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RISVOLTI

Quaderni di linguaggi in movimento

rivista edita dalle Edizioni Riccardi e fondata nel 1998 da Giorgio Moio

 

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Giorgio Moio

Per una breve introduzione

 

Siamo agli inizi di un nuovo secolo, il Novecento è appena alle spalle, e con questo numero speciale, interamente dedicato alla poesia verbovisuale, ci pare pertinente verificare, dopo il tramonto di un secolo, che ha visto nascere e affermarsi avanguardie e specifici estetici non verbali (vedi la poesia concreto-visuale ed oggettuale), nonostante una spiccata propensione al conservatorismo della nostra patria letteraria, l’importanza e la resistenza sperimentale, storico-critica, non solo di una nuova poesia lineare (di cui incominceremo ad occuparci nei prossimi numeri con una serie d’indagini critiche, documentate da testi poetici), ma anche di quella verbovisuale. Il nostro auspicio era quello di documentarne una tutta nuova, giovane, affrancata da matrici già codificate. L’unico giovane che ha aderito alla nostra iniziativa, è Poletti, il resto dei partecipanti – chi più chi meno – proviene da una ormai lontana stagione (gli anni 60-70), un lungo travaglio che però non ha impedito loro di rinnovarsi e riproporsi sempre con intenti nuovi. Come Carlo Belloli, ad esempio, già attivo durante la seconda guerra mondiale con la sua poesia concreta, pioniero di un ramo della poesia che di lì a poco, Pignatari (cioè il gruppo brasiliano "Noigandres") e Gomringer renderanno ufficiale. La poesia che qui propone ce l’ha fornita l’amico Giancarlo Pavanello, l’unica a quanto pare di questa nostra monografia ufficialmente apparsa in altre pubblicazioni, per la precisione in "bricolage", n. 4, terza serie, a cura dello stesso Pavanello, nel marzo 1997, in 100 copie numerate.

Un quasi censimento della poesia non verbale, (eccetto la mail art, che meriterebbe un approfondimento a parte, sia pure rappresentato in questa monografia dalla presenza di Vittore Baroni, Alfio Fiorentino, Gino Gini, Ruggero Maggi, Emilio Morandi e Giovanni Strada, esponenti di tale arte, ma qui collaborando con poesie verbovisuali), ma non per il semplice gusto di censire o riservare alla poesia verbovisiva uno spazio privilegiato, fuori di ogni contesto. Chi conosce "Risvolti" sa che non è così: ad essa teniamo quanto a quella lineare, e quasi sempre convivono nei nostri quaderni. Quasi un’antologia, sia pure non esaustiva per varie ragioni, non di cose vecchie ma di un movimento che nello spostarsi sia provocazione almeno di un progetto poetico unitario, non di consumo o buono per gl’intrallazzi dell’industria culturale e di galleristi ignoranti e senza scrupoli, legati ad una critica cinica e di partito, ma di sviluppo, uno sviluppo di qualcosa che continui a prospettarsi come nuovo, non esauribile dal mercato e dalle sue leggi più viete, come produzione di qualcosa sempre da venire, mai scontato, né banale. Come del resto intendiamo la poesia lineare. E quasi tutti gli autori presenti hanno contribuito con un qualcosa di "nuovo" rispetto ai loro lavori precedenti, dove è evidente più di un riferimento con l’attualità. Per es. Luciano Caruso ci presenta un collage che ha come supporto un pezzo di custodia di CD; Paolo Albani ed Alberto Vitacchio, nel tentativo di ridicolizzare il mondo della moda, uno fa a pezzi un metro che solitamente usano gli stilisti, l’altro "umanizza" una forma di cravatta con un’immagine di donna, mentre Carla Bertola si mette a scrivere le sue chirografie su una superficie che ha tutte le caratteristiche di un materiale tessile; Mauro Manfredi riproduce un labirinto di parole, certificando la difficoltà della poesia ad uscire da un certo impasse; Fernando Andolcetti sostituisce la segnaletica stradale con un collage di poesia sonora, auspicandosi che "la musica possa andare in qualsiasi direzione"; Emilio Morandi, invece, ci presenta una figura umana che si ripete sempre uguale, come in una catena di montaggio di una fabbrica di pomodori. Giancarlo Pavanello evidenzia la difficoltà della poesia attuale, presentandoci una composizione di collages con due penne (vuote) che ormai nell’immaginazione del poeta non scrivono più; Vitaldo Conte e Vittore Baroni, con una tecnica mista sottolineano il delirio della scrittura, individuando una via d’uscita attraverso la schizofrenia mentale; Elisabetta Gut, con un omaggio a Mallarmé, vuole dirci che con l’impersonale e l’allontamento dell’io soggettivo e autorale forse si recupera il vero senso della poesia. C’è pure chi si rifugia nell’origine della lingua italiana come Lamberto Pignotti, riproponendo versi danteschi su immagine di una fotomodella dei nostri giorni, per rigenerare un mondo troppo condizionato dalle belle apparenze, a discapito della vera essenza dell’essere, che va ricercata (secondo Pignotti) nel profondo della nostra storia, nei lineamenti poetici ancora incontaminati dall’opulenza odierna; mentre per Arrigo Lora-Totino, ormai le parole sono come pietre, non sanno più parlare, e quelle che credono di saper parlare, farebbero meglio a tacere. Non parlano, se non in un linguaggio senza codici e impersonale, le lettere alfabetiche tridimensionali e di grosse dimensioni che Alfio Fiorentino verticalizza in modo del tutto casuale: prospettive ed ombre, anch’esse del tutto casuali, riconducono verso il gioco delle combinazioni, in un’esistenza del tutto invisa. In Enzo Miglietta, invece, le parole sono così minuscole da essere illeggibili, tanto quelle che sembrano leggibili, nell’esecrabile scala merceologica, danno sempre lo stesso effetto: scartate perché invendibili. Ma ciò che importa al poeta è la loro rappresentazione grafica: infatti, filamenti dopo filamenti (generati da un unico nucleo centrale) le parole si lanciano, attraverso strisce di carta colorata, nello spazio del foglio, fino a toccare gli estremi di esso e proseguire nello spazio invisibile, fino a divenire un grande reticolo di parole invisibili. Sergio Cena, poi, copre le lettere dell’alfabeto, dal ritmo incalzante e di forma leggermente tridimensionale (euritmica) e quasi senza prospettive, con strati di pittura, in chiaro-scuro, quasi a nasconderle, a renderle ambigue, comunque "piane", distese, sia pure in grado di proiettare ombre "vitali", in attesa di poterle riutilizzare senza doverle sottoporre alle leggi del mercato, come pure ci propone il giovane Daniele Poletti, nascondendo sotto due alette, tessuti di parole plurilinguistiche che nascondono, sotto il taglio a croce, la parola suicidio che "rafforza il [suo] senso di ricerca disperata, senza conforto: talmente cieca ed estrema, che la parola stessa si trasforma in mysterion"; e per Eugenio Miccini, la poesia diventa una danza, leggiadra ma agile e sorniona, quasi ad innalzarsi dalle sabbie mobili in cui è sprofondata, e per Marisa Papa Ruggiero la poesia esce dalle forme geometriche dello spazio-tempo. E pare quasi che richiami il poeta alla spazialità pre-costituita ma imperfetta della parola, quando la poesia era un’essenza e no un’assenza, non solo nella poesia visiva. Allegorie, utopie, ironie, stati d’ansia, combinazioni tra oggetti e parole (Ruggero Maggi, Mauro Dal Fior), tra immagini e musica (Giovanni Strada), tra grafie, quasi in stile fumetto, cioè dilatate, ironiche, grottesche, surreali e fantasmagoriche, e materiali elettrici (transistor, bobine) riciclati da vecchi apparecchi nell’intervento di Carlo Bugli, una "scossa elettrica ", sarebbe il caso di dire, a un mondo che rischia di cadere in un coma irreversibile, sembrano darci una poesia complessa e variegata. E per Gian Paolo Roffi un paesaggio viene squarciato, in senso diagonale, da una serie di lettere alfabetiche, quasi a dar voce poetante alle mute città odierne, fatte solo di mercanzie, anteponendo il profitto alle esigenze umanitarie; schizografie, cioè scritture realizzate per tagli o strappi (come le definisce Roffi), ma informali, rispetto proprio a quelle di Roffi, anche in Michele Perfetti, il quale vorrebbe rifondare monumenti e città all’insegna della poesia, con la parola ridotta ai minimi termini; per Oronzo Liuzzi, la società va riformulata, e nell’attesa la vita assume l’aspetto di un albero per una proposta surreale di "infiniti ritmi sociali". Per Pasquale Della Ragione, ridicolizzare i giochi del capitalismo è un’esigenza poetica. Nella fattispecie ci presenta alcune schedine del lotto, scomposte al centro e aggredite da una macchia nera che avanza verso i due lati, a coprire le caselle numerate, che al contatto esplodono per riposizionarsi sul piano asimmetriche. Succede pure che in Irma Blank, le parole non hanno più un senso, appiattite come la stragrande maggioranza dei volumi che si stampano oggi, ma solo suoni ripetuti all’infinito, fino a farsi segno informale in Camillo Capolongo o nonsense e lingua inventata in Franco Capasso, mentre in Fernanda Fedi assumono quasi la forma di un gesto della memoria, scomponendosi in criptogrammi, in alfabeto di una lingua antica, e in Gino Gini delicate chirografie colorate, entro tessiture geometriche, con lo stile e la competenza del libro d’artista che gli riconosciamo.

 

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