Siamo agli inizi di un nuovo secolo, il
Novecento è appena alle spalle, e con questo numero speciale, interamente dedicato alla
poesia verbovisuale, ci pare pertinente verificare, dopo il tramonto di un secolo, che ha
visto nascere e affermarsi avanguardie e specifici estetici non verbali (vedi la poesia
concreto-visuale ed oggettuale), nonostante una spiccata propensione al conservatorismo
della nostra patria letteraria, limportanza e la resistenza sperimentale,
storico-critica, non solo di una nuova poesia lineare (di cui incominceremo ad occuparci
nei prossimi numeri con una serie dindagini critiche, documentate da testi poetici),
ma anche di quella verbovisuale. Il nostro auspicio era quello di documentarne una tutta
nuova, giovane, affrancata da matrici già codificate. Lunico giovane che ha aderito
alla nostra iniziativa, è Poletti, il resto dei partecipanti chi più chi meno
proviene da una ormai lontana stagione (gli anni 60-70), un lungo travaglio che
però non ha impedito loro di rinnovarsi e riproporsi sempre con intenti nuovi. Come Carlo Belloli,
ad esempio, già attivo durante la seconda guerra mondiale con la sua poesia concreta,
pioniero di un ramo della poesia che di lì a poco, Pignatari (cioè il gruppo brasiliano
"Noigandres") e Gomringer renderanno ufficiale. La poesia che qui propone ce
lha fornita lamico Giancarlo Pavanello, lunica a quanto pare di questa
nostra monografia ufficialmente apparsa in altre pubblicazioni, per la precisione in
"bricolage", n. 4, terza serie, a cura dello stesso Pavanello, nel marzo 1997,
in 100 copie numerate.
Un quasi censimento della poesia non
verbale, (eccetto la mail art, che meriterebbe un approfondimento a parte, sia pure
rappresentato in questa monografia dalla presenza di Vittore Baroni, Alfio Fiorentino,
Gino Gini, Ruggero Maggi, Emilio Morandi e Giovanni Strada, esponenti di tale arte, ma qui
collaborando con poesie verbovisuali), ma non per il semplice gusto di censire o riservare
alla poesia verbovisiva uno spazio privilegiato, fuori di ogni contesto. Chi conosce
"Risvolti" sa che non è così: ad essa teniamo quanto a quella lineare, e quasi
sempre convivono nei nostri quaderni. Quasi unantologia,
sia pure non esaustiva per varie ragioni, non di cose vecchie ma di un movimento che nello
spostarsi sia provocazione almeno di un progetto poetico unitario, non di consumo o buono
per glintrallazzi dellindustria culturale e di galleristi ignoranti e senza
scrupoli, legati ad una critica cinica e di partito, ma di sviluppo, uno sviluppo di
qualcosa che continui a prospettarsi come nuovo, non esauribile dal mercato e dalle sue
leggi più viete, come produzione di qualcosa sempre da venire, mai scontato, né banale.
Come del resto intendiamo la poesia lineare. E quasi tutti gli autori presenti hanno
contribuito con un qualcosa di "nuovo" rispetto ai loro lavori precedenti, dove
è evidente più di un riferimento con lattualità. Per es. Luciano Caruso
ci presenta un collage che ha come supporto un pezzo di custodia di CD; Paolo Albani
ed Alberto
Vitacchio, nel tentativo di ridicolizzare il mondo della moda, uno fa a
pezzi un metro che solitamente usano gli stilisti, laltro "umanizza" una
forma di cravatta con unimmagine di donna, mentre Carla Bertola
si mette a scrivere le sue chirografie su una superficie che ha tutte le caratteristiche
di un materiale tessile; Mauro
Manfredi riproduce un labirinto di parole, certificando la difficoltà
della poesia ad uscire da un certo impasse; Fernando Andolcetti sostituisce la
segnaletica stradale con un collage di poesia sonora, auspicandosi che "la musica
possa andare in qualsiasi direzione"; Emilio Morandi, invece, ci
presenta una figura umana che si ripete sempre uguale, come in una catena di montaggio di
una fabbrica di pomodori. Giancarlo Pavanello evidenzia la
difficoltà della poesia attuale, presentandoci una composizione di collages con due penne
(vuote) che ormai nellimmaginazione del poeta non scrivono più; Vitaldo Conte
e Vittore
Baroni, con una tecnica mista sottolineano il delirio della scrittura,
individuando una via duscita attraverso la schizofrenia mentale; Elisabetta Gut,
con un omaggio a Mallarmé, vuole dirci che con limpersonale e lallontamento
dellio soggettivo e autorale forse si recupera il vero senso della poesia. Cè
pure chi si rifugia nellorigine della lingua italiana come Lamberto
Pignotti, riproponendo versi danteschi su immagine di una fotomodella dei
nostri giorni, per rigenerare un mondo troppo condizionato dalle belle apparenze, a
discapito della vera essenza dellessere, che va ricercata (secondo Pignotti) nel
profondo della nostra storia, nei lineamenti poetici ancora incontaminati
dallopulenza odierna; mentre per Arrigo Lora-Totino, ormai le
parole sono come pietre, non sanno più parlare, e quelle che credono di saper parlare,
farebbero meglio a tacere. Non parlano, se non in un linguaggio senza codici e
impersonale, le lettere alfabetiche tridimensionali e di grosse dimensioni che Alfio
Fiorentino verticalizza in modo del tutto casuale: prospettive ed ombre,
anchesse del tutto casuali, riconducono verso il gioco delle combinazioni, in
unesistenza del tutto invisa. In Enzo Miglietta, invece, le parole
sono così minuscole da essere illeggibili, tanto quelle che sembrano leggibili,
nellesecrabile scala merceologica, danno sempre lo stesso effetto: scartate perché
invendibili. Ma ciò che importa al poeta è la loro rappresentazione grafica: infatti,
filamenti dopo filamenti (generati da un unico nucleo centrale) le parole si lanciano,
attraverso strisce di carta colorata, nello spazio del foglio, fino a toccare gli estremi
di esso e proseguire nello spazio invisibile, fino a divenire un grande reticolo di parole
invisibili. Sergio
Cena, poi, copre le lettere dellalfabeto, dal ritmo incalzante e di
forma leggermente tridimensionale (euritmica) e quasi senza prospettive, con strati di
pittura, in chiaro-scuro, quasi a nasconderle, a renderle ambigue, comunque
"piane", distese, sia pure in grado di proiettare ombre "vitali", in
attesa di poterle riutilizzare senza doverle sottoporre alle leggi del mercato, come pure
ci propone il giovane Daniele
Poletti, nascondendo sotto due alette, tessuti di parole
plurilinguistiche che nascondono, sotto il taglio a croce, la parola suicidio che
"rafforza il [suo] senso di ricerca disperata, senza conforto: talmente cieca
ed estrema, che la parola stessa si trasforma in mysterion"; e per Eugenio Miccini,
la poesia diventa una danza, leggiadra ma agile e sorniona, quasi ad innalzarsi dalle
sabbie mobili in cui è sprofondata, e per Marisa Papa Ruggiero la poesia
esce dalle forme geometriche dello spazio-tempo. E pare quasi che richiami il poeta alla
spazialità pre-costituita ma imperfetta della parola, quando la poesia era
unessenza e no unassenza, non solo nella poesia visiva. Allegorie, utopie,
ironie, stati dansia, combinazioni tra oggetti e parole (Ruggero Maggi,
Mauro Dal
Fior), tra immagini e musica (Giovanni Strada), tra grafie,
quasi in stile fumetto, cioè dilatate, ironiche, grottesche, surreali e fantasmagoriche,
e materiali elettrici (transistor, bobine) riciclati da vecchi apparecchi
nellintervento di Carlo Bugli, una "scossa
elettrica ", sarebbe il caso di dire, a un mondo che rischia di cadere in un coma
irreversibile, sembrano darci una poesia complessa e variegata. E per Gian Paolo Roffi
un paesaggio viene squarciato, in senso diagonale, da una serie di lettere alfabetiche,
quasi a dar voce poetante alle mute città odierne, fatte solo di mercanzie, anteponendo
il profitto alle esigenze umanitarie; schizografie, cioè scritture realizzate per
tagli o strappi (come le definisce Roffi), ma informali, rispetto proprio a quelle di
Roffi, anche in Michele
Perfetti, il quale vorrebbe rifondare monumenti e città allinsegna
della poesia, con la parola ridotta ai minimi termini; per Oronzo Liuzzi,
la società va riformulata, e nellattesa la vita assume laspetto di un albero
per una proposta surreale di "infiniti ritmi sociali". Per Pasquale
Della Ragione, ridicolizzare i giochi del capitalismo è unesigenza
poetica. Nella fattispecie ci presenta alcune schedine del lotto, scomposte al centro e
aggredite da una macchia nera che avanza verso i due lati, a coprire le caselle numerate,
che al contatto esplodono per riposizionarsi sul piano asimmetriche. Succede pure che in Irma Blank,
le parole non hanno più un senso, appiattite come la stragrande maggioranza dei volumi
che si stampano oggi, ma solo suoni ripetuti allinfinito, fino a farsi segno
informale in Camillo
Capolongo o nonsense e lingua inventata in Franco Capasso,
mentre in Fernanda
Fedi assumono quasi la forma di un gesto della memoria, scomponendosi in
criptogrammi, in alfabeto di una lingua antica, e in Gino Gini delicate chirografie
colorate, entro tessiture geometriche, con lo stile e la competenza del libro
dartista che gli riconosciamo.