al sorriso, al paradosso [
] un
poeta ludico-primordiale, un poeta minimalista".
Una panoramica critica, partendo da sintesi teorizzanti, ma coincidenti
con gli esiti poetici, affinché ne sia possibile un capovolgimento speculare, la
priorità del testo poetico. A ritroso, o a zig-zag, o nel simbolo del cerchio, risulta la
necessità di rileggerne le poesie verbo-visuali, per intuirne i risvolti taciuti, proprio
partendo dallindividuata frammentazione della reperibilità, che forse rientra nel
gioco di Carlo
Belloli, nella sua discrezione, una volontà di
isolamento. Riesaminando, dunque, gli ultimi venti anni del XX secolo, e i primi del nuovo
millennio, si nota una svolta con le poesie monoverbali, rettificate da una singola
lettera dellalfabeto: un vocabolo che, isolato, potrebbe essere banale, viene
corretto secondo luso della correzione di bozze, per indicarne un secondo,
diventando doppiamente allusivo. Una recente serie inedita: dieci poemi collazionati
[Milano. ixidem, 1996, 50 copie numerate e firmate], caratterizzata da unattenzione
semantica quasi intimistica, ambiguamente unilaterale: "pace" diventa
"tace", "sogno" diventa "segno". Una rinnovata versione
permutazionistica, con una differenza essenziale rispetto alle sue prime poesie
"permutazionali" ante litteram: il "poema collazionato" è così
"elementare" da rendere irrilevante lattenzione allo spazio della pagina
[il consueto "aspetto ottico-strutturale"], a parte la scelta dei campi
cromatici.
Pochi anni prima, il poema di viaggio
[Napoli, Morra, 1991, 100 esemplari numerati e giustificati dallautore],
sottotitolato "appendibile reversibile dispiegabile", un libro a fisarmonica,
una sequela di definizioni di "poema" ["poema-montaggio",
"poema-piccione"]. Un rifiuto di fare poesia, o un progetto di
"depoesia", continuando a evitare gli incombenti addentellati esistenziali,
esclusi dallambito creativo, o una riduzione della poesia al suo programma,
mettendola fra parentesi. Infatti, è possibile esibirne il dispiegamento parietale,
perfino in uno spazio espositivo destinato al pubblico, con lavvertenza finale:
"aprire in camera", il viaggiatore-poeta a tu per tu con se stesso. [Da
segnalare una curiosa consonanza con le "sculture da viaggio" di Bruno Munari,
1958.]
Una sequenza recente è la serie delle sue poesie apparse
nellantologia in progress "bricolage" [otto fascicoli, Milano, ixidem,
1994-2000, a cura del sottoscritto, con dieci testi fino al n. 2 della quarta serie,
1998]. I primi due "poemi visuali" con parole spaziate su due pagine, tutte con
liniziale "m": si direbbe "lirico" a piena voce il testo
"mandorlo / miraggio / mistico / misura / meteore" [n. 1, settembre 1994]. O vi
compare una poesia-quadro nellimmagine evocata alla maniera degli "haiku"
giapponesi, come una sintesi allusiva: "reno / immobile / pescatore / sogna" [n.
3, maggio 1996]. Ancora un flash, su un limpidissimo sfondo azzurro [il foglio formato
A4]: "insetti / e / farfalle / una cicala" [n. 4, marzo 1997]. Con un crescendo
che arriva a "storia / segreta/ spera / silenzio" [n. 2, quarta serie, ottobre
1998]: emblematica la confessione della tentazione che ne ha influenzato gli inizi, la
conferma della volontà di tacere [per tacere ogni minimo accenno alla propria storia],
unastensione che non vuole "situarsi", rivelandosi drammatica. Una novità
esegetica, questa, subito rimossa, per aderire alle premesse: il "ludismo" di Carlo Belloli non va inteso come una semplice tendenza al gioco. Lúcia Machado de
Almeida stessa intuisce quanto gli viene sottratto [sottratto al gioco] definendo
"glaciale" la sua "opera votata al sorriso".
Continuando a perseguire fino alle ultime realizzazioni poetiche
lalternanza fra "poemi collazionati" e "testi visuali", la vita
e il suo contrario prorompono nellurgenza musicale del ricordo di Mary Vieira
[unartista che rivendicava la parola "poesia" per la propria attività
plastica], nella ripetizione della sillaba "bi" in "bici cletta / bici
eletta / bici diletta / bici detta / bici / in bici / domani" [in bi-cicletta,
Milano, ixidem, 2002, 250 copie numerate e firmate]. Nel rigore degli anni
quaranta-novanta, nella coerenza delle visualizzazioni supportate da ferree teorizzazioni
e da un linguaggio erudito e personale, a poco a poco la decisione anti-autobiografica di Carlo Belloli trascolora in unabitudine formale più sfumata, che non la
contraddice, nel futuro del XXI secolo.
Milano,
gennaio-febbraio 2002

CARLO BELLOLI
7
poemi collazionati inediti
(antologia
minima)












CARLO BUGLI


PASQUALE DELLA RAGIONE
Omaggio
a Carlo
Belloli


GIORGIO MOIO
[romanzo
verbografico]
a Carlo
Belloli

Argomenti
(Argomenti e indagini di
eventi recenti ed attuali del panorama culturale internazionale, a cominciare da quello
napoletano, centro di cultura d'avanguardia tra i più importanti degli ultimi anni in
Italia ancora poco nota ai più.)
GIORGIO MOIO
Da
«Documento-Sud» a «Oltranza».
Tendenze
di alcune riviste e poeti a Napoli - 1958-1995
7. L'ultima
serie di «Altri Termini»
Mostrando una
resistenza invidiabile e per certi versi impensabile, dopo due anni di silenzio, la
rivista di Franco
Cavallo si rimette in moto, dando vita, sulla soglia
degli anni 90, alla quarta ed ultima serie di «Altri Termini». Escono quattro
numeri monografici con scadenza regolare. Il primo (settembre 1990) è dedicato alla
figura di Roland
Barthes, in occasione del decennale della sua morte, con
contributi critici a firma di Giorgio Patrizi (Il gesto dellaugure. La semiologia
secondo R. Barthes) e Mariella Di Maio (Barthes e i generi del discorso), di
unintervista (a Barthes) a cura di Giuseppe Recchia (Linguaggio come teatro e
teatro del linguaggio), già pubblicata nel n. 8, giugno 1975, nonché di un testo
poetico (Ile de France) di Franco Cavallo datato 1982,
in cui, a tratti, emerge la figura del semiologo francese o il suo fantasma. Il numero si
completa poi, oltre che con le pagine colorate di un rosa pallido del «Colibrì» 1
, posto nella parte centrale di questo numero, che fa la sua ricomparsa dopo più di
ventanni, e con una vita non più autonoma, presentandoci aspetti lineari e visuali
di poeti che corrispondono, così come vengono pubblicati, ai nomi di Luciano Caruso, Luigi Malerba, Corrado
Costa, Franco Vaccari, Emilio Isgrò, Joan Brossa, William Xerra, Tom Raworth, Vincenzo Accame, Giovanni Fontana, Eugenio Lucrezi, il quale entra a far parte della redazione di «Altri Termini»
(torneremo più avanti sulla poesia di Lucrezi), con un saggio di Sandro Sproccati (Prefazione a unidea della poesia: «
Scrivere in modo
"cervellotico", ricamare il testo fino al limite estremo della raffinatezza,
usare quindi tutti gli strumenti che la conoscenza specifica della lingua mette a
disposizione, equivale semplicemente a esigere dalla scrittura tutta la sua efficacia»
2 ) e unanalisi estetico-linguistica su Idiomi di Zanzotto a firma
di Gio Ferri (Monomania idiomatica, s. l., pp. 65-69). Chiudono una decina di
recensioni ai volumi di A. Rosselli, T. Scialoja, E. Villa, G. Gramigna, E. Bonessio di Terzet, R. Perrotta, F. Portinari, G.
Garufi, A. Cappi.
Patrizi savventura nel linguaggio barthesiano facendo scorrere la
penna con maestria. Parte da un punto ben definito, cioè dal fatto che tutto è
linguaggio e tutto si muove in funzione del linguaggio, di quello esercitato dalla
varietà delle tecniche, le quali, a loro volta, identificano le pratiche culturali
affrancate da luoghi inerti, dove «la lingua è un corpus di prescrizioni e di
abitudini comune a tutti gli scrittori di una stessa epoca. Questo vuol dire che la lingua
è come una Natura che passa interamente attraverso la parola dello scrittore senza
tuttavia darle alcuna forma, senza nemmeno nutrirla: essa è come un cerchio astratto di
determinate verità; soltanto al di fuori di esso [dunque] comincia a depositarsi
la densità di un verbo solitario» 3 , la funzione di un linguaggio esercitato
dalla varietà delle tecniche. In altre parole, ripercorre sia la semiologia sia la
struttura critica e letteraria di Roland
Barthes, nonché la rimozione di ogni centralità, a
partire da Le degré zéro de lécriture, primo libro di saggi critici del
semiologo francese: «Il rapporto dello scrittore con il linguaggio scrive Patrizi
si delineava, in quelle pagine, come il confronto con unistituzione
fondamentalmente repressiva al cui interno lintellettuale poteva muoversi con un
intento destrutturante» 4 , con una ricerca linguistica che prima studia il
rapporto con la lingua materna, poi simula, sposta, bara con la parola, destituendo il
testo di ogni soggettività, di ogni singolarità e sacralità, organizzando i vari
sistemi significanti e trasgressivi, le proprie metafore, le quali sono tutte legate a un
filo, a «unidea radicalmente materica dellesistenza e dei suoi episodi; come
[
] sangue, cibo, corpi, umori» 5 .
Si parla dunque del nulla, del grado zero della scrittura, dellovvio
e dellottuso, dei miti doggi, del dissolvimento del soggetto, del brusio della
lingua, della necessità storica e ideologica nella cultura contemporanea, di
organizzazione di metafore attorno a una materialità, a una corporeità, della
psicanalisi e del polisenso del linguaggio, dellextratesto e della pluralità dei
discorsi, del corpo come possibile fonte di linguaggio del "nuovo", etc. «Nei
volumi barthesiani usciti postumi scrive ancora Patrizi [
] è centrale
il riferimento al corpo come fondamento di ogni possibile gerarchia di valori estetici o
comunicativi, come luogo a partire del quale può realizzarsi una produzione di senso non
subordinata alla falsificazione della doxa o alle strumentalizzazioni dellideologia»
6 . E più avanti: «Sembra quasi che si vada riscrivendo una potenziale
scienza dei segni, non più a partire dal linguaggio (secondo la nota ipotesi della
semiologia barthesiana) ma a partire dal corpo (e daltronde, scrive Barthes, "pas de langage
sans corps")» 7 .
Ma Barthes decostruiva innanzitutto i generi del discorso, come dirà Mariella Di
Maio più avanti, quali possono essere quelli «canonici, del romanzo di sé, del saggio,
dellautobiografia, dellautoritratto, dellautocommento» 8 .
La Di Maio saddentra nella pluralità dei temi e delle possibili articolazioni che
capovolgono le prospettive. «I generi scrive si mescolano, interferiscono,
si confondono perché il linguaggio diventa il farsi dellenunciazione e la
linguistica non è più la scienza degli enunciati» 9 . Ripercorre, come
Patrizi, quasi tutte le tappe letterarie di Barthes, passando per Saussure, Jakobson, Benveniste, con i quali Barthes snatura e dissolve «la disciplina linguistica, [
] la
compartimentazione disciplinare e lascia apparire una nuova scienza» 10 . La
"scienza del soggetto" ossia, la scienza nuova che caratterizzò
lultimo Barthes , attraverso non un genere letterario ma un modo di discorrere
il linguaggio sullascolto del "corpo", diventa condizione primaria per cui
la materia si presenta come soggetto-oggetto, come valore, necessità e modo espressivo «in
cui il linguaggio [
] rischia [
] al punto non di dire il soggetto, ma di
indicare il posto del soggetto» 11 , che secondo lo stesso Barthes è il
"romanzesco senza romanzo", luogo di avventura dove lintellettuale
interroga e sinterroga fino a dubitare della sua stessa identità per una pulsione
senza confini.
Il lavoro della Di Maio spazia tra due traettorie parallele, «quella
dellintellettuale e quella dello scrittore, dellécrivant e
dellécrivain» 12 . Ma la Di Maio tiene anche a precisare la linea di
condotta del suo studio sul Grande francese, coinvolgendo sia il discorso scientifico sia
la musicalità della lingua (francese). E vorrebbe applicarne le direttive ma non
sempre vi riesce «al lavoro linguistico che emerge dal testo» 13 , al Barthes critico e sostenitore
di una «sperimentazione continua e antigerarchica [
] nel senso montaigneano di
prova» 14 o abitare lorigine dove Barthes ridiscute e frantuma tutti i generi del discorso per un metalinguaggio
tragico e consapevole, irridente e trasgressivo, "nuovo", ed è il Barthes che tutti conosciamo
e amiamo. Tematiche comuni al discorso della rivista, per un allargamento della scrittura,
delle forme estetiche, non più esclusive conquiste della "linearità"
come dimostra la riproposta del «Colibrì» ma di tutte quelle forme
poetico-visive mobili.
Con luscita del n. 2 (gennaio 1991), sovvertendo «una volta tanto
uno schema alquanto consolidato, che è quello di suddividere ogni fascicolo in aree di
intervento equamente distribuite, [
] [si] deci[de] di dedicar[lo]
[
] interamente alla poesia» 15 , una quindicina di poeti, otto stranieri
(Ted Hughes, Shimpei Kusano, Michel Leiris, Octavio Paz, Jacques Rouboud, Claude Roy,
Josè Jesùs Villa Pelayo, Louis Zukofsky) e altrettanti italiani (Eugenio De Signoribus, Edoardo Sanguineti, il
direttore e alcuni redattori, tra i quali si nota la presenza di Eugenio Lucrezi 16 , da poco uscito dalla "clandestinità", dando
alle stampe il suo primo volume di poesia, Arboraria (edito dalle Edizioni Altri
Termini nel 1989), che in latino significa ritrovamento del frammento di un testo
classico. Ed il volume, di forte carica fonetica ed allegorica, ironica e ludica, continua
questo gioco, un gioco su cui costruisce le sue poesie, che ripercorrono o riscoprono
frammenti di viaggi e omaggi, p. es. allartista Paul Klee (Nature morte, paesaggi, dove il poeta ipotizza un immaginario
incontro col pittore svizzero avvenuto a Napoli nel 1902), di paradossi e calchi ottenuti
da due composizioni musicali di Jimi Hendrix, passione che accompagna da sempre alla pari
della poesia lesistenza di Lucrezi (If six was nine
e Exp) o ripetizioni su un verso di Saba (Avevo un bel pensiero e lho
perduto), di riminiscenze giovanili, di unatmosfera umana che ormai è solo un
ricordo:
Andavo sorriso e guardavo
in quella mattina
ondeggiando
un po più del dovuto
distratto
guardavo ondeggiando bel
freddo
di verde unirsi in punti
davanti agli
occhi miei affacciati ad
occhiali
guardavo Floridiana lavarsi
addosso
il suono dellaria
organizzarsi in parco
e il Vomero rarefarsi
imbrumire
dietro (io mi muovevo
giovane)
(da Arboraria, cit., p. 51)
In realtà, questo numero monografico sulla poesia è innanzitutto un
omaggio a Michel Leiris, scomparso nellottobre dellanno prima, del quale
vengono pubblicate otto poesie tradotte da Franco Cavallo:
Fratello e sorella
Fratello e sorella
come la cruna e il filo
come la lacrima e
locchio
come lala e il vento
Fratello e sorella
come la freccia e
larco
come il lampo e la nuvola
come le vene e il sangue
Soffierà un vento duro
che seccherà labile
lingua delle sorgenti
screpolerà le terraglie di
argilla nera
nella cava delle gole
Ritorneremo mai
ai nostri sacri madori
nefasti soltanto per quel
che teme la ruggine
noi che siamo del fondo del
mare?
(in «Altri Termini», n. 2, IV serie, cit.,
p. 9)
Un recupero storico doveroso, visto che la
sua morte passò quasi inosservata, per «lultimo grande protagonista
dellavanguardia storica francese, [pretesto per altri] [
] due
"recuperi" storici [
]: quello di Shimpei Kusano, il grande poeta
giapponese [
] e di Louis Zukofsky, poeta della generazione successiva a quella di
Pound, di Eliot, di Marianne Moore, [
] pressoché sconosciut[i] in Italia» 17
. Larea scelta è quella sperimentale («anche se un tale concetto non viene
applicato in modo burocratico e fiscale» 18 ), contaminata da una certa stanca
che porta inevitabilmente allesaurirsi delle novità, rimandando i «nodi teorici
che la poesia (e i linguaggi creativi in generale) dovrà affrontare, per la propria
sopravvivenza» 19 .
Di «Altri Termini» verranno pubblicati altri due fascicoli, prima
dellennesima sospensione delle pubblicazioni (questa volta definitivamente),
dedicati rispettivamente al compianto Corrado Costa, ad un anno
dalla morte, avvenuta prematuramente il 9 febbraio 1990, e ad Aldo Palazzeschi. Che strana coincidenza! Con la morte di Corrado Costa
avviene in pratica anche la morte di «Altri Termini», di cui il poeta emiliano era un
amico di vecchia data. «Mai avremmo voluto dedicare questo "omaggio" a Corrado Costa. Non eravamo assolutamente preparati a farlo. Perlomeno non nella
circostanza dolorosissima che ha fatto maturare una tale decisione.
(Oltretutto, siamo certi che, se una idea del genere ci fosse venuta quando egli era
ancora in vita, si sarebbe fatto una gran risata, e avrebbe preso subito le distanze
dallidea e da noi)» 20 . Come tutti i poeti "alternativi,
produttori di una letteratura engagée, Costa è stato sistematicamente ignorato
dalla critica ufficiale, tenuto fuori da ogni considerazione. Le poche considerazioni sono
frutti della stima di pochi amici. Eppure rileggendo la sua produzione letteraria (da Pseudobaudelaire,
1964; a Il fiume, 1989) si può delineare senza tema di smentita
lultimo trentennio della nostra letteratura, trentennio in cui il poeta emiliano ha
occupato, senza dubbio, un ruolo di primo piano, una voce atipica ma originale. Lo
troviamo fra i fondatori di "Quindici" accanto a Nanni Balestrini, Antonio
Porta, Giuseppe Guglielmi, Renato Barilli, Adriano Spatola e altri
(quasi tutti investiti di maggiore fortuna); tra i poeti più importanti del «Verri» e di uno
strutturalismo parasurrealista che si configura come il mezzo per raggiungere vari strati
di una visione dinamica e contraddittoria del mondo, grottesca e ironica, parodica e
allegorica, «facendo leva sul suo personalissimo sense of humor, finge[ndo] spesso
di accontentarsi dellovvio, di una storia "data", [per] poi
interveni[re] per fare sprizzare da quellovvietà qualcosa che la rendeva
ambigua, bizzarra, o inquietante» 21 . Il tutto condito da un interesse
crescente per una ricerca linguistica "invisibile", soluzioni fonetiche,
grafiche, ideogrammatiche:
Conversazione
da solo
ci sono delle cose che sono
di fronte a questa pagina
aperta
collegate ad altre che sono
dietro le spalle
ci sono delle cose di
fronte a questa pagina aperta
che sono collegate
alle cose che mancano
le cose come le cose
al centro cè il tuo
posto
al tuo posto non cè
nessuno
(da Le nostre posizioni, in
"Altri Termini", n. 3, quarta serie, cit, p. 80)
Il punto di resistenza della poesia di Costa, nei
meandri ora dischiusi della neoavanguardia, è dato dallavviamento di una diversa
concezione del fare poetico, che lo allontana poi dalla stessa neoavanguardia, per
aprirsi, nel quotidiano, a una sensazione di ritmo e di metafore critiche, ai margini del
"silenzio", che confida in una invisibile speranza di unutopia
dellirraggiungibile. Lindividuazione di unanima anarchica e
rivoluzionaria, di unutopia escatologica, multipla della poesia di Costa, si rivela tutta a partire dal saggio che Adriano Spatola
pubblica sulle pagine di «Malebolge». «Dellutopia, appunto [
] aveva parlato
Corrado Costa, mettendo un accento particolare sulla forza di apertura, e sulla
mobilità, di questa suggestione [
]. Si tratterà allora di evitare il vicolo cieco
del sogno per il sogno, o del mito per il mito, e di vivere luno e laltro,
sulla pagina, come denuncia, e protesta» 22 . In fondo è ciò che si chiede
alla poesia.
Se il numero monografico su Costa ha un senso (commemora
la sua morte) e unattualità, quello successivo (il n. 4) su Palazzeschi, al di là
della profonda analisi (ma è soprattutto una rilettura de Lincendiario,
lopera più ardimentosa di tutto larmamentario palazzeschiano) che compiono i
saggi di Marcello
Carlino, Francesco Muzzioli e Aldo
Mastropasqua, sa un po di revival. E nonostante lottima rilettura dei tre
critici, laria di revival si dimostra troppo improponibile e troppo distante dalle
tendenze di un linguaggio mobile e contraddittorio, dai connotati e lineamenti di una
scrittura davanguardia, che «Altri Termini» ha sempre portato avanti. Ma non è
poi tanto sbagliata la scelta di rileggere soprattutto il Palazzeschi
de Lincendiario, che con questo tipo di linguaggio ci va persino a nozze, né
qualche ennesima incompatibilità allinterno del gruppo, quanto la mancanza di una
fuga in avanti per un passato che non ha senso di esistere in una rivista di ricerca,
preludio di una "morte annunciata": un po tutti i redattori scappano da
questaria di revival.
Note
1 Uscito per la prima volta
tra il 79 e l80 con scadenza bimestrale, come supplemento alla rivista, ma
tipograficamente con una vita tutta autonoma, incorporato ora come inserto
allinterno della rivista, con le sue pagine colorate, appunto, che gli conferiscono
laspetto di una rivista nella rivista, è senzaltro la novità più apprezzata
di questa quarta serie di «Altri Termini», dove convivono allunisono poeti
multimediali e poeti tendenti anche verso la pittura, in modo sobrio ed elegante,
allineandosi proprio con la pluralità dei generi del discorso letterario di cui si è
detto, e col contrario di essa, naturalmente.
2 Sandro Sproccati, art. cit.,
p. 33.
3 Roland Barthes, Il grado zero della scrittura seguito da nuovi saggi critici, Einaudi,
Torino, 1982, p. 9.
4 Giorgio Patrizi, art. cit.,
in «Altri Termini», n. 1, quarta serie, cit., p. 6.
5 Ivi, p. 7.
6 Ivi, p. 8.
7 Ivi, p. 9.
8 Mariella Di Maio, art. cit.,
p. 20.
9 Ivi, p. 18.
10 Ibidem.
11 Ibidem.
12 Ivi, p. 16.
13 Ivi, p. 17.
14 Ibidem.
15 Franco
Cavallo, Editoriale, in «Altri Termini», n. 2,
quarta serie, gennaio 1991, p. 3.
16 Eugenio
Lucrezi è nato a Salerno nel 1952, ma risiede a Napoli.
Medico di professione e musicista per diletto ma non dilettante, ha militato per anni in
una blues band. Oltre ad Arboraria, ha pubblicato poesie e scritti critici su
riviste e periodici.
17 Ibidem.
18 Ivi, p. 4.
19 Ibidem.
20 Franco
Cavallo, Editoriale di «Altri Termini», n. 3,
quarta serie, Napoli, agosto 1991, p. 3.
21 Aldo Tagliaferri, Corrado in
wonderland, ivi., p. 25.
22 Adriano Spatola, Poesia
a tutti i costi, in «Malebolge», n. 2, 1964, pp. 52-53.

Carla Bertola
Mulier
sonora
Da qualche tempo ho iniziato una ricerca per
stabilire quali siano state le poete fonetico-sonore che hanno operato in Italia dagli
anni 70. Il mio intento non è quello di fare una storia a sé stante ma di
sottolineare il valore di queste presenze femminili che devono essere inserite nel
contesto generale. Sembrerebbe un fatto scontato, ma ho invece dovuto constatare che nel
fare la storia di un qualsiasi movimento ci si dimentica sistematicamente dei personaggi
più discreti, meno combattivi, anche se di valore e, forse per questo o per altro motivo
ci si dimentica delle donne.
Questo mio breve saggio sarà dunque un
"promemoria" dalla A alla
X per stimolare una più approfondita ricerca.
A Luciana
Arbizzani. Unartista attiva nella ricerca fonetica
e visiva dai primi anni 70, morta ancora giovane nel 1991. Al rammarico per la sua
scomparsa, si aggiunge quello dovuto al fatto che dopo la morte i suoi lavori sono
praticamente irreperibili perché la famiglia se ne è disinteressata ed è solo grazie ad
alcuni amici che forse riuscirò a raccogliere qualche testimonianza.
Ripromettendomi di approfondire uno studio
sulla sua attività, mi limiterò in questo contesto a riportare i dati a mia conoscenza.
Nella collana Baobab (poesia fonetica a cura di Adriano Spatola)
alla fine degli anni settanta appare una cassetta monografica dal titolo Transuraniche che
fa riferimento ad un libro di testi-partiture con lo stesso titolo, nella collana Tam Tam
(n. 28A, 1981). Altri suoi libri dal 72 all82 presentano le stesse
caratteristiche e costituivano il materiale delle sue performances di poesia
sonoro-visuale: In parti uguali, 1972; Argille desistenza, 1975; Che
la goccia sia Sferica, 1979, nelle edizioni Geiger. Le sue composizioni visuali erano
spesso rielaborate con una tecnica pittorica fortemente espressiva che le permetteva di
realizzare quadri di grande formato molto interessanti. Molte sue performances si
avvalevano di diapositive a colori dei suoi lavori che avvolgevano la stanza e si
amalgamavano ai suoni della sua voce. In alcuni casi nelle performances intervenivano
elementi di danza eseguiti da professionisti da lei "istruiti" a questo tipo di
lavoro. Unaltra sua composizione registrata è Chorus per Eva. Prese parte
alla cassetta n. 1 di Pâté de Voix (85) e alla rassegna di "Offerta
Speciale" Poetecne (88), inoltre collaborò a diversi numeri di
"Offerta Speciale". Nel 1985 organizzò una serata alla Sala Polivalente di
Ferrara, col titolo fragMENts and WOMEN (partecipavano Arbizzani, chi scrive e Nicola Frangione).
La sua vita artistica si svolse prevalentemente a Ferrara dove costituì un punto di
riferimento per altre giovani artiste e artisti, ma partecipò a molti meetings in varie
città. È unartista da non dimenticare.
B Bertola. Ebbene sì parlerò anche un po di me. Io sono nata nel 1935 e lo
dico polemicamente perché pochissime donne dichiarano la data di nascita nelle biografie
e ciò rende spesso difficile collocare la loro evoluzione artistica. Iniziai a pubblicare
testi poetici nel 60 e a intraprendere una ricerca espressiva che mi condusse prima
alla poesia visuale e ai recitals e poi allinizio degli anni 80 alla poesia
sonora e alle performances di "poesiteatro". Da allora ho composto molti testi e
spettacoli che ho potuto eseguire in tante città e Paesi: Francia, Irlanda, Germania,
Messico, Brasile, Cuba. Molto spesso queste performances sono concepite ed eseguite con Alberto Vitacchio
e penso che questo "Ac-couple-ment", titolo di una mia performance nell85,
costituisca una caratteristica peculiare nella storia della poesia sonora. Naturalmente
coltivo accuratamente la mia creatività femminile e alle scrittrici ho dedicato grande
attenzione. Da molti anni mi occupo del Futurismo femminile e attualmente delle poete
sonore. Miei testi sono presenti nelle cassette Revium (Paris, 85-86), Lèpre
Electric II (86), Lautpoesie (Germania, 87-89), Baobab n.
18 e 21 (90-91) e molte altre comprese le Pâté de Voix.
Sempre B per Tomaso
Binga, artista romana che scelse polemicamente questo
nome maschile negli anni 70 ma che potete anche chiamare Bianca Menna. A Roma dirige
dal 74 lAssociazione Culturale Levatoio Contumaciale dove ha organizzato
moltissimi eventi di poesia multimediale e sonora. Si occupa da circa trentanni di
scrittura verbo-visiva e poesia sonora per realizzare un suo progetto di coesione poetica
tra visivo, sonoro e gestuale. Ha preso parte a moltissime manifestazioni e festivals:
oltre che in Italia, a Vienna, Parigi, Lione, Madrid, New York, e poi Argentina,
Australia, Brasile, ed è ancora molto attiva. Io ammiro di lei la capacità espressiva
della voce e del corpo che sanno trarre dai suoi testi quanto di più ironico e comico
essi contengono. Testi che ha pubblicato in numerosi libri.
G come Milli
Graffi. Di lei ho ritrovato una breve biografia sul
catalogo di Milano-Poesia 85, aspettando che mi mandi una documentazione completa.
È nata nel 1940 e inizia lattività poetica con ricerche sul linguaggio, gioca con
le parole, le inventa le scambia, con riferimenti a Carroll e ai futuristi e realizza
performances in varie città. Prende parte a incontri e festivals allestero. Nel
79 pubblica nella collana Geiger il volume Mille graffi e venti poesie e più
tardi altri poemi e saggi. Dal 1982 cura una rubrica di poesia sonora sulla rivista
"Il Verri" di cui ora è nel comitato esecutivo.
E arriviamo a M e a Federica Manfredini. È nata a
Ferrara nel 1949 ed è stata molto amica di Luciana Arbizzani. Anche lei è morta da
qualche anno, nellagosto 1997 durante un viaggio in Australia. I suoi primi lavori
verbo visuali e fonetici appaiono nell80 e propongono una ricerca costante di
"aggregazione-disgregazione" della parola nellintento giocoso di ricreare
realtà diverse con la consapevolezza che le parole possono tradire e un gioco spezzarsi
in un dramma. Ha cercato di esplorare tutte le forme artistiche, ha dipinto quadri e
modellato la materia conservando sempre la primaria poetica dei suoi scritti. Ha
"fabbricato" un gran numero di libri oggetto che poteva trasformare in
performances sonore. Dal 1982 al 97 ha fatto molte registrazioni che curava
personalmente; è presente in antologie sonore internazionali: Audio (Stoccolma,
1983), Audio Child (Amsterdam, 83), 3Vtre (n. 6, 1984), Poesia
Sonora Italiana (Baobab, 1992), Post Sound (Cork, 93), Pâté de Voix (n.
7 e n. 8, personale n. 9, Torino, 92/97/98). Dallinizio degli anni
80 fino a giugno 97 eseguì moltissime performances. Seguì molto da vicino
gli eventi di "Offerta Speciale", collaborando alle edizioni e partecipando agli
incontri e mostre da noi organizzati: Rendez-vous a Villorba 89, a Torino per
Poetecne nell88 e allo Zenit nel 91, a Chieri e a Castellamonte nel
95. Era molto legata ad altre donne artiste e allo studio di figure femminili nella
storia dellarte e della letteratura. Una documentazione più completa della sua
attività è in corso di realizzazione con la preziosa collaborazione della sua famiglia.
Quello che più colpiva nelle sue interpretazioni era la grande immediatezza
dellesecuzione che riusciva a coinvolgere lattenzione di tutti, a creare una
forte tensione emotiva e quindi "a comunicare" il suo linguaggio artistico.
Partecipò a molti progetti di mail art e poesia visuale e Peter Selby nel 98
allestì una mostra in Australia, Homage to Federica, a cui aderirono molti
mailartisti.
N per Giulia
Niccolai, una delle più importanti figure della poesia
sonora e visuale dal 1970 al 1984, anno in cui decise di abbandonare questo genere e
dedicarsi alla scrittura e allo studio. Nata a Milano nel 1934 inizia a lavorare come
fotografa (1952/64) per poi passare alla poesia lineare, fonetica e visiva. Negli anni
70, gli anni doro della poesia sonora e visuale italiana e straniera,
partecipa a tutte le maggiori rassegne internazionali che riunivano assieme a lei Adriano Spatola, Arrigo Lora-Totino, Tomaso Binga, Julien Blaine, Michèle Métail, Bernard
Heidsieck e tantissimi altri. Collaborò per molti anni
ai progetti editoriali e artistici di Spatola. È invitata spesso negli U.S.A. sin dal
79. È stata in Australia allUniversità di Sydney nel 78, nel 79
ad Amsterdam, nel 1980 ha preso parte alla "tournée des poètes sonores" in
diverse città francesi, e poi al Festival di Cogolin nel 1984, mentre con Polyphonix
U.S.A. partecipò agli incontri in diverse città americane nel 1983. Come poeta visiva ha
pubblicato alcuni libri ed è su numerose riviste e antologie internazionali. Tra le molte
registrazioni ricordo le edizioni Baobab n. 1/2/3/4/11/18 dal 1978 in poi.
Nella S troviamo Anna Santoro
che a Napoli svolge molte attività culturali, ha scritto e scrive poesia fonetica che ha
pubblicato con Spatola in "Tam Tam" e "Baobab", è presente in alcune
antologie nazionali. Ha partecipato a letture e spettacoli di poesia a metà degli anni
80 ed era presente a Riverrun a Torino nell86. In seguito ha pubblicato
romanzi, ma non ho notizie aggiornate sulla poesia fonetica.
Nella S troviamo anche Luisa Sax (pseudonimo) che
rappresenta una generazione successiva e meno popolosa di poete (e poeti) sonore italiane.
Nata a Milano nel 1956, inizia come musicista, sassofonista in una punk-rock band
femminile fine anni 70 per interessarsi più tardi alla poesia sonora. Fine anni
80 è invitata a serate di performances con altri poeti (Zosi, Pasotelli, Lora-Totino)
e successivamente, lei dice finalmente, conosce altre poete, Binga e Bertola con le quali sente maggiori
affinità. La sua poesia è essenzialmente provocatoria, ironica, dissacrante. Nel 1988
partecipò a Poetecne a Torino, ed è invitata ad altre rassegne tra cui Yesbe
poetry a Bologna nel 97. Ultimamente si dedica anche alla videopoesia e i suoi
video sono selezionati a vari festivals italiani. Alcune sue poesie sonore sono nelle
antologie di Baobab n. 21 e n. 25 e suoi testi sulle riviste "Offerta Speciale"
e "Linus". Condivide con me lidea che le poete siano generalmente più
divertenti dei maschi, ma di questo parlerò più oltre.
Sempre nella S - si inserisce Eugenia
Serafini (pseudonimo Mariposa), pittrice, poeta, performer romana che negli anni 90
lavora sulla contaminazione multimediale del Segno e sul rapporto Segno e Universo;
ricerca che si esprime anche attraverso la poesia visuale e i libri dartista. Esegue
molte performances, dal titolo generale Canti di Cantastorie, forse più vicine
alla "Poésie action" che alla poesia sonora. Organizza rassegne e serate di
performances a Roma e partecipa lei stessa a molti incontri internazionali. Ha pubblicato
testi su alcune riviste tra cui "Offerta Speciale".
T qui troviamo Romolina Trentini, anche lei di Ferrara, anche
lei della "scuola Arbizzani" a contatto della quale iniziò nell80 le sue prime produzioni
di poesia visuale e sonora sviluppando un percorso autonomo di grande interesse,
interrotto, temporaneamente (spero) alla fine del decennio per dedicarsi completamente e
con successo alla pittura. Nel 1986 partecipò alla rassegna Riverrun a Torino,
organizzata da "Offerta Speciale", con una videopoesia dell85. Continua a
collaborare alla rivista.
V Patrizia
Vicinelli nata a Bologna nel 1943 e morta (anche lei) nel
1991. Negli anni sessanta lavora al teatro sperimentale con Emilio Villa, frequenta gli ambienti
poetici della città, pubblica i primi testi sulla rivista "EX" e conosce altre
figure importanti tra cui Spatola; fa parte del Gruppo 63 dal 1966, anno in cui partecipa al Convegno
del Gruppo con molto successo, e leditore Roberto Lerici decide di pubblicarle un
primo disco di poesia fonetica che uscirà allegato alla rivista "Marcatré".
Nellanno successivo, lo stesso editore le pubblica il libro a, à, A. Negli
stessi anni si trasferisce a Roma dove collabora come scrittrice e attrice al cinema
sperimentale. In seguito scrive il poema visuale Apology of schizoid women che
sarà pubblicato nelle edizioni Tau/ma (79). Pubblica successivamente altri libri;
un volume sullopera completa è in preparazione. Ha preso parte a moltissime mostre
internazionali di poesia visuale ed è presente in antologie e riviste. Ha tenuto letture
e performances, tra cui: Polyphonix 5 a Milano nell83, 1e Festival Internazionale
de Cogolin nel 1984, Festival di Parma (82/83/84), Festival
Internazionale dei Poeti a Roma 82, Milano-Poesia 84 e 85, Poésie
Sonore a Ginevra 85, Festival delle Canarie 86, Poliphonix Roma 89,
Festival di Spoleto 89. Altre partecipazioni in antologie e poesia sonora: Futura
(Cramps, 1978), Baobab 11/18/19. Attualmente, Gianni Castagnoli si sta
prodigando affinché lopera di Patrizia sia maggiormente considerata.
A questo punto il mio alfabeto è abbozzato
ma certamente incompleto, sia perché alcune poete da me interpellate non mi hanno inviato
il loro curriculum e ho dovuto desumerlo sommariamente, sia perché il tempo e lo spazio
concessomi sono limitati. Vorrei solo aggiungere che questa produzione femminile deve
essere considerata nella sua complessità e potenzialità poiché, pur non dissociandosi
dalla ricerca maschile presenta caratteristiche proprie. La scrittura è generalmente
molto ironica, aggressiva e nello stesso tempo equilibrata; la gestualità delle
performances è ovviamente diversa e soprattutto la voce presenta una
differenziazione essenziale che è stata ancora poco sfruttata e studiata (per quanto ne
so). Mi auguro che questo mio breve saggio ne solleciti altri e che ulteriori studi
possano analizzare il lavoro di altre donne che fanno poesia sonora in altri paesi.

Contro
tutti i guerrafondai
(antologia
minima)
Tomaso Binga
Il Generale SPIEGA lattacco:
F4 e F5 non sono tasti del computer
ma oggetti volanti a
quattro zampe, quattro ali, occhi circolari
che servono per
guardar lontano; lontano
lontano
lontano
.lontano
in basso... in
ALTO... a desTRA ... a
Manca. Ma quel che manca non è il sinistro: ne
hanno a iosa e chi non osa lo sa che
perderà. Chi osa osa osa e ancora osa osa osa
ma osa ma osa ma os ama os ama os
ama os ama bin, os ama bin la, os ama bin la den,
den.. den.. den.. den.. denden, denden, denden, denden,
dendendendendendendenden
Dente per Dente=perdente!!!
excuse
moi...OcchiO per OcchiO=non vedente!!!
Che è peggio
assai<<aSSSaiSSSssimo>>
per gli aSSSaSSSinati
glob@li.
Io con la mia
miopia di lontananza mi sento pia piiiia ia ia ia ia ia
anche se ho
dimenticato lAVE MARIA
ed ogni altro tipo di LITANIA
né mi convince il suo DIO né la
sua DIA...lisi perché
di ORGANI volontari votati alla morte per la sua vita
ne avrebbe trovati a grappoli, a
nidi dape, a formicai.
Ma voi, egli, tu,
gli altri, essi, noi, mai
ci siamo ribellati alle utopie esagerate..!!:
scanzie vuote del SENNO di poi, dove i siluri si
sono a vicenda
silurati!!!. DANNAZIONE!!! DANNAZIONE!!! DANNAZIONE!!!
Datemi solo un
bastone e vi solleverò il mondooooooooooo !!
e solo
sul bastione
mi
fermerò a contar le stelle !!!
$tille di sofferenza senza
stile !!!
$tille stilate a
stillicidio senza
fineeee !!!
$tille di stelle-meteore senza un fine
!!!
10 ottobre 2001 ore 22 lattacco per questa sera è
terminato

Ferruccio Brugnaro
Non pugnalate
la pace
Non divorate la pace.
Non rispondete alle
montagne
di morti
con altre montagne
di morti.
Spegnete la fame nello
sguardo
di milioni
di bambini.
Accendete
il sorriso
sulla terra di Palestina
accendete il canto.
Non pugnalate
non pugnalate la pace
alle spalle.
Togliete il cappio di
solitudine
al popolo irakeno
al popolo cubano.
Abbattete la notte
agghiacciante
profonda
in cui vagano milioni di creature.
Non rispondete,
non rispondete ai morti
con infiniti roghi di altre vite.
Mordetevi le labbra forte
mordetevi forte il cuore.
Non inneggiate alla guerra.
Non inneggiate alla guerra.
settembre
2001

Carlo Caro Bugli
The
poùh!em (Number two)
Edizioni
Kataboliche, 2001
.JPG)

Luciano Caruso
Lo
spazio della guerra (commento)


Franco Cavallo
Chi ha terra fa
guerra
Chiedi un fiore a Omar.
Caverà un pipistrello
dallatra
orbita del suo occhio
mancante e te
loffrirà in dono
come un segno di Allah.
Chiedi a George a
George
una melagrana fragrante:
te la farà esplodere nel
cervello
con la felicità di un
infante.
Chiedi a Bin Osama
un Loden per
ripararti dal freddo
mortale del deserto
dellodio:
ti coprirà le membra
con gialla sabbia afghana
intrisa di rancore
La guerra è guerra.
Come si fa a ignorarlo?
La guerra è guerra.
Come fate a non amarla?

Sergio Cena
Lapide
Di ogni guerra
Noi non riteniamo che
I disertori
I retinenti
I fucilati
Non essendo tutto il resto
Che ingiuria
Alla dignità umana.

Franco Ceravolo
Anche io sono
contro la guerra, però
(II)
Anche io, come tutti, sono
contro la guerra, però
patrima mi dicìa sempi
quandu eru cotraru
"cu vidi mogliu
zzappa fundu"
e chistu è nu randi
nzegnamentu
che io vi dico nella mia sfat
em, nella mia lingua madre,
poiché son di radici
antiche e ben piantate per terra
e le mie mani rovinate di
lavoro mi ricordano sempre
che vengo da popolo
contadino e operaio.
Mi troverei a disagio a
marciare a fianco del futuro notaio
che ora veste kefiah o
tuta bianca e domani,
dopo la stagione giovanile,
farà una splendida carriera
e poi sarà dietro una
scrivania a riscuotere
parcelle, onorari, tangenti
e gettoni di presenza
Mi dispiace ma non ci sto,
tanto alla guerra, a questa
o altra guerra, muore
sempre il popolo;
e se marciamo compatti
contro la guerra, che succede?
Niente, assolutamente
niente, solo un fenomeno
mediatico saremo, una
marcetta folcloristica saremo,
un pezzo nella scaletta del
telegiornale, giusto
per arrivare in orario a
quello che è importante veramente:
la pubblicità, ovvero il
rito religioso del dio denaro.
E il nemico, vedendoci
marciare contro la guerra
penzarrìa ca simu scemi
e minarrìa cchiù forti
Tutti siamo contro la
guerra, però

Pasquale Della Ragione
tutta una somma al sereno
nocchio
sebo a capo sorte pupilla
in barca
sottotraccia decisiva in
questa terra
così calcata controtempo
defunto
cielo che sprizzi melagrane
al fiume staccato dalle
risposte
del tempio con la fine la
rosa
di santo stefano è l
inizio dell
ombra che rotola su parete
bicefala ammantata di
tratteggi
memoria e canto come lume
del
senso un curvo lilla da
masticare
d aria e cala l antenna
il minuto d orologio oltre
la tenda
è perfezione d imperfetto
la cruda battaglia

Oronzo Liuzzi
Chat_Rox_It_Ala
ROX_IT: bomba o non
bomba,,,,,,,,,,,,,
ALA
: BASTAAAA!!!!!!!!!!
ROX_IT: amo la via (J)
ALA
: è inquinato il cuore
ROX_IT: siamo membri della
società;;;;;;;;;non
moribondi
innocenti
ALA
: UMANIIIIIII
ROX_IT:
VIVO||||||||||||||||||
ALA
: VIVIAMO||||||||||||||||||||||

Piera Oppezzo
Melanctha abbiamo visto
la STORIA
cintimidisce
ma solo per un po e
adesso lei
rotola violentemente
ma insiste
Melanctha è il nostro modo
essere impazienti e
non chiudere mai con
lattesa
la nostra strategia
apologia di saggezza
trema ancora
offesa sconnessa
PER ABITO UN SUDORE TRAGICO
Melanctha voglio dire dice
lazzurro
daccordo?
poi rivolta a LORO
il cuore in gola
improvvisa
qui è chiara la differenza
ovvero
che il mio È UN VESTITO
il vostro
SOLO UNA DIVISA
(da Le strade di Melanctha, Nuovi
Autori, 1987)

Un'intervista
ad Oronzo Liuzzi
a cura di Marisa Papa Ruggiero
D. 11 settembre 2001: una data che
parla da sola. Una violenta sterzata al corso della storia
spazzata via, in pochi
istanti, una visione del mondo nellimmaginario di molti. Forse un orrore annunciato,
per chi lo vuol vedere. Secondo te, quali logiche, in sintesi, stanno dietro questa
catastrofe che tutti conosciamo?
R. La storia ci insegna che alle masse
non è concesso di conoscere in toto la vera verità. Esiste la logica del potere
dellinganno che decide la sorte della storia e dellumanità intera.
D. Al feroce attacco terroristico è
seguita, come sè visto, laltrettanta feroce "resa dei conti"
imposta dalla logica della "necessità della violenza", unanimamente invocata in
difesa (sembra una contraddizione) dei diritti umani e della vita stessa. Non dovrebbero
essere, secondo te, tali diritti alla vita intesi in ogni sua forma
ugualmente riconosciuti agli oppressi, ai deboli, ai taglieggiati dal Capitale Selvaggio?
Quale posizione sente di assumere luomo di cultura nei confronti della guerra, di
questa, come di ogni guerra? Può il letterato, sic et simpliciter, associarsi al
"coro", o dovrebbe fornirci una riflessione diversa?
R. Non solo il letterato dovrebbe
dissociarsi dal "coro", ma tutti gli esseri umani di buona volontà, con sani
principi democratici, contro qualsiasi sopruso selvaggio, contro ogni oppressione e
violenza fisica e psicologica.
D. Quale posto ha la ratio in
questimmane disquilibrio globale, e quale, lintelligenza? Si ha
limpressione che in luogo della prima, esploda su tutti i canali il
"furore" della seconda. Non ti sembra sia inscritto in tale conversione di
termini il nodo cruciale di unautentica minaccia per luomo?
R. Esiste lequilibrio della ratio
altruista ed anche lesplosione di una ratio individualista. Lintelligenza del
potere o al potere è una forma perversa del pensiero umano che ha minacciato e minaccia
fortemente il nostro pianeta. AMO = dare diligentemente ad altri e pensare razionalmente
per altri.
D. In che misura larte può
agire in funzione di un dialogo aperto allaltro, al diverso, alle differenze tra le
culture? Cosa possono fare i linguaggi creativi per opporsi alla follia collettiva del
pensiero globalizzato?
R. Qualsiasi linguaggio creativo serve
per stabilire concrete forme di unione, di dialogo, di sviluppo e crescita del pensiero
universale. Abbracciando le intere culture, lesistenza vitale consolida la logica
dellintesa e del legame con tutti i popoli. Superando, quindi, il potere del
linguaggio si acquisisce il linguaggio democratico che serva per modellare, ristrutturare,
modificare e ricostruire la pluralità del pensiero e del linguaggio.
D. In un momento come quello
attuale in cui sempre più insistentemente si avverte la necessità di un ripensamento
dallinterno del "pianeta-uomo", su quale supporto possiamo sentirci
affidati se proprio quello della lingua, con le sue funzioni critico-conoscitive, di
libertà inventiva e di civile crescita viene messo fuori gioco, reso neutrale non solo
nella sua peculiarità di forza durto ma nella sua effettiva diffusione a livello di
massa?
R. Liberi da ogni forma di oppressione
selvaggia riusciremo a capire sempre più noi stessi e gli altri. Liberi, conosceremo
finalmente quella vera verità nascosta. Con la crescita della funzione
critica-conoscitiva-creativa, si stabilizzerà quella responsabilità umana e democratica
per una solida costruzione equilibratrice delluniverso.
Inediti
(Inediti di generazioni
diverse di poeti anche visuali del nostro tempo, per un percorso alternativo che si
sottragga alla facile fruizione, a un qualunquismo intimistico-emotivo del già dato, per
riconoscere qualcos'altro tra i meandri del linguaggio.)
Giovanni Matteo Allone
La
tensione alla spinta eversiva nella poesia di Fiorentino, Poletti e Servetti
Cosa è che accomuna i poeti di oggi, quei
poeti, almeno, che si richiamano alla tradizione novecentesca sperimentale di avanguardia
permanente? Forse è la spinta eversiva che emana dalle loro composizioni in un composito
plurilinguistico e plurisignificante o in-signficante. O forse è luso, talora
abusato, di tecniche nuove, contaminazioni, assemblaggi, collages, segni grafici,
criptogrammi, una plurimateria, insomma, destinata a perenne rigenerazione di se stessa
nellaffrancamento del dejà vu, della tradizione costituita. O forse, più
semplicemente, leccezionalità dellatto poetico inteso come spinta energica
alleversione, nella radicale, impaziente tensione emotiva di presenza, di spia e di
partecipazione nelle violente trasformazioni sociali, a secondo della propria identità e
dellimpatto dellinteriore con lesterno, che fanno sì che la poesia
risulti una "merce diversa", ma pur sempre un composito e rigoroso prodotto
artistico.
In questa breve e intensa silloge di sette composizioni, disposte secondo
una disposizione cronologica circolare e non progressiva con pignola e, talora, fuorviante
indicazione persino dellora di stesura, Alfio Fiorentino persiste, con la
sua anima inquieta e lacerata, nel sovvertimento di ogni "dato" costituito,
parola, concetto, sentimento, nella rimozione dei significati e nella scomposizione di
ogni capacità comunicativa nellestremo tentativo di "trattenere sulla lavagna
del topo un reame di attimi", che sfuggono a ogni possibile catalogazione per
divenire esemplificazioni del destino umano, pur nella ferma ed esacerbata coscienza di
essere solo presenza, testimonianza, inquietudine, di unesistenza avversa e non
accetta, dove gli uomini sono costretti a lottare in un "arengario traslucido e
tumefatto".
Impossibile lattuazione della
"quadratura di un teorema con dati sibillini", perché lattesa presuppone
lannottamento, già prestabilito, nel momento in cui si è tentati di vergare
"un teorema dacqua", e i conati di possibili "salveazioni" non
sono altro che la testimonianza di una "caccia" da annotare sul "luccichio
frastagliato di ombre".
Allora non è senza significanza il fatto che Fiorentino inizi con una
composizione datata Pasqua, in Catania, e concluda con una in Venezia, intitolata "Al
Paradiso Perduto", come se volesse darci una traccia del suo percorso esistenziale,
la partenza dalla natia Sicilia e lapprodo in una città che sembra stare lì a
indicarci il disfacimento, la fine, una improbabile "salveazione". Così la vita
trascorre nellorganizzazione di una "caccia" costante di tutti i
componimenti della silloge , sullacqua, elemento di per sé vitale, ma di
assoluta labilità, dove persino latto riproduttivo diventa sinonimo di esperienza
effimera, conato di un "martello" o di un "ottimoscalpello", che
genera solo "trucioli" di un "ottuagenario piallato".
Ancora una volta Alfio
Fiorentino ci dà una conferma del suo rigorismo etico,
liberando parole-essenze, sibilline e misteriche, che diventano espressione del suo essere
uomo pensante, impedito, però, di spogliarsi di quella gravità corporea dove è inutile
"svenarsi sulle tattiche del suffisso dato", ma lasciando aperta la strada, in
contrapposizione al "tacere", un ipotetico "ovvero", che è pur sempre
una speranza.
Buona prova di maturità espressiva e ideologica fornisce il giovanissimo
poeta Daniele Poletti nella silloge "Caligine". Il tessuto verbale si dipana denso di
risonanze misteriche nella convinzione disperante, e, quindi, priva di conforto, che
linedia sia lanticamera della morte, e in tale certezza, nelleffimero
tentativo di aggrapparsi alla vita, quale inutile panacea, linedia può spingere
alla ricerca ossessiva del sesso a pagamento, dopo il quale restano "segni
allumati
avvizziti e sospirosi", nella dominante violenza quotidiana, espressa
dai versi "una puttana malmenata / su un crocevia sconosciuto", segnale di per
sé esplicativo della solitudine e dellabbandono. E che lerotismo a buon
mercato rappresenti per Poletti un aspetto di decadimento e di prepotenza lo si coglie nel
testo "Scene libidiche per sorelle stanche", nellinsistenza al
"satrapo" ora "del dolore", ora "del tremore", ora "del
fetore", in un accrescimento progressivo in negatività. Un erotismo malato che
accomuna gli esseri umani agli elementi della natura (vv. "Astero"), allorché i
piccoli asteri incombono "tra faggeti slanciati in copule grovigliose".
Ancora di più denso significato
lultimo componimento della silloge, "Partitura incompleta per celeste
requiem", per la corposità e gravità della scelta verbale di un crudo realismo,
"
Ringrinziti dal molle frangente mattinale / i piedi e un filo sottile di
sperma / unisce i sessi sbigottiti
", dove il poeta manifesta consapevolezza e
maturità nel piegare e plasmare la scrittura con assoluta padronanza, non rifuggendo da
ricercatezze stilistiche o parole desuete e raffinate, che accrescono senza appesantirlo,
non essendo di puro ornamento, il senso del "mysterion".
È possibile oggi coniugare una tradizione poetica che si avvale della
metrica, come manifestazione di un genere univoco con uno sperimentalismo radicale fatto
di sensi e sovrasensi, di assonanze e suoni scabri, "canneti temprati da anni di
tedio", irti e brulli come la terra di origine, la Liguria, che pur aprendo spazi
infiniti, presenta il rischio del perenne naufragio, "il naufragio delle dita e i
suoi nessi"? La risposta è affermativa se si guarda ai testi di Mirko Servetti, e
alle sensazioni che offre la lettura dei suoi versi, dove il male di vivere permea i gesti
e le parole del quotidiano, "gli spicci ricontati in fretta e furia / e rassegnazione
tutta latina", mentre si fa la spesa, "come se il lamento per la pecunia / fosse
il saluto di prima mattina". Una poesia lineare, quella di Mirko Servetti, ma
che ha la grande capacità di coniugare il linguaggio comune, basso, con quello colto,
aulico, denso di espressioni desuete, ma apprezzabili per la loro suggestività (vv. il
2° testo della silloge), "agli altari dei cosmi allora complice / degli eliotropi mi
letargo in silice / sotto il pulvinare dangeli ossessi
", in una
mescolanza dove non è raro incontrare termini tratti dallidioma popolare (vv. il
3° testo), "Sbaglio gli spari per quella canizza / rauca che i sacchi di zecche
rivolgono / sempre al lievito afoso da ste parti", o (vv. 4° testo) "Che
stridio lou mar sopra i coppi / azzurri del mondo!", ben inseriti nel contesto per la
tensione della testimonianza e per lattiva partecipazione emotiva, interpretativa
nella trama strutturale.
Come per Poletti, anche per Servetti, è il tedio il maggior male della odierna società, ma è un male che si
vorrebbe vincere, magari gridando "amore nel bel mezzo / di questa guerra di idiozie
globali". Ed è in questo scavo del verbo nella sua originaria espressività uno
degli aspetti più significativi della poesia di Servetti.

Alfio Fiorentino
1.
larengario traslucido
e tumefatto
tiene il ritmo
dellaffabulazione
sul traliccio trattenuto
incolpa
lottuagenario
piallato
dalla cima in poi
sul lascito
dellintrattenimento
è verosimile
sul quadrato della
stemperatura
è un teorema
dannotamento
sui trucioli dati
sulle salveazioni
caccia da annotare sul
luccichio
frastagliato dombre
sulla stagione del decidere
accimando
dalla cima in poi
sul podere
dellannoverare
caccia col tono sibillino
effetto
laccentuazione
del subuglio
procrastinabile
Catania, 23 aprile 2000, ore 19,19 - S.
Pasqua
2.
ripercuotere
né lassoldato
finitimo dicendo
solo in afflato
riproduttivo
con la cima data
databile frattanto
nel frammistoscopo
origliando
lacciuga disse
né lo scapiccio
di un teorema dato
né lasservire
dalle tattiche date
né cè
laccenno del trotto
orbace in latrazione
ripercorribile
accennando
accettativo disse
sul suffisso introdotto nel
dato
storpia
la caccia del fienile
ottuso
nellostensorio sul
fiato
cè
lannotamento
sul suffisso dato
orando
trama sul luppolo
nonostante lattesa
o vergando un teorema
dacqua
sulla cima di un dato
prestabilito
sullannotamento
redarguire un conato
in pianta stabile sulle
dita
trattenere un reame
dattimi
sulla lavagna del topo
trotterellando nel novero
dun macello
prestabilito
sulla cima dun
cacciante
austero
soprattutto sul dottoscopo
dellannoverare
Venezia, 4 novembre 2000, ore 22,41
3.
né la posticipazione
andalusa disse
disperdendo conati
più una coltre di
finecostato
né sapendo
riavvolge nelludito
infine labiale
dopo latto motorio
nel cerchiare
fintantoché teme
traslucido
disse nel constatare
labilmente
efferato
psicodattiloscritto
Venezia, 24 novembre 2000, ore 20,46
4.
abrasivo latto
se sul tassello organizza
dopo lattrito stampa
se cè la caccia
soprattutto data
né lacqua
rivolgendosi
ma la caccia
nel novero tacendo
là dove latto si
attiene
accezioni
accezioni disse
sul lato effimero
se cè la riga
dove lottimo si
trattiene
è verosimilmente sul
procedere
debitamente se trattiene
dare laccenno
dellottimostatuto
redarguire
se sullaccezione
nel nodo dellattrito
dare la caccia sul lato
martellando sul suffisso
labilità del coito
se dicendo
là dove lacqua si
trattiene
né lo svenarsi sulle
tattiche
del suffisso dato
Venezia, 12 giugno 2001, ore 23,45
5.
né la caccia
sopra il sussulto dato
dopo lattrito
se sul fienile
e generando
generalmente
né il fiato
subito
se sul fenicottero
organare
né lattenzione
dopotutto utile
Venezia, 26 giugno 2001, ore 23,15
6.
unala torta di bosco
dove un bosso luccicava
nellattendere
unantratura
di una stagione capovolta
là dove il flusso si
attiene
discolpando un albero
fra i tralicci del temere
lattesa
se sul capitolo dato
il suffragio
dellanticospago
o attenendosi nel limitare
latto che tacendo
trasuda
Venezia, 3 luglio 2001, ore 16,47/16,57
7.
poi dopo
sullatto del tarpare
se dicendo
astante
sullatto
dopo lattrito
se procedendo oltre
né lattrito
dannando
e svolgendo
se
né lattrito dicendo
lottimostatuto
dopo
se è vero
le cacce soprattutto
né lottimoscalpello
né lo statuto a venire
se tacendo
oltre lattrito
cacciamine soprattutto
dopo latto
se organizzare conviene
subito se tacendo
linvito
occasioni sullattimo
né la zona soprattutto
dopo latto
né
se decelerando
dopo lattrito
che cacciagione
sopra latto
lattrito soprattutto
né le notti dicendo
dammi lacqua del
fiato
azzimarlo
con questo tuo scalpello
produttivo
se temendo
ovvero
Venezia, "Al Paradiso Perduto",
3 luglio 2001, ore 20,37

Daniele Poletti
Caligine
1.
Non avvinti alle zolle
ubertose i piedi trascorsi
tra gli inveritieri
bagliori.
Ricurvi i palmi sospesi
espettorano la trama
nascosta di labbri
incrociati;
nel buio muschioso
sul tallone gonfio di
vinacce
la mano affogata neniosa.
2.
La perpetua presenza
allieverebbe
linedia che consacra
alla morte.
Il corpo penoso e irredento
traligna per mano di dadi
alle folli grida e alle
danze.
Allumati i segni vermiglio
i piedi
da lerce fornicazioni
avvizziti
e sospirosi per i tremori
terrigeni.
Guarda
una puttana malmenata
su un crocevia sconosciuto.
Scene libidiche
per sorelle stanche
Un vestito di giada
nelleffluvio funebre
soffiato tra le pieghe
il satrapo del dolore.
Le baldracche sono in fiore
sulla fossa dove il
cristallo
è rotto; pregni di lumache
i labbri del satrapo del
tremore.
Sconosciute palpebre
socchiuse
alitano sullalito
muto
la benevolenza fetale, nel
riflesso
il satrapo del fetore.
Astero
Incombenza di piccoli
asteri
tra faggeti slanciati in
copule
grovigliose. Nellurna
della loro unione
nocchiute mani dansia
nascose.
Tra faggeti macchiati di
gonfi tumorali
come di enormi crisalidi
reciso
il piccolo astero
"diese kleine Aster
lege sie in den Mund" *
e il dolce viola del
colchico baciava il labbro intirizzito.
Partitura
incompleta per celeste requiem
La lama tra le palme
avvinte
in larghi sorrisi scivola
la destra al viso, arabesco
in contrizione
in faccia alla grande
crocifissione.
Ali di nubi e cielo
slargate
il collo inerte gualcito il
piumaggio,
agguantata la carena
fragile
pressione in cataratte di
interiora.
Filamenti,
sul tavolone di spume
agitate le mani pellagrose
di vecchie stropicciano i
calici declamano
e la sega uggiosa sibila
sullantistante
albasia, percossa
dallarchetto di cello
che va sgranando contro la
dentatura.
Ringrinziti dal molle
frangente mattinale
i piedi e un filo sottile
di sperma
unisce i sessi sbigottiti
come le dita
intricate che sposano i
corpi paonazzi
segnati da corridoi di
granelli.
Assorbiti
dallincappucciamento scarlatto
protesi lun
laltro nellultima parvenza.
Lestremo atto senza
eco il gabbiano
fetido sulla faccia brulla
esulcerata dal sale piange
cristalli di ossidiana;
la madre dellaceto
sulla tempia della memoria.
Il corpo gonfio sciabordìo
della marea gialliccia,
cieco gioco
di bilie di vetro
sinabissa
stridendo verso
lunico grembo.
* questo piccolo astero mettilo in bocca

Mirko Servetti
1.
Se tu asembri limpidezza e
composta
parmi suadente diciamo pure
ora
e tanti anni or sono
rifuggi ancora
gli scherni di una fede mal
riposta.
Dietro glinganni
combinati apposta
per giocarsi di colei che
sammora
laraba notte la pelle
divora
di membra affamata senza
mai sosta.
Domani alla spesa il basso
sorriso
e spicci ricontati in
fretta furia
e rassegnazione tutta
latina
si contratta con le nubi
sul viso
come se il lamento per la
pecunia
fosse il saluto di prima
mattina
2.
Materia luce forma tu
vedessi
tu di riflesso speculare
semplice
a vedersi a pensarsi sopra
lindice
il naufragio delle dita e i
suoi nessi.
Forma materia di amori
promessi
agli altari dei cosmi
allora complice
degli eliotropi mi letargo
in silice
sotto il pulvinare
dangeli ossessi
prima della terra angeli
dormienti
fra le morbide vallate
celesti
che giocarono a indovinar
gli dei
nel sonno e nel presentire
gli eventi
primigeni e carnali figli
agresti
trasportati dai pallidi
alisei
3.
Sbaglio gli spari per
quella canizza
rauca che i sacchi di
zecche rivolgono
sempre al lievito afoso da
ste parti
o ai gattacci stenti che
hanno lestro
nei momenti meno adatti una
stizza
mettono da
calci in culo. Ti tolgono
la magia e il vezzo di
mostrar le tue arti
lesperto alla moretta
che hai il destro
alla buonora
di baciarla tutta
fra i rosolacci e i sorrisi
aggrottati.
Ci frega della guerra
vorrà dire
che si avrà da crepar bene
e in combutta
con le tristi milonghe dei
soldati
che il tuo petto agli occhi
vanno a morire
4.
Che stridìo lou mar sopra
i coppi azzurri
del mondo! Lo si avverte
lacerarsi
nel nero velato dei
candelabri
appicciati per un tardo
rimedio
al gelo che arde i rosai
nelle forre.
Cavalli di sale lenti a
disfarsi
frangono a branchi
sbattendo su glabri
canneti temprati da anni di
tedio.
Ti griderei amore nel bel
mezzo
di questa guerra
didiozie globali
te loffrirei in luogo
dellaigues mortes
se non dovessi seguire la
sorte
che sempre vien riservata
agli ideali
ossia i rimpianti locati a
buon prezzo

La parola ai
poeti
Quale poesia per il
terzo millennio?
A. FIORENTINO
(eccezionalmente,
per espresso desiderio dello stesso Fiorentino, inseriamo una nota di Gio
Ferri)
Alfio Fiorentino
e noi con lui si è ritrovato nella selva ritmica e plastificata di queste
splendide architetture. Dopo tanti anni attorno di purissima spoliazione
della-poiesis, cioè del dis-fare.
La concretezza della "lettera",
solenne e armonica: prospettiva oltre il disfacimento del senso. In deserti di liberanti
insignificanti.
Cè di che arrendersi, misticamente. Di
che lasciarsi prendere senza inibizioni nella perdita desiderante dei labirinti
alfa-betici. Meglio alfa-omegaci: principio e fine in un eden di memorie azzerate. Alfio,
tuttavia, ha il vizio giocoso assurdo perché non utilitaristico del
"puzzle". Vizio antico e mai morto. Per la poesia. Essa per sua natura
punterebbe a "fare" l"essere", essenziale appunto, e assenziale.
In realtà lautotradimento stesso della poesia la protende contraddit-toriamente,
ricorrentemente, alla ricostruzione gergale.
Locchio della mente e della kamera
quanto mai indiscreto e penetrante guarda larchitettura segnica e
comincia a rivelarne le aberrazioni marginali. Ahimè! La pace è perduta. Lassalto
dei referenti si fa violenza del senso. Il ricordo si fa dolore di esistenze. Timore,
disperato, di futuri. Ignoti e, purtroppo, conosciutissimi. Diomio! Il senso! Che pretende
lassenso. La partecipazione a un gioco tragico che ci farà "vivere". Che
non ci farà per "essere", solamente. Che ci farà "fare". Che ci
farà poetare, ancora una volta. Basta fissare sulla lastra quelle ombre unificanti e
discorsive, quelle tracce lasciate dalle lettere che parevano fredde e
insignificanti . Ci faremo trascinare, prima restii, infine con voluttà, a
comporre. Inventeremo un programma, anche. Sventoleremo un vessillo. Con questi reperti
muti sveleremo significati antichi e nuovi, ricostruendo "significanti":
tuttavia, lo giureremo, incompiuti, aperti e indefinitamente allusivi. E saremo anche
capaci di farlo. E cresceremo nuove civiltà. Come è sempre avvenuto. Correremo
lavventura. Che ci condurrà, inesorabilmente, come sempre, al luogo comune.
(da A. Fiorentino, Cinque photalphabet, Myself ed., Milano, 1980)
D. POLETTI
Quale
poesia per il terzo millennio? *
Se il vaticinio è già cosa da adocchiarsi
con sospetto, tanto più lo sarà riguardo ad un argomento così personale, disunivoco e
vorrei dire intimo come è la poesia. Con ciò non si voglia leggere intimismo
autocomprensivo o impossibilità assoluta di oggettivare un valore lirico, ma mi si
conceda sulla difficoltà di esprimersi al riguardo.
Una poesia che nella sua forma lineare non vari notevolmente, ma che
accetti ogni volta e ancora la sfida dellalchimia linguistica arte quanto mai
necessaria nel nostro tempo diretta allo svelamento di temi (forse) immutabili, ma
nel modo in cui si sveste una rosa dei suoi petali, per scoprire che cè una veste
ma non cè un corpo e che questa assenza è tutta lessenza della poesia
(parafrasando in parte Rilke). Un corpo a corpo tra parole estranee, illusorie e allusive, che creino
nuove cosmogonie e piccoli riti intrisi del respiro catartico del dolore.
M. SERVETTI
La mia ricerca non aderisce (almeno nelle
intenzioni) acriticamente a questo o a quel tipo di linea poetica ho imparato a
diffidare delle
linee o meglio, di stilema o modello espressivo, ma vuole
decantare, attraverso le ricognizioni sui "generi", il linguaggio poetico,
portandolo al limite dellindicibile; e proprio col paradosso del "già
detto". In chiave concettuale, vado perseguendo la rottura del linguaggio, la
rarefazione dellio autoriale dallinterno della stessa struttura, anche per
mezzo delle forme/formule più viete della metrica. Concordo pienamente, del resto, con la
contestazione delluso di linguaggi codificati ai fini di un mero estetismo e di un
esercizio di scrittura asfittico e sterile, destinato a una facile fruizione. Nel migliore
dei casi, assistiamo a una "piacevole" manifestazione pirotecnica, a un
compitino patinato denso di cascami petrarchisti o arcadici da parte di chi rimastica più
o meno abilmente qualche reminiscenza metrico-formale con più di un ammiccamento alle
mode letterarie del momento. E tralascio per pura decenza, i casi peggiori, compresi
quelli plurilaureati ai banconi della grande editoria.
Credo nella sperimentazione continua (anche
attraverso i "generi") fino allestremo della "impopolarità" e
nella commistione/contaminazione linguistica fino allesclusione definitiva dei
generi cosiddetti. Ciò comporta, va da sé, sofferenza, lotta contro ogni sorta di
tentativo di massificazione che nulla ha a che vedere con lesercizio molto
più arduo della "democrazia", non si dovrebbe mai cessare di ricordarlo
o globalizzazione linguistica (e, ovviamente, non solo quella!), contro
limpoverimento creativo (mi torna alla mente una sorta di assioma pronunciato da
Delueze, citando a braccio: "Noi non manchiamo di informazione, anzi, se ne fa
troppa: rischiamo di mancare di creatività"), continua messa in discussione del
proprio "fare": in ciò ritengo si possa essere, forse ingenuamente ma senza
dubbio onestamente, rivoluzionari nellaccezione più ampia del termine. Noi,
poeti di fase epocale transitoria, testa di ponte fra il millennio appena concluso e
quello apertosi come fantastico abîme da colmare ma anche cui attingere, siamo ben oltre
lastratta contrapposizione di forma/contenuto e quindi non cè bisogno, in
questo senso, di addizionare altro se non la nostra capacità di resistenza alla
stupidità e alla volgarità del presente.
Letture / Riletture /
Trac-tric
(Scritti critici e
polemici (trac-tric) - ma non recensori -, che riguardano volumi, artisti, mostre, etc.,
nonché lettere significative e di qualche interesse letterario inviate dai nostri
lettori.)
Antonino Contiliano
Attrazione
non-lineare in Aa. Vv., Locus
solus / la babele capovolta
Un testo poetico è "una minaccia
bolscevica". Metti insieme un insieme più testi e origini una
turbolenza, il tempo dei vortici dove neanche Dio disse Heisemberg sul punto di
morte riuscirebbe a leggere. Il "testo" poetico, in quanto testo, non è
solo lineare: è una miscela e un groviglio semiotico. Le sue variabili o "gradi di
libertà" si configurano, possono configurarsi pensiamo , seguendo un
intreccio che è lineare e non lineare.
Se poi i testi messi insieme, in un tracciato
di curve, tangenti e biforcazioni, congiungono-disgiungono "lettera" e
"visivo", esplicitando la figuralità della parola in immagini fratte, facendo
interagire tradizione (nel senso più lato del suo pensare-dire-scrivere-pittoscrivere
"retorico") e innovazione, la scrittura poetica allora acquista e porge
turbolenza. I suoi caratteri portanti allora sono analogicamente quelli
dellordine caotico, e della geometria frattale per leggerli, la razionalità
probabilistica, le logiche polivalenti (?)
leggibili-guardando-immaginando,
sperimentando, e guardabili-immaginando-leggendo solo da chi "è" tempo/tempi,
spazio/spazi, materia/energia, bisogni/movimento, storia/politica.
Un continuum grafico-gramma che simula
quello fonico del parlato, il discreto, e spazializzato, di fonemi in altri luoghi, il
plurilinguismo, il pastiche, allitterazioni, citazioni, ripetizioni, cancellazioni ed
ellissi, dissonanze semantiche, neologismi, parodie, irriverenze e calembour di vario
genere, ecc. sono ciò che pregiano, sottraendolo allo spettacolo mercificante,
lantologia e i suoi testi lì dove la creatività poetica affiora nelle soglie della
tangenza dei livelli e delle variabili con-tingenti.
E Dio, a meno che non sia il d-io che suona e
balla jazz e reggae quando "lo" uomo dorme, non ha niente di questa
contingenza chè la poesia, di questo infnito, permanentemente rivoluzionario, che
nessuna "perfezione" può dire e far vedere nelle forme chiuse di certe
"visioni".
È stato il logico, e filosofo inglese, Frank
Ramsey che nel 1925, prima di suicidarsi, disse che gli "intuizionisti" con il
loro "infinito potenziale" rappresentavano, e rappresentano a buona ragione,
"una minaccia bolscevica" per il mondo dellordine e degli ordini
imbracati.
Ho letto-guardato la bellezza frattale
dei testi poetici della vostra antologia con il pensiero turbolento della
"contraddizione" materiale che sa dire sempre di no allordine esistente,
mentre "spara" sensi possibili proponendo "sintassi" irregolari e
sovversione politico-comunicativa.
Non cerco di meglio in un mondo che, dietro
la chiara difesa di interessi di classe, finge di volerti far credere che il look delle
immagini splende di neutralità e originalità, mentre arde del suo vomito più triste,
sempre identico, e bieco di guerra neoliberista.
Il senso dei vostri testi poetici naviga lì
dove solo gli "attrattori strani" riescono a coagulare in una forma dinamica
quanto di ritmo si può "distribuire" nella regione dello spazio della pagina.
Cè nel divenire dello scorrere dei segni nel textum, che taglia e
stempera suoni e visione estranei alla logica del mercato sia comunicativo sia
strettamente mercantile, lirregolarità delle forme che frastaglia nel "tra"
dei diversi livelli, e diversi, il corso stesso del testo in cammino. Configurazioni di
scene ibride e multiple, dissacranti. Del resto, la logica dei poeti di oggi non può
essere che quella dellet et e del tertium datur: il dis-ordine, il
caos, è più probabile e non lordine. Lordine è una bandiera del
"potere" tenuta alta con il sangue della credulità di chi rifiuta la
razionalità sovversiva delle contraddizioni, delle allegorie e del gesto dei frammenti
contundenti i sonni liricanti e loppio dei popoli.
Marsala, gennaio 2002

Mario Diacono
Brookline,
25 novembre 001
Caro Giorgio Moio,
non so da quanti mesi tengo qui sul mio
tavolo la sua lettera, sbarcata da Quarto a Boston chissà quanto tempo dopo la data del
timbro postale (che fra laltro non trovo più), insieme al n. 6 di
"Risvolti" e allaltro materiale di iperpoesia aggiunto. Non le elenco le
giustificazioni, basta che le dica che ero sempre allegro allidea che stavo per
risponderle, poi regolarmente scavalcata da altre e ben peggiori idee. Comunque
"Risvolti" n. 6 è ottimo, e quando mi manda il numero 7, ci metta un segno che
mi ricordi che è il momento (o lora o il giorno) di rinnovare labbonamento.
Nel frattempo il mondo è un po cambiato, oltre che i Bushlusconi ci sono caduti
sulle spalle i Nazislami, che hanno ristretto ancora di più i nostri spazi di sovversione
intellettuale, sia pure per breve tempo (speriamo), e peggio ancora ci sono crollate
addosso le Due Torri certe sequenze televisive sembravano spezzoni a colori di film
degli anni Trenta sulla fine del mondo. Lei diceva, in quella famosa data del timbro
postale, "in questi frangenti, quale posizione assumere?". Forse, penso, il
"discorso più politico" che lei prevedeva per "Risvolti", non può
essere mai politico abbastanza, perché la coloratura politica del mondo cambia con la
velocità del modello di una Fiat. In quella famosa data del timbro postale, che
sicuramente era dopo i fatti di Genova, lei diceva che "dovremmo fare qualcosa contro
la globalizzazione (del pensiero e dellarte)", che sembra a distanza di una
stagione già un obiettivo impossibile di fronte alla globalizzazione del sui/fratri-cidio
di massa. Così forse più che un discorso politico bisognerebbe fare un discorso morale o
teologico, se tutto questo discorso politico o morale o teologico non si rivelasse poi
altro che una copertura o una variante del "discorso ideologico" che ha corrotto
negli ultimi cento anni il futuro della dimensione intellettuale della letteratura. Se il
sistema vuole un "prodotto vendibile", a me sembra sia dovuto non tanto alla
globalizzazione quanto alla industrializzazione del pensiero. E per fare qualcosa
"contro" di questo bisognerebbe disfare e rifare tutto quello che
lOccidente ha fatto negli ultimi duecento anni, che naturalmente è un nonsenso, o
un ideologismo se preferisce, storico. Il cosa fare? diventa piuttosto un come fare.
Quello che lei ha fatto finora è già sia una cosa che un come. Aggiungervi il Politico,
secondo me rischia sempre di trasformare lidea in ideologia, a meno che il Politico
non eviti accuratamente di citare la politica. Il fatto che nessuno abbia accennato un
riscontro, o un risvolto, al lavoro unico di "Risvolti", credo sia un segno
ulteriore che oggi esiste la politica e non il Politico, nellindustria della
letteratura, e la risposta non può essere che personale, benché in gruppo. Siamo
arrivati a Delfi, forse, per cui è ora di scendere. La ringrazio ancora e sempre della
stima che mi dimostra, e a risentirci/leggerci presto. Suo
Mario
Diacono

Giorgio Moio
Ancora
su Emilio Villa, eppoi addio al passato
Per anni Emilio Villa (Affori-Milano, 1914) è stato ignorato dalla critica e privato al grande
pubblico. Eppure la sua presenza in seno alla poesia di questo secolo è di estrema
importanza, una ricchezza di un prevalente proliferio di energia linguistica da cui
chiunque dovrebbe attingere i motivi fondamentali di un vivere al geste de la
dinamicité e sentirsi almeno in parte immune dai tratti aleatori di un postmoderno
decostruzionistico e simulacrale. Cosa pensare dunque se figure intellettuali autentiche
(è chiaro che il caso di Emilio Villa, cioè il fatto che sia stato per anni ignorato dalla critica cosiddetta
"ufficiale", non è unico, né rimarrà tale) vengono continuamente negate alla histoire
dalla brutale incoscienza (perché di brutale incoscienza si tratta) di unaura
restaurativa, da estetizzazioni linguistiche che favoriscono la marchandisefication dellarte?
Vuol dire una sola cosa, ossia che la letteratura italiana conosce molto poco de soi.
Isolando e occultando le sue parti migliori, è destinata a morire. La figura di Emilio Villa prima o
poi doveva pur uscire da questa impasse, da questa lenta moria e tentare di farsi
conoscere da una schiera di intenditori che non fossero i soliti amici e stimatori di
sempre. Ci si sarebbe rammaricati non poco se ciò fosse accaduto dopo la sua morte:
avrebbero avuto i critici dei rimpianti per un bel po.
Continuano intanto a sommarsi contributi, racchiusi in volumi e volumetti,
opuscoli e riviste, allopera di questo grande del nostro Novecento, sia pure
trattandosi di operazioni che sovente si limitano alla raccolta dei suoi testi più
leggibili, come il caso di una recente antologia a cura di Giacinto Spagnoletti, Omaggio a Emilio
Villa (Fondazione Piazzolla, Roma, 1998, pp. 200),
dopo quasi dieci anni dalluscita di unaltra antologia in volume, la prima se
non sbaglio, Opere poetiche vol I (Coliseum, Milano, 1989, pp. 2), a cura di Aldo
Tagliaferri, di un coraggioso programma editoriale non portato a termine per i soliti
impedimenti economici che una modesta casa editrice è costretta ad affrontare, con
linevitabile "dietro front": pubblicare tutta lopera poetica
villiana. Come quella tagliaferriana, anche questa raccolta racchiude poesie che vanno
dagli anni dellesordio (34) fino al dopoguerra, escludendo però rispetto a
quella di Tagliaferri, i testi plurilinguistici, quelli di Heurarium, per
intenderci, che esigono senzaltro una lettura critica e un approccio molto più
profondi.
Emilio Villa è poeta
da sempre e da sempre in grado di interessarci, allinterno dei paradigmi discorsivi,
a una poetica altra, strutturale, intraverbale, visuale (in Villa tutto è magistralmente visuale),
lontano dalla restaurazione del mito, da un disagio profondo di una liricità incomunicativa,
oggi di grande ritorno. E fa piacere notare che due valenti nostri critici, con lucide e
profonde introduzioni se ne siano occupati. Dicevamo poeta da sempre, poeta di una mimesis
interpretativa attraverso un puntiglioso recupero del nonsenso dai toni meno ironici e
poco abitudinari, non già un topos nostalgico che pure è presente in Villa («gli alberi
si sposavano / le pietre erano gli dèi / il mare possedeva corpo e capo. // le immagini
erano il silenzio / inquinato. le figure erano la polpa / dellinvisibile. e le
labbra / forti come le scapole e le mascelle. // seme era il vento
» (Diciassette
variazioni su temi proposti per una pura ideologia fonetica [2], in Omaggio a E.
Villa, op. cit., p. 188), la nostalgia dellorigine, del principio dove «la
musica era il nodo era / la stuoia. e lo sforzo / era lombra fissamente considerata
/ in inconcepibili moltipliche / incroci attriti giustapposizioni
» (ibid.,
pp.188-89) e tutto si poteva generare lontano dalle «sciocchezze / senza scampo di Kierkegaard / e le maledizioni dellantico / testamento
» (ibid.,
p. 189) e indirizzare verso «un processo di idrogenazioni
» (ibid., p. 188),
una pura ideologia fonetica, quasi ad libitum, dove, a partire dalla
punteggiatura, tutto è appena accennato, in un tempo ripetitivo e divagante, che gli
permette di confluire i suoi detriti linguistici, passando per una glossolalìa maxime,
nel regno del Nulla, dellOrigine, appunto, con una raffinata eloquenza
antifrastica. La glossolalìa (maxime) di Villa sia intesa semplicemente come
mezzo mediante cui si può approdare a un logos primordiale, a una non/parola (o a
una parola ancora in germoglio), allindicibile o alla nascita di esso, alla
negazione dellhomo veritas, in quanto è sempre il niente lego della
res: «Non cè più origini. Né Né si può sapere se. / Se furono le
origini e nemmeno. / E nemmeno cè ragione che nascano / le origini
», (Linguistica,
p. 173).
Anche questa antologia, come la coliseumiana Opere poetiche I,
inizia col presentarci la poesia Parole silenziose, tratta dalla prima raccolta di Villa, Adolescenza
(La Vigna Editrice, Bologna, 1934), in cui nulla lasciava presagire (ma nemmeno i
testi susseguenti qui raccolti, a dire il vero) larte grande della sua maturazione
artistica. Qui la parola si fa portatrice di un io classico, abbastanza
intimistico. Lo sperimentalismo progressivo e tagliente dei componimenti che si
susseguiranno negli anni, di cui ultimamente, tra le altre, (con un saggio e a cura di
Tagliaferri) sono uscite le 12 Sibyllae (Michele Lombardelli ed., Castelvetro
Piacentino, 1995), è del tutto assente: il poeta ha ventanni nel 34,
unetà per cui la parola sa solo accendersi del romantico suono che sprigiona, del
proprio tempo (anche se a ventanni un certo Rimbaud
aveva già scritto le Illuminations), un tempo bizzarro ed incerto: «Sè
accesa la parola del mio tempo, / E lieto sul fondo degli anni, / Come nella melma del
naviglio / Acqua madagio; e passo
» (Parole silenziose, in ibid.,
p. 28).
La seconda raccolta poetica Oramai, sulla quale si sofferma
ampiamente Spagnoletti nella sua introduzione («Il tono costante di Oramai, quello più
autentico, rientra nel registro elegiaco, tra malinconia e esaltazione panica, da
intendersi anche nel senso di paura, smarrimento» (p. 10), vide la luce nel 47,
dopo tredici anni dalla prima che servirono al Villa per costruirsi accuratamente, con
puntiglioso puntiglio, una scrittura che non tenesse più conto del referente tra
significato e significante, ma che andasse ben aldilà di ogni nesso strutturale, di ogni
contaminazione, arricchita da una lingua dialettale come quella milanese che aveva
tradizioni ben consolidate. Dalla fase dialettale (qui solamente accennata con Di volt,
una lüsnada, p.84; Verso Corsico, come alla diva di Butrinto, p. 96; La
partenza, p.126) al garbo caritatevole, allinquadratura di unambivalenza,
dopo aver assaporato a piccoli morsi Sì, ma lentamente (p. 145) e La tenzone
(p. 159), il passo è breve, e tutto sembra giustificarsi attraverso la malinconia di
certi versi come questi in E ma dopo: «se con la lingua dei vangeli semitici il
vento lecca / i cardini gli stipiti e nelle filiture / le uova della polvere
disseppellisce e una secca / luce e le semenze scure nelle crepe qua là là / e
dappertutto / è se // se il vento affonda nella proteina il morso / e nelle radici degli
sterri e trivellando il dorso / delle locuste trema e scatta / la traiettoria
delletere omogeneo (se minimi per minimi dà minimi / e retrattili abissi) // ed è
se tu usi con le mani specificatamente usuali / laria come fosse una matita di
cristallo, / come un ago / sfrenando la misura il palpito numerato la superficie /
[
] / lintimissimo prisma delirante e della raffica / la curva medesima, ma il
puro / omogeneo: lidea
» (Contenuto figurativo, in ibid., pp.
180-81). Siamo nella versificazione di un possibile disgregamento che si rassegna agli
accadimenti minimi più che negare o smarrirsi nelle convenzioni e conformismi del tempo,
affiorando in modo assai insicuro, e per certi aspetti diverso, dalle esperienze ermetiche
dellUngaretti e della "seconda generazione".
Almeno per certe situazioni in cui "defluiscono
i veli mitografi delle superficie moltiplicate", giuoca un ruolo predominante lo
studio sulle lingue semitiche antiche, quando "le pietre erano gli dèi",
intorno cui il poeta depone accuratamente e in modo "pratico, le arterie numerate
a una a una", gli exempla, il logos dellorigine, il fonema puro, la lingua
affrancata dai codici e dalle norme. Una linguistica smisurata di un non campo semantico,
articolata da suono a suono, disorganica (per volontà dellautore), composta da
frammentazioni parodiache che scavano nel profondo delle situazioni per accumulo,
universalmente originali che gli consentono dimpadronirsi di unanalisi
sperimentale dove il segno si fa altro, "narciso" per esigenza, funzionante
almeno ab origine tra toni e sequenze diverse, anima anarchica nel senso politico e
poetico.
Lantologia comprende inoltre, in modo meno organico di Oramai,
altre raccolte, di cui si è già detto (Sì, ma lentamente [1941/1954], La
tenzone [1948], E ma dopo [1950] e tre testi da Diciassette variazioni su
temi proposti per una pura ideologia fonetica [1955]), che appartengono, diciamo
così, alla fase intermedia del percorso poetico di Villa, ma che già lasciano
intravedere unistanza autentica di quella voce cosmogonica e ipertrofica che ne
hanno fatto un grande poeta. Ma è negli anni 50-60 che inizia la vera poesia
di Villa,
gli anni in cui diserterà le varie correnti venutesi a formare, il ritorno del dadaismo e
del surrealismo (che ha studiato nella loro forma primaria), "rifugiandosi" in
Brasile, dove viene a stretto contatto con le avanguardie del luogo, arricchendosi del
visivo e del sonoro, instaurando una nuova stagione che lo vedrà interessarsi di arte,
non solo come critico. Scrive poesie in un francese particolareggiato, in inglese e in
portoghese maccheronico (in omaggio alla terra che laveva ospitato), alcuni
bellissimi saggi sullarte (uno strepitoso su Lucio Fontana e il Concetto spazialeAttesa).
Già, il francese, la lingua della noble art, la lingua doc,
la lingua che Villa prima fa sua e poi la varia magistralmente (si veda a partire da Heurarium
[1961]) come aveva fatto con litaliano, adattando al suo già funzionale
linguaggio primitivo, i precetti di Duchamp, le teorie dellimpersonale di Mallarmé e di Eliot,
la poesia come rapporto tra le cose e le parole, il linguaggio fonematico di Roussell, i
modelli Pound e Joyce, il lettrismo di Isidore Isou, per una metonimia infinita che eludesse la
convivenza con la propria lingua (litaliano), ormai dichiaratamente vecchia e
obsoleta. Si tratta di unextralingua, una «giustapposizione dei linguaggi,
vagamente simile a quella inaugurata da Pound nei Cantos, [
] una litania
sontuosa [
] raccordata nello svolgersi delle variazioni: italiano, francese,
inglese, milanese, spagnolo e antico provenzale [
] si alternano, inghirlandati di
citazioni latine, come per dimostrare la possente fertilità del mito della torre di
Babele» (Aldo Tagliaferri, Parole silenziose, introd. a E. Villa, Opere
poetiche vol I, op. cit., p. 14). Detriti, detriti («sélargissant ces
jourslà / chiudi!!! ti prego in chelingua / ti dovrei mozzicare // doù
sortelle lextase issue / de lempériture vertégal? le sel la soif?», Le
gran ruban, in ibid., p. 234), ancora detriti, unesplorazione "sul
cielo del parlato", nelle fessure dellinconcluso, "in fondo a una
giornata corrosa per i chiasmi".
Pound diceva che un nuovo verso o una nuova parola possono richiedere che
si riscriva mezza poesia per renderla coerente; Villa la riscriverebbe per intera, "prima
che la monotonia crisalide si schiuda", fedele comè al Michaux di: «Quando scrivo, subito è per cominciare a inventare. Non appena
linvenzione viene fuori, ecco, mi metto a presentarle sbarre di realtà da ogni
parte, e dopo aver ottenuto questo nuovo insieme, a presentarle altre sbarre più reali
ancora e così, compromesso dopo compromesso, arrivo, bèh, arrivo a quel che scrivo, che
è invenzione presa per la gola, e alla quale non è stato dato il bel vedere che le
sembrava promesso». Si può arrivare alla funzionalità del linguaggio inventando
continuamente, lontano da ogni centro o richiamo o divinità o posizioni strategiche, con
una non/parola che assicuri una nomenclatura asoggettica, fuori della convenzione
convenuta, trascritta e tradotta: una letteratura racchiusa in clan, che gira intorno a se
stessa, rischia di morire ancor prima di nascere.

Marisa Papa Ruggiero
Sentieri
oltre il testo (variazioni sul tema "La Signora del labirinto" da una mostra di
poesia visiva di Stelio M. Martini al Centro M. A. di Napoli)
Possessione e resa, accentuazione della
sensibilità percettiva, sospensione intermittente del senso didentità laddove è
lidentità del luogo che si percepisce come propria
queste, le prime
sensazioni di chi sinoltra nei suoi meandri. Di chi ad occhi aperti e con ragione
salda muove i passi nel territorio delle sembianze, delle duplicazioni, delle false
certezze in uno spazio allapparenza curvilineo ma che continuamente e in modo
impercettibile corrompe le sue linee dilatandosi in andamenti sinuosamente ellittici, per
tornare poi a comprimersi, in lentissima condensazione, come attorno ad un ipotetico
centro.
Cercare lei, Arianna, può voler dire
intrecciare segni intorno a una presenza che resta inafferrabile. Una presenza che di
quella circolarità è unica custode, è ogni suo punto, ognuno sviante, che depista lo
sguardo e occulta le tracce. Una circolare "presenza" che riflette come in una
conca specchiante lirriducibilità della mancanza.
Cosa sono quelle reti e trame e cifre
alchemiche se non i dispositivi umani per tentare di colmarla?
Può accadere che lei, inseguita, raggiunga
linseguitore dalla parte opposta. Che questi continui a cercarla ignorando di
restare braccato tra le sue stesse reti. Ma, di certo, deve presto aver compreso che ella
preferisce non mostrarsi apertamente: è il luogo che di lei continuamente parla. Luogo e
nome coincidono, entrambi partecipi dellessere non cosa: mera traccia
oscillante sfuggita allinespresso; non altro, forse, che la possibilità della mente
di pensarla. Una traccia che comunque segnala in velocità uno spazio deducendolo dalla
vibrazione molecolare del moto che produce; ne elettrizza i punti di contatto attraverso
un segno che sotto le dita si fa vibratile, intrico di ritmi avvolgenti, scrittura
ossessiva e rischiosa tra silenzio e gesto, tra improvvise voragini e fughe di ritorno
lungo spirali eccentriche in sussulti e contorsioni, quasi un dipanarsi febbrile dello
sguardo istigato dal gesto che torna daccapo, che imbroglia il filo, lo sbroglia
Seguire Arianna può essere tracciare i suoi
confini tra una periferia e laltra passando per il centro opponendo al vuoto dediche
in memoria e sprazzi di vissuto, crittogrammi e geroglifici disposti di traverso, dove
uscita e ingresso si scambiano le parti, sinvertono di posto sicché né luna
né laltro appartengono allartista per intero.
Accade che egli a tratti ne esca, che cerchi
di venire fuori, di fuggire. Ma fuggire è entrare in un punto diverso del recinto, dove
il sistema torna a ricomporsi, dove tutto di nuovo prende nome per nuovamente perderlo.
Pensare Arianna non può che essere istituire
un rapporto con sé e il limite, con sé e laltro, a partire dal trauma che
graficamente lo accompagna, ed attirarvi il riso che in spinte contrarie comincia a
propagarsi. Può accadere anche, per chi la cerca, dimbattersi nella "sembianza
agghiacciante che azzera le figure" ("Geroglifico del volto") o
viceversa, di cercare scampo riavvolgendosi al filo, in regressione ostinata, tentando di
risalire al punto dorigine, al luogo della prima traccia, al suo volto inappagante.
Ella esige che questo luogo lo si varchi
dallinterno. Che si varchi una zona compresa tra due soglie, una zona che raccordi
due distanze: non più che uno scarto irrisorio, oscillante prodotto da un riflesso, che
lo specchio disposto lì, nel centro, raccoglie. Arianna è questo divario/connubio se vi
è uno specchio a dirglielo.
Ma è davvero lei? Non è, piuttosto, la sua,
immagine rovesciata, al di là dello specchio, di colei che non conduce il filo ma lo
nega, che è là, di fronte alluomo per legarlo al suo stesso nodo? ("Volevi
questo? Prendimi")
Il segno crescendo su se stesso rende il
tempo visibile, gestisce una sorta di topografia del vissuto intorno a un recinto che non
trova definizione statica ma che si ramifica in variazioni anamorfiche, in un succedersi
di visuali sceniche dove ogni luogo è un altro, già altrove, già pronto ad assumere
diversa collocazione e significato fino ad esorbitare da supporti e cornici. Non cè
che seguire quei segni, trasferirsi nel loro stesso enigma, entrare a far parte della loro
visualità.
È su questo terreno che la dinamica
percettiva gioca nel suo sorgere la sua partita doppia col senso. Un "senso" che
simultaneamente sotto i nostri occhi diviene altro da ciò che la successione delle
parole normalmente dichiara. Un senso che esibisce qui ed ora, la sua privazione,
la sua avvenuta disgregazione nello "smontaggio" fisico/semantico di ciascuna
lettera, ciascuna intagliata, messa in posa, come isolata in se stessa e tuttavia visivamente
collegata al flusso del movimento a cui tutte insieme partecipano. Un altro senso,
la cui chiave è custodita, ancora una volta, là dove deve trovarsi: nel nucleo della
facoltà percettiva stessa.
A tratti, alcune aggregazioni di parole si
stagliano fuori circuito schizzate via come schegge roventi: "Ideogramma
dellidentità", "Meandro cieco", "Geroglifico
dellorigine", "Infelicità dello specchio", come a forzare nuovi
indici di resistenza tra più luoghi mentali, tra idea e sua rappresentazione, tra
desiderio e privazione, tra abbandono e accoglimento.
Procedere verso Arianna, inoltrarsi nel luogo
che la genera è, ancora, aprirsi al suo divenire, interrogarla, farsi ascolto del suo
silenzio. ("Disegnami nelle tue parole. Esplorami")
In volute ampie la mano circonduce a sé il
vortice delle lettere fino a farsene recintare; custode di quelle ed ospite al tempo
stesso, il possessore dei segni ricompone in fotogrammi successivi e in ripetizioni
differenti strati di materia e molecole memoriali in un unico abbagliante accumulo
vertiginoso da cui scaturisce, per necessità ottica, leffetto opposto del
dissolvimento. È qui che la comunicazione si sospende, e qualcosaltro, di più
impervio, di più inquieto, inizia.
Incontrare ora, Arianna, può voler dire
trattenersi nel luogo ottico in cui "frattura" e "sutura" convivono,
in cui "inizio" e "ritorno" sinscrivono nella stessa curva per
dimenticarsi.
Ma ospitare lei e infine, possederla, è
sempre, nel medesimo istante, tradirla. È mettere in opera trasgressioni e travestimenti,
continue strategie ludiche per destabilizzarla.
Al di qua, è ancora una volta il vissuto,
col suo carico mnemonico ad opporre alla metafisica dellinquantificato, alla
dismisura della mancanza limperio dei congegni minimi, di ciò che si dà per
attimi, in sottilissimi equilibri, che si scandisce in segni, in sillabe, in segmenti di
parole, per esempio. Ella parrebbe mostrargli, raffrontandosi a lui, ciò che nella prassi
ordinaria luomo tende a dimenticare: ognuno di quei "congegni" è in
qualche misura un indicatore di senso, il nuovo anello che lo salda a un successivo
evento: quello stesso che manca alla catena delle perdite per le quali riconoscersi, ed in
esse, appartenersi.
Di nuovo la Labrys: la cui idea trova
la sua corrispondenza grafica nella visualizzazione di un percorso esperito solo
mentalmente. Un percorso in progress, una indefinita tessitura dove le innumerevoli parti
del volto di Ananke si susseguono inesauribilmente senza mai ricomporsi. Un percorso che
la memoria delle parole dipana attuando di momento in momento il suo ingresso nella
scrittura. In una successione di soglie, ognuna visibile, e almeno in questo caso,
tangibile. Visibile ognuna, fino allultima, quella sempre mancante che dà nome al
"Recinto".
Entrare nella scrittura è entrare in ciò
che è mancante per svelarlo, nel punto in cui la curva del divenire sta per avvolgersi e
una nuova sfida con limmagine si annuncia, sembra dirci lautore. Come non
credergli?

Antonio Spagnuolo
Il
senso scritto di Ranieri Teti
Celata, allusiva, ipotetica, implicita come
luogo estremo, ancora una volta la poesia spezza il discorso per dare spazio ad un soffio
(pneuma) riconquistando le labbra per la parola enunciata e non ancora ascoltata.
Non si celebra nulla di utopico, ma, nel
mettere in fuga gli eventi, la visione, che è significanza, rincorre a più livelli
levocazione onirica della memoria a brandelli, ove lintreccio si ripulisce
dallaccumulo, provocando la crisi della rappresentazione per un elogio della
trasformazione.
"dagli scogli
alfabetici dai valichi nella ripetizione dei
minuti per tutti i
reliquati, quello che rifluisce a dis-
misura al punto che
moltiplica differenze, per ogni
volume allinizio o
parola divisa, per indici e indizi
a tutte le intenzioni di
passo andando, vacanti a
quale grado dangolo
la partizione la prospettiva
nella traversata del vano,
nel silenzio che si sfoglia
in marmo dai rilievi come
osservazioni, solo nei
frammenti solo
nellandamento o in esilio" (p. 17).
"La voce del poeta scrive Tiziano Salari nella nota critica
esce dal silenzio e dallombra, cioè dal luogo dove dimora e da dove rinasce
attraverso la scrittura. È nellabbandono allinfinita inessenzialità della
sua finitudine e singolarità, il punto a cui non è giunto, ma in cui è da sempre
avvenuto e sta avvenendo, che il poeta scopre con un soprassalto la spazialità in cui si
trova ad essere".
Una miopia storica diviene spazio di libertà
a mutare categorie fuori della realtà, a rimodellare azioni che sono rimaste sospese, o
al contrario un evento storico, consapevole della sua stessa vanità, si decora in
metafora per una nuova apparizione. Il senso del tempo riconquista gli specchi nella
ulteriore dissoluzione, così che un volto apparso sulla superficie dellacqua può
andare al fondo senza distogliere lo sguardo del riflesso.
"luoghi ulteriori in
vitro verticali nel correre
specchiarsi in risonanza a
modulazioni di zona
in sequenze balla dentro
incorporei letterali
frequenti accelerando a
domani volumi e domani" (p. 42).
Nel suo farsi la lingua, veicolando di
cariche semantiche, recupera quei margini e quei bordi che la parola attesta, facendosi
acquiescenza, scommettendo contro il segreto della conoscenza, e aggiungendo registri alla
propensione del distacco per evitare di ricadere nel vissuto, corpo della ragione e fiato
del silenzio.
Nel proporre scelte aperte al
"soffio" inatteso, Ranieri Teti conosce bene i suoi strumenti: ha cultura da
proporre, suoni da celebrare, ossessioni da rimuovere, quasi sempre con toni che
scandiscono la raffinatezza del ritmo.
"se tutto vero tutto
immerso in soglie
tra la pagina bianca la
pagina dietro
per ogni pur vero o solo
immaginato
esito di altri a degradare
per assenze
per interposti mancare
latenze mostrando
in studio in audio lacerti
per stanze vuote" (p. 12).
Non nuovo al tentativo di re/interpretare il
pensiero lautore ci offre un suo linguaggio confortato da una rara capacità di
erosione progressiva e di evasione linguistica.

La
biblioteca di Risvolti
a
cura di Pasquale Della Ragione
Domenico Cara, Cardini
macerie flumina, Sabaini Editore, via Camerini 6, Milano, 2000, pp. 112
sai, limmobilità non
sbaglia, non si
china per prendere monete,
né si fa premere
da una lusinga del suono
diseguale;
piuttosto tende
lorecchio bleso al male
di ogni possibile evento o
penosa voluttà;
perduta lultima luce,
striscia in ogni caso
sugli accesi sguardi di
coloro che amano
il beige, e dei trucchi
fanno dimensione,
misura alfabetica
dellio che riaffiora
da strappi e castelli di
entusiasmo,
da cui molto sinoltra
la preghiera di palude
prima di leggersi disfatto
o velato (p. 79)

Osvaldo
Coluccino, Appuntamento, Anterem Edizioni, Via S. Giovanni in Valle 2,
Verona, 2001, pp. 72
Teatro
interrotto
Nel porticato è un giorno
in meno.
Colombine svenute le
maschere audaci
E i piccioni ritardano i
ricami.
Vedi allora il cloroformio
turchino
Buttarsi, dalle mani
appagate,
Accanto alle spume
dellaiuola.
Vapore delizioso sul poco
eterno
Per elaborare le risa che
ancora tremano
Impigliate in un balcone
senzargine.
Se è devozione che ha
resistito,
Può darsi la sera sarà il
"golfo mistico"
E una salma risalita. (p.
24)

Enrico
Fagnano, Avvistamenti, autoedizione, Napoli, 2000, pp. 48
Una cena
sofisticata
Ci sedemmo e chiedemmo il
menù.
Il cameriere ce lo portò.
Sette chili di lacrime
un serpente dietetico
cadavere di tibetano
farcito
un metro e mezzo di lingua
sleccacciosa
quattro timbri di lattice
un sospetto ed una
margherita.
Da bere,
vino azzurro degli scavi di
pompei
oppure birra scura
tumefatta.
E per finire,
gelato ammuffito della
patagonia
caffè giallo rinsecchito
ed un lungo verme
imbalsamato.
Decidemmo di andare a
mangiare in un altro posto. (p. 11)

Gio Ferri, Spazi
spastici - Quartine terapeutiche, Piero Manni Ed., via N. Bixio 11/b, Lecce, 1998,
pp. 64
XXV
ah storpio vate dal mùtilo
verso canti la memoria
e piagni lorfica istoria
neghi il melmo brolo e
rùtilo (p. 30)

Oronzo Liuzzi, Nuvole
di gomma, Edizioni Riccardi, casella postale 32, Quarto (NA), 2001, pp. 32
6
....fischiamo la canzone
amata nel caos della città ne
llo scarico delle marmitte
con le rondini affumicate in vol
o.....balliamo la canzone
tanto amata nel traffico esor
cizzato dalla pubblicità
ed inno nazionale....abbiamo
perso caro amico ti
scriverò dopo lultimo canto del cigno
..............................................................................
........................un
sorriso prego nel dramma della sch
izofrenia
giornaliera.........nel VHS........nella banalità
dellarte.....un
sorriso prego nelle frasi che si scompon
gono e si frammentano nello
spazio embrionale del teatro..
................................................................................
.......si applaude al monco
cortometraggio sfuggito al consu
eto linguaggio
televisivo......................................(p. 17)

Eugenio Lucrezi, L'air,
con disegno di Carmine Di Ruggiero, Edizioni Anterem, Verona, 2001, pp. 56
Scende giù per le scale
guarda oltre la porta
aperta
vede un punto di verde
sommerso
nella poca luce
nel grigio polveroso
dellingresso.
Nella cornice della seconda
porta
vede un giallo cordiale
e una donna dal lungo
sorriso
accovacciata in reggiseno e
mutandine
su una corona di spine. (p.
18)

Riccardo Martelli, Calamite
arimaniche e il senso tattico, Campanotto, Ed., via Marano 46, Paisan di Prato (UD),
2000, pp. 32
Relitto
nellinfinitezza della partita
mortificato da gracchi a
volo di pipistrello
su piccioni schiacciati
contro rostri del privatismo
essendo egli irritata
meiofauna
che scalcia sul money plan
senza tornaresorendiconto
con le intergamie di
Stanlio e Ollio
mosse per rincasare
sostenute
da finestre illuminanti
ritagli famigliari
verso lora dei
rigurgiti vitali
augurando un aneurisma al
lavorista
sarà un arcipelago di
cerchie di amici
che politicamente affiora
laria darea
dismessa la disperde
in siti degli appellativi
dei numeri di dio
Dopo intelligente movimento
senza palla (p. 20)
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