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dei redattori:
Carlo Bugli
Pasquale Della
Ragione
Giorgio
Moio |

n. 9
Marjinalia-continjentia
Importante:
i testi che seguono possono essere tutti riprodotti citandone la fonte e
comunicando alla redazione eventuali inserimenti in pubblicazioni di vario genere.
Profilaria
(Profili dei più
importanti poeti di ricerca del nostro tempo, attraverso i loro testi creativi.)
Arrigo Lora-Totino
(antologia
minima)
Obliquità

(1974)

Luce
ombra
.JPG)
(1976)

Nell'ombra
della luce

(1980)

Guerra
e pace
(1988)

Toccata cromatica
sarmonizzassi
labbagliante acquamarina con lamaranto
tal che laranciato
acceso si cangi in argento,
lazzurro carico
davana colorerebbesi
e il baio intenso morirebbe
nel bianco
né saccompagnerebbe
il bigio col cupo blu:
allora il rutilante biondo
sbiadiscilo in bruno
e scolora il carnicino
pieno nel castano
quindi il celeste profondo
in cinerino sfuma,
sebbene ceraso caldo il
cremisi abbronzi
e il ceruleo vivace
brìzzoli il paonazzo,
purché confondasi il
cremisi denso nel citrino freddo
onde il cupreo intorbidi in
sfumata fuliggine:
neanche così il rutilante
fulvo indorerebbe lindaco
se trascolorasse
loltremare acquoso nel nuvolato fosco,
quasi plumbeo scialbo
stingesse in perlaceo:
ma tempera orsù la
sfacciata porpora in zafferano,
screziala a chiazze col
viola crepuscolare,
picchietta il vago glauco
col turchino grazioso:
in aspre disarmonie
prismatici contrasti
digraderanno trascendendo
nellarcobaleno
in fondo al fondo dello
sfondo sempre più profondo
ove smorto grigio
illividisce nel perso, no!
no, chiaro rosa dal malva
fai trasparire,
poi di rosso accendilo in
sanguinoso scarlatto,
squìllalo di vermiglio,
doralo nel solfino,
nel giallo di giugno
ruggente grìdalo,
sebbene ruggine fallace lo
macchi, torba,
e stinta nel verde oliva
sbiadisca incerta
sempre più profonda nello
sfondo in fondo ove affonda
buio infoscato che il nero
negando annega
(1989)

Poema in 'gh'
quando lo sguardo inguaina
una guancia
il sangue langue e languido
sgotta,
guato la gola, angoscia
mangustia
allinguine ove
sguiscia di sguincio
langue e clangor di
guerre mi fingo
e maffiguro zagaglie
sghembe,
guglie daghi in
sguscianti sgualdrine,
unguenti di lingue a
guarnir linguine:
guizza la lingua e nel
guado sguazza,
nel guaìme di guazza
sgavazza
e slarga allunga allaga la
plaga:
che sgarbo che sgherro che
sgarro!
che sguerguenza di guitto
sguaiato!
che guaìto sgomento è
sgorgato,
sgombro e sgonfiato,
sgorbio e sgualcito
(in
«Terra del Fuoco», n. 13-14, Quarto-NA, 1991)

Paesaggio
a tergo successivo
lardente e violini in sordina
a dritta tra grano e
porpora saccende
laggiù in fondo la notte
illune sospesa
dinnanzi acerba freschezza
e flavo miele
a manca cielo la sera
rasserena
lassù oltre il chiaro
sinalba
alle spalle posposta la
viola arrossisce
a destra sinarancia
loccaso zafferano
nellabisso la tetra
pietra di tenebra cade
davanti più presso
rinverzica e biondeggia
a sinistra lapislazzuli e
zaffiri zampillano
dalle stelle candore di
marmo cala
allinterno
dellinfondo la foglia derba
luce beve e acqua e ne fa
ombra e latte
al centro piccolo a piacere
bigio plumbeo scialbo e torbo
(1991)

In
un balenio di balene

(2001)

D'infiniti
l'infinito

(2001)

Carlo Bugli
Omaggio
ad A. Lora-Totino


Pasquale Della Ragione
Omaggio
all'obliquità


Giorgio Moio
[prodigio
della parola]
ad Arrigo
Lora-Totino


Marisa Papa Ruggiero
Totinando
Lora in ago ritorto
organo al tiro irto
talora giro torino
intra logo rito ora
rotolano oTRI agri
intrigo ora orlato
lor attori a giorno
tra arti logo onori
rigor alto a torino
in gola ora ritorto
altro tiro ragiono
a gloria torno rito
Argomenti
(Argomenti e indagini di
eventi recenti ed attuali del panorama culturale internazionale, a cominciare da quello
napoletano, centro di cultura d'avanguardia tra i più importanti degli ultimi anni in
Italia ancora poco nota ai più.)
Giorgio Moio
Da
«Documento-Sud» a «Oltranza».
Tendenze
di alcune riviste e poeti a Napoli - 1958-1995
8. Gli anni ottanta: ovvero del qualunquismo
Se gli anni settanta hanno sentenziato una
totale trascuratezza nei confronti di una "letteratura alternativa" e
antagonista per far posto agli intrallazzi più vieti, a un narcisistico individualismo e
ad una conservazione/restaurazione dellimmobilità, gli anni ottanta hanno
rigenerato il gusto del qualunquismo e "personalizzato" di fare letteratura.
Dominio facile di ipnotizzatori televisivi, del demo-craxismo, della categoria del
postmoderno, si è cercato di azzerare tutto in nome del dio danaro, di pacificare le
azioni (le poche azioni degne di tale nome), un mutamento antropologico che ha colpito un
po tutti. «Indubbiamente, in questi anni cosiddetti postmoderni lidea stessa
di conflitto sembra decaduta definitivamente (non già che i conflitti siano venuti meno;
è venuta meno la prospettiva culturale e politica che sapeva riconoscerli).
Lassenza di profondità, lindebolimento della storicità, il nichilismo
morbido dominanti hanno avuto anche questa conseguenza» 1 . Insomma, gli anni
ottanta, rifiutando le aggregazioni importanti e vitali negli anni
sessanta/settanta hanno decretato una montagna di spazzatura, un appiattimento in
un post dove «un po tutti vi sono proiettati e però non si sa ancora bene
cosa sia» 2 .
Qualche accenno a uscire dallanonimato,
dalla solitudine viene dai festivals 3 , che nei primi anni hanno una
valenza importante e indispensabile, una forte aggregazione militante. E per un breve
periodo ritorna il gesto poetico (o la nostalgia del gesto poi/etico),
attraverso la voce del corpo, la performance. Nel discorrere alcune manifestazioni
pubbliche tra le più importanti degli anni recenti (alcune serate di lettura poetica
sulle terrazze di Castel dellOvo; una mostra di riviste napoletane
davanguardia operanti negli anni sessanta e settanta, tra gli scenari liberty di
Villa Pignatelli; un seminario sugli ultimi trentanni di ricerca letteraria in
Italia, nel superbo Castel SantElmo, etc.) ci si rende conto della necessità di un
ibridismo fluttuante, in grado di approfondire (creativamente) il carattere problematico
del quotidiano, le ragioni profonde di una commistione di matrici diverse, in luoghi a
volte angusti e umidi, dove le proposte non hanno bisogno di unoccasione particolare
per poter esistere: lontano dai vettori dellossequio, delle antinomie,
cè la possibilità, in larga misura inesplicata, di concrescere, di scartare anche
il più innocuo degli epigoni, la più temeraria delle omologazioni.
Queste manifestazioni si sintonizzano sulla
stessa lunghezza donda, alimentate da una scrittura dellhasard,
produttrice di quella cultura innovativa che Napoli ha sempre cullato, «lunico
luogo dItalia dove le posizioni poetiche avanguardistiche hanno resistito» 4
, mentre in altri luoghi, quasi a contatto di gomito, una digressione da essa, per il
predominio e la tutela di una scrittura dillusioni, di messaggi ipnotici, continua a
mietere vittime, ad annoiare con seminari accademici e uneditoria effimera.
Ma andiamo per gradi, non prima di aver specificato che non è la storia
di queste manifestazioni che ci interessa ma la loro voce accomunante, la spinta in
avanti: dare il giusto riconoscimento, ad esempio, alla Modern Art Agency del
compianto Lucio Amelio, galleria darte indispensabile al processo di sprovincializzazione
e al movimento del pensiero critico-estetico intrapreso dagli artisti e letterati
napoletani negli anni 60 e 70, di cui si è detto in precedenza, dimostrando
di saper pescare anche fuori, proponendo tra i primi quel Kounellis che diventerà poi uno dei più apprezzati pittori dellarte
povera. Anche attraverso il suo bollettino mensile, "Made In", elegante e
moderno, tra laltro col n. 4 (1969), appunto, tutto dedicato al pittore greco,
supporto e crocevia di una ricchezza artistica collettiva non solo napoletana.
Incominciamo da Castel dellOvo, che precede unaltra
manifestazione, ospitata in questa sede, qualche anno dopo: una esposizione di opere di un
nutrito numero di partecipanti, dal titolo Campania felix, curata da Matteo
DAmbrosio, dove figurano, oltre a poesie visuali, fotografie e film-makers. Siamo
nel 1980, anno in cui a Napoli e dintorni la terra trema come non mai, invalidando anche
quelle poche strutture degne di una metropoli che ancora resistono al degrado generale,
non solo culturale. È lanno in cui si dà vita a un festival internazionale di
poesia, curato dal solito DAmbrosio e da Felice Piemontese. Latmosfera
è quella giusta, in parte ereditata da un precedente festival romano e dalla
mostra Poesia a Napoli 1960-1980 5 . Le parole e gli interventi visuali
e sonori degli artisti presenti 6 , davvero tanti per laria di crisi
(poetica) che tira, si amalgamano con lo splendido scenario naturale del Golfo, con le
luci soffuse di via Partenope e con gli odori culinari dei ristoranti circostanti che si
toccano quasi con mano. E il fatto di incontrarsi cosa che in passato riusciva
difficile , di confrontarsi, di abbandonare le presunzioni, in questa terra
dallinvidia facile, è già un grosso evento. Lo scopo è di "esibirsi" in
una performance radicalmente off, esibirsi per la poesia e non ultimo fare
il punto, in un momento in cui la cultura sperimentale sta uscendo da una difficile
stagione (sembra, inoltre, aver smarrito la propulsione innovativa, soffocata
dallonda lunga di una poesia innamorata e di un neorealismo ad
oltranza), circa la vitalità dei vari gruppi e produttori di cultura davanguardia,
disgregati nellombra. Al qualunquismo si preferisce linteresse per la ricerca,
il creativo, la militanza, il confronto per nuove soluzioni da opporre al silenzio e al
dilagare di una parola tradizionale. Si deduce che la letteratura delloff,
sia pure "rinchiusa" in un anonimato dispersivo e contagioso, dimostra in quelle
serate di essere in netta ripresa, richiamando al suo cospetto anche un discreto pubblico.
Quindi, se la poesia mette in condizione linterlocutore di partecipare al suo gioco,
se gli va incontro, può anche piacere, essere ascoltata. Basta una diversa promozione,
quindi, alla poesia?
Lanno successivo, il solo Matteo DAmbrosio organizzerà un
secondo festival di poesia 7 , nello stesso luogo del precedente. Lo scopo di
questo secondo incontro è riaffermare limportanza della critica (più precisamente,
di unautocritica), dopo il depistaggio e loccultamento causati ai suoi danni,
"spostare lattenzione direttamente sui testi" 8 . Con Come
out. Parole, gesti, suoni, e immagini di poesia, nell83 (sempre a cura
dellinstancabile DAmbrosio) al "Teatro Studio Ausonia", per un
effetto di accumulazione verbale fuori dellordinario atto ad indagare negli anfratti
della parola (latmosfera del teatro poi fa il resto), si alternano in letture
poetiche, nomi noti (Franco Capasso, Franco Cavallo, Stelio Maria
Martini, Antonino Russo, Ciro Vitiello) e alcuni giovani
poeti (Mariano Baino, Alessandro Carandente, Costanzo Ioni, Marco Longo) di una Napoli
che vuole indagare fuori dellordinario, per un effetto di accumulazione
intraverbale, scarto attento però alle sollecitazioni di un cambiamento in atto
che coinvolgerà nel tempo altri giovani poeti (Carlo Bugli, Nora Catalano, Biagio
Cepollaro, Ariele DAmbrosio, Pasquale Della Ragione,
Salvatore Di Natale, Gabriele Frasca, Carmine Lubrano, Wanda Marasco, Tommaso Ottonieri,
Ferruccio Palma, Raffaele Piazza, Lello Voce, etc.), autori di una produzione letteraria
dove il rapporto col mondo si enuncia attraverso questa equazione: lo scrivere è = a
uccidere + soffrire + gioire. È Henri Michaux che insegna, «(
) per uccidere si
intende estromettere prima se stesso, poi dal mondo che lo circonda, quella zona di
realtà che fa parte del senso comune. Ma latto di uccidere, in chi sia dotato di un
minimo di conoscenza etica, anche se passa attraverso la gioia (la gioia di trovarsi di
fronte a un muro di parole nuove da erigere), appare strettamente legato al supplizio,
allautoflagellazione» 9 .
Di supplizi e autoflagellazioni sembra
impostata la poesia di Tommaso Ottonieri 10 , una poesia che partendo dalle
direttive della neoavanguardia, si confronta con lantica tradizione poetica
italiana, con spiccate differenze linguistiche però e fuori dellarea inerte del
postmoderno e dellio lirico. Varianti e ripetizioni di risonanze
"stilnoviste" ed endecasillabate, indeterminate (si noti il ricorso agli
articoli un-uno, come nella poesia che segue, che rendono appunto la struttura
poematica indeterminata, aperta ad ulteriori variazioni) portano in superficie versi
intrisi di musicalità, quelle differenze linguistiche che andiamo dicendo
"allinsegna del decentramento dell«io poetico" e delle sue leggi
imperative» 11 , allinsegna di una visione dinamica del mondo. Lotta al
"poetese", dunque, un giocoforza sulla parola, anzi, un "sostare"
sulla parola, un ripescare in letterature passate, seicentesche in primo luogo. Ammiccanti
variazioni agitano «lalfabeto, facendo perno sulla lettera per andare in giro a
cercare un significato e prendersi in giro» 12 :
È un Sostare
È un Sostare, un
Richiedersi Ogni Luogo
ed Ogni Sosta, un
Barricarsi al Luogo
Dentro Dove uno Starsi
Ci Richiese - uno Stare,
entro Alcun Luogo Dentro
Dove È
uno Starsi
Refusi o un Ritrarsi
sopra i Passi, Dischiusi
fra i Volanti, al Sé
Esclusi
o ad Ogni Dopo
Ogni Sponda È un
Districarsi, entro Alcun Luogo.
(da
È uno starsi, in Poesia italiana della contraddizione, antologia a cura di F.
Cavallo
e M. Lunetta, Newton Compton, Roma, 1989, p. 186)
Stesso discorso per Gabriele Frasca 13
: come Ottonieri, imbastisce il proprio discorso poetico sulle linee massime della
letteratura barocca e marinista, facendo volentieri qualche puntatina nel dialetto,
scavalcando così i crismi dei padri "ermetici" e "neorealisti",
nonché i poeti "innamorati", per uno sperimentalismo consapevole di
unoggettivazione dellio che trova nel plurilinguismo, ovvero negli anfratti di
una lingua antica e apparentemente "tradizionale" (anche qui
lindeterminato un in luogo di un non più certo il), le trame di una
poesia-non poesia, il districarsi giocando con le parole per dire qualcosa di contro,
contrario allesistente, a una storia acclamata dal sacro, dal tangibile, dallo
scontato, rivalutando, magari non prima di aver adempiuto a prefigurare e a
scorgere i lineamenti del "nuovo" istanze del passato, appunto, troppo
presto accantonate o addirittura fatte tacere:
non i versi
vano desiderare un vuoto,
un vuoto
per cui tornare dove già
sè stati,
per risarcirne i danni,
acché al moto
che muto spinge
soppongano fiati,
verbi, sintassi, come fosse
in questo
un senso che travalichi le
estati,
glinverni, i sogni, i
furti, e tutto il mesto
deluso, stanco,
caravanserraglio,
da cui, coi propri passi,
troppo presto
ci si separerà, sottratto
il caglio
del cuore alle parole,
senza trarne
versi, piuttosto il mondo,
spento abbaglio,
detto comè, solo
carcasse e carne
1987
(da Non i versi, ibid., p. 112)
Plurilinguismo, tendenze barocche, citazioni
senza specificarne la provenienza e irrisione che affondano le unghie nella carne della
parola per muoversi al suo interno, come un caleidoscopio, è piena la poesia di Biagio
Cepollaro 14 . È evidente una ricongiunzione tra linguaggio e potere, tra
linguaggio e politica «che nasce espressionisticamente dallo scorcio e allegoricamente
dal montaggio» 15 , esibendoci composizioni postmoderne, sia pure trasportate
nella mitica e "laudata" letteratura del passato. «Cepollaro procede per
eliminazione, sfrondando con mano ferma e impietosa ogni mezza misura e via traversa, per
giungere a impietosi flash dal significato ambiguo e polivalente» 16 :
Le vie del torace (1)
cercando mano la morsa le
dita che tengano
strette volubili verità
quelle dei sogni
o circuite
da incredibili geometrie
(il tempo scorre
tra quelle dita) dopo
venezia hanno città
sapore dacqua
sciogliendo linee e corpi
rossi in dissolvenza
pur di affidarmi
lopera blocchi portati a spalla
cristalli
umano si manifesta si perde
in gioco lo stesso
gioco puntellare un centro
contrastare vertigine
e implosione
(da
Le parole di Eliodora, Forum/Quinta Generazione, Forlì, 1984, p. 41)
Il plurilinguismo di lingue rimosse, lacerti
dialettali e citazionismo (a volte partecipe altre volte estraneo allinsieme dei
testi proposti o addirittura senza evidenziare la paternità, pratica che sovente sfocia
nel consumismo), adoperati da Lello Voce 17 , più marcati che non in
Cepollaro, ma con la quasi identica dissolvenza semantica, hanno, rispetto proprio
alla struttura poematica di Cepollaro, unamplificazione allegorica maggiore, un
recupero di forme antiche metalogiche, con lineamenti narrativi. Si tratta di una
struttura poematica, questa di Lello Voce, dove di denotano elementi di puro
sperimentalismo, quali labolizione di metafore, di simbolismi, dellio lirico,
anche se si tratta di un io molto presente ma è un io sensitivo e il
decentramento da una centralità della poesia, in una contraddizione continua dei suoi
significati:
VII
(Love Song)
[
]
(sio fossi foco, se fossi vento, amore,
se fossi acqua
i lannegherei
"senza un diletto,
inutilmente in questo
soggiorno disumano, intra
gli affanni
e dellarida vita
unico fiore"
(sio fossi acqua, se fossi vento
sio fossi foco, amore
io arderei
lo mondo
(donne, donne, femmene
gguaglione)
e per quanto riguarda le
tue
che le tagli, carlo, e le
disperi
è il nòcciolo proprio lì
nella mela
come graffiate
sul verde (acerbo forse tu o forse
ancora loro)
scavate le coste
(luocchie so langelle)
le storie sono pretestuali
[
]
(da
Singin Napoli Cantare, in «Altri Termini», n. 3-4-5, III serie, Napoli,
settembre 1986, p. 146. Di questo testo, essendo molto lungo, è stata estrapolata una
parte)
In Camera iperbarica di Mariano Baino 18
, il dato principale è il rifiuto di aderire ad una particolare area poetica;
lunica accettata dallautore è quella dellavanguardia della
sperimentazione, dei suoi molteplici codici, delluso creativo e molteplice della
scrittura fatta esplodere dallinterno, che conduce ad una ricerca di forme
scritturali "monche" e più varie, un montaggio e uno smontaggio, un gioco
dellartificio combinatorio (comune a molti altri giovani poeti napoletani) per
"accettare" poesie calligrammate, allitterate, surrealiste, plurilinguiste,
citazioniste, anagrammate, labirintiche, visive, giocose, in forma di prosa poetica, etc.
«Altrove il montaggio privilegia invece lessici specifici, come quello della strategia
degli scacchi o della teoria meccanica; vi si manifesta una rinuncia alla metafora e la
soppressione dellio narrante, anche se a volte affiora quello grammaticale» 19
:
razza
razione reale
reazione reagente
razionale
recidivi recinti ravvisati
reboanti recapiti
repliche repentine
residui rendicondi
reperti
resezioni
requisiti
(da Camera iperbarica, Tam Tam, S.
Polo dEnza, 1983, p. 10)
Quasi sulla stessa lunghezza donda del suo coetaneo Baino, si
sintonizza la poesia di Costanzo Ioni 20 , nel modulo di rifiutare una precisa collocazione, una
specifica area poetica, che non sia quella della creatività e comunque lontana dagli
strascichi lunghi della poesia "innamorata" e "neoromantica" che ha
indebolito non poco le poetiche degli anni settanta e ottanta. La ricerca di Costanzo Ioni si
avvale di intrecci tensivi di materiali di un sistema intertestuale, affidandosi alla
molteplicità della comunicazione, ai dialetti, a richiami diversi del "gioco della
variazione", delle convergenze di senso e non/senso, di logico-semantico e
non/logico-asemantico, il tutto sostenuto dal ritmo martellante e combinatorio delle rime,
allitterazioni, della sonorità di certi fonemi marcati da un senso sempre diverso 21
:
Correndo
nel vento
riprendo lintento
violento
coprendo lorrendo
che sento
Corrente
che offende
(le tende)
(stupende ma lente)
sapiente / e potente
si stende
e riprende
struggente
(da Prêt-à-porter, Miller, Napoli,
1985)
Rime struggenti, ancorché burlesche, sono
presenti anche in Anna Santoro 22 , la quale manifesta una spiccata tendenza al
"divertimento" palazzeschiano, allilare, allanagramma e allo
scioglilingua; alla filastrocca, al giullaresco, per un rapporto visivo e materico con la
parola montata e smontata. Ne viene fuori un verso flessibile e nervoso, autoironico e
diversificato, che è innanzitutto uno «sberleffo nei confronti delle idee correnti,
delle abitudini di parole e di comportamento, dei conformismi, dei modi usuali di vedere
le cose (
) [, un] anti-eloquenza, nemica non meno feroce di ogni
cedimento possibile al patetico, di ogni concessione alla grazia e alla decorazione» 23
:
Ho peli sulle gambe
e sulle braccia
qualcuno anche nel naso
ma non ho peli
sulla lingua
e neanche sugli occhi
Forse converrebbe
invertire le cose:
gambe lisce
silenzio e cecità
(da
Tra gangli bulbi e vene, Edizioni Periferia, Cosenza, 1987, p. 16).
Note
1 Romano Luperini, Sì, siamo
tendenziosi, in «Il Mattino - Libri & Arte n. 150», Napoli, 20 giugno 1989, pag.
I.
2 Generoso Picone, Vedi alla
voce post, intervista a Edoardo Sanguineti, in «Il Mattino - Libri & Arte, n. 172»,
Napoli, 2 gennaio 1990, p. 15.
3 Si ricordi quello svoltosi sui
terrazzi di Castel dellOvo, organizzato da Matteo DAmbrosio e Felice
Piemontese. Gli stessi poi, di quelle serate pubblicheranno, presso leditore
Pironti, unantologia, Poesia della voce e del corpo, 1980.
4 Rita Pennarola, Dietro la
poesia, tutto (intervista a Romano Luperini), in «La voce della Campania», Napoli,
novembre 1988.
5 I partecipanti a quella mostra furono: Franco Capasso, Luciano Caruso, Franco Cavallo,
Pietro P. Daniele, Giuliano Longone, Stelio M. Martini, Emilio
Piccolo, Felice Piemontese, Ciro Vitiello.
6 Nanni Balestrini (coi soli testi, perché allepoca
latitante), Gerald Bisinger, Henri Chopin, Corrado Costa, Tomaso Kemeny, Arrigo Lora-Totino, Giulia Niccolai, Amelia Rosselli, Adriano Spatola, Emilio Villa, Valentino Zeichen e i napoletani Franco Capasso, Franco Cavallo, Felice Piemontese
e Francesco Cangiullo (coi soli testi, ovviamente).
7 Perverso controverso. Il Festival internazionale di poesia,
Shakespeare & Company, Napoli, 1981. A questo incontro presero parte, oltre ai
napoletani già citati in precedenza (ai quali si aggiunsero Luigi Compagnone e Raffaele
Perrotta), Francesco Leonetti, Mario
Lunetta, Eugenio Miccini, Edoardo Sanguineti, Maria Luisa
Spaziani, Gianni Toti, Sebastiano Vassalli.
8 Ivi, p. 13.
9 Franco
Cavallo, Contraddizione e creatività, in Poesia
italiana della contraddizione, op. cit., p. 12.
10 Nato ad Avezzano nel 1958, vive
tra Napoli e Roma. Ha pubblicato, di narrativa, Dalle memorie di un piccolo ipertrofico
(Feltrinelli, Milano, 1980), Coniugativo (Corpo 10, Milano, 1984) e il volume
collettaneo Beat (Editoriale Aura, Napoli, 1984). Ha collaborato alle riviste
"Alfabeta", "Cervo volante", "Chimera",
"Limmaginazione", "Altri Termini". Come poeta, oltre che in
riviste, suoi testi sono inseriti in varie antologie: Segni di poesia/Lingua di pace
(Piero Manni, Lecce, 1985), Milanopoesia (1985), Letteratura degli anni Ottanta
(Bastogi, Foggia, 1985).
11 Filippo Bettini, Tendenze e
progetto, in Poesia italiana della contraddizione, op. cit., p. 328.
12 Walter Pedullà, Cambiare il
mondo, cambiare la vita, ivi, p. 314.
13 È nato a Napoli nel 1957. Ha
pubblicato: Rame (Corpo 10, Milano, 1984), Lime (Einaudi, Torino, 1995), il
romanzo Il fermo volere (Corpo 10, Milano, 1987) e i saggi Cascando. Tre studi
su Samuel Beckett (Liguori, Napoli, 1988), La furia della sintassi. La sestina in
Italia (Bibliopolis, Napoli, 1992). Ha diretto la rivista Plural ed ha tradotto
P. K. Diek, Un oscuro scrutatore (Cronopio, Napoli, 1993).
14 Nato a Napoli nel 1959, da
qualche anno vive a Milano. Ha fatto parte delle redazioni di "Symbola",
"Altri Termini" e "Campo". Ha pubblicato: Le parole di Eliodora
(Forum/Quinta Generazione, Forlì, 1984), Scribeide (Piero Manni, Lecce, 1993), Luna
presciente (Carlo Mancuso Ed., Roma, 1993). Nel 90 ha fondato e condiretto con
Mariano Baino e Lello Voce la rivista di letteratura "Baldus". È tra i
promotori del Gruppo 93 ed ha curato con Michele Sovente, Poesia in Campania
(Forum, Forlì, 1990).
15 Romano Luperini, introd. a Scribeide,
op. cit., p. 10.
16 Carlo Villa, Un meccanismo
inceppato, introd. a B. Cepollaro, Le parole di Eliodora, op. cit., p. 6.
17 Nato a Napoli nel 1957, vive da
qualche tempo a Treviso. Ha fatto parte della rivista "Altri Termini". Ha
pubblicato: Singin Napoli Cantare (Ripostes, Salerno-Roma, 1985) e Musa (Piero
Manni, Lecce, 1991). Tra i fondatori e condirettore della rivista "Baldus" e del
Gruppo 93, suoi testi figurano anche in varie riviste. Ha effettuato letture e
performances in varie parti dItalia.
18 È nato a Napoli nel 1953, dove
vive. Ha pubblicato: Camera iperbarica (Tam Tam, S. Polo dEnza, 1983), Fax
giallo (Il Laboratorio, 1993), Onne e terra (Pironti, Napoli, 1994). Ha
tradotto dal francese J. Fersen "Oppio - Poesie scelte" (Carola, 1990),
J. Lelj "Poèsies complètes" (in "Baldus", n. 1, 1991), G.
Demerson, Rabelais e la violenza (id., nn. 3-4, 1993). È presente in varie
antologie. Ha fatto parte della redazione di "Altri Termini" e condiretto
"Baldus".
19 Matteo DAmbrosio, La
ricerca letteraria a Napoli. Studi e interventi (1977-1987), Dick Peerson, Napoli,
1987, p. 19.
20 È nato a S. Giorgio a Cremano
(NA) nel 1953, vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato: Pret-à-porter (Miller,
Napoli, 1985). Suoi testi sono in antologie fra cui: La poesia in Campania (Forum,
Forlì 1990), Poesia della lateralità (Piero Manni, Lecce, 1993). Ha fatto parte
del Gruppo 93.
21 Cfr. Matteo DAmbrosio, La
ricerca letteraria a Napoli
, op. cit., p. 30.
22 Napoletana, ha pubblicato: Sestessenze
(Tam Tam, 1985), Tra gangli bulbi e vene (Edizioni Periferia, Cosenza, 1987), Per
corsi (Forum, Forlì, 1990), Album (LAraba Felice, Napoli, 1992) e il
romanzo In altro modo (Napoli, 1985). Ha partecipato a numerose letture e
spettacoli di poesia fonetica. Ha ideato e fondato a Napoli lassociazione LAraba
Felice; ha curato il convegno Centauri, farfalle e, appassionatamente, tutti gli
altri (Indagine sui linguaggi poetici); gli Incontri con lautrice, i Seminari
(teatro, musica, etc.), il Catalogo della scrittura femminile italiana a stampa
(C.P.E., Napoli, 1990) e la Guida al Catalogo della scrittura femminile italiana a
stampa (id.). Suoi testi sono apparsi sulle riviste "Tracce",
"Lettera", "Tam Tam", "Altri Termini", etc. ed è presente
in varie antologie (La Battana, Coscienza & Evanescenza, Bao Bab).
23 Giorgio Barberi Squarotti, Prefazione
ad A. Santoro, Tra gangli bulbi e vene, op. cit., pp. 8-9.

Marginalità
come variabilità della poesia
(antologia
minima)
Carlo Bugli
Thrashching
out


Antonio Carano
Rocco e il
barocco
Caro Rocco
cosè il barocco?
Larte di dire:
allocco!,
al vuoto autor pitocco
che con limitare
sciocco
uccide il vero: il genial
tocco.

Antonino Contiliano
L'alter
dei connettivi
ti @ nel 6 L della N J
: ( ) / ? / con frammenti
e
levento
o t o u v
di nuvole traccia
o
tracciate nuvole
così
voltando lambiguità
sempre
lindecidibile traccia
con
il dicibile quark
oltre
invisibili salti
altrove
clinamlimen onde
altre
grappoli del grano
altri
segni che il mare
sopra
frattali squarci volta
che
lala vorticale
allora
del tempo balla
alter
e non gioca
idem
se non inistante
tra
scena
con
spazio
e
tempo di danza alla pioggi
ah
dove connette la guerra
se
lordine è solo bomba
intanto
e la tolleranza
0
lintolleranza decolli
allora
dove roccia e giaguaro
di
eco siano suoni e fuochi
su
quantico bosco Higgs
inter
settembre 2000

Caterina
Davinio
E allora chiusero le
finestre
Spensero i sorrisi
Abbassarono palpebre e
tende
Serrarono le case
Mostrarono spalle decise
che
infilavano
porte, portoni, cancelli
dineluttabili
architetture
E gli alberi le avvolsero
austeramente
Le case chiusero braccia
amorose sui
loro abitanti
E la strada fu di un grigio
piatto e
deterministico
Il cielo esattamente del
colore del
cielo,
lacqua del colore
dacqua,
e il vuoto aveva il colore
più forte.
(da Fenomenologie serali, 1999-2000,
raccolta inedita)

Alfio Fiorentino
Oroscopando
la cacciagione disse
oroscopando
sul simulacro del suffisso
se tiene
né laccezione
soporifera
abbiamo stadere
sopra lattenzione
soporifera
purtroppo pre-dicendo
né il flusso
sul dattiloscritto dato
dopo lattrito
né il fienile
se avviene pre-dicendo
organigramma
organigramma soprattutto
se tacendo
sul suffisso dato
dopo lattrito
pre-dicendo

Eugenio Lucrezi
I
canditi di maldoror
a
Marzio Pieri
Cosa distanzia il corteo
remoto che si dilunga
come una biscia prosciugata
tra righe
di memoria, e pure vivido,
costellato
di onomatopee, di suoni che
bruciano infanzia,
di povere cose che gridano
al miracolo
se ancora senti la tua
Firenze che batte
ai tacchi svelti delle
segnorine, mentre
lasfalto puzza e fuma
sotto le sgommate
della militarpolice, della
jeep, della chewingum,
e al calar della sera, se
tu lo volessi,
se soltanto allungassi la
mano, toglieresti
dal muro ad uno ad uno i
manifesti
incrostati della colla di
tutti questi anni,
cosa distingue la fila del
pane della guerra
che fu la tua, la prima, la
più bella, dal corteo
che si dilunga come una
biscia prosciugata
tra scaglie doggi che
nascono già afflitte
dal male di aurore candide,
di candite albe
che si rifiutano ai canti?
A così tanta
esposizione di luci, di
clic, di flash,
ad una copertura così
estesa di frequenze, di chip,
di onde elettromagnetiche
delle più varie forme,
lunghezze, al crepitare dei
satellitari corrisponde
una qualche, unancora
possibile forma damore?
Satellites gone up to
the skies
cantava Lou Reed a New York
City, con le unghie
laccate di nero ai tempi di
Andy e della Factory,
things like that drive me
out of mind
cantava, e guardava dallo
spazio i suoi amici
pomiciare per giorni
interi, li guardava
in tivù grazie al
satellite, satellite of love,
era fenomenale, Lou, mentre
cantava e diceva
I like to watch things on
TV
proprio come direbbe la
casalinga di Voghera
dallo sguardo confitto
nella televendita,
mentre invece cantava
1amore porcellone e free,
Lou, mica il quiz show,
mica le caramelle
dei B 52, mica i canditi di
maldoror:
diceva gli amori glam e
dark, Lou, mica le albe
candide e gelate senza
canti e silenzi, ma piuttosto
farcite dei bang, dei rombi
degli QQQ,
dei crash, dei boom delle MMM:
siamo cosa senza
importanza, siamo buoni
perché gli dèi con i
canditi in mano paiono,
magnanimi, esattamente
quello che sono?
15 dicembre, 2001

Enzo Miglietta
Scritture


Giorgio Moio
[ai grandi
capitalisti]
tutto è ammesso in cuesto
mondo /
la globa(NA)lizzazione
FOR ALL ci devasta /
ogni giorno /
che passa /
che
bel
mondo
opulento! /
col televisore
ip-notizzatore /
tra(n)sgenique(BEC)ime FOR
ALL
tele(je)nicue
poco importa se i
bambini di nessuno
muojono di fame
o
dinfezioni da capitalismo
senzamanconabricioladedignità
ooooooooooo
imbracciano un
fu-cile(vocaina) /
& /
sparano
sparanooooo
senza fermarsi mai

Alberto Mario Moriconi
Paesaggio senza
figure
Tutto fuggente, sfuggente,
nulla
di un Vero:
e in me nulla di statico,
sì di labile,
no di torbido,
dinsincero:
cuore illanguente ché
troppha veramente
battuto;
laringe ardente per il
troppo, insulso
canto a un salso vento,
fraterno
canto, e per un fitto
groppo
di vario pianto. Per
dedali, ad un falso
di tramiti, morgane
ne rutilava, il
deserto e Utopie
spente: da Arpie e Gòrgoni
o sol violente esse
al pari parvenze?
forse anchesse poi
spente.
E tradito e ferito,
anchio spento
e
qui, ritto.
Da chi? Perché se sotto
e intorno a me,
nïente,
il brulicare dun
violento
niente.
(da Il dente di Wels, Pironti Ed.,
Napoli, 1995)

Marisa Papa Ruggiero
Marginalia
Il resto oltre lo scarto
né arioso né stabile
qui e ovunque abusivamente
a ripetersi
limperfetta formazione
in speziate grinze molecole
prende forma
solo ciò che si lascia
sullo schermo in sezione
esplosa
dissesto che si propaga
adesso poi non ancora
altrove
il resto di una lumaca
zoppicante al buio
dislocazione progressiva
di minime spinte liquide
srotolio di millimetri
istanti
assemblati distanti
il suo sommerso appartenere
non più udibile
lo spreco acido di un
godimento
2002

Daniele Poletti
Achiria I
Una riga tumultuosa sulla
strada pregna
di pregiudizio nelle ruote
cobalto
la vita era inceppata tra
la blatta schiacciata
in un crepito illuminante
e la lurida assenza di
mani.
Il viso colato
nellintrigo elettrico dei rami
non ho mani per assaporare
il tuo amore dissenterico.
Se il riverbero
che spasma
nellinudibile
sei linstabilità
cardinale
sei la mano rovesciata
che suona.

Aida Maria Zoppetti
Lala di un coleottero
gli faceva da segnalibro
Con i piedi scorreva una ad
una
le pagine: mille
Qualche passo avanti
Qualche passo indietro
Quando lalba
impaziente lo colse
aveva la testa al preludio,
la coda allepilogo.

Un'intervista
ad Aida Maria Zoppetti
a cura di Marisa Papa Ruggiero
Marginalità, come
sconfinamento, come eversione, come spazialità eccentrica, periferica (non
geograficamente), come esperienza di pensiero. Che accoglie in sé il dissimile, il
molteplice; non la parola, ma il suo divenire. Antitesi di qualcosaltro che si dà,
invece, come luogo fisso, privilegiato, concluso in sé. Nostro interesse è sondare in
che modo si apra alla dialettica del mondo lorizzonte della marginalità. Come, un
processo creativo, determini, attraverso le forme e i comportamenti del linguaggio,
larea che gli è più propria legittimandola nella coscienza estetica. I testi qui
presentati appaiono già illuminanti sulla linea scelta dai singoli autori, scelta, come
si nota, non soltanto teorica ma operativa. È a tutti chiaro che a nulla serve teorizzare
la marginalità senza esperirla in proprio accogliendone rischi e sudori, né sarebbe
concepibile intenderla passivamente chiusa in se stessa. La parola, dunque, ad
unautrice, Aida Maria Zoppetti, da tempo operante nellambito della poesia di
ricerca.
D. Ci definisci i
termini della tua scelta personale? Qual è poeticamente il significato che dai alla
marginalità?
R. "Un peu
de ce que nous avons été et surtout de ce que nous devons être, gît obstinément dans
les pierres, les plantes, les animaux, les paysages et les bois".
Gît:
riposa, giace. Artaud
doveva conoscermi un po, per scegliere la parola più opportuna a definire la mia
scelta in materia di poesia: il collocarmi, lo stare distesa accanto ad una pietra, sotto
un albero, ai margini dellesuberanza della vita.
Io non so bene come sia
cominciata questa storia tranquilla, ma ero qui, una metà mattina del secolo scorso, e
guardavo una formica passeggiare lungo i gerani. Rosa.
Non credo di averlo
fatto apposta! Rosa erano i gerani e rossa la formica.
Ho pensato che questo
fosse tutto ciò che desideravo transitasse ai margini della mia e della loro voce. Fu
così che la volontà simpose: la natura diventò loggetto della mia
ri-creazione.
I termini della mia
scelta furono linizio di un percorso, il debutto di un insetto sulla quinta di una
strofa. In quanto alla marginalità, ti dirò che apparve, fin dallora, ben
evidente: la formica camminava sullorlo di una foglia.
D. È dunque
"centrale" questa tua scelta di marginalità poetica?
R. Musicalmente la
nota centrale è quella intermedia, tra le basse e le acute. Mi riconosco, in questa
accezione, la delicatezza del suono, la proporzione del ritmo. Se invece
"centrale" ha una sua connotazione "fondamentale", allora risponderei
che è tutta una questione dattitudine allattenzione, ai suoi spazi. Per
ascoltare bisogna spegnere tutto ed uscire. La mia traiettoria ha preso una via differente
dalle strade che la poesia è solita frequentare: non esiste, per esempio, luomo.
Luomo è una figura dominante, fulgida, insostituibile? Via, dunque! Io cerco in
penombra lo stupore e i mezzi per perseguirlo. Non è nella natura della poesia
dessere e restare sotterranea? Ben vengano i roditori!
D. Inevitabilmente
il problema del margine apre quello della comunicazione che si presenta comè noto,
poco permeabile e in molti casi inaccessibile. Quali sono gli spazi operativamente
percorribili per una poesia così orientata?
R. La comunicazione
mostra i percorsi più ripidi quando è permeata dal desiderio di raggiungere ascolti a
volte lontani, distratti. Credo che la poesia si presti invece a sedurre senza chiedere, a
farsi accogliere con la leggerezza che è propria di un incontro inatteso.
Per quanto riguarda la
percorribilità dei canali editoriali, laccessibile diventa sovente questione
dincontri. Tuttavia, a fianco delle grandi, non di rado le piccole case editrici
hanno una dignità così bella, un tale diligente rispetto da sovrapporsi, da sormontare
le altre. E la faccenda della predominanza si morde la coda.
D. Appare chiaro,
almeno nella maggior parte dei casi, che una cultura che si misuri criticamente con la
marginalità mette sempre in tensione il linguaggio, riscattandolo
dallintorpidimento e daIlovvio per vivificarlo ai mutevoli processi della
realtà. Quanto è determinante, in poesia, il rapporto col reale, col tangibile, col
contingente?
R. Alcuni autori
attingono il proprio nutrimento dal prosaico, dal presente storico, dal quotidiano. Altri
ricercano nelle parole un sentimento di presenza. In me il rapporto col "reale"
si rende tangibile nella volontà di giungere ad una poesia oggettiva, quel "reale
assoluto" sollevato dal peso della concretezza e liberato dallimpresa della
soggettività.
"Je
nai jamais su dire la couleur des yeux", Breton svelava limpossibilità di totale aderenza alla vita con la
prestidigitazione delle immagini.
Quel che i poeti
vorrebbero dire è il reale che dimora al di fuori del linguaggio o di colui che lo sfida.
Il duello testimonia che il prezzo di una parola non è la certezza che, imponendosi,
convince, ma piuttosto la sua mancanza, lassenza, lincertezza contro la quale
si dibatte. La poesia esiste nel suo cercarsi.
D. Elaborare la
marginalità per lartista è anche accoglierne la doppia immagine, reale e riflessa,
insieme. È sapersi soggetto attivo e oggetto di esclusione occulta o dichiarata da parte
del pensiero dominante. Credi che sia questa scelta di "esclusione" il punto di
forza di unazione culturale? E se lo è, come e a che livello riesce a incidere
nella realtà?
R. Ehm... ma quando
arriviamo alle domande sostanziali? Del tipo: "Come stai?" "Che tempo
fa?" "Tutto bene in casa?..." Che io su quelle ero molto preparata. Mi
sarei messa lì con un sorriso, un ombrello, un sospiro e avrei lasciato che la mia
immagine incorporea ed ineffabile si stemperasse in tre soli movimenti.
Per giungere al punto,
il poeta è escluso o esclude, autoescludendosi? La seconda ipotesi sembra riflettere in
modo più fedele la realtà che mi appartiene. Lautoesclusione è già in sé un
atto creativo, è la scelta di modellare e abitare un mondo in cui le regole non vengono
imposte se non dalla stessa natura poetica che lo informa, è la scelta di allontanarsi da
immagini fuori posto e misura per orientare la parola verso linstabile approdo del
sé, della sua indefinibile centralità.
Quando la strada si fa a
gomitate, quando il percorrerla impone stremanti criteri, il camminare sugli argini rende
al viaggio la sua forza.
È alla presenza di
questo insospettabile incedere che la realtà del presente si arrende, ripiega le sbarre
consunte dalluso, si rassegna al nostro passaggio su binari che non la fuggono, ma
consapevolmente la superano. Quasi si trattasse di un gioco. Come quello dinventarsi
il futuro.
D. Abbiamo fatto
cenno a spazi possibili per la poesia, ma la poesia è soprattutto tempo. Può essere oggi
valido il concetto di "stabilità durevole" (caro a determinati schemi
dellestablishment culturale) o quello, ben diverso, di relativo, di variabile, per
una poesia che sia traccia visiva, verbale, sonora, gestuale, a seconda dei casi
per altro sempre prossima alla dispersione?
R. Ritengo che la
stabilità durevole risponda a esigenze di marketing, piuttosto che culturali. Un
nome-prodotto che funziona con regolarità semplifica le scelte editoriali, soprattutto se
legate alla grande distribuzione. Un pesante sistema dabitudini.
La cultura, come la
realtà, partecipa dellinarrestabile mutamento che stentiamo a custodire entro le
fragili strutture del tempo.
In poesia, le pratiche
più o meno divergenti, le diversità, possono apparire un sintomo di debolezza, il
sintomo di una poesia che non riesce più ad articolarsi intorno a grandi progetti
ideologici, a proporsi come custode dello spirito del nostro tempo.
Siamo poeti
post-moderni? Questa notazione potrebbe convenire per designare la curiosa sensazione
dereditieri che è quella dei contemporanei. Abbiamo ricevuto dal passato una
quantità di opere e di forme di fronte alle quali è difficile affermare
unoriginalità nuova. (Questa eredità, inoltre, non è preceduta da alcun
testamento). Può essere che lavventura delle forme sembri chiusa al presente.
Possiamo provare la sensazione di aver raggiunto qualcosa come i limiti del linguaggio,
possiamo essere tentati di dire: la poesia è inammissibile.
Ciononostante sembra
proprio in seno a questa impossibilità, o a questa coscienza della sua impossibilità,
che la poesia oggi inscrive il suo senso. Il poeta di oggi è un poeta "malgrado
tutto". La scrittura è il luogo dellinvenzione, se la sua è storia di litigi
e di dispute, è perché lei stessa è essenzialmente dissenso. Il suo regno non è quindi
la post-modernità, che sia forse "lestremo contemporaneo"?
Ridefiniamo i margini.
Sostituiamo il termine "poesia" con il termine "poesia". Una parola.
Infine!
Inediti
(Inediti di generazioni
diverse di poeti anche visuali del nostro tempo, per un percorso alternativo che si
sottragga alla facile fruizione, a un qualunquismo intimistico-emotivo del già dato, per
riconoscere qualcos'altro tra i meandri del linguaggio.)
Mirko Servetti
Impossibile?
Ineffabile? Indicibile? Appunti fluttuanti sui percorsi di Luciano Caruso, Riccardo Martelli,
Caterina Morelli
Che cosa accomuna latavica ideosemanticità di Caterina Morelli
nel recuperare, azzerando lo storicismo mitopoietico, la purezza del segno senza indugi ai
semplicismi del "comunicare" alla terragna fisicità ribadita da Luciano Caruso o
agli attacchi di Riccardo Martelli allentropico defluire di una trista cultura e di una prassi
dellomologazione devastanti quanto affermate da un preteso avvicendamento epocale?
Il delirio, quel de-lirio poetico dai paradossali destini (poiché spesso soggetto
di discutibili quando non arroganti reductiones mondane da parte dei moloc editoriali,
ancorché economicamente nulle) avvertito fin dalla più remota antichità con profonda
inquietudine. I sogni di pensatori e visionari ne furono turbati, finché poi visione e
pensiero giunsero a identificarsi.
Lottica del "vedere" assurse
a emblema della teoresi come atto supremo della soggettività umana, ed è da allora che
il baratro tra parlare (poetico) e vedere (filosofico) si è fatto
incolmabile. La parola, una volta emancipata dalla "retta" misura offertale dal
vedere, pare inesorabilmente condannata a precipitare nel vuoto.
Eppure questo vuoto altro non è che il limite stesso del linguaggio. La
scrittura, una volta esauritesi le possibilità pre-testuali in senso prioritario (trama,
ambiente, narratio, momento storico) finisce per sottrarsi a ogni logica di messaggio del Senso,
ad ogni dato categoriale legato alla rappresentabilità proprio perché nella trama di un
flusso reiterato i dati suddetti vengono sublimati nel superamento del pensiero in termini
di Soggetto e Oggetto per spalancarsi su quella regione utopica che non
condivide lordine delle mediazioni; su quella regione, affatto illocalizzabile nello
spazio del mondo, che è il dominio dellimmaginale (e dovera il
nulla/prende forma il silenzio e la luce del sud, L. Caruso, Periplo).
Nessun culto dellIneffabile, daltro canto, insegue e
indulge il poiein di Martelli, quasi si trattasse di una zona confinata nella lontananza di
iperuraniche trascendenze; ciò vorrebbe dire irretirsi di nuovo nelle genericità di una
fede, metafisica e grammaticale insieme, già demolita da Nietzsche. AllIneffabile
spetta ancora lo statuto delloggettuale. Prestandosi ancora a un genere di
rapporto intenzionale qual è quello istituito dalla fede, lIneffabile rientra
nella cerchia di ciò da cui lo si vorrebbe escludere: la cerchia della rappresentazione e
della logica cui essa appartiene. Martelli pare irridere, con amaro risentimento, detta
logica imbrigliata nella funzione di supporto alloggettualità dellIneffabile
con versi taglienti quanto basta a indicare i luoghi-non luoghi appartenenti al lieto
"disastro" dellIndicibile (una stanza abbellirà / cornici
doro di scene campestri sostenute / da gomme masticate / grammatica senza
concretizzatori nello scaffale / di antologie non antologizzate).
QuellIndicibile
che, al fine, è il limite stesso entro cui il linguaggio, urtando, si infrange. I
testi di Caterina Morelli innescano il movimento che conduce la parola a ri-farsi "segno"
frangendosi contro il suo limite. Insistentemente, senza posa. Ma attraverso questo
movimento, quasi in filigrana e con la datazione non casuale dei tre "primi
giorni" come in una sorta di irrisolta genesi, ci si mostra qualcosa. Il limite non
è il contorno, il bordo, lastratto "cessare" oltre il quale ancora una
volta si spianerebbe il territorio dellIneffabile. LIndicibile è
altro. Il limite non è ciò che delimita dallesterno designando larea che
sarebbe sottratta al potere espressivo del linguaggio. Come su una superficie topologica,
il limite si ripiega allinterno di ciò di cui è limite. Né referente
assoluto, né significato trascendente, lIndicibile visionario e immanente di
Morelli
sospende la parola ad una attesa che non avrà mai termine, sempre sul punto di accadere,
come un futuro incombente, intraducibile nel concetto di "avvenire".

Luciano Caruso
Periplo
"Io ho
camminato per queste strade:
Io ho pensato a
loro in vita".
(E. P.)
e dovera il nulla
prende forma il silenzio e
la luce del sud :
e si svelano le nominazioni
: le ferite : le materie terrose
e lesilio inerte :
ma io non tornerò sui
ponti infuocati
destate :
«ci mancherebbe anche
questo" diceva al vicino
«quando fino a
SantIlario e Ardore : e finanche a Palizzi
si arriva con la corriera»
ci sono case impreviste
oltre la fiumara
e gesti e azioni
sacrificali : tracce di liquami e orme
ombre voci che si perdono
negli aranci e negli orti :
: fra le rocce
e abitare le parole di un
altro
non si addice alla pienezza
del possesso :
ma solo se il respiro regge
il poeta
: e lo scarto originario
: prima di ogni ferita e di
ogni sutura
«e io non vendo : svendo
: il mio talento ad esempio
: con dignitosa
leggerezza»
pensavo lungo la strada
normanna
che corre lontano dalla
costa
: tratturo o sentiero
invaso dai rovi e dalle spine : rotto dalle frane
: e pietre segnate : corpus
: lux : presenze
: nunc unum vivens : e
ancora nelle nominazioni o i frantumi
della sua visione : dignum
cum patre : e altri passaggi
ripulse divagazioni per
sviare di proposito il lettore
e ci furono
: ci furono altri slarghi
improvvisi
verso il mare : e aperture
di credito e di senso
: ho visto il castello di
re federico e grotte e chiese bizantine
: ho guardato ancora al sud
oltre i campi sterili ed
incerti :
e ho visto i miei soggiorni
giovanili in pied-à-terre
: certo lungo la riviera
: e certo per limitare i
danni
che il gelo
dellinverno infligge allispirazione del poeta
: e alla sostanza della
vita
altri uomini sono passati
dove le rovine sono più
fitte :
e inganni e artifici fino
allo smarrimento
e agli inutili rattoppi :
ma a Stilo le strade si
biforcano
verso il mare o la montagna
: scandite dallincombenza
dei segnali : dal ritmo
delle irruzioni e dalle analogie
: e valli e serre e coste
piene ancora di fiumare
e altre strade chiuse verso
il nord
e lincoerenza della
storia
ho visto nella luce
calcinata
un mercato a cielo aperto
: una stupefazione continua
e abolita
: velata : impedita infine
: eppure ancora numinosa
nel livido arrivo della sera
mi sono fermato nel
disfacimento
: nella leggerezza anche :
della grotta di kore
: e icone e affreschi
coperti dal salnitro
: in una costernata
superficie
o in strade e percorsi
evocatori : tra crepacci e detriti
: e le reliquie : folte di
alberi e cespugli e ulivi in abbandono
ho camminato verso il mare
: calanchi e crete dilavate
nascondono alla vista
il tempio greco sulla
spiaggia
non cè senso e
neppure una sottile virulenza
ma solo il ricatto della
bellezza assolutoria e lopacità
dello sguardo :
al di là della favola : al
di là della dialettica
e degli ingorghi dei
sentimenti
: o delle rocce confuse
nella luce
: in profilo : in eco e
risonanza si avverte un lungo pianto
: un introibo
alla strada della costa e
alla città sommersa
oltre il faro :
simbolo obbligato :
rappresentazione del grande sforzo
: della vita e della morte
: del giorno e della notte
: della volontà e
dellabbandono : e del rifiuto
arcaico e costante di un
uomo del sud
e ci sono ancora sagome
confuse : ferme al bivio
dove : appena partito : sei
della ndrina furono ammazzati
mi sono girato per
illuminare le voci : per guardare
le onde della riva : il
riverbero e le inutili risonanze
: ho visto solo le case
impaludate del barone
: non Phlebas il fenicio
né altri marinai
: mi sono avventurato
nellesistenza scontata di ogni giorno
: verso Riace prima che
fosse devastata dal cemento : e
la costa con grazia
impenetrabile : con timidezza quasi
: piega tra campi coltivati
e tra gli ulivi
: navi passano in domande e
frenesie chimeriche : in immaginazioni
più imponenti : in
reminiscenze deteriori
: seguendo lontano la
corrente
e la rivelazione dei
segreti e degli enigmi
: nella forma più semplice
e remota
: verso lindifferenza
dellessere e degli inizi
: o verso le cicatrici del
ricordo

Riccardo Martelli
con lo scambio di opuscoli
rifiata
un insieme di sketchs
la leggenda è lo sfondo
i nessi vorticano
simile a neonati che
nuotano
nella pubblicità
dellacqua minerale non è
leclatante non pensa
alleclatante
lenti scure proteggono
lestate da occhi lucidi
dove la lettura del gran
scrivere sassopisce
effetti balistici estendono
la risata
rattoppando lera dei
calzini rammendabili
visto come ha riposto le
scarpe
innesto nel buio senza noir
intasato da sfilare
cosmetiche
il pavimento di sfagno
della sua armonia
non convincenti brillanti
congetture tranquillizzano ruoli
presi libri motivazionali
alledicola della stazione
*
trapelano flash-forwards
ripieghi da ripieghi
unicamente il matrimonio
con la ragazza della
discotopless
resti di parti di scarti da
dietro
il parabrezza accolti
foschia attutisce la parola
anima delle canzoni
e frottole di banconote
tramite larte
arredante
poi rimpinguare le falde
*
intanto lapertura
delle lentiggini in volto
in comunità dalla durata
di stacchetti di vallette
furono enzimatici lavori a
maglia delle gestanti
lo sciaguattare dauto
dentro
strade notturne alla luce
versi di tortore
una teca con sorprese di
merendine
una stanza abbellirà
cornici doro di scene
campestri sostenute
da gomme masticate
grammatica senza
concretizzatori nello scaffale
di antologie non
antologizzate
*
La via delle sciabole
adorna di semafori rossi
attimi dellimbrunire
sorprendono
la donna smaltata oltre gli
appuntamenti
musa non musona della
tonicità
lagunare zigzagare
testacoda di battute
avallano rimpatriate
non esistono tensione e
distensione
franto un irritante ottimo
doppiaggio
il suo frinire si estende
al parco cittadino

Caterina Morelli
giovedì
1 gennaio

venerdì
2 gennaio

sabato
3 gennaio

Letture / Riletture /
Trac-tric
(Scritti critici e
polemici (trac-tric) - ma non recensori -, che riguardano volumi, artisti, mostre, etc.,
nonché lettere significative e di qualche interesse letterario inviate dai nostri
lettori.)
Andrea Bonanno
"Nuvole
di gomma" di Oronzo Liuzzi
È stato pubblicato di recente il volume di poesie dal titolo "Nuvole
di gomma" di Oronzo Liuzzi, nella collana di poesia sperimentale "Percorsi Multipli",
diretta da Giorgio Moio, dalle Edizioni Riccardi di Quarto (NA). Lautore, oltre che artista
multimediale e pittore con allattivo molte personali e collettive in Italia e
allestero, è poeta e scrittore avendo già pubblicato parecchie opere di poesia e
di narrativa.
Anche con questo volume, il poeta Liuzzi continua il suo inventario
incentrato su un reale mondano abnorme, la sua ricognizione che sottopone a verifica gli
aspetti dolenti e deliranti di una quotidianità assurda ed insormontabile, disponendo il
suo io come una phoné attraversata da un fluire ininterrotto del dire tutta la follia e
la ferocia del dicibile (Hölderlin).
La poesia sperimentale ed antilirica del
Liuzzi presenta una marcata disunità del soggetto che non perviene a costituirsi come un
io e, quindi, non può dar luogo ad una rappresentazione sistematica del reale. Una
siffatta soggettività del resto "irrappresentabile" può solo ricognire
sintagmi frammentari del reale in un fluire della voce del soggetto che è solo presenza
apparente di fronte ad un divenire che lo confonde e lo annienta. Lesibizione
egotica di un io logorroico in questo dettato poetico, daltra parte, non avrebbe
alcuna possibilità di esistere con le sue mentali impaginazioni di una rappresentazione
unitaria soltanto supposta.
Per tali ragioni, la phoné soggettiva del
poeta può solo registrare ininterrottamente dei frammenti del reale, avulsi da
collegamenti logici, intercalati da ampie pause, da mancanza di collegamenti cronologici
seppur minimi con un flusso del dire inarrestabile, in quellaperta ricognizione che
dispone il suo io ad un inventario verificale nei riguardi della realtà. Eppure, quelli
del poeta, sono versi che rifiutano il collage linguistico, lintelaiatura
dadaista o la struttura di un assemblage o, peggio ancora, quello che sconfini
nellirrazionalità di unincomprensibilità assoluta.
Brandelli, piuttosto, e frammenti della realtà vengono portati alla
coscienza da un processo ricognitivo verificale che continuano a persistere nel tessuto
stesso della loro realtà strutturale linguistica, con collegamenti stranianti, imprevisti
ed oppositivi (c/orrere allinfinito correre nellinfinito leopardi / ano,
[p. 8];
mordo lincoscienza del pensier / o (
) accarezzo liberamente
la coscienza del pensiero. /
e vivo
[p. 10]). Litinerarium
commisurativo-ricognitivo, a valenza verificale, del dire poetico del Liuzzi, solca
insistentemente gli aspetti orriferi e crudeli di una quotidianità ridotta a «
giungla ina / ridita da idee blasfeme e antistoriche e antin /aturalistiche e antisociali
e antispirituali
» (p. 9), che altera incessantemente la dimensione umana
delluomo, smascherando le contraddizioni e i letali veleni che si levano dalle
strutture repressive ed alienanti di una società banale, aberrante e vuota di valori
spirituali. Il disagio esistenziale, così, rimanda ad un "individualismo
esasperato", alla "schizofrenia giornaliera", al problema della solitudine,
allemarginazione, ecc.
Il tessuto linguistico ed il dettato poetico
condensano nel loro fluire concitato, come schegge frantumate, immagini eterogenee
disarticolate che formano il contenuto di un resoconto amaro ed ossessivo di una realtà
stravolta e di un « corpo depresso (che) è alla deriva con le foche moribonde /
ripiene di catrame e di detersivi
» (p. 25). Se è pur vero che il poeta con
questa silloge coniuga tensione morale con quella oggettuale, di fronte a fatti scabrosi e
traumatici della cronaca quotidiana, è indubitabile che linstabilità del materiale
verbale riflette, soggetto ad un fluire inarrestabile, il fervore alto di una
riflessività seppure condensata che nomina e riallaccia di continuo i micro-eventi del
sentimento che sorgono spontaneamente dalla coscienza, tesa ad evidenziare i nuclei
parossistici di un reale schizofrenico con un andamento ritmico elencativo ed accumulativo
affidato per lo più alla congiunzione "e":
solitudine
contemporanea e spaziale e immagini s
stereotipate e solitudine
da Internet
http....... (p. 7)
Invero, la medesima disposizione delle parole, tramite le innumerevoli
cesure di esse e lo stratagemma dei suoi collegamenti per mezzo dei puntini, facilita
rimandi semantici oppositivi e lascia lo spazio ad unintertestualità aperta a nuovi
probabili significati. In questo resoconto "verificale" della nostra ferocia,
ipocrisia, vuotezza e stupidità che contrassegnano irreversibilmente la nostra precaria
vita quotidiana, la poesia del Liuzzi, come risultato di una voce poetica che ha verificato la riflessività
dellio nei riguardi di un reale caotico e scabroso, si pone sul piano
dellideale obiettività dellarte, nelle modalità di uno sperimentalismo
intraverbale che nel contempo riesce ad offrire i contenuti di una ricerca al servizio
della salvaguardia della poeticità e spiritualità delluomo, di un suo possibile
riscatto in forza di un processo "verificale" che è sinonimo di
unacquisizione di consapevolezza e di verità.
Alla fine, idealmente è proprio la speranza
ad imporsi nellanima del poeta di fronte alle orride concrezioni di un reale
agghiacciante, in forza della medesima poesia, respiro imperituro che può ripristinare le
modulazioni dei nostri palpiti più intimi e veri nella figuralità di un angelo
purificatore:
la roccia
dellipocrisia spacca cuore disorientato e incanta
to e stordito
gli
angeli disinquinano veleni e acidità dei
pensieri
(
)
frena
allincrocio
siamo finalmente rinfrescati dalla pri
ma pioggia autunnale e
langelo mi accarezza..............
langelo ci
accarezza......................................... (p. 24)
Invero, linedito percorso poetico del Liuzzi vela una singolarità espressiva
notevole ed un fervore elevato in una possibile rigenerazione etica delluomo,
nonostante la sattanaglila coscienntollerabili e feroci, in forza di una Poesia che
verifica con la densità di una voce altamente poeticassurdità disume che provengono dal
reale in sincronia con le vitalizzanti risorse di unanima assetata di candore e di
umanità.

Sergio Cena
Nuova Poesia. Rinnovazione di una
techné
... I conquistatori dellEgitto, i greci
prima e i romani in seguito, avevano imposto i loro commerci, le loro tecniche, i loro
dei, e la cristianizzazione successiva dellEgitto aveva definitivamente allontanato
il popolo egiziano dalle sue tradizioni.
La scrittura sacra tuttavia era ancora
praticata dai preti nei recinti dei templi, ed è là che, appartati dal resto del mondo,
essi coltivavano i monumenti della loro cultura tradizionale in via di disparizione, in
quanto unica testimonianza di un sapere e di una identità perduti.
È così che essi complicarono gradualmente
la loro scrittura che ormai non serviva più a dei fini pratici, ma era diventata uno
strumento puramente iniziatico. Essa permetteva ormai certe possibilità, poiché si
sviluppava nel doppio registro fonetico e ideografico. Per scrivere, per esempio, il nome
del dio Ptah, si esprimeva foneticamente P, in alto, con lideogramma del cielo
(p[t]), H con limmagine del dio Heh con le braccia sollevate (nel mezzo) e T con
lideogramma della terra (ta). Ma limmagine suggeriva altresì che Ptah aveva
separato allorigine la terra dal cielo. Ora questo sistema devocazioni
visuali, in cui il medesimo suono poteva essere rappresentato da geroglifici differenti,
spingeva in più verso un gioco inventivo e una sorta di combinatoria e di permutazioni,
di genere kabbalistico, che si esercitava sulle immagini, e non sui suoni. Attorno
al termine rappresentato (che occorreva leggere foneticamente) si creava così un alone di
connotazioni, di sensi secondi, come un suono di basso ostinato di suggestioni che
concorrevano ad allargare larea semantica del termine... La lingua geroglifica
appariva così agli ultimi preti di una civiltà che stava spegnendosi nelloblio
come una lingua perfetta, ma soltanto agli occhi di coloro che linterpretavano
leggendola, non a quelli che per caso sarebbero stati ancora in grado di pronunciarla.
(Sauneron,
1982)
Come si vede la Poesia Visuale ha radici
profonde che affondano in millenni di civiltà umana ed è sopravvissuta agli
sconvolgimenti della storia con alterne fortune, passando da Simias di Rodi a Porfirio, da
Venantius Fortunatus allepoca barocca, di qui è risalita sino a Goethe, poi più
profiquamente a Mallarmé, per poi trasformarsi ulteriormente in seno alle avanguardie
storiche (Futurismo, Dadaismo e Zaum...). Lultimo capitolo evenemenziale è infine
scritto dagli autori che hanno dato vita a un complesso reticolo di esperienze che si sono
sviluppate a partire dagli anni 50 e 60, che si è virtualmente concluso nel
corso degli anni 80, aprendo così di fatto un periodo di crisi di transizione.
La longevità di cui gode la Poesia Visuale
ci permette di pensare con cognizione di causa che essa sia un modo fondamentale
dellarte, come lo sono il realismo, lidealismo e lespressionismo, e in
quanto tale possiede la caratteristica di sapersi trasformare nel tempo, di proporsi
costantemente sotto nuove forme pur restando sempre se stessa. In effetti la crisi che sta
vivendo non è tanto relativa allesaurirsi della capacità di rinnovazione dei poeti
visuali e visivi attivi dagli anni sessanta 1 , essendo questo esaurimento
nellordine delle cose, ma è piuttosto da imputare come conseguenza di antichi vizi
stantii che perdurano ancora nellambiente, che alla lunga hanno favorito un timido
emergere di nuovi autori, che non hanno saputo far altro che dar vita a forme epigonali di
una certa immagine che si era costruita attorno alla Poesia Visuale. Certo
unimmagine di Epinal, che ben mette in rilievo un mondo ripiegato su se stesso, di
cappelle esclusiviste, di autoincensamento masturbatorio, che se era increscioso nei
decenni passati, via via che il tempo passava e si proponevano alla ribalta nuovi nomi, ha
finito per scadere nel ridicolo.
Tuttavia, in modo più o meno isolato, un
certo numero di autori, ha preso le distanze dallo zoccolo duro, tentando nuove
esperienze, nuove coniugazioni, dando vita a un abbozzo di ricostruzione della techné e
della poiesis della Poesia Visuale.
Non a caso, i poeti visivi che succedono alle
avanguardie storiche sono di estrazione letteraria, mentre le leve più recenti provengono
perlopiù dallarea delle arti figurative; due punti di vista che offrono prospettive
diverse, quasi sempre inconciliabili. Ma una delle prerogative della Poesia Visuale
consiste appunto nella sua malleabilità, nella sua capacità di adattamento a far proprî
stimoli diversi, a trasmutare un materiale in un altro. Senza questa prerogativa la Poesia
Visuale non avrebbe potuto sopravvivere a se stessa e non sarebbe stata altro che una
corrente epocale tra le altre, senza possibilità di rinnovazione.
I Nuovi Poeti, al contrario della maggior
parte dei loro predecessori, sono in grado di padroneggiare le tecniche più diverse per
esprimersi. Tecniche, allorigine proprie delle arti figurative e delle arti
plastiche, ed è proprio a partire da questa manualità che essi forgiano nuovi linguaggi
che, non bisogna lasciarsi fuorviare dalle apparenze, non hanno nulla in comune con la
pittura o la scultura e, quasi sempre, sono linguaggi estremamente variati e distanti tra
loro, accomunati però dalluso del materiale verbale, allargando il piano
dellespressione semantica proprio attraverso il contesto visuale, stranamente
limitato a priori dai poeti visivi degli anni sessanta. Liconicità di questi nuovi
linguaggi risulta così più pregnante e più immediata, proprio perché si dota di un
rapporto di somiglianza con la realtà più denotata e più efficace 2 .
Ma lo scivolamento verso altri mezzi di
espressione non è il solo momento di scarto dal precedente modo di intendere la Poesia
Visuale. In realtà vi è una presa di posizione di fondo che la rende definitivamente
estranea. I poeti precedenti propugnavano un pensiero forte, per lo più di origine
marxista, ed a conti fatti era un pensiero assolutista tradotto in manifesto, che
obbligava a operare in unarea ristretta, fuori dalla quale ci si veniva a trovare
nella scomoda posizione di eretici e in quanto tali bollati e rigettati dal gruppo (in
effetti i poeti visivi si sono sempre proposti come gruppo di iniziati, che sporadicamente
si apriva a qualche suiveur). I Nuovi Poeti (escludiamo dal nostro discorso i suiveurs e,
di conseguenza gli epigoni) adottano, al contrario, una filosofia opposta, oserei dire, di
"pensiero debole". Per essi il mondo della poesia è un luogo aperto, in cui
chiunque può intervenire secondo le proprie esigenze espressive che, quando sono
giustificate, non faticano ad essere accettate. La posizione di eretico viene soppressa
definitivamente, per riemergere solo nel momento in cui qualcuno tenti di restaurare delle
aree circoscritte.
Questa posizione evidentemente non è un laissez
faire, o unaccettazione incondizionata di ogni idea per quanto superficiale e
opinabile possa essere. Ben al contrario i Nuovi Poeti desiderano liberarsi del
velleitario, del superficiale, del decorativo, dellepidermico. Lapertura al
mondo che essi esigono da se stessi si comunica alle teorie che sostengono il lavoro di
ogni poeta, ma senza cercarvi analogie o parentele per decidere di accettarle o meno. Si
va dunque incontro alla convivenza di una pluralità di mondi legati da un filo sottile,
ma senza il quale la Poesia Visuale cesserebbe di essere. In senso morale i Nuovi Poeti si
mettono allavanguardia: prese le distanze dalle istituzioni, dalle rovine del
pensiero religioso e politico, aprono una via non ancora percorsa dai fatti: quella
dellapertura al diverso, senza programmare nemici e forgiare ostilità, senza
propugnare conformismi. Per loro non esiste la Verità, bensì verità diverse che possono
scaturire da realtà diverse, di cui luna non può prevaricare laltra. Sfumano
così i concetti di capolavoro, di genio, per trasmutarsi in ricerca di coerenza di
lavoro, la quale, piuttosto che misurarsi in verticale, sceglie lorizzontalità del
confronto aperto. Senza dubbio ci si trova di fronte allepifania di una superiorità
morale, in un mondo che ancora si dilania sotto pretese verità religiose e politiche, in
nome delle quali si elevano voci che si proclamano forze del bene, additando
presunte forze del male: nuovi Frankeinsteins che si confondono con i mostri da
loro creati, che non temono il ridicolo delle loro affermazioni né lorrore delle
loro nefaste azioni.
I Nuovi Poeti dunque scelgono la via
dellapertura in un mondo in piena decadenza che, chiudendosi sempre più in
compartimenti stagni, sta fabbricando la propria nemesi, rifiutando in tal modo di essere
lespressione artistica di unepoca di cui sentono di non aver alcun rapporto. E
anche questo atteggiamento è una conseguenza diretta derivata dal carattere trans-storico
della Poesia Visuale.
Non a caso si è posata qui la questione
morale. Lepoca attuale è nutrita di improvvisatori che producono opere da
consumarsi in fretta e furia, per lasciar spazio ad altri improvvisatori di esprimere i
loro pressappochismi. I musei sono sempre più simili a dei Mc Donalds, dove la
quantità sostituisce la qualità; dove il prodotto standardizzato e asettico sostituisce
e proclama illegale il manicaretto dellalta cucina. "Usa e getta" è lo
slogan che meglio si associa allattuale consumismo ad oltranza che ha decretato, tra
laltro, la morte di Dio, della pittura e infine dellarte, disseminando il suo
percorso di presunti cadaveri, che invece continuano a sopravvivere nelle catacombe della
ragione. I Nuovi Poeti, agendo controcorrente, recuperano la techné, come mezzo per
produrre qualità a scapito della quantità. Ma, attenzione: la techné non è qui da
considerarsi come un pacchetto di cognizioni che conduce dritto filato a una visione
accademica della produzione artistica, quanto piuttosto deve essere intesa come abilità,
capacità di esprimere una teoria, che da sola non è altro che un insieme di norme,
precetti, leggi, etc., che regolano una personale espressione artistica, di per sé
sterile se non è sostenuta dalla Poièsis (ovvero dal fare, dalla produzione), che a sua
volta non può che procedere a casaccio se non è sostenuta dalla techné, come lo ha
ampiamente dimostrato in negativo la Transavanguardia di triste memoria, la quale è stata
linevitabile forma darte ufficiale di un mondo in decadenza.
I Nuovi Poeti cercano dunque di recuperare la
facoltà poetica (poiesis) restaurando il mestiere (techné) con la piena coscienza che
solo padroneggiando alla perfezione il mestiere possono esprimersi in un linguaggio
esatto, che non dica allincirca quel che intendono esprimere, bensì esattamente. Ma
è anche vero il contrario, perché solo attraverso un pensiero teorico compiuto (techné)
si può pervenire a esprimere al meglio la facoltà poetica (poiesis), e questo con piena
coscienza che, come scriveva Cesare Brandi, "... non si deve elevare a struttura
dellopera darte, ciò che non costituisce la sua struttura, ma piuttosto il
suo antecedente o substrato, e di cui lopera rappresenta la sublimazione, la quale
è allo stesso tempo eliminazione di scorie...".
Ci si può chiedere a questo punto come le
nuove poiesis in via di sviluppo prendano forma autonomamente pur agendo in una
prospettiva comune. Certo si può chiamare in causa lintenzionalità, e non saremo
certo noi a negarla; diremo solo che lintenzionalità da sola non è uno stimolo
sufficiente al perdurare di una causa comune, per la qual cosa occorrono stimoli più
profondi, come la presa di coscienza che lopera darte ha sì a che fare con la
storia, ma la storia non è la sua specificità, la quale la si ritrova piuttosto come
atto della libertà umana nel tessuto continuo della storia. Ma poiché non cè
storia del presente, bensì vi è uno sviluppo in atto che sarà conosciuto per via di
testimonianze, non è a queste che ci si può riferire per fare arte e poiché larte
non si fa nel passato, bisogna ammettere che larte è nel presente, ed è inutile
ogni tentativo di storicizzazione del presente, come è di moda fare oggi, cosa che i
Nuovi Poeti non possono non trovarsi daccordo nel contestare. Altro punto di vista
condiviso dai Nuovi Poeti è che il gruppo di elementi della percezione di cui si serve
lartista, nella misura in cui è attinto da un "repertorio" non lo è in
quanto serve a trasmettere uninformazione, ma in quanto serve allintelligenza
dellopera stessa. Questa affermazione significa che lopera darte non
serve per comunicare un qualcosa, bensì essa è pura presenza (astanza); e neppure serve
a informare, poiché si dà come istanza. Questo spiega perché la Nuova Poesia, se non
può essere considerata strettamente formalista, risponde però a quanto già esposto: che
si rifiuta di elevare a rango di struttura dellopera darte ciò che non
costituisce la sua struttura, ma che è suo antecedente o suo substrato e di cui
lopera rappresenta la sublimazione.
Non bisogna dimenticare a questo punto che la
Nuova Poesia, di cui è sottinteso "visuale", prende forma a partire da una
commistione di campi differenti che allorigine potevano essere la poesia lineare, la
pittura, la scultura o altra pratica artistica, ma che dopo la contaminazione con la
parola scritta (il verbo) o gli elementi che la caratterizzano (i grafemi e di conseguenza
lalfabeto) assume dignità di arte a sé stante. Ma questa non è che una
descrizione della Poesia Visuale sui generis, ed è solo puntualizzando la posizione
assunta dai Nuovi Poeti nei confronti della parola, che si può capire in cosa essa
differisca già nellelemento principe dal corpus storico della Poesia Visuale.
Innanzi tutto va segnalato che per i Nuovi Poeti la struttura per la quale la poesia è
poesia non è di ordine linguistico, e dunque non serve alla comunicazione, ma è la
struttura che realizza unastanza e solo a titolo secondario trasmette delle
informazioni. Questa affermazione è altrettanto valida per la poesia lineare, però
differisce da essa nel momento in cui queste informazioni non potranno essere esaminate
linguisticamente, sul piano dellespressione fonica, delle unità semantiche e così
via, e questo perché il tessuto verbale viene assorbito da un tessuto strutturale più
ampio in cui si integra senza discrepanti predominanze, ed è esattamente in questa
integrazione che va ricercata la differenza con le recenti manifestazioni della Poesia
Visuale, nelle quali il verbo predominava sulle altre forme di espressione che venivano
sottomesse a un contratto ancillare. Certo, così si scopre che la Nuova Poesia ha un
debito verso la Poesia Concreta, ma nessuno ha mai affermato che essa nasce per
abiogenesi; come qualunque manifestazione darte ha delle radici e queste traggono la
loro origine dalla poesia più pura che si sia prodotta in passato. Resta il fatto che la
Nuova Poesia presenta degli oggetti assoluti, che non possono essere sottomessi ad
analisi, le quali per quanto profonde e mirate possano essere non mirano mai
allopera darte, bensì al suo contenuto, al suo significato. Il primo scopo
della Nuova Poesia è di raggiungere lessenza per mezzo della struttura
dellopera darte come opera darte, rendendo inutile ogni esame
linguistico.
La questione che si posa ora è di precisare
qual è il criterio che permette di distinguere la struttura veramente essenziale per la
quale unopera darte si manifesti come opera darte. Per rispondere
bisogna ammettere che nellopera darte, tutto partecipa al sistema, anche le
parti non pienamente realizzate. La struttura per la quale essa si rivela opera
darte potrà essere identificata dalla semplice constatazione che è sulla base di
questa struttura che lopera si è concretizzata come astanza. Quel che è chiaro per
i Nuovi Poeti è che lopera darte è una parola che è allo stesso tempo la
cosa che significa, senza dover rinviare a un significato. Semplicemente essa è! La Nuova
Poesia non è dunque veicolo di ideologie o di sentimenti, non si può caricare
negativamente di pregnanze retoriche, non può abbracciare tesi estetiche partigiane, non
può essere ridotta a schemi di riconoscibilità stilistica, non vuole essere né
movimento né scuola né tendenza. Molto più semplicemente deve essere intesa come un
ulteriore sviluppo di una forma darte millenaria, scuotendola dai torpori epocali:
una catalessi generazionale che non significa appunto che essa sia morta, perché
larte in ogni sua manifestazione non può morire, solo trasformarsi; affermazione
tanto più vera quanto più spiace agli affossatori, ai necrofili del pensiero umano.
11 febbraio 2002
__________________
1 Con il termine "Poeti
visivi" si qualificano quegli autori che a partire dagli anni sessanta formarono il
gruppo della Poesia Visiva. Col termine di "Poeti visuali" si intendono quelli
che non cercarono di inserirsi nel gruppo e per estensione si intendono anche i poeti
concreti.
2
In effetti non cè altro modo possibile di collocarsi come realtà che
realizzando una presenza.

Luigi Mastromauro
Geografia
di una scrittura
Una nuova iniziativa sul sito http://www.freeweb.org/arte/libro_artista,
propone un confronto tra generazioni differenti: Alfonso Filieri, Paolo Gobbi, Alfonso
Siano, Franco Zingaretti; che operano da anni nel campo dellarte. Laltro
gruppo è formato da alcune artiste legate alla casa editrice EIDOS, che da diverso tempo
realizza con lattenta cura di Vittoria Surian, libri darte a testimonianza
delle presenze femminili nel panorama dellarte contemporanea, definiti libri-opera:
Mirella Bentivoglio, Sara Campesan, Franca Grilli seguono alcuni studenti
dellAccademia di Belle Arti di Lecce: Carlo Leo, Matteo Manta, Loredana Mazzarella,
Daniela Sepertino, Emanuele Spano, Serena Tria. È una vera e propria mappa geografica
della scrittura, nellunicità delle immagini convivono diverse storie e
attraversamenti del senso; vi è lo stupore nelle infinite possibilità del significato
proiettato da una percezione del nostro sentire, nellosservare con uno sguardo
libero da automatismi.

Paolo
Gobbi
Il
senso di un segno poetico visivo e la propria decifrabilità è dato dal contrasto di una
dinamica compositiva, dallaccostamento nel meccanismo di una porzione di
discontinuità logico formale, che comprende una relazione con lo spazio dove il
testo-immagine abita una condizione di significato non casuale. «Luomo può
costruirsi un intero universo simbolico, allinterno del quale egli è in rapporto
con il passato, con le cose, con gli altri, e a partire dal quale può parimenti edificare
qualcosa con un sapere» (Michel Foucalt, Le parole e le cose, Ed. Univ. Rizzoli,
Milano, 1999, p. 376). Il segno-immagine è un continuo interrogativo, la presenza la sua
traccia è il medesimo significato; la scrittura diviene una fonte di energia, è la
stessa volontà delluomo, una forma di attestazione capace di essere accolta nella
sua struttura del visuale. In questo spazio non ha più il vincolo del significato,
beneficia di una libertà intrinseca, la trasformazione del senso sposta lattenzione
nella sua porzione di immagine, ovvero sullapparire di una forma estetica visuale.
La relazione i collegamenti dei termini visivi spezzano lautomatismo. La struttura
di una qualsiasi comunicazione verbale o scritta è data dal metodo, il segno vive il suo
senso allinterno dellordine grammaticale. Lideogramma dava una porzione
dellimmagine della cosa indicata, in seguito il segno convenzionale si spostò
nellalfabeto, una struttura adeguata alla formazione di un termine capace di
rappresentare "loggetto". Il linguaggio di per sé non è depositario
della verità, Platone considerava lessenza della parola e il suo vero e intimo
significato in relazione alla cosa, nellambito del divino. La poesia per mezzo della
metafora, trasferisce un ordine, conduce al collegamento della cosa in sé, vi è una
traduzione arbitraria, è la possibilità di produrre nuove relazioni, la fantasia è la
manifestazione più prossima alloriginario.

Mirella
Bentivoglio
Lidea
è quella di percorrere sempre più in profondità il tragitto di un laboratorio aperto
allintuizione di un pensiero che possa contribuire a tracciare il senso
dellarte
«Quando in versi eterni tu crescerai col tempo tanto a lungo possono
gli uomini respirare, o gli occhi vedere
» (W. Shakespeare, sonetto XVIII).

Maria
Daniela Caputo
Ho
domandato a dei giovani artisti di raccontare la scintilla, il più intimo e oscuro
momento dellispirazione, seguendo il percorso della parola immagine, come possibile
traccia del fondamento originario, un segno che riesca ad avvicinarsi alla prossimità
dellessenza. Anna Liuzzi: «ma il fine, per essere considerato tale deve ad ogni
costo mettersi in mostra». Cristian Montagna: «la sottile linea che separa lamore
dallodio, confondendoli». Maria Daniela Caputo: «libera dalla cecità che mi
oscurava lanimo, percepisco la verità». Anna De Pascalis: «entrare nel mio mondo
parallelo, fuori da ogni "realtà comune"». Daniela Serpentino: «la scrittura
come proiezione del viaggio del pensiero delluomo». Dora Woiciechowska: «la frase
di un poeta H. Hesse, collegata al fare della pittura».
Giorgio Moio
Sapienza
e curiosità in Domenico Cara
Riconoscere in una sostanza poematica una forza travolgente, è il modo
migliore per rileggere un volume di poesia, apparso più di un decennio fa, come il Bajkàl
di Domenico Cara (1991). Qui, il riconoscimento si fa evidente aiutati anche da una
lucida introduzione di Mario Lunetta , nellindividuazione, attraverso il verso lungo e il dubbio
inesausto, di una centrale istanza provocatoria e barocca. È questa forse la forza del
discorso poetico di Cara, determinata, «per autogenesi [
], in un generoso spendersi della
voce che non evoca, ma costruisce» (Mario
Lunetta, Introd., p. 8). E il chiaro sostegno
materiale instaura, sul principio del paradosso e di un gioco ludico, unapertura
plurima di molecole contraddittorie, caricando e scaricando (come è lecito attendersi da
ogni principio di contraddizione) i lineamenti di una parola irrefrenabile.
Non è semplice gioco linguistico o semplice
descrizione pragmatica attraverso la memoria storica, ma una scelta di solitudine
selvaggia, di nevrosi poggiate sulle linee sinuose e avventurose di una scrittura che
forza i fonemi verso una struttura di linguaggio variegato (e contraddittorio, come si
diceva) per iscriversi non già nella presunzione di sé o di un phatos irrazionale e
autoreferenziale come molta scrittura in circolazione , ma nellistanza
di un lucido gioco delle apparenze, nella gestualità di una parodia, fino a farsi e
disfarsi di ogni codice implosivo.
Certo, possiamo aggiungere, che il contributo
maggiore, che anima e nutre questa scrittura carana, è dato dalla forza costante che gli
"attributi", da essa sviluppati (la meraviglia, la precarietà, labisso,
la ricerca della verità, la ratio beneducata, laffabulazione, la sovrapposizione,
la paratassi), riescono a sprigionare, sgusciando via da un discorso poetico rigido e
invertebrato e dal pericolo autorefenziale, appunto, lavorando di scalpello sul corpo
della parola, autodistruggendosi per poter mostrare le infinite sollecitazioni che una
scrittura possiede: Poiché la verità si segue ancora (in trabocchetti) / attraverso
le telecamere esperte in codici / di decifrazione, e le commissioni di servizio /
continuano a raccontarsi le primavere melense, / ecco ciò che è gradevole, e quali sono
le tombe / (di salvataggio), i tramiti felici, i corollari: / certo un come pentirsi,
lavvampare su una s / comoda / (
) / e in ogni caso allontanarsi
dalle lingue sabbiose!
, Trabocchetti, vv. 1-13, p. 18).
Allontanandosi, dunque, dalle lingue sabbiose, dalle inevitabili crepe di
un dejà vu, dalla crosta putrida delleffimero e dalla presunzione del sacro (una
scelta consapevole del rischio e dei vantaggi che la negatività comporta), Cara rivela una carica
espressiva che si distanzia dallipnotismo che una contemplazione, specie se
lirico-elegiaca, possiede. Difatti, spesso la scrittura di Cara ridisegna, paradossalmente,
loggetto senza che emergono gli "attributi", inseguendo una ricerca che
porta in superficie termini precisi. Ma questo non sempre è possibile; allora il verso
viene dominato da un linguaggio che trasmette forme e ombre di un sostrato ad oltranza,
modificando persino leccitazione.
Quanto più lacceleratore è straziante
e sabotatore, quanto più il verso si allunga e pensa (come in questo caso), tanto più si
delinea quello che, sia sul piano verbale che strutturale (forte della sua
frammentarietà), in realtà può spezzare lautonomia della contemplazione:
laforisma.
Indubbiamente, la poesia aforismatica nostrana, ha trovato in Domenico Cara
come ebbe a dire Stefano Lanuzza, in una sua fortunata guida poetica il suo degno
alfiere: «Nella scansione versicolore dei suoi aforismi o nel sotterraneo
autobiografismo, gli saddicono, dopo la disseminazione di ogni senso, il sogno e il
dubbio inesausto, lavventura con le sue infinite maschere e coi suoi abissi, la
precarietà e la solitudine selvaggia, linterrogativo silenzio [
], infine il
gioco e la meravigliosa favola di un Io stellante come una fiamma» (Lo sparviero sul
pugno. Guida ai poeti italiani degli anni ottanta, Spirali, Milano, 1988). Non a caso
abbiamo citato la pratica dellaforisma (anche se si tratta in sostanza di versi veri
e propri) per evidenziare come tuttosommato questi versi nascono da una struttura
pensante, quasi gnomica ma noetica, intuitiva in un certo senso, condotta per frammenti,
per sviluppi ed osservazioni mediate dalla storia: «Laforisma ci suggerisce
Lucio Zinna ha, per sua natura, compiutezza e autonomia, non ha bisogno di
esplicite fondamenta, di visibili piedistalli, perché li trova già in sé, nella sua
stessa concinnitas, che presuppone tutto un lavorio, la maturazione di un concetto, che
può emergere poi, allimprovviso nella sua definita formulazione. In effetti
[
] un aforisma non è proprio un frammento di pensiero, con tutti i vantaggi e i
rischi della frammentarietà: è piuttosto un microtrattato, sia quando si ponga quale
opus in nuce sia quando si configuri quale primigenia intuizione, suscettibile (come
sempre, del resto) di sviluppi» (Recens. a D. Cara, Pietra scissa, in «Arenaria»,
n. 18, Palermo, dicembre 1990, p. 84).
Come si è parlato di "pratica
aforismatica", si può parlare di "impraticabilità" di una poetica che ha
nella liberazione e demistificazione delloggetto dalle conturbative figure retoriche
del linguaggio il suo cardine principale:
Qui la giustizia è un
abbaglio! Salgo questa notte
a interrogare le incognite,
una libertà che accarezza
la lingua, annusa i
dintorni perpendicolari del poggio;
negli esitanti contatti con
lalba, il rumore dei carri,
i fruscii duna siepe,
la spina che ascolta il passo
furtivo, possono tuffarsi
contro un privilegio o volo; con una tosse quasi soffice, limpressione di passare
nella vegetazione, uscire
poi dai confini delle ipotesi,
[
]
(Evento, spina, trapasso, vv. 1-8, p.
77)
Automaticamente i procedimenti non possono che postulare la necessità di
una scrittura stanca di una tradizione anchilosata, che sprofonda e arretra,
sinsangue e sanemica, divora e rigetta, per una indagine mobile nutrita sempre
di nuovi indizi. E in attesa, lunica difesa vive di parodie, di paradossi, di ironie
autocritiche, nel rifiuto del vuoto. «Laborrimento del vuoto segna (perfino
violentemente) questo rapporto furioso [col mondo circostante] e, si direbbe, ondoso; il
desiderio di sovrapporre senza soluzioni di continuità il nuovo da dire allappena
detto (istantaneamente invecchiato) denuncia loltranza di una scrittura che lavora
per cancellazioni successive, per sovrapposizioni incessanti, e contiene in sé una sorta
di flusso continuo che evoca per tanti versi limplacabilità marina» (Mario Lunetta,
cit., p. 5).
Diciamo che la profondità marina è evocata questo significa
Bajkàl, limpido e profondo luogo dacqua planetario, come asserisce lo stesso Cara nella nota che
chiude il volume ; anzi, è evocato lo stato di "apnea", dove ogni parola
ha la facoltà di allargarsi, di riempirsi, di annullare quella precedentemente detta;
dove non trovi divinità o miti ma semplicemente un impulso di immagine ulteriore che fa
scorrere una lingua nella metalingua, una poesia nella metapoesia, nel visibile, nel
relativo. E non cè da sorprendersi se in tutte le sezioni di Bajkàl (Arpa
omofona, Charme assoluto, Monoloquio sullAltrove, Le
flottiglie dellorsa e Camera delle similitudini) questi riscontri
acquisiscono particolare rilievo, assumendo un valore specifico, una forte griglia di
pre-testo e di con-testo, che trasporta le linee del loro sviluppo verso la concentrazione
di un meraviglioso sogno allegorico.

Sandro Sproccati
Bologna,
4 luglio 2002
Caro Giorgio Moio,
ho letto il tuo ottimo articolo su Emilio Villa («Risvolti» n. 8, 2002) e
ho recuperato grazie a te un ricordo che non avevo più tanto vivo nella
memoria. Si tratta delloccasione in cui sentii parlare per la prima volta del nostro
poeta: era il 1978 o il 1979 e fu quando, in occasione di una cena di gruppo che faceva
sèguito allinaugurazione di una mostra, fu chiesto da una pisquana qualunque al
gallerista ospite, che discutendo con altri aveva appena ridimensionato Sanguineti
e che era (guarda caso!) proprio Mario
Diacono, allora titolare di uno spazio bolognese deputato
allarte davanguardia, lo Studio Mario Diacono appunto fu
chiesto, dicevo, quale fosse, a suo avviso, il più grande poeta italiano del secolo. E Diacono, di cui ero
amico e conoscevo la biografia, invece di rispondere (come a me pareva logico) Giuseppe
Ungaretti, sibilò dun fiato quel nome che nessuno, in quel contesto un poco idiota,
conosceva, generando come dincanto una sorta di eccitante smarrimento collettivo.
Ricordo che io, ventenne ingenuo, non seppi pensare ad altro che alla strana (parziale)
omonimia con uno dei personaggi popolari della canzonetta italiana allora più celebrati,
e da me più odiati: il Villa Claudio ovviamente. Il giorno dopo, o comunque di lì a
poco, domandai ragguagli a Diacono, in privato, ed ebbi così informazioni di prima mano sul grande uomo. Mi
fu segnalata lesistenza delledizione Feltrinelli dellOdissea, con il
magnifico delirio filologico che introduce la stupefacente traduzione villesca. Mi regalò
anche una plaquette Verboracula, dalloriginale e oggi introvabile collezione
di «Tau/ma», come sai diretta dallo stesso Diacono, che suscitò in me un
entusiasmo di cui è fin troppo palese la traccia in un testo che scrissi allora e che
pubblicai qualche anno dopo nella mia prima raccoltuccia di poesiole, quella stampata da
Spatola nelle edizioni Tam Tam (1983). In quegli anni mi dedicai a reperire di Villa tutto
ciò che potei, divenendo in breve un suo estimatore assoluto, e cercai anche di parlarne
più che potei con tutti coloro che minimamente reputavo degni di apprenderne il verbo,
facendo in qualche occasione impazzire di entusiasmo i migliori tra gli studenti
dellAccademia di Belle Arti presso cui insegnavo (a Venezia) con la lettura
per esempio dei testi dedicati a Burri. Poi lo conobbi, anche, nel 1985: al Teatro
Comunale di Reggio Emilia, durante linaugurazione (ancora) di una mostra. Me lo
presentò Claudio
Parmiggiani, un altro mio amico dellepoca, vedendo
che guardavo con molto stupore quelluomo pasciuto e dallaria decisamente
gaudente che già qualcun altro mi aveva indicato come il poeta, e che era così diverso
dallimmagine fisica che arbitrariamente mi ero costruito a partire dai suoi scritti.
Villa fu con me (come con tutti credo) assolutamente squisito: mi decantò, mentre insieme
le degustavamo, le virtù apotropaiche delle "creste di gallo", una pietanza da
buffet emiliano (raffinato) che, dopo quella volta a Reggio, non ho più assaggiato né
visto; e mi espose, in mezzora, problemi relativi allaramaico e al suo
rapporto con il sanscrito, alla mitologia greca, al significato di certe metafore oscure
del Vangelo di Giovanni, ai fraintendimenti della filologia sui testi biblici, e a molte
altre questioncine di quel genere! Ma, nota bene, senza alcuna pedanteria, e anzi con un
tocco leggero che gli invidiai immediatamente (insieme alla sua pazzesca erudizione). E lo
fece sempre intercalando osservazioni sulla qualità del cibo di cui, nel frattempo, ci
ingozzavamo con allegria. Fu bellissimo. E oggi, ventanni dopo, mentre lui sconta
unindegna condanna alla vita vegetativa, piano piano, voce dopo voce, libro dopo
libro, articolo dopo articolo, come tu giustamente osservi, la statura immensa del più
grande poeta italiano del secondo Novecento (mettiamola così, per stare prudenti)
comincia a emergere nella coscienza comune degli intellettuali, ed è già qualcosa.
Mah, che cosa aggiungere? Tirémm-innànz!
Ah, senti. Se potesse tornare utile alla tua
bella rivista, potrei mandarti qualcosa di inedito da pubblicare. A me piacerebbe assai,
ma fammi sapere se ti sconfinfera. E comunque grazie di tenermi sempre presente per nella
diffusione dei «Risvolti»! Un saluto cordiale.

La
biblioteca di Risvolti
a cura di Pasquale Della Ragione
Franco Buffoni, Theios,
Interlinea Ed., via P. Micca 24, Novara, 2001, pp. 80
La libellula è un drago
volante
La lucertola un coccodrillo
vero,
Persino i denti quando
sbadiglia,
La tua barca un
transatlantico
E la chiglia è
dacciaio,
E tu sei a cavallo di quei
due palazzi
Pieni di gente nel cerchio
Sioux. (p. 10)

Franco Cavallo, Nuvole
e angoscia, Edizioni Orizzonti Meridionali, viale Della Repubblica 297, Cosenza,
2000, pp. 76
nellEuropa che
cavalca
un toro nero, il peggio
del peggio deve venire
ancora
così si dice dunque al
lupanare.
una luce da ecchimosi;
cupi lampi lontani; un
piacere che è sintesi
del caos tra il gridare
e il tacere
un peso
opaco ingravida la realtà.
lalba contrae le dita
di là
dal fiume e svanisce in un
sogno. (p. 57)

Carlo
Giuseppe Gallina, Pensieri dialettali / Fatti e fattarielli dal serio al
faceto, Edizioni Riccardi, Quarto-Napoli, 2001, pp. 32
Soddisfazione
Aggio fatto nu pireto chè stato bello
assaje. Peccato ca nun lle ntiso, stive frienno e ppalle e riso. È
stata nispirazione ca mha scetato a panza, facennela parlà, cu
tanta vuluntà, ca p a puté calmà maggio avuto assettà.
E quanno sè acquitata, pe
piglià sullievo, maggio mise cu e piere ncoppa a cepuniera.
E chesto steva aspettanno sta nfame e panza ca senza manco nu poco
e crianza, ha fatto sviglià o culo, facennelo lagnà caddore d
e fasule. (p. 16)

Mimmo
Grasso, Quarta corda, Piero Manni Ed., via N. Bixio 11/b, Lecce, 2001,
pp. 96
i frutti stanno lì: 81
albicocche.
le coccolo, le sento
maturare.
la mattina, scendendo le
scale,
calcolo larancione
sullalgebra del mare.
le verdi foglie sono verdi.
la sera, salendo le scale,
registro lorologio
sui colori. massorbo.
queste albicocche io
potrei,
con un semplice schiocco
delle dita,
farle esplodere in fuochi
dartificio.
al-barquq. crisòmelos. al
tatto
confidano la loro
praecoquità.
a volte una cade e in
quella caduta
cè esperienza
sapienza determinazione.
mi siedo su un gradino più
pensoso
di mario a cartagine.
stamattina le albicocche
erano un po tristi
e stasera depresse.
domani marciranno. solo ora
mi accorgo che avrei potuto
anche mangiarle. (p. 30)

Tiziano Salari, Il
Pellegrino Babelico, Edizioni Anterem, via S. Giovanni in Valle 2, Verona, 2001, pp.
56
14
Da sempre il Pellegrino Babelico porta
impressi nella sua figura i segni dellostracismo. Quando è accaduto tutto ciò?
Perché non ha mai fatto parte di una comunità organica? Nostalgia di una città
medievale, da cui, come Dante, è stato esiliato, e perdendosi nella campagna o
allontanandosi per mare, ha sentito al crepuscolo il suono struggente delle campane
"che pare il giorno pianger che si muore".
Anticamente, in piccoli
orti, in città strette a pugno,
tra botteghe di speziali e
di orefici e avveduti notari,
io fui, col marchio
dinfamia, buttato fuori,
e allontanandomi ho pianto
ascoltando lAngelus (p. 16)

Costantino
Sgamato, Emblema, Marotta & Cafiero Ed., via Posillipo 213, Napoli,
2002, pp. 48
Conoscendo Ninfa
Queste moderne chiacchiere
sono il pane delle mie
domeniche,
Combattute al di là delle
tuniche
Ed immerse nelle polemiche.
Dove seduti ci si aprono le
porte,
E si creano nuove stanze e
Se ne trovan di già morte.
Ci sono oasi ingannevoli
Che investono i loro
profitti
Ricavandone nuovi guadagni
E maggiori vizi e servizi.
Tra letnie dei popoli
Di questenorme
Atlantide
E lesterno combattuto
Di una realtà bruciante,
Un nome è
lattenuante.
Che mi dimentico
daverci affisse le ali dietro,
E che sono un angelo, un
angelo
Caduto in fallo
allamore.
E che di chiacchiere velate
e di valore,
Come molle,
allimprovviso,
Al vol caduto son
trattenuto. (p. 37)

Antonio Spagnuolo, «Rapinando
alfabeti», L'Assedio della Poesia, via Paisiello 19, Napoli, 2001, pp. 96
È la terra al tramonto.
È lenorme fardello
che la fede
abbandona
alle spalle della nostra
vicenda,
nel carcere che stringe con
le morse
dunantica
violenza,
di prede non ancora colpite
o di piccoli inermi alle
vendette.
Inutile rinchiudersi da
riccio
nel fango della ignavia,
Cristo non ha ricorsi
contro il tempo,
e la giustizia, che
distrutta in pezzi
non ha rifugi nelle pie
illusioni,
non ha realtà da
riproporre al saggio,
piange costretta al sadico
massacro. (p. 20)
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